CAPITOLO III.

CAPITOLO III.Gli Etruschi.La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.Chi erano essi?ORIGINE DEGLI ETRUSCHIMisteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia, esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione, si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute e confutate!Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri), erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari, città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia; lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli, anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di aggregarei Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia: ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono poi a nuovo dominio.Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi; hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi, donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse, piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli, Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi ai Greci[46]ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli, come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche, donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non prima scritto.L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè allefamiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].CITTÀ E COLONIE ETRUSCHEPer raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così tutta la costa.Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo (Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale, e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena. Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie,tra cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere, dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere, Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana. Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere, abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte, l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune, indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio, simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor dominio stetteroanche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione etrusca.Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia: ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente va il caso per gli Etruschi.RELIGIONE DEGLI ETRUSCHIÈ insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoinel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.RELIGIONE DEGLI ETRUSCHIGli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il qualecantòuna dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vitastabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi inlietiannunziatori di salute e felicità, etristiche presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte:volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli;remores, la cui apparizione ritardava un’impresa;inhibæ,inebræ,enebræ, che l’arrestavano;arculvæ,arcivæoarcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso deglioscinesepræpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro (altera avis), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto talescienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (elicere) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini infumida,sicca,clara,peremptalia,affectata.....: ipubbliciriguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; iprivati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; ifamigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua;nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.DIVINITÀNella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte dellacittà, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio (larario), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’animauscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi illare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare comelarva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasicardinela linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra dettadecumana; e l’intersezione costituiva il tempio.Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uominivengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori (lucumoni), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiòsempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.LUCUMONI. PLEBELucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente unosciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.CITTÀ. COMMERCIOGli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico,pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima percorseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o datiremhcoltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.ARTI E SCIENZE ETRUSCHEVersati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dalmezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati (nonæ, nundinæ). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolaricolla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.LETTERATURA ETRUSCAL’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome dihistriones, dall’etrusca parolaister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma algruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: iRomani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.COSTRUZIONI ETRUSCHEÈ disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschispetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi.Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante (impluvium).SEPOLCRIVarrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendonogradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argentopendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcrode’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser dettiobesi et pingues[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte,corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una dellepiù belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.VASI ETRUSCHIDovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti,descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavanourcei, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volscicome a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’unfianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.LORO FORMA ED ETÀLe iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco. Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura, o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori, nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi, e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da principioinusate. Questo primo periodo, dalxvialxsecolo, offre linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secoloxalvappare un secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni, la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti, ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri, dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel convenzionale.ORIGINE DEI VASI ETRUSCHIAnche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali, con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a due o quattro ali, scarabei.Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano: Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν ἀθηνήθεν ἄθλων, cioèpremj dati in Atene;onde supposero fosser di que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco, e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]: linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello stile, che non era in realtà se non il greco antico.ORIGINE DEI VASI ETRUSCHICosì argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono nell’Attica,sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia, legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani. Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia, senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo, potrebbe anche esprimereuno dei certami provenienti da Atene, che cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica. Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche; soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca. La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità straniera? Le figure qui sonosempre di profilo, coll’occhio rotondo e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].VASI ETRUSCHIPoi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genioinventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.FINE DEGLI ETRUSCHIDi tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava ladieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].

