CAPITOLO VII.

CAPITOLO VII.Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCAA rettamente intendere il passaggio dalla Roma regia alla consolare, nuoce la confusa interpretazione delle voci di re, popolo, repubblica, libertà costituzionale. Nè assoluti nè ereditarj erano quei re, bensì imbrigliati dal senato, dai patrizj, dal comune, dalle istituzioni religiose e naturali, dal legame delle clientele. La libertàdell’uomo rimaneva angustiata ne’ governi teocratici dell’Asia, ove tutto imponendosi come volontà di Dio, s’escludeva la discussione, e si teneva empietà il resistere e il disobbedire. Ma già i patrizj etruschi si discernevano dagli asiatici pel doppio carattere di sacerdoti e di guerrieri. Il Romano procede più innanzi; sommette la religione allo Stato, e sceverandosi dalla teocrazia, costituisce un corpo di cittadini,padrie fondatori della patria, i quali scelgonsi un capo (rex) affinchè li presieda quando essi deliberano, li meni alla battaglia, renda giustizia. Il patrizio medesimo può esser re, generale e pontefice: come re aduna il senato e il popolo, sentenzia anche de’ patrizj, ma con appello al popolo, cioè al Comune dei loro pari[170], e dispone del territorio dei vinti.Per popolo s’intendono le tre tribù, in cui riconoscemmo la forma consueta alle società antiche, costituite da comunanza d’origine. Due erano dapprima, dei Ramnesi e dei Tiziesi, vale a dire de’ Romani e de’ Sabini: Tullo Ostilio v’aggiunse la terza dei Luceri quando trasferì i vinti Albani sul monte Celio. L’accomunamento degli uomini estendevasi anche agli Dei, che furono accettati insieme; al Flamine diale e marziale si aggiunse il quirinale; le tre Vestali si crebbero a sei, dette delleminori genti, che era pure il titolo dei cento nuovi senatori aggiunti ai primi ducento, e che votavano con questi. Di siffatta importante innovazione si fa autore Tarquinio Prisco[171].TRIBÙCiascuna tribù divideasi in dieci curie, vorrei quasi dire parrochie, che probabilmente rappresentavano legenti diverse di cui componevasi la tribù. Però fra tutta una gente non sussisteva necessario vincolo di parentela e derivazione, siccome non sussiste da noi fra quelli che portano lo stesso cognome; e nella medesima gente alcuni erano nobili, altri plebei, sorti da matrimonj disuguali. Succedevano ai co-gentili che morissero intestati; attribuivano il loro nome agli affrancati, i quali rimanevano clienti.CURIEUn culto comune univa tutta una gente, come i Nauzj quel di Minerva, i Fabj quel di Sanco, i Fontejo quel di Fonto figlio di Giano in sul Gianicolo, di Ercole i Potizj, di Venere i Giulj, del Sole la sabina gente Ausalia; gli Orazj l’espiazione d’una sorella assassinata. Pertanto ciascuna curia aveva particolari giorni solenni, e sacrifizj a cui tutti i contribuli doveano assistere, seguiti da pasti comuni; e popolarmente eleggevansi un augure e un curione, preposto al culto.COMIZJIn principio due foggie di adunanze s’aveano: i comizjcuriatied il senato. Ne’ primi si radunava ciascuna gente, e vi aveano voto i patrizj delle trenta curie. Da ciascuna tribù, curia e gente si scelgono trecentopadri coscritti, formanti la curia maggiore, il senato; autorità legislativa, che poi si mantenne per qualunque mutare di governo.Le leggi riguardavano unicamente gli accomunati, non i forestieri; laonde ai cittadini di terre alleate era necessario un patrono per aver protezione dalle leggi vivendo, ed ottenere giustizia davanti ai tribunali di Roma. Di qualche cittadino pertanto si rendevano essi clienti; il che faceano pure antichi proprietarj sottomessi, e delinquenti, e servi fuggiaschi, e debitori, venuti come ad asilo presso i lari d’un nobile. Il patronato passava per eredità, e il cliente doveva obbedienza e amorevolezza al patrono, concorrere a pagare le ammende per esso, la dote allefiglie, il riscatto se prigioniero; non poteva citarlo nè esserne citato in giudizio, nè l’uno deporre testimonianza contro dell’altro. Al cliente mancava roba o professione? il patrono gli assegnava casa e due jugeri di terreno a precario[172]: moriva intestato? l’eredità di lui cadeva al patrono.Roma, non che escludesse gli elementi stranieri come faceano gli Ebrei e le altre società orientali, tendeva ad assimilarseli, nel che consistette la sua missione provvidenziale. Onde la leggenda riferiva che i primi venuti con Romolo portarono ciascuno un pugno della terra patria, e la deposero nel comizio entro la fossa consacrata[173], quasi a costituirsi anche materialmente una patria comune. I coltivatori de’ campi vicini, non reggendo alle nimicizie di essa, vengono a chiedervi la protezione di qualche capocasa, e vi dimorano senza partecipare alle ragioni civili, come sarebbero nozze, podestà patria, suità, agnazione, gentilità, successioni legittime, testamenti e tutele.PLEBEConquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.COMIZJ TRIBUTIIn siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio. Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione. Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco, che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio, e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale disciplina, accanto alpopolode’ patrizj si collocarono trentacomunide’ plebei, che radunavansi in comizjtributi. Forse il patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava l’origine.COMIZJ CENTURIATIAcciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizjcenturiati. Pertanto,conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale, che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria; cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].GOVERNO ARISTOCRATICOVennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano ingiovanidai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito mobile; esenioridai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe, trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi più possedeva godea maggiordose di diritti civili, ma sopportava pesi maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti, e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’ servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo tempo consolare, compresa laprovocazionedi Valerio Publicola, o vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e ridurre la plebe alla condizione dei clientietruschi, per uscir dalla quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta il diritto della lancia (jus quiritium); soli essi possedono il territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che possiede entro i limiti cerimoniali.Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale, ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio stesso esercita i riti privati; se maledice uno (sacer esto), morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli, ed anche castigati d’impostura[176].La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo è indipendente (sui juris), e despoto sui famigliari; può vendere, battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se non in quanto èsuo del padre. Che non potrà un tal padre sopra le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (adversus hostem æterna auctoritas esto). Contro lui nessun’azione è data ai dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi pari dichiarano soltanto che ha operato male (improbe factum).In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge suprema.AMPLIAZIONE PLEBEAAccanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale, l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso, l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice, l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne, volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solole fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate, e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non avrebbe acquistato il mondo.CENSOIl territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma; e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente. La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed a ciascuno erano stati assegnati da Romolodue jugeri[180], che dopo la repubblica crebbero a sette.Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi cinti da nemici, che nelle frequentiguerre ne saccheggiavano la capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle artisordideprocacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il patrizio gli prestava sino al dodici per cento.AVIDITÀ PATRIZIACodesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che colla persona propria, cioè coll’intera famiglia (nexus)[181]. «Se scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia: se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia il ritengono, procacciagli un cavallo, non lalettiga. Il ricco garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito, giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia, pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là dal Tevere»[182].I NEXIPertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi, altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degliatroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera italiana.Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici, riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno, interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe, menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore, e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi, indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser romani».Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra i patrizj col nome di504Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola, eletto dittatore, riescono a chetare.RITIRATA SUL MONTE SACROI patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’ quali mandano a campo la plebe, promettendosospendere le esecuzioni contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre, giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle sul monte,493che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli, esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero il Comune plebeo[183].RITIRATA SUL MONTE SACROSenza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie, essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse erano confiscati pel tempio di Cerere, epotendo opporre ilvetoalle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’ Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che ricusassero obbedire ai consoli.Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a Giove tonante.TRIBUNII patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’agro, col qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie, le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisinel posto assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno; si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia sceglieva a speciale patrona.COLONIEIl senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo alla famiglia[184].LEGGE AGRARIAQuesta deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano lalegge agraria.Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i plebei a parte del territorio quiritario,fonte del pieno diritto civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità fra tutti.CORIOLANOIl senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia,491e costringerlo così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e rientrare in città.Ma il colpo è ferito: i tribuni hanno conosciuto la propria potenza, consistente nell’agitazione popolare; il patriziato non è più inviolabile; e accanto alle assemblee per curie sorgono i comizj per tribù, dove si giudica de’ patrizj stessi. I tribuni li convocano, e vi fanno proposizioni: primo passo a ottenere che anche la plebe s’ingerisca nella legislazione.Davanti ad essi comizj furono pertanto citati coloro che si opponevano alla legge agraria, Tito Menenio, Spurio Servilio, e perfino i consoli Furio e Manlio: ma ditale procedimento si sgomentarono i patrizj, e nel giorno del loro giudizio il tribuno Genuzio fu trovato morto nel suo letto.472Con arti siffatte i patrizj toglievano sovente di mezzo i più fermi oppositori.APPIO CLAUDIOPercosso il capo, stavano per isparpagliarsi i plebei e rassegnarsi al giogo, lasciandosi trascinare alla guerra, che dà sempre vigore alla tirannia; quando il plebeo Valerio ricusa il suo nome alla coscrizione. Un primo esempio basta spesso a grandi cose, e la plebe il seconda, lo nomina tribuno con Letorio, il quale diceva:—Io non so parlare; ma quel che una volta ho detto, so farlo. Domani adunatevi; e morrò sotto ai vostri occhi, o farò passare la legge». Ma i patrizj compajono all’adunanza cinti dai loro clienti, e l’inflessibile Appio Claudio fa respingere ancora la legge agraria. La plebe che fa? si lascia sconfiggere dai nemici, e sopporta la decimazione cui è condannata; ma Appio citato ai comizj tributi, non si sottrae alla sentenza del comune plebeo che col lasciarsi morir di fame.470La plebe stessa lo ossequiò a grand’onore, ammirando la fermezza, sebbene adoprata a suo danno.A che dunque si riducevano le pretensioni di questa plebe, che voi, o maestri, ci dipingete come riottosa avversaria de’ prischi eroi? A domandar di possedere e di aver nozze legittime e riconosciute come i nobili; e non già di potere sposarsi coi nobili, ma che i loro matrimonj non fossero semplici concubinati, e che i generali fossero non soltanto uomini[186]ma cittadini. I patrizj, al contrario, arrogando a sè soli i privilegi, facevano di tanto in tanto eleggere un dittatore, autoritàsuprema e dispotica che sospendeva le altre tutte, perfino la tribunizia; o mandavano il plebeo in guerra sotto l’assoluta disciplina; o quando nel fôro o nelle adunanze avesse gridato forte, lo punivano davanti ai tribunali, de’ quali restava ancora ad essi l’arbitrio. Il tribuno Lucio Icilio438ottenne che l’Aventino fosse abbandonato ai plebei, i quali vi ergessero le proprie abitazioni, quasi in una fortezza opposta a quella dei nobili sul Campidoglio; e in tale occasione introdottosi in senato, prese la parola, e cominciò il diritto che poi i tribuni si assicurarono fin di convocare quella assemblea.DENTATONè per questo la plebe dimenticavasi delle promesse; e confidente nella propria ragione, tornava a chiedere i diritti annessi ai poderi, e che si togliesse l’arbitrio ai magistrati coll’unificare la giurisdizione plebea e la patrizia, e stabilire una legge uniforme e resa pubblica. Alla perseveranza è serbata la vittoria. Sicinio Dentato, eroe in cenventi battaglie per quarant’anni, carico il petto di quarantacinque ferite, donato di quattordici corone civiche, tre murali, una ossidionale, ottantatre collane, censessanta braccialetti d’oro, diciotto aste, venticinque gualdrappe,451venne tribuno, e ottenne quel che da dieci anni si eludeva, cioè che, sospeso il consolato, fosse demandata a dieci personaggi l’autorità di formar leggi e di metterle in atto; due funzioni che l’antichità non soleva disgiungere.I DECEMVIRILa legislazione fu compiuta in dieci tavole; sentendovi però delle mancanze, onde formarne due altre si nominarono per l’anno successivo nuovi decemviri; ma questi, ch’erano ligi ai patrizj e ispirati da Appio Claudio Crassino (famiglia ostinatamente avversa al popolo), abusano del potere assoluto per sopraffare ed eternarsi il comando; inviano a morte il prode Dentato; per libidine Appio insidia alla figlia del plebeoVirginio, il quale per camparle l’onore la uccide; corso al campo, eccita i soldati a vendicarla; e il sangue di una casta fonda la libertà popolana, come quello di un’altra avea fondato la libertà patrizia. I plebei, raccolti sull’Aventino,449rielessero i tribuni e i consoli, che resero forza ordinata la democrazia.LE XII TAVOLEL’opera dei decemviri fu il codice intitolato Leggi delle XII Tavole, nella cui imperativa brevità si compila il diritto privato de’ Romani, fuso con quello degli altri popoli accomunati. Antica fama dà che queste leggi fossero raccolte in Grecia: ma già Polibio impugnava la somiglianza di esse colle ateniesi, ravvicinandole piuttosto a quelle di Cartagine[187]; e i confronti accertano che, se pure i compilatori visitarono la Grecia propria e la Magna, nulla ne imitarono nelle disposizioni essenziali e caratteristiche del diritto personale, nè tampoco nelle forme di procedura; solo accordandosi in oggetti per natura conformi, quale sarebbe il sospendere i giudizj al tramonto del sole, o che posano sopra un diritto assai più esteso; per non dir nulla di alcune minuzie intorno all’uso della proprietà, peresempio la distanza fra le siepi e i fossi di confine, fra quelle e le piantagioni. Del resto non orma delle leggi religiose di Grecia, non della variante democrazia attica, nè delle immobili costituzioni dei Dorici. A ragione dunque nelle XII Tavole noi cercammo le vestigia dell’antico diritto italico; giacchè esse, come ogni altro codice, non piantavano ordinamenti nuovi, ma invigorivano o modificavano gli antecedenti e durarono qual fondamento del diritto civile sino a Giustiniano, appunto perchè riepilogavano le credenze e i costumi nazionali.Roma, posta fra la rozzezza de’ montanari e la civiltà progredita degli Etruschi e dei Magni Greci, da un lato era spinta verso il procedimento di questa, dall’altro rattenuta nella stabilità dall’aristocrazia territoriale, conservatile delle costumanze avite. E chi analizzi le XII Tavole, arriva appunto a discendervi tre elementi: le vetuste consuetudini del Lazio, rigide e fiere; quelle dell’aristocrazia, eroicamente tiranna; e le libertà che i plebei reclamano e