CAPITOLO XIV.

CAPITOLO XIV.I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi.Nella guerra d’Annibale, se erasi veduto sperperare il paese, Roma si assicurò il dominio sull’intera Italia, sui mari, su floride provincie; internamente il senato acquistava la preponderanza che i corpi governanti sogliono ottenere in tempo di guerra, e colla guerra voleva conservarla: e trovandosi omai sottoposta tutta l’Italia, volgeva lo sguardo verso l’Oriente.Accennammo come questo avesse mutato faccia per le conquiste d’Alessandro e per le successive discordie de’ suoi generali e successori (pag. 269). Fondarono essi molti regni anche in parti lontanissime; ma alla storia nostra basta rammentare quelli d’Egitto, di Siria, di Macedonia.In Egitto formarono dinastia i Tolomei di Lago, che innestando la greca civiltà sull’egizia, fecero rivivere in Alessandria parte del sapere che, dopo tanto splendore, erasi eclissato nell’Oriente e nella Grecia; raccolsero nel famoso Museo i libri e i dotti, i quali applicaronsi massimamente a que’ lavori di erudizione, che sottentrano allorchè cessò il genio del creare: intanto il commercio continuava a fiorire in quella città, così opportunamente situata fra l’Africa, l’Asia e l’Europa.Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati Mesopotamia, Media, Battriana,Assiria, e buona parte dell’Asia Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia, cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto, della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.ARTI BELLEQuell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni, fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità. Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoriaall’ispirazione, que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHEL’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole, con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò che non fosse dato dall’esperienza.Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’ mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò: o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva all’individuale benessere,a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da tutto ciò che può sovvertire la quiete.SCUOLE FILOSOFICHE GRECHEPer riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni, ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra quell’inflessibile loro modello.Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità. Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò che migliore le pareva, delle opinioni nessunaasseriva positivamente, tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.I SOFISTIIl decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta, al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà, togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso, rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.CARNEADEChiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene180e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore aRoma, ove della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).DOTTRINE D’EPICUROIn fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo, svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale: e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della patria avvenga che vuole.A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne, prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno; un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà, come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle vantate repubbliche, corrottiin opulenza lussuriosa e in costumi forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’ politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano micidiale ingerenza.LEGHE ACHEA ED ETOLIAPer riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati,284che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato, Cleomene, Filopémene.280La imitò la lega Etolia delle città della Beozia, della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre, federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra, giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi, violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che temere.Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra, nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero d’Alessandro. Macedonia,220Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci, avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela; e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansid’elementi eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro la Grecia;219onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia tra questa e la Macedonia.FILIPPOFilippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli, disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato, virtuoso capo della lega Achea, violentòdonne, portò strage a Creta e Messene,213turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che, per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso i Romani,211che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale (pag. 315).SECONDA GUERRA MACEDONICAIl senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no: ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto, colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il partito,200e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore; ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il tentativo