CAPITOLO III.Gli Etruschi.La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.Chi erano essi?ORIGINE DEGLI ETRUSCHIMisteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia, esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione, si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute e confutate!Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri), erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari, città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia; lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli, anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di aggregarei Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia: ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono poi a nuovo dominio.Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi; hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi, donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse, piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli, Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi ai Greci[46]ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli, come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche, donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non prima scritto.L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè allefamiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].CITTÀ E COLONIE ETRUSCHEPer raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così tutta la costa.Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo (Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale, e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena. Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie,tra cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere, dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere, Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana. Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere, abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte, l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune, indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio, simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor dominio stetteroanche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione etrusca.Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia: ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente va il caso per gli Etruschi.RELIGIONE DEGLI ETRUSCHIÈ insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoinel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.RELIGIONE DEGLI ETRUSCHIGli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il qualecantòuna dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vitastabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi inlietiannunziatori di salute e felicità, etristiche presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte:volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli;remores, la cui apparizione ritardava un’impresa;inhibæ,inebræ,enebræ, che l’arrestavano;arculvæ,arcivæoarcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso deglioscinesepræpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro (altera avis), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto talescienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (elicere) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini infumida,sicca,clara,peremptalia,affectata.....: ipubbliciriguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; iprivati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; ifamigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua;nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.DIVINITÀNella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte dellacittà, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio (larario), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’animauscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi illare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare comelarva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasicardinela linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra dettadecumana; e l’intersezione costituiva il tempio.Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uominivengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori (lucumoni), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiòsempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.LUCUMONI. PLEBELucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente unosciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.CITTÀ. COMMERCIOGli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico,pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima percorseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o datiremhcoltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.ARTI E SCIENZE ETRUSCHEVersati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dalmezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati (nonæ, nundinæ). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolaricolla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.LETTERATURA ETRUSCAL’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome dihistriones, dall’etrusca parolaister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma algruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: iRomani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.COSTRUZIONI ETRUSCHEÈ disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschispetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi.Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante (impluvium).SEPOLCRIVarrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendonogradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argentopendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcrode’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser dettiobesi et pingues[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte,corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una dellepiù belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.VASI ETRUSCHIDovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti,descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavanourcei, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volscicome a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’unfianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.LORO FORMA ED ETÀLe iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco. Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura, o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori, nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi, e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da principioinusate. Questo primo periodo, dalxvialxsecolo, offre linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secoloxalvappare un secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni, la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti, ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri, dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel convenzionale.ORIGINE DEI VASI ETRUSCHIAnche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali, con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a due o quattro ali, scarabei.Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano: Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν ἀθηνήθεν ἄθλων, cioèpremj dati in Atene;onde supposero fosser di que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco, e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]: linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello stile, che non era in realtà se non il greco antico.ORIGINE DEI VASI ETRUSCHICosì argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono nell’Attica,sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia, legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani. Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia, senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo, potrebbe anche esprimereuno dei certami provenienti da Atene, che cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica. Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche; soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca. La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità straniera? Le figure qui sonosempre di profilo, coll’occhio rotondo e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].VASI ETRUSCHIPoi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genioinventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.FINE DEGLI ETRUSCHIDi tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava ladieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].

Gli Etruschi.

La gente da cui i Pelasgi si trovarono incalzati, doveva esser quella che da sè chiamavasi dei Raseni, dai Greci fu detta dei Tirseni o Tirreni[44], e dai Romani degli Etruschi o Tuschi.

Chi erano essi?

ORIGINE DEGLI ETRUSCHI

Misteri succedono a misteri; e qui pure, invece di riposare sulla dimostrazione, siamo ridotti ad ipotesi, desunte dal carattere generale. Erodoto fa uscire gli Etruschi dalla Lidia, annestandone l’origine alle vicende degli Eraclidi. Ellanico, padre della storia greca, li vuole tutt’una cosa coi Pelasgi approdati a Spina. Dionigi d’Alicarnasso ripudia entrambe le opinioni, propendendo a quelli che li fanno indigeni d’Italia: ma la perdita dei libri ove espresso egli trattava degli Etruschi, ci sottrasse gli argomenti ai quali esso appoggiava. I moderni campeggiano coll’una e coll’altra credenza, niuno con prove trionfanti, ma al solito mescolando erudizione e fantasia, esame e passione, e non già mentendo il vero, ma dissimulando gli argomenti in contrario. Però quante assurdità, mascherate d’invenzione, si risparmierebbero se si sapesse che da tanto tempo furono e sostenute e confutate!

Gli uni dicono:—Tant’è vero ch’erano Greci, che consultavano l’oracolo di Delfo; usavano un ordine architettonico che è semplificazione del dorico; fabbricavano vasi identici coi greci per la materia, pel lavoro, pei soggetti, per le iscrizioni».—No (soggiungono altri), erano indubbiamente Pelasgi; e lo provano i numeri simbolici, le austere dottrine, l’essersi mantenuti in relazione con Mileto e Sibari, città joniche ed achee, sorelle dei Pelasgi, mentre avversavano a Siracusa e agli altri Dori». Sopraggiunge chi tenta conciliare le due opinioni inventando i Pelasgi-Tirreni, detti così perchè Tirrenia fosse chiamata l’Etruria dai Greci, e tirreniche le popolazioni in Grecia più affini ad essi: tal nome deriverebbe da Tirra, città nella Lidia; lo perchè Erodoto chiamò Lidj i Tirreni[45]. I Pelasgi-Tirreni si discernerebbero dalle altre propagini pelasghe in quanto non abitavano le coste, ma regioni interne, come la Tessaglia e l’Arcadia; non pirati ma agricoli; ed affini sì, pur differenti di religione e di favella.