vengono ottenendo; e non che apparire formate d’un getto e con unica intenzione o scientifica o pratica, evidentemente rivelano il contrasto de’ patrizj che si ghermiscono all’antico privilegio aristocratico, e de’ plebei che cercano garanzie contro di quelli.Tu ascolti i primi là dove è sancito che «il possesso di due anni dia ragione sopra un fondo; che la frattura d’un osso si compensi con trecento assi; che matrimonio non si leghi fra patrizj e plebei; pena la morte contro gli attruppamenti notturni, o a chi farà incanti e malefizj, od avveleni; l’autore di canzoni infamatorie perisca di bastonate». Colle succitate minaccie contro i debitori e colle formole impreteribili, l’ignorar le quali impedisce di ottenere giustizia, si accoppia la voce popolare, chiedente sicurezza:La legge sia immobile, universale, senza privilegi. Il patrono che attenta a danno del cliente sia maledetto. Nessuno potrà esser privato della libertà. Il potente che rompe un membro al plebeo paghi venticinque libbre di rame; se non si compone col ferito abbia luogo il talione: cencinquanta assi chi rompe la mascella allo schiavo. Non si esiga oltre il dodici per cento d’interesse, e l’usurajo scoperto restituisca il quadruplo. Al debitore non si metta più di quindici libbre di catena. Chi cade schiavo per debiti non resti infame. Chi depone il falso venga dirupato dalla Tarpeja. Il testimonio che ricusa attestare la validità del contratto è improbo, e non può testare. L’insolubile possa esser fatto a pezzi, ma solo dopo presentato tre volte al magistrato in giorno di fiera; e i figli di esso rimangano liberi». S’ha timore che il nobile si vendichi ne’ giudizj? ebbene, il delitto capitale non potrà esser giudicato che dal popolo nei comizj centuriati; e il giudice corrotto muoja. Perchè i nobili toglievano le bestie a titolo di sacrifizio, la legge permette di prendere pegno sopra chi piglia una vittima senza pagare, e sotto pena della doppia restituzione vieta di consacrare agli Dei un oggetto in contestazione.Alla famiglia patriarcale e aristocratica tu vedi pian piano surrogarsi la libera. Il possesso d’una donna è dato non dalla compra, ma dalconsenso, dalgodimento, dallapossessioned’un anno, purchè non interrotta per tre notti; e la donna non rimane acquistata come cosa, ma in tutela, con libere nozze. Anche il figliuolo sarà emancipato con tre vendite, simulazione che attesta il servaggio, ma che lo rompe; e il figlio diventa esso pure padrefamiglia, nè più è collegato alla sua che da una specie di patronato, sinchè verrà tempo che la legge dovrà rammentare «anche il soldato esser tenutoa riguardi di pietà verso il genitore». Nè i beni saranno vincolati all’eredità necessaria, fatale, ma il padre testerà solennemente sui suoi e sulla tutela loro; cosicchè la proprietà, incatenata dapprima alla famiglia, si riduce mobile a seconda della individuale libertà, e bastano due anni a prescrivere il possesso dei fondi, uno al possesso dei mobili.Le leggi suntuarie, che il Vico supporrebbe introdotte soltanto quando i Romani ebbero imparato il lusso dai Greci, a noi non ripugna attribuirle a quei primi tempi, ma solo per frenare l’opulenza della classe inferiore, mentre a pontefici, auguri, nobili, che rappresentano gli Dei, era lecito sfoggiare ne’ sacrifizj pubblici e privati e nelle pompe funeree. «Non foggiate il rogo colla scure. Ai funerali, tre vesti di lutto, tre bende di porpora, dieci flautisti. Non raccogliete le ceneri de’ morti per farne più tardi le esequie. Non corona al morto se non l’abbia guadagnata col valore o col danaro, come poteva avvenire nelle corse con cavalli proprj. Non fare più d’un funerale all’estinto; non oro sul cadavere; ma se ha denti legati con filo d’oro, non glieli strappare. I morti non si sepelliscano o brucino in città»; perchè i sepolcri attribuivano una proprietà inviolabile.Il fatto capitale del diritto decemvirale è l’aver sancita l’eguaglianza civile, obbligando tutti alle medesime leggi pubbliche, patrizj o no, sacerdoti o magistrati: ma lunga stagione voleasi prima che la legge si riducesse un fatto. Imperocchè ancora nella famiglia rimaneva l’antica esclusione; ancora il patrizio solo manteneva il privilegio d’offrire i sacrifizj favorevoli e auspicati, e conosceva le formole, le quali erano ritenute indispensabili per autorare i giudizj.LE FORMOLEAnche il nostro fôro impone certe formalità, senza delle quali alcuni atti non sono legittimi, per esempio nelnumero de’ testimonj, nella tripla promulgazione delle nozze, nella firma, nella data ed altre prescrizioni dei testamenti; e la mancanza di certi riti notarili, di certe impugnazioni avvocatesche invalida le ragioni. Fra i Romani erano assai più, eseguendosi una specie di scena per ciascun atto legale, con tradizioni simboliche, con finta violenza. Per esempio, nelle nozze davasi alla sposa un anello di ferro; nel riceverla alla casa maritale, se gliene porgevano le chiavi; le si toglievano quando la si rinviasse ripudiata. Si contraeva impegno collo stringere il pugno; conchiudevasi il mandato (manu data) col dare la mano; denunziavasi il turbato possesso col lanciare una pietra contro il muro illegalmente eretto; s’interrompeva la prescrizione col rompere un ramoscello. Chi reclamava un mobile, lo pigliava colla mano; per adire un’eredità, l’erede facea scoccar le dita (digitis crepabat); si rincariva ad un’asta pubblica col sollevare un dito. Il debitore che rassegnava i suoi beni ai creditori, toglievasi e deponeva l’anello d’oro: per annunziare che lo schiavo posto in vendita non si garantiva, gli si poneva il cappello. Disputavasi della possessione d’un fondo? i due contendenti prendevansi le mani, fingevano una specie di lotta, e poi andavano a cercar una zolla del fondo contrastato. A questa corsa si sostituirono due formole: il pretore pronunziavaInite viam, un terzoRedite viam, supponendo incominciato e finito il viaggio nella sala d’udienza[188]. Per assumereuno in testimonio gli si diceva,Licet antistari?se rispondevaLicet, gli si replicavaMemento, toccandogli il lobo dell’orecchio. Il padrefamiglia emancipava un figlio dandogli uno schiaffo; rito rimastoci nella cresima.Da principio era arcano anche il calendario, che segnava in quali giorni si potesse aver udienza, in qualino, in quali per metà: e il plebeo che gl’ignorava, alle evidenti sue prove, ai giusti lamenti trovavasi opposta l’eccezione legale insuperabile, e in conseguenza non poteva presentarsi al tribunale se non per via d’un patrono, il quale lo istruisse de’ giorni fasti e nefasti, e delle precise cerimonie, con cui soltanto poteva trovar ascolto ed aver ragione.ROGAZIONE CANULEJASebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta nei comizj tributi (plebiscita) divennero obbligatorie anche pel nobile (Quod tributim plebs jussisset, populum teneret); nè vi erano necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale,414essendo tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi. Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari, capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto d’auspizj.LICINIO STOLONEEppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna, quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il quale iniziò una rivoluzioneincruenta, condotta per vie legali in modo da assodare la futura grandezza di Roma.366Propose egli una legge che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati; un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di dominio pubblico (ager), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo che Roma rimase lunga stagione senza magistrati,353-334ottennero che plebei entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato; potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore339Filone Publilio fu derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso, quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’ padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e un segretario d’Appio Claudio,305per cattivarsi il favor popolare, rese pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine, e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi». Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo, esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi dell’antico, sagrificavano ledonne d’incontaminata reputazione e d’un solo marito (univiræ?).Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo, del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata: alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi, autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della plebe.PLEBEI E NOBILI PAREGGIATIRoma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità, ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro, di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più non disimpareranno.

CAPITOLO VII.Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCAA rettamente intendere il passaggio dalla Roma regia alla consolare, nuoce la confusa interpretazione delle voci di re, popolo, repubblica, libertà costituzionale. Nè assoluti nè ereditarj erano quei re, bensì imbrigliati dal senato, dai patrizj, dal comune, dalle istituzioni religiose e naturali, dal legame delle clientele. La libertàdell’uomo rimaneva angustiata ne’ governi teocratici dell’Asia, ove tutto imponendosi come volontà di Dio, s’escludeva la discussione, e si teneva empietà il resistere e il disobbedire. Ma già i patrizj etruschi si discernevano dagli asiatici pel doppio carattere di sacerdoti e di guerrieri. Il Romano procede più innanzi; sommette la religione allo Stato, e sceverandosi dalla teocrazia, costituisce un corpo di cittadini,padrie fondatori della patria, i quali scelgonsi un capo (rex) affinchè li presieda quando essi deliberano, li meni alla battaglia, renda giustizia. Il patrizio medesimo può esser re, generale e pontefice: come re aduna il senato e il popolo, sentenzia anche de’ patrizj, ma con appello al popolo, cioè al Comune dei loro pari[170], e dispone del territorio dei vinti.Per popolo s’intendono le tre tribù, in cui riconoscemmo la forma consueta alle società antiche, costituite da comunanza d’origine. Due erano dapprima, dei Ramnesi e dei Tiziesi, vale a dire de’ Romani e de’ Sabini: Tullo Ostilio v’aggiunse la terza dei Luceri quando trasferì i vinti Albani sul monte Celio. L’accomunamento degli uomini estendevasi anche agli Dei, che furono accettati insieme; al Flamine diale e marziale si aggiunse il quirinale; le tre Vestali si crebbero a sei, dette delleminori genti, che era pure il titolo dei cento nuovi senatori aggiunti ai primi ducento, e che votavano con questi. Di siffatta importante innovazione si fa autore Tarquinio Prisco[171].TRIBÙCiascuna tribù divideasi in dieci curie, vorrei quasi dire parrochie, che probabilmente rappresentavano legenti diverse di cui componevasi la tribù. Però fra tutta una gente non sussisteva necessario vincolo di parentela e derivazione, siccome non sussiste da noi fra quelli che portano lo stesso cognome; e nella medesima gente alcuni erano nobili, altri plebei, sorti da matrimonj disuguali. Succedevano ai co-gentili che morissero intestati; attribuivano il loro nome agli affrancati, i quali rimanevano clienti.CURIEUn culto comune univa tutta una gente, come i Nauzj quel di Minerva, i Fabj quel di Sanco, i Fontejo quel di Fonto figlio di Giano in sul Gianicolo, di Ercole i Potizj, di Venere i Giulj, del Sole la sabina gente Ausalia; gli Orazj l’espiazione d’una sorella assassinata. Pertanto ciascuna curia aveva particolari giorni solenni, e sacrifizj a cui tutti i contribuli doveano assistere, seguiti da pasti comuni; e popolarmente eleggevansi un augure e un curione, preposto al culto.COMIZJIn principio due foggie di adunanze s’aveano: i comizjcuriatied il senato. Ne’ primi si radunava ciascuna gente, e vi aveano voto i patrizj delle trenta curie. Da ciascuna tribù, curia e gente si scelgono trecentopadri coscritti, formanti la curia maggiore, il senato; autorità legislativa, che poi si mantenne per qualunque mutare di governo.Le leggi riguardavano unicamente gli accomunati, non i forestieri; laonde ai cittadini di terre alleate era necessario un patrono per aver protezione dalle leggi vivendo, ed ottenere giustizia davanti ai tribunali di Roma. Di qualche cittadino pertanto si rendevano essi clienti; il che faceano pure antichi proprietarj sottomessi, e delinquenti, e servi fuggiaschi, e debitori, venuti come ad asilo presso i lari d’un nobile. Il patronato passava per eredità, e il cliente doveva obbedienza e amorevolezza al patrono, concorrere a pagare le ammende per esso, la dote allefiglie, il riscatto se prigioniero; non poteva citarlo nè esserne citato in giudizio, nè l’uno deporre testimonianza contro dell’altro. Al cliente mancava roba o professione? il patrono gli assegnava casa e due jugeri di terreno a precario[172]: moriva intestato? l’eredità di lui cadeva al patrono.Roma, non che escludesse gli elementi stranieri come faceano gli Ebrei e le altre società orientali, tendeva ad assimilarseli, nel che consistette la sua missione provvidenziale. Onde la leggenda riferiva che i primi venuti con Romolo portarono ciascuno un pugno della terra patria, e la deposero nel comizio entro la fossa consacrata[173], quasi a costituirsi anche materialmente una patria comune. I coltivatori de’ campi vicini, non reggendo alle nimicizie di essa, vengono a chiedervi la protezione di qualche capocasa, e vi dimorano senza partecipare alle ragioni civili, come sarebbero nozze, podestà patria, suità, agnazione, gentilità, successioni legittime, testamenti e tutele.PLEBEConquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.COMIZJ TRIBUTIIn siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio. Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione. Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco, che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio, e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale disciplina, accanto alpopolode’ patrizj si collocarono trentacomunide’ plebei, che radunavansi in comizjtributi. Forse il patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava l’origine.COMIZJ CENTURIATIAcciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizjcenturiati. Pertanto,conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale, che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria; cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].GOVERNO ARISTOCRATICOVennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano ingiovanidai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito mobile; esenioridai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe, trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi più possedeva godea maggiordose di diritti civili, ma sopportava pesi maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti, e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’ servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo tempo consolare, compresa laprovocazionedi Valerio Publicola, o vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e ridurre la plebe alla condizione dei clientietruschi, per uscir dalla quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta il diritto della lancia (jus quiritium); soli essi possedono il territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che possiede entro i limiti cerimoniali.Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale, ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio stesso esercita i riti privati; se maledice uno (sacer esto), morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli, ed anche castigati d’impostura[176].La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo è indipendente (sui juris), e despoto sui famigliari; può vendere, battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se non in quanto èsuo del padre. Che non potrà un tal padre sopra le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (adversus hostem æterna auctoritas esto). Contro lui nessun’azione è data ai dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi pari dichiarano soltanto che ha operato male (improbe factum).In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge suprema.AMPLIAZIONE PLEBEAAccanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale, l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso, l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice, l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne, volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solole fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate, e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non avrebbe acquistato il mondo.CENSOIl territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma; e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente. La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed a ciascuno erano stati assegnati da Romolodue jugeri[180], che dopo la repubblica crebbero a sette.Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi cinti da nemici, che nelle frequentiguerre ne saccheggiavano la capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle artisordideprocacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il patrizio gli prestava sino al dodici per cento.AVIDITÀ PATRIZIACodesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che colla persona propria, cioè coll’intera famiglia (nexus)[181]. «Se scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia: se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia il ritengono, procacciagli un cavallo, non lalettiga. Il ricco garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito, giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia, pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là dal Tevere»[182].I NEXIPertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi, altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degliatroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera italiana.Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici, riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno, interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe, menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore, e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi, indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser romani».Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra i patrizj col nome di504Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola, eletto dittatore, riescono a chetare.RITIRATA SUL MONTE SACROI patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’ quali mandano a campo la plebe, promettendosospendere le esecuzioni contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre, giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle sul monte,493che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli, esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero il Comune plebeo[183].RITIRATA SUL MONTE SACROSenza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie, essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse erano confiscati pel tempio di Cerere, epotendo opporre ilvetoalle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’ Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che ricusassero obbedire ai consoli.Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a Giove tonante.TRIBUNII patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’agro, col qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie, le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisinel posto assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno; si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia sceglieva a speciale patrona.COLONIEIl senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo alla famiglia[184].LEGGE AGRARIAQuesta deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano lalegge agraria.Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i plebei a parte del territorio quiritario,fonte del pieno diritto civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità fra tutti.CORIOLANOIl senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia,491e costringerlo così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e rientrare in città.Ma il colpo è ferito: i tribuni hanno conosciuto la propria potenza, consistente nell’agitazione popolare; il patriziato non è più inviolabile; e accanto alle assemblee per curie sorgono i comizj per tribù, dove si giudica de’ patrizj stessi. I tribuni li convocano, e vi fanno proposizioni: primo passo a ottenere che anche la plebe s’ingerisca nella legislazione.Davanti ad essi comizj furono pertanto citati coloro che si opponevano alla legge agraria, Tito Menenio, Spurio Servilio, e perfino i consoli Furio e Manlio: ma ditale procedimento si sgomentarono i patrizj, e nel giorno del loro giudizio il tribuno Genuzio fu trovato morto nel suo letto.472Con arti siffatte i patrizj toglievano sovente di mezzo i più fermi oppositori.APPIO CLAUDIOPercosso il capo, stavano per isparpagliarsi i plebei e rassegnarsi al giogo, lasciandosi trascinare alla guerra, che dà sempre vigore alla tirannia; quando il plebeo Valerio ricusa il suo nome alla coscrizione. Un primo esempio basta spesso a grandi cose, e la plebe il seconda, lo nomina tribuno con Letorio, il quale diceva:—Io non so parlare; ma quel che una volta ho detto, so farlo. Domani adunatevi; e morrò sotto ai vostri occhi, o farò passare la legge». Ma i patrizj compajono all’adunanza cinti dai loro clienti, e l’inflessibile Appio Claudio fa respingere ancora la legge agraria. La plebe che fa? si lascia sconfiggere dai nemici, e sopporta la decimazione cui è condannata; ma Appio citato ai comizj tributi, non si sottrae alla sentenza del comune plebeo che col lasciarsi morir di fame.470La plebe stessa lo ossequiò a grand’onore, ammirando la fermezza, sebbene adoprata a suo danno.A che dunque si riducevano le pretensioni di questa plebe, che voi, o maestri, ci dipingete come riottosa avversaria de’ prischi