E inclinazione d’animi onesti e d’ingegni temperati il porre la ragione fra due estremi; e già quel Greco vantava la potenza delle medie proporzionali. Ma a questi asserti come chetarci se dappertutto gli Elleni ci si rappresentano quali oppressi dei Tirreni? I confronti della lingua, delle credenze, della civiltà non autorizzano a sì precise conseguenze chi, come noi, ammetta una fratellanza di popoli, anteriore alle nazionali separazioni. Su di che, noi proponemmo di aggregarei Tirreni alla prima immigrazione che si conosca in Italia: ridotti servili ne’ secoli che qui stettero i Pelasgi, si rialzarono poi a nuovo dominio.

Ma i Tirreni erano poi tutt’una cosa cogli Etruschi? Certamente gli Etruschi non usano linguaggio analogo al greco, come i Pelasgi; hanno lucumonie, e federazioni, e religione di genj, e vaticinj, al differente dei Tirreni-Pelasgi. Le tribù che abitavano attorno ad Adria forse si strinsero cogli Oschi in una lega chiamata degli Atr-Oschi, donde il nome d’Etruschi. Alcuno suppone che un popolo nuovo, detto i Raseni, scendesse dalla Rezia sopra l’Italia, la conquistasse, piantandosi fra le città pelasgiche dell’interno e della costa, e fosse chiamato degli Etruschi, come furono detti Britanni gli Angli, Messicani e Peruviani i creoli di Spagna, e Longobardi noi. Niuna traccia per altro fra gli antichi di tale conquista rasena.

A negare che gli Etruschi fossero greci varrebbe, oltre il loro parlare affatto distinto, il vedere che i Latini applicarono il nome di Pelasgi ai Greci[46]ed anche agli schiavi; dal che noi inducemmo che gli avanzi de’ Pelasgi rimanessero al nord soggiogati dagli Umbri-Galli, come al sud gli Enotrj e i Peucezj da’ Pelasgi-Elleni, formando il vulgo servile. Al tempo di Catone chiamavansi Etruria il paese, Tuschi gli abitanti; e possiamo credere che quel nome vivesse nelle bocche, donde, sotto gli ultimi imperatori, fu fatto il nome di Tuscia, non prima scritto.

L’accertare l’origine degli Etruschi, e quanta parte di civiltà qui recassero, riesce viepiù difficile perchè i sacerdoti, in cui mano stavano gli annali, poterono alterarli a loro talento: poi micidiali guerre li distrussero, ed i Romani affettarono disprezzarli, benchè allefamiglie illustri fosse vanto il derivare da quel popolo[47].

CITTÀ E COLONIE ETRUSCHE

Per raccogliere il poco che possiamo, gli Etruschi, o entrati allora in Italia, o ridestatisi dal servaggio, si trovarono incontro gli Umbri, ai quali tolsero trecento città[48], confinandoli in una sola provincia, che serbò il nome di Umbria, sebbene poi li ricevessero in alleanza e in comunione di sacrifizj[49]; si distesero nelle campagne che or sono il Bolognese, il Ferrarese e il Polesine, e nelle pianure fra l’Alpi e l’Appennino. Il Po difese da loro i Veneti, gente illirica: i Liguri ricovrarono fra i monti, cedendo il pian paese e il golfo della Spezia, dove essi Etruschi fondarono Luni, possedendo così tutta la costa.

Dappertutto gli Etruschi collocarono colonie; fondarono sul Po una nuova Etruria che, come l’interiore, contava dodici città, fra cui Adria sul mare allo sbocco del Po e dell’Adige, Fèlsina, Melpo (Melzo?), Mantova, così detta forse da Mantus, loro Bacco infernale, e divenuta poi capo della confederazione circumpadana. Nel Piceno fabbricarono Capra montana e Capra marittima, e l’Adria picena. Piombali sui Casci, prischi abitatori del Lazio, stabilirono per confine l’Albula, assoggettarono le terre dei Volsci, passarono il Liri, e nella felice Campania piantarono altre dodici colonie,tra cui Nola, Ercolano, Pompej, Marcina, e prima fra tutte Vulturnio: pure sembra che il grosso della popolazione osca vi rimanesse in qualche luogo, in altri i Sanniti rivalessero alla loro conquista.