eroi? A domandar di possedere e di aver nozze legittime e riconosciute come i nobili; e non già di potere sposarsi coi nobili, ma che i loro matrimonj non fossero semplici concubinati, e che i generali fossero non soltanto uomini[186]ma cittadini. I patrizj, al contrario, arrogando a sè soli i privilegi, facevano di tanto in tanto eleggere un dittatore, autoritàsuprema e dispotica che sospendeva le altre tutte, perfino la tribunizia; o mandavano il plebeo in guerra sotto l’assoluta disciplina; o quando nel fôro o nelle adunanze avesse gridato forte, lo punivano davanti ai tribunali, de’ quali restava ancora ad essi l’arbitrio. Il tribuno Lucio Icilio438ottenne che l’Aventino fosse abbandonato ai plebei, i quali vi ergessero le proprie abitazioni, quasi in una fortezza opposta a quella dei nobili sul Campidoglio; e in tale occasione introdottosi in senato, prese la parola, e cominciò il diritto che poi i tribuni si assicurarono fin di convocare quella assemblea.DENTATONè per questo la plebe dimenticavasi delle promesse; e confidente nella propria ragione, tornava a chiedere i diritti annessi ai poderi, e che si togliesse l’arbitrio ai magistrati coll’unificare la giurisdizione plebea e la patrizia, e stabilire una legge uniforme e resa pubblica. Alla perseveranza è serbata la vittoria. Sicinio Dentato, eroe in cenventi battaglie per quarant’anni, carico il petto di quarantacinque ferite, donato di quattordici corone civiche, tre murali, una ossidionale, ottantatre collane, censessanta braccialetti d’oro, diciotto aste, venticinque gualdrappe,451venne tribuno, e ottenne quel che da dieci anni si eludeva, cioè che, sospeso il consolato, fosse demandata a dieci personaggi l’autorità di formar leggi e di metterle in atto; due funzioni che l’antichità non soleva disgiungere.I DECEMVIRILa legislazione fu compiuta in dieci tavole; sentendovi però delle mancanze, onde formarne due altre si nominarono per l’anno successivo nuovi decemviri; ma questi, ch’erano ligi ai patrizj e ispirati da Appio Claudio Crassino (famiglia ostinatamente avversa al popolo), abusano del potere assoluto per sopraffare ed eternarsi il comando; inviano a morte il prode Dentato; per libidine Appio insidia alla figlia del plebeoVirginio, il quale per camparle l’onore la uccide; corso al campo, eccita i soldati a vendicarla; e il sangue di una casta fonda la libertà popolana, come quello di un’altra avea fondato la libertà patrizia. I plebei, raccolti sull’Aventino,449rielessero i tribuni e i consoli, che resero forza ordinata la democrazia.LE XII TAVOLEL’opera dei decemviri fu il codice intitolato Leggi delle XII Tavole, nella cui imperativa brevità si compila il diritto privato de’ Romani, fuso con quello degli altri popoli accomunati. Antica fama dà che queste leggi fossero raccolte in Grecia: ma già Polibio impugnava la somiglianza di esse colle ateniesi, ravvicinandole piuttosto a quelle di Cartagine[187]; e i confronti accertano che, se pure i compilatori visitarono la Grecia propria e la Magna, nulla ne imitarono nelle disposizioni essenziali e caratteristiche del diritto personale, nè tampoco nelle forme di procedura; solo accordandosi in oggetti per natura conformi, quale sarebbe il sospendere i giudizj al tramonto del sole, o che posano sopra un diritto assai più esteso; per non dir nulla di alcune minuzie intorno all’uso della proprietà, peresempio la distanza fra le siepi e i fossi di confine, fra quelle e le piantagioni. Del resto non orma delle leggi religiose di Grecia, non della variante democrazia attica, nè delle immobili costituzioni dei Dorici. A ragione dunque nelle XII Tavole noi cercammo le vestigia dell’antico diritto italico; giacchè esse, come ogni altro codice, non piantavano ordinamenti nuovi, ma invigorivano o modificavano gli antecedenti e durarono qual fondamento del diritto civile sino a Giustiniano, appunto perchè riepilogavano le credenze e i costumi nazionali.Roma, posta fra la rozzezza de’ montanari e la civiltà progredita degli Etruschi e dei Magni Greci, da un lato era spinta verso il procedimento di questa, dall’altro rattenuta nella stabilità dall’aristocrazia territoriale, conservatile delle costumanze avite. E chi analizzi le XII Tavole, arriva appunto a discendervi tre elementi: le vetuste consuetudini del Lazio, rigide e fiere; quelle dell’aristocrazia, eroicamente tiranna; e le libertà che i plebei reclamano e vengono ottenendo; e non che apparire formate d’un getto e con unica intenzione o scientifica o pratica, evidentemente rivelano il contrasto de’ patrizj che si ghermiscono all’antico privilegio aristocratico, e de’ plebei che cercano garanzie contro di quelli.Tu ascolti i primi là dove è sancito che «il possesso di due anni dia ragione sopra un fondo; che la frattura d’un osso si compensi con trecento assi; che matrimonio non si leghi fra patrizj e plebei; pena la morte contro gli attruppamenti notturni, o a chi farà incanti e malefizj, od avveleni; l’autore di canzoni infamatorie perisca di bastonate». Colle succitate minaccie contro i debitori e colle formole impreteribili, l’ignorar le quali impedisce di ottenere giustizia, si accoppia la voce popolare, chiedente sicurezza:La legge sia immobile, universale, senza privilegi. Il patrono che attenta a danno del cliente sia maledetto. Nessuno potrà esser privato della libertà. Il potente che rompe un membro al plebeo paghi venticinque libbre di rame; se non si compone col ferito abbia luogo il talione: cencinquanta assi chi rompe la mascella allo schiavo. Non si esiga oltre il dodici per cento d’interesse, e l’usurajo scoperto restituisca il quadruplo. Al debitore non si metta più di quindici libbre di catena. Chi cade schiavo per debiti non resti infame. Chi depone il falso venga dirupato dalla Tarpeja. Il testimonio che ricusa attestare la validità del contratto è improbo, e non può testare. L’insolubile possa esser fatto a pezzi, ma solo dopo presentato tre volte al magistrato in giorno di fiera; e i figli di esso rimangano liberi». S’ha timore che il nobile si vendichi ne’ giudizj? ebbene, il delitto capitale non potrà esser giudicato che dal popolo nei comizj centuriati; e il giudice corrotto muoja. Perchè i nobili toglievano le bestie a titolo di sacrifizio, la legge permette di prendere pegno sopra chi piglia una vittima senza pagare, e sotto pena della doppia restituzione vieta di consacrare agli Dei un oggetto in contestazione.Alla famiglia patriarcale e aristocratica tu vedi pian piano surrogarsi la libera. Il possesso d’una donna è dato non dalla compra, ma dalconsenso, dalgodimento, dallapossessioned’un anno, purchè non interrotta per tre notti; e la donna non rimane acquistata come cosa, ma in tutela, con libere nozze. Anche il figliuolo sarà emancipato con tre vendite, simulazione che attesta il servaggio, ma che lo rompe; e il figlio diventa esso pure padrefamiglia, nè più è collegato alla sua che da una specie di patronato, sinchè verrà tempo che la legge dovrà rammentare «anche il soldato esser tenutoa riguardi di pietà verso il genitore». Nè i beni saranno vincolati all’eredità necessaria, fatale, ma il padre testerà solennemente sui suoi e sulla tutela loro; cosicchè la proprietà, incatenata dapprima alla famiglia, si riduce mobile a seconda della individuale libertà, e bastano due anni a prescrivere il possesso dei fondi, uno al possesso dei mobili.Le leggi suntuarie, che il Vico supporrebbe introdotte soltanto quando i Romani ebbero imparato il lusso dai Greci, a noi non ripugna attribuirle a quei primi tempi, ma solo per frenare l’opulenza della classe inferiore, mentre a pontefici, auguri, nobili, che rappresentano gli Dei, era lecito sfoggiare ne’ sacrifizj pubblici e privati e nelle pompe funeree. «Non foggiate il rogo colla scure. Ai funerali, tre vesti di lutto, tre bende di porpora, dieci flautisti. Non raccogliete le ceneri de’ morti per farne più tardi le esequie. Non corona al morto se non l’abbia guadagnata col valore o col danaro, come poteva avvenire nelle corse con cavalli proprj. Non fare più d’un funerale all’estinto; non oro sul cadavere; ma se ha denti legati con filo d’oro, non glieli strappare. I morti non si sepelliscano o brucino in città»; perchè i sepolcri attribuivano una proprietà inviolabile.Il fatto capitale del diritto decemvirale è l’aver sancita l’eguaglianza civile, obbligando tutti alle medesime leggi pubbliche, patrizj o no, sacerdoti o magistrati: ma lunga stagione voleasi prima che la legge si riducesse un fatto. Imperocchè ancora nella famiglia rimaneva l’antica esclusione; ancora il patrizio solo manteneva il privilegio d’offrire i sacrifizj favorevoli e auspicati, e conosceva le formole, le quali erano ritenute indispensabili per autorare i giudizj.LE FORMOLEAnche il nostro fôro impone certe formalità, senza delle quali alcuni atti non sono legittimi, per esempio nelnumero de’ testimonj, nella tripla promulgazione delle nozze, nella firma, nella data ed altre prescrizioni dei testamenti; e la mancanza di certi riti notarili, di certe impugnazioni avvocatesche invalida le ragioni. Fra i Romani erano assai più, eseguendosi una specie di scena per ciascun atto legale, con tradizioni simboliche, con finta violenza. Per esempio, nelle nozze davasi alla sposa un anello di ferro; nel riceverla alla casa maritale, se gliene porgevano le chiavi; le si toglievano quando la si rinviasse ripudiata. Si contraeva impegno collo stringere il pugno; conchiudevasi il mandato (manu data) col dare la mano; denunziavasi il turbato possesso col lanciare una pietra contro il muro illegalmente eretto; s’interrompeva la prescrizione col rompere un ramoscello. Chi reclamava un mobile, lo pigliava colla mano; per adire un’eredità, l’erede facea scoccar le dita (digitis crepabat); si rincariva ad un’asta pubblica col sollevare un dito. Il debitore che rassegnava i suoi beni ai creditori, toglievasi e deponeva l’anello d’oro: per annunziare che lo schiavo posto in vendita non si garantiva, gli si poneva il cappello. Disputavasi della possessione d’un fondo? i due contendenti prendevansi le mani, fingevano una specie di lotta, e poi andavano a cercar una zolla del fondo contrastato. A questa corsa si sostituirono due formole: il pretore pronunziavaInite viam, un terzoRedite viam, supponendo incominciato e finito il viaggio nella sala d’udienza[188]. Per assumereuno in testimonio gli si diceva,Licet antistari?se rispondevaLicet, gli si replicavaMemento, toccandogli il lobo dell’orecchio. Il padrefamiglia emancipava un figlio dandogli uno schiaffo; rito rimastoci nella cresima.Da principio era arcano anche il calendario, che segnava in quali giorni si potesse aver udienza, in qualino, in quali per metà: e il plebeo che gl’ignorava, alle evidenti sue prove, ai giusti lamenti trovavasi opposta l’eccezione legale insuperabile, e in conseguenza non poteva presentarsi al tribunale se non per via d’un patrono, il quale lo istruisse de’ giorni fasti e nefasti, e delle precise cerimonie, con cui soltanto poteva trovar ascolto ed aver ragione.ROGAZIONE CANULEJASebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta nei comizj tributi (plebiscita) divennero obbligatorie anche pel nobile (Quod tributim plebs jussisset, populum teneret); nè vi erano necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale,414essendo tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi. Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari, capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto d’auspizj.LICINIO STOLONEEppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna, quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il quale iniziò una rivoluzioneincruenta, condotta per vie legali in modo da assodare la futura grandezza di Roma.366Propose egli una legge che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati; un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di dominio pubblico (ager), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo che Roma rimase lunga stagione senza magistrati,353-334ottennero che plebei entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato; potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore339Filone Publilio fu derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso, quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’ padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e un segretario d’Appio Claudio,305per cattivarsi il favor popolare, rese pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine, e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi». Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo, esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi dell’antico, sagrificavano ledonne d’incontaminata reputazione e d’un solo marito (univiræ?).Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo, del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata: alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi, autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della plebe.PLEBEI E NOBILI PAREGGIATIRoma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità, ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro, di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più non disimpareranno.

Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.

CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCA

A rettamente intendere il passaggio dalla Roma regia alla consolare, nuoce la confusa interpretazione delle voci di re, popolo, repubblica, libertà costituzionale. Nè assoluti nè ereditarj erano quei re, bensì imbrigliati dal senato, dai patrizj, dal comune, dalle istituzioni religiose e naturali, dal legame delle clientele. La libertàdell’uomo rimaneva angustiata ne’ governi teocratici dell’Asia, ove tutto imponendosi come volontà di Dio, s’escludeva la discussione, e si teneva empietà il resistere e il disobbedire. Ma già i patrizj etruschi si discernevano dagli asiatici pel doppio carattere di sacerdoti e di guerrieri. Il Romano procede più innanzi; sommette la religione allo Stato, e sceverandosi dalla teocrazia, costituisce un corpo di cittadini,padrie fondatori della patria, i quali scelgonsi un capo (rex) affinchè li presieda quando essi deliberano, li meni alla battaglia, renda giustizia. Il patrizio medesimo può esser re, generale e pontefice: come re aduna il senato e il popolo, sentenzia anche de’ patrizj, ma con appello al popolo, cioè al Comune dei loro pari[170], e dispone del territorio dei vinti.

Per popolo s’intendono le tre tribù, in cui riconoscemmo la forma consueta alle società antiche, costituite da comunanza d’origine. Due erano dapprima, dei Ramnesi e dei Tiziesi, vale a dire de’ Romani e de’ Sabini: Tullo Ostilio v’aggiunse la terza dei Luceri quando trasferì i vinti Albani sul monte Celio. L’accomunamento degli uomini estendevasi anche agli Dei, che furono accettati insieme; al Flamine diale e marziale si aggiunse il quirinale; le tre Vestali si crebbero a sei, dette delleminori genti, che era pure il titolo dei cento nuovi senatori aggiunti ai primi ducento, e che votavano con questi. Di siffatta importante innovazione si fa autore Tarquinio Prisco[171].

TRIBÙ

Ciascuna tribù divideasi in dieci curie, vorrei quasi dire parrochie, che probabilmente rappresentavano legenti diverse di cui componevasi la tribù. Però fra tutta una gente non sussisteva necessario vincolo di parentela e derivazione, siccome non sussiste da noi fra quelli che portano lo stesso cognome; e nella medesima gente alcuni erano nobili, altri plebei, sorti da matrimonj disuguali. Succedevano ai co-gentili che morissero intestati; attribuivano il loro nome agli affrancati, i quali rimanevano clienti.

CURIE

Un culto comune univa tutta una gente, come i Nauzj quel di Minerva, i Fabj quel di Sanco, i Fontejo quel di Fonto figlio di Giano in sul Gianicolo, di Ercole i Potizj, di Venere i Giulj, del Sole la sabina gente Ausalia; gli Orazj l’espiazione d’una sorella assassinata. Pertanto ciascuna curia aveva particolari giorni solenni, e sacrifizj a cui tutti i contribuli doveano assistere, seguiti da pasti comuni; e popolarmente eleggevansi un augure e un curione, preposto al culto.

COMIZJ

In principio due foggie di adunanze s’aveano: i comizjcuriatied il senato. Ne’ primi si radunava ciascuna gente, e vi aveano voto i patrizj delle trenta curie. Da ciascuna tribù, curia e gente si scelgono trecentopadri coscritti, formanti la curia maggiore, il senato; autorità legislativa, che poi si mantenne per qualunque mutare di governo.

Le leggi riguardavano unicamente gli accomunati, non i forestieri; laonde ai cittadini di terre alleate era necessario un patrono per aver protezione dalle leggi vivendo, ed ottenere giustizia davanti ai tribunali di Roma. Di qualche cittadino pertanto si rendevano essi clienti; il che faceano pure antichi proprietarj sottomessi, e delinquenti, e servi fuggiaschi, e debitori, venuti come ad asilo presso i lari d’un nobile. Il patronato passava per eredità, e il cliente doveva obbedienza e amorevolezza al patrono, concorrere a pagare le ammende per esso, la dote allefiglie, il riscatto se prigioniero; non poteva citarlo nè esserne citato in giudizio, nè l’uno deporre testimonianza contro dell’altro. Al cliente mancava roba o professione? il patrono gli assegnava casa e due jugeri di terreno a precario[172]: moriva intestato? l’eredità di lui cadeva al patrono.

Roma, non che escludesse gli elementi stranieri come faceano gli Ebrei e le altre società orientali, tendeva ad assimilarseli, nel che consistette la sua missione provvidenziale. Onde la leggenda riferiva che i primi venuti con Romolo portarono ciascuno un pugno della terra patria, e la deposero nel comizio entro la fossa consacrata[173], quasi a costituirsi anche materialmente una patria comune. I coltivatori de’ campi vicini, non reggendo alle nimicizie di essa, vengono a chiedervi la protezione di qualche capocasa, e vi dimorano senza partecipare alle ragioni civili, come sarebbero nozze, podestà patria, suità, agnazione, gentilità, successioni legittime, testamenti e tutele.

PLEBE

Conquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.

COMIZJ TRIBUTI

In siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio. Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione. Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco, che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio, e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale disciplina, accanto alpopolode’ patrizj si collocarono trentacomunide’ plebei, che radunavansi in comizjtributi. Forse il patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava l’origine.

COMIZJ CENTURIATI

Acciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizjcenturiati. Pertanto,conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale, che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria; cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].

GOVERNO ARISTOCRATICO

Vennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano ingiovanidai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito mobile; esenioridai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe, trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi più possedeva godea maggiordose di diritti civili, ma sopportava pesi maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.

Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti, e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’ servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.

Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo tempo consolare, compresa laprovocazionedi Valerio Publicola, o vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e ridurre la plebe alla condizione dei clientietruschi, per uscir dalla quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta il diritto della lancia (jus quiritium); soli essi possedono il territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che possiede entro i limiti cerimoniali.

Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale, ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio stesso esercita i riti privati; se maledice uno (sacer esto), morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli, ed anche castigati d’impostura[176].

La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo è indipendente (sui juris), e despoto sui famigliari; può vendere, battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se non in quanto èsuo del padre. Che non potrà un tal padre sopra le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (adversus hostem æterna auctoritas esto). Contro lui nessun’azione è data ai dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi pari dichiarano soltanto che ha operato male (improbe factum).

In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge suprema.

AMPLIAZIONE PLEBEA

Accanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale, l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso, l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice, l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.

Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne, volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solole fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate, e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non avrebbe acquistato il mondo.

CENSO

Il territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma; e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente. La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed a ciascuno erano stati assegnati da Romolodue jugeri[180], che dopo la repubblica crebbero a sette.

Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi cinti da nemici, che nelle frequentiguerre ne saccheggiavano la capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle artisordideprocacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il patrizio gli prestava sino al dodici per cento.

AVIDITÀ PATRIZIA

Codesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che colla persona propria, cioè coll’intera famiglia (nexus)[181]. «Se scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia: se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia il ritengono, procacciagli un cavallo, non lalettiga. Il ricco garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito, giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia, pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là dal Tevere»[182].

I NEXI

Pertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi, altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degliatroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera italiana.

Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici, riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno, interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe, menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».

I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore, e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi, indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser romani».

Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra i patrizj col nome di504Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola, eletto dittatore, riescono a chetare.

RITIRATA SUL MONTE SACRO

I patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’ quali mandano a campo la plebe, promettendosospendere le esecuzioni contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre, giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle sul monte,493che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli, esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero il Comune plebeo[183].

RITIRATA SUL MONTE SACRO

Senza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie, essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse erano confiscati pel tempio di Cerere, epotendo opporre ilvetoalle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’ Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che ricusassero obbedire ai consoli.

Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a Giove tonante.

TRIBUNI

I patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’agro, col qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie, le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisinel posto assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno; si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia sceglieva a speciale patrona.

COLONIE

Il senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo alla famiglia[184].

LEGGE AGRARIA

Questa deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano lalegge agraria.

Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i plebei a parte del territorio quiritario,fonte del pieno diritto civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità fra tutti.

CORIOLANO

Il senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia,491e costringerlo così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e rientrare in città.

Ma il colpo è ferito: i tribuni hanno conosciuto la propria potenza, consistente nell’agitazione popolare; il patriziato non è più inviolabile; e accanto alle assemblee per curie sorgono i comizj per tribù, dove si giudica de’ patrizj stessi. I tribuni li convocano, e vi fanno proposizioni: primo passo a ottenere che anche la plebe s’ingerisca nella legislazione.

Davanti ad essi comizj furono pertanto citati coloro che si opponevano alla legge agraria, Tito Menenio, Spurio Servilio, e perfino i consoli Furio e Manlio: ma ditale procedimento si sgomentarono i patrizj, e nel giorno del loro giudizio il tribuno Genuzio fu trovato morto nel suo letto.472Con arti siffatte i patrizj toglievano sovente di mezzo i più fermi oppositori.

APPIO CLAUDIO

Percosso il capo, stavano per isparpagliarsi i plebei e rassegnarsi al giogo, lasciandosi trascinare alla guerra, che dà sempre vigore alla tirannia; quando il plebeo Valerio ricusa il suo nome alla coscrizione. Un primo esempio basta spesso a grandi cose, e la plebe il seconda, lo nomina tribuno con Letorio, il quale diceva:—Io non so parlare; ma quel che una volta ho detto, so farlo. Domani adunatevi; e morrò sotto ai vostri occhi, o farò passare la legge». Ma i patrizj compajono all’adunanza cinti dai loro clienti, e l’inflessibile Appio Claudio fa respingere ancora la legge agraria. La plebe che fa? si lascia sconfiggere dai nemici, e sopporta la decimazione cui è condannata; ma Appio citato ai comizj tributi, non si sottrae alla sentenza del comune plebeo che col lasciarsi morir di fame.470La plebe stessa lo ossequiò a grand’onore, ammirando la fermezza, sebbene adoprata a suo danno.

A che dunque si riducevano le pretensioni di questa plebe, che voi, o maestri, ci dipingete come riottosa avversaria de’ prischi eroi? A domandar di possedere e di aver nozze legittime e riconosciute come i nobili; e non già di potere sposarsi coi nobili, ma che i loro matrimonj non fossero semplici concubinati, e che i generali fossero non soltanto uomini[186]ma cittadini. I patrizj, al contrario, arrogando a sè soli i privilegi, facevano di tanto in tanto eleggere un dittatore, autoritàsuprema e dispotica che sospendeva le altre tutte, perfino la tribunizia; o mandavano il plebeo in guerra sotto l’assoluta disciplina; o quando nel fôro o nelle adunanze avesse gridato forte, lo punivano davanti ai tribunali, de’ quali restava ancora ad essi l’arbitrio. Il tribuno Lucio Icilio438ottenne che l’Aventino fosse abbandonato ai plebei, i quali vi ergessero le proprie abitazioni, quasi in una fortezza opposta a quella dei nobili sul Campidoglio; e in tale occasione introdottosi in senato, prese la parola, e cominciò il diritto che poi i tribuni si assicurarono fin di convocare quella assemblea.

DENTATO

Nè per questo la plebe dimenticavasi delle promesse; e confidente nella propria ragione, tornava a chiedere i diritti annessi ai poderi, e che si togliesse l’arbitrio ai magistrati coll’unificare la giurisdizione plebea e la patrizia, e stabilire una legge uniforme e resa pubblica. Alla perseveranza è serbata la vittoria. Sicinio Dentato, eroe in cenventi battaglie per quarant’anni, carico il petto di quarantacinque ferite, donato di quattordici corone civiche, tre murali, una ossidionale, ottantatre collane, censessanta braccialetti d’oro, diciotto aste, venticinque gualdrappe,451venne tribuno, e ottenne quel che da dieci anni si eludeva, cioè che, sospeso il consolato, fosse demandata a dieci personaggi l’autorità di formar leggi e di metterle in atto; due funzioni che l’antichità non soleva disgiungere.

I DECEMVIRI

La legislazione fu compiuta in dieci tavole; sentendovi però delle mancanze, onde formarne due altre si nominarono per l’anno successivo nuovi decemviri; ma questi, ch’erano ligi ai patrizj e ispirati da Appio Claudio Crassino (famiglia ostinatamente avversa al popolo), abusano del potere assoluto per sopraffare ed eternarsi il comando; inviano a morte il prode Dentato; per libidine Appio insidia alla figlia del plebeoVirginio, il quale per camparle l’onore la uccide; corso al campo, eccita i soldati a vendicarla; e il sangue di una casta fonda la libertà popolana, come quello di un’altra avea fondato la libertà patrizia. I plebei, raccolti sull’Aventino,449rielessero i tribuni e i consoli, che resero forza ordinata la democrazia.

LE XII TAVOLE

L’opera dei decemviri fu il codice intitolato Leggi delle XII Tavole, nella cui imperativa brevità si compila il diritto privato de’ Romani, fuso con quello degli altri popoli accomunati. Antica fama dà che queste leggi fossero raccolte in Grecia: ma già Polibio impugnava la somiglianza di esse colle ateniesi, ravvicinandole piuttosto a quelle di Cartagine[187]; e i confronti accertano che, se pure i compilatori visitarono la Grecia propria e la Magna, nulla ne imitarono nelle disposizioni essenziali e caratteristiche del diritto personale, nè tampoco nelle forme di procedura; solo accordandosi in oggetti per natura conformi, quale sarebbe il sospendere i giudizj al tramonto del sole, o che posano sopra un diritto assai più esteso; per non dir nulla di alcune minuzie intorno all’uso della proprietà, peresempio la distanza fra le siepi e i fossi di confine, fra quelle e le piantagioni. Del resto non orma delle leggi religiose di Grecia, non della variante democrazia attica, nè delle immobili costituzioni dei Dorici. A ragione dunque nelle XII Tavole noi cercammo le vestigia dell’antico diritto italico; giacchè esse, come ogni altro codice, non piantavano ordinamenti nuovi, ma invigorivano o modificavano gli antecedenti e durarono qual fondamento del diritto civile sino a Giustiniano, appunto perchè riepilogavano le credenze e i costumi nazionali.