Centro di questo dominio era l’Etruria propria fra l’Arno e il Tevere, dove fabbricarono altre città, cinte con solide mura di pietroni, o si valsero di quelle già fortificate dai Pelasgi. Primeggiavano tra esse Clusio, Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia, Volsinia, Vetulonia, Cere, Tarquinia, Vejo[50], oltre una schiera di terre lungo il mare, e nel paese or infamato dalla mal’aria. Rimpetto all’Elba, Populonia occupava la cima occidentale del promontorio di Piombino. Rusella in forte postura sovra uno sprone del monte, dominava la maremma grossetana. Vejo circuiva sette miglia, s’un dirupo a dodici miglia da Roma, ricca di territorio ubertoso in poggio e in piano sulla destra del Tevere, abbracciando fin i colli del Gianicolo e del Vaticano. Tarquinia consideravasi come cuna del popolo etrusco, e fondata da Tarconte, l’eroe divino in cui di questo sono personificate le imprese, e da cui diceansi pure fondate Pisa e Mantova. Cere, che i Pelasgi nominavano Agilla, fu loro metropoli religiosa, e teneva a Delfo l’erario comune, indizio, se non di derivazione, almeno di parentela ellenica. Nelle tradizioni di questa ricordavasi un tiranno crudelissimo, Masenzio, simbolo dell’oppressione etrusca sopra que’ paesi; e forse a lor dominio stetteroanche i Volsci e i Rutuli: Tusculo ne conserva il nome; anzi sin il monte Celio, uno dei sette di Roma, la qual Roma forse non era che la fortezza più meridionale della confederazione etrusca.

Parve un momento che gli Etruschi potessero congiungere tutta Italia: ma sconfitti da Gerone di Siracusa, si trovarono costretti a limitare all’Etruria il loro imperio, rinserrato più sempre dalla riazione di Liguri, Galli, Sanniti, infine distrutto dai Romani.

E scarsissime memorie ci rimasero della stupenda loro civiltà, in parte greca od asiatica, in parte originale, non senza influssi dell’aborigena e della pelasga. Chi però dall’estensione di quella volesse indurre una grande antichità degli Etruschi, mostrerebbe dimenticare come la civiltà, in quante storie conosciamo, appaja sempre dativa, cioè o importata di fuori o rivelata dal cielo: nè diversamente va il caso per gli Etruschi.

RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI

È insito nei popoli il bisogno di sapere donde venissero, come cominciasse il mondo. Dio l’avea rivelato da principio, ma la parola sua andò confondendosi tra le genti per modo, che dalla mala interpretazione di essa derivarono le tante false religioni e capricciose cosmogonie. Spesso però una classe più dotta o più morale conservava maggior tesoro di quelle verità, e le comunicava a pochi, iniziati nelle allusive cerimonie de’ misteri; mentre al vulgo, più disposto a credere e adorare che capace di comprendere e sapere, le presentava sotto forme simboliche o materiali, che lo tenevano nell’errore e sotto la dipendenza d’essi sacerdoti. Di qui tante varietà di culti, impiantate sopra la concordanza de’ principali dogmi, e la significazione di riti che a prima vista sembrano null’altro che assurdi. Nè per questo noi ci abbandoniamo, come tanti, ad ammirare quelle religioni; perocchè se tu vai in fondo di qual sia di esse, côgli sempre il culto della natura, vuoinel complesso, vuoi nelle parti, non separando l’idea della divinità da quella della natura, confondendo la rappresentazione colla cosa rappresentata, il dogma coll’immagine che lo esprime. Insomma l’idea di Dio non era perita, bensì quella che la materia fosse stata chiamata dal nulla per volontà libera di lui; onde essa materia consideravasi come qualcosa d’indipendente, vedendo nel mondo due termini, e perciò tutte le cose esser Dei, e adorando ora l’uomo, ora gli astri, ora le forze della natura. Ne veniva di conseguenza il credere, sebben solo più tardi siasi professato, che il tutto è Dio, con quel panteismo che è la fede meno alta a svolgere il vero sentimento religioso. Forse i sacerdoti vi ravvisavano qualcosa di meglio; ma il popolo rimaneva in un grossolano feticismo, che gli presentava ignobili oggetti, idee oscene. I Greci seppero dal simbolo passare al mito; ma ancora il culto arrestavasi sull’uomo, per quanto bello, elegante, affettuoso.

RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI

Gli Etruschi da un lato ci sono dati come immuni dalle greche favole[51]; dall’altro come padri delle superstizioni. Mentre un villano apriva il solco, balzò fuori Tagete, fanciullo di forme, vecchio di senno, il qualecantòuna dottrina, fondamento alla scienza degli aruspici; e di lui e di Bacchede suo condiscepolo sono operai libri rituali, principalmente in ciò che concerne l’estispicio[52]. Questo mito, dal quale comincia la vitastabile degli Etruschi, indica però già un popolo industrioso e costituito e sacerdotale. Sebbene non formasse una vera Casta, pure l’aristocrazia sacerdotale predominava, escludendo i forestieri, e fondando la propria potenza sul diritto divino e sugli auspizj. Ereditario nelle famiglie, il sacerdozio era distribuito in una gerarchia, dai camilli o novizj fin al sommo sacerdote, che veniva eletto dai voti di tutti i dodici popoli. Auspice della guerra e della pace era il collegio sacerdotale; per riti si sceglievano i magistrati, per riti si fondavano le città e gli accampamenti, si distribuiva il popolo in curie e centurie; sacri erano i confini, sacra l’agricoltura; dalla divinazione deducevansi la proprietà, il diritto pubblico ed il privato, giacchè Dio medesimo aveva ordinato,—Spartite i terreni, vivete all’amichevole, venerate i termini, non aggravate le taglie; se no, malori, pesti, fulmini, procelle».

Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi inlietiannunziatori di salute e felicità, etristiche presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte:volsgræ, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli;remores, la cui apparizione ritardava un’impresa;inhibæ,inebræ,enebræ, che l’arrestavano;arculvæ,arcivæoarcinæ, che la stornavano. Non si conviene sul senso deglioscinesepræpeles: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro (altera avis), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto talescienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].

Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (elicere) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini infumida,sicca,clara,peremptalia,affectata.....: ipubbliciriguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; iprivati, a un individuo, valendo per dieci anni al più; ifamigliari, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.

Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.

Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua;nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.

DIVINITÀ

Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte dellacittà, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.

Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.

Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio (larario), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’animauscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi illare domestico; se per le iniquità è agitata, v’appare comelarva, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.

Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasicardinela linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra dettadecumana; e l’intersezione costituiva il tempio.

Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uominivengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori (lucumoni), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.

Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiòsempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.

Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.

LUCUMONI. PLEBE

Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.

L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente unosciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.

CITTÀ. COMMERCIO

Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico,pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima percorseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].

Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o datiremhcoltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.

ARTI E SCIENZE ETRUSCHE

Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dalmezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati (nonæ, nundinæ). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].

Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolaricolla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.

LETTERATURA ETRUSCA

L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome dihistriones, dall’etrusca parolaister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.

Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma algruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.

Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: iRomani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.

COSTRUZIONI ETRUSCHE

È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.

E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschispetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi.Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.

L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante (impluvium).

SEPOLCRI

Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.

E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.

Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.

Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.

Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendonogradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.

Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.

Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argentopendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.

Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcrode’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.

Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser dettiobesi et pingues[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte,corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].

Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.

Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una dellepiù belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.

VASI ETRUSCHI

Dovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti,descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavanourcei, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].

Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.

Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volscicome a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.

Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’unfianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.

LORO FORMA ED ETÀ

Le iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco. Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura, o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori, nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.

Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi, e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da principioinusate. Questo primo periodo, dalxvialxsecolo, offre linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secoloxalvappare un secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni, la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti, ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri, dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel convenzionale.

ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI

Anche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali, con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a due o quattro ali, scarabei.

Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano: Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.

Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν ἀθηνήθεν ἄθλων, cioèpremj dati in Atene;onde supposero fosser di que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco, e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]: linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello stile, che non era in realtà se non il greco antico.

ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI

Così argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono nell’Attica,sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia, legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani. Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia, senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo, potrebbe anche esprimereuno dei certami provenienti da Atene, che cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica. Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.

In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche; soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca. La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità straniera? Le figure qui sonosempre di profilo, coll’occhio rotondo e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.

Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].

VASI ETRUSCHI

Poi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.

Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genioinventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.

FINE DEGLI ETRUSCHI

Di tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava ladieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].


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