Roma, posta fra la rozzezza de’ montanari e la civiltà progredita degli Etruschi e dei Magni Greci, da un lato era spinta verso il procedimento di questa, dall’altro rattenuta nella stabilità dall’aristocrazia territoriale, conservatile delle costumanze avite. E chi analizzi le XII Tavole, arriva appunto a discendervi tre elementi: le vetuste consuetudini del Lazio, rigide e fiere; quelle dell’aristocrazia, eroicamente tiranna; e le libertà che i plebei reclamano e vengono ottenendo; e non che apparire formate d’un getto e con unica intenzione o scientifica o pratica, evidentemente rivelano il contrasto de’ patrizj che si ghermiscono all’antico privilegio aristocratico, e de’ plebei che cercano garanzie contro di quelli.

Tu ascolti i primi là dove è sancito che «il possesso di due anni dia ragione sopra un fondo; che la frattura d’un osso si compensi con trecento assi; che matrimonio non si leghi fra patrizj e plebei; pena la morte contro gli attruppamenti notturni, o a chi farà incanti e malefizj, od avveleni; l’autore di canzoni infamatorie perisca di bastonate». Colle succitate minaccie contro i debitori e colle formole impreteribili, l’ignorar le quali impedisce di ottenere giustizia, si accoppia la voce popolare, chiedente sicurezza:La legge sia immobile, universale, senza privilegi. Il patrono che attenta a danno del cliente sia maledetto. Nessuno potrà esser privato della libertà. Il potente che rompe un membro al plebeo paghi venticinque libbre di rame; se non si compone col ferito abbia luogo il talione: cencinquanta assi chi rompe la mascella allo schiavo. Non si esiga oltre il dodici per cento d’interesse, e l’usurajo scoperto restituisca il quadruplo. Al debitore non si metta più di quindici libbre di catena. Chi cade schiavo per debiti non resti infame. Chi depone il falso venga dirupato dalla Tarpeja. Il testimonio che ricusa attestare la validità del contratto è improbo, e non può testare. L’insolubile possa esser fatto a pezzi, ma solo dopo presentato tre volte al magistrato in giorno di fiera; e i figli di esso rimangano liberi». S’ha timore che il nobile si vendichi ne’ giudizj? ebbene, il delitto capitale non potrà esser giudicato che dal popolo nei comizj centuriati; e il giudice corrotto muoja. Perchè i nobili toglievano le bestie a titolo di sacrifizio, la legge permette di prendere pegno sopra chi piglia una vittima senza pagare, e sotto pena della doppia restituzione vieta di consacrare agli Dei un oggetto in contestazione.

Alla famiglia patriarcale e aristocratica tu vedi pian piano surrogarsi la libera. Il possesso d’una donna è dato non dalla compra, ma dalconsenso, dalgodimento, dallapossessioned’un anno, purchè non interrotta per tre notti; e la donna non rimane acquistata come cosa, ma in tutela, con libere nozze. Anche il figliuolo sarà emancipato con tre vendite, simulazione che attesta il servaggio, ma che lo rompe; e il figlio diventa esso pure padrefamiglia, nè più è collegato alla sua che da una specie di patronato, sinchè verrà tempo che la legge dovrà rammentare «anche il soldato esser tenutoa riguardi di pietà verso il genitore». Nè i beni saranno vincolati all’eredità necessaria, fatale, ma il padre testerà solennemente sui suoi e sulla tutela loro; cosicchè la proprietà, incatenata dapprima alla famiglia, si riduce mobile a seconda della individuale libertà, e bastano due anni a prescrivere il possesso dei fondi, uno al possesso dei mobili.

Le leggi suntuarie, che il Vico supporrebbe introdotte soltanto quando i Romani ebbero imparato il lusso dai Greci, a noi non ripugna attribuirle a quei primi tempi, ma solo per frenare l’opulenza della classe inferiore, mentre a pontefici, auguri, nobili, che rappresentano gli Dei, era lecito sfoggiare ne’ sacrifizj pubblici e privati e nelle pompe funeree. «Non foggiate il rogo colla scure. Ai funerali, tre vesti di lutto, tre bende di porpora, dieci flautisti. Non raccogliete le ceneri de’ morti per farne più tardi le esequie. Non corona al morto se non l’abbia guadagnata col valore o col danaro, come poteva avvenire nelle corse con cavalli proprj. Non fare più d’un funerale all’estinto; non oro sul cadavere; ma se ha denti legati con filo d’oro, non glieli strappare. I morti non si sepelliscano o brucino in città»; perchè i sepolcri attribuivano una proprietà inviolabile.

Il fatto capitale del diritto decemvirale è l’aver sancita l’eguaglianza civile, obbligando tutti alle medesime leggi pubbliche, patrizj o no, sacerdoti o magistrati: ma lunga stagione voleasi prima che la legge si riducesse un fatto. Imperocchè ancora nella famiglia rimaneva l’antica esclusione; ancora il patrizio solo manteneva il privilegio d’offrire i sacrifizj favorevoli e auspicati, e conosceva le formole, le quali erano ritenute indispensabili per autorare i giudizj.

LE FORMOLE

Anche il nostro fôro impone certe formalità, senza delle quali alcuni atti non sono legittimi, per esempio nelnumero de’ testimonj, nella tripla promulgazione delle nozze, nella firma, nella data ed altre prescrizioni dei testamenti; e la mancanza di certi riti notarili, di certe impugnazioni avvocatesche invalida le ragioni. Fra i Romani erano assai più, eseguendosi una specie di scena per ciascun atto legale, con tradizioni simboliche, con finta violenza. Per esempio, nelle nozze davasi alla sposa un anello di ferro; nel riceverla alla casa maritale, se gliene porgevano le chiavi; le si toglievano quando la si rinviasse ripudiata. Si contraeva impegno collo stringere il pugno; conchiudevasi il mandato (manu data) col dare la mano; denunziavasi il turbato possesso col lanciare una pietra contro il muro illegalmente eretto; s’interrompeva la prescrizione col rompere un ramoscello. Chi reclamava un mobile, lo pigliava colla mano; per adire un’eredità, l’erede facea scoccar le dita (digitis crepabat); si rincariva ad un’asta pubblica col sollevare un dito. Il debitore che rassegnava i suoi beni ai creditori, toglievasi e deponeva l’anello d’oro: per annunziare che lo schiavo posto in vendita non si garantiva, gli si poneva il cappello. Disputavasi della possessione d’un fondo? i due contendenti prendevansi le mani, fingevano una specie di lotta, e poi andavano a cercar una zolla del fondo contrastato. A questa corsa si sostituirono due formole: il pretore pronunziavaInite viam, un terzoRedite viam, supponendo incominciato e finito il viaggio nella sala d’udienza[188]. Per assumereuno in testimonio gli si diceva,Licet antistari?se rispondevaLicet, gli si replicavaMemento, toccandogli il lobo dell’orecchio. Il padrefamiglia emancipava un figlio dandogli uno schiaffo; rito rimastoci nella cresima.

Da principio era arcano anche il calendario, che segnava in quali giorni si potesse aver udienza, in qualino, in quali per metà: e il plebeo che gl’ignorava, alle evidenti sue prove, ai giusti lamenti trovavasi opposta l’eccezione legale insuperabile, e in conseguenza non poteva presentarsi al tribunale se non per via d’un patrono, il quale lo istruisse de’ giorni fasti e nefasti, e delle precise cerimonie, con cui soltanto poteva trovar ascolto ed aver ragione.

ROGAZIONE CANULEJA

Sebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta nei comizj tributi (plebiscita) divennero obbligatorie anche pel nobile (Quod tributim plebs jussisset, populum teneret); nè vi erano necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale,414essendo tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi. Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari, capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto d’auspizj.

LICINIO STOLONE

Eppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna, quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il quale iniziò una rivoluzioneincruenta, condotta per vie legali in modo da assodare la futura grandezza di Roma.366Propose egli una legge che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati; un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di dominio pubblico (ager), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.

Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo che Roma rimase lunga stagione senza magistrati,353-334ottennero che plebei entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato; potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore339Filone Publilio fu derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso, quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’ padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e un segretario d’Appio Claudio,305per cattivarsi il favor popolare, rese pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.

Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine, e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi». Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo, esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi dell’antico, sagrificavano ledonne d’incontaminata reputazione e d’un solo marito (univiræ?).

Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo, del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata: alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi, autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della plebe.

PLEBEI E NOBILI PAREGGIATI

Roma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità, ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro, di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più non disimpareranno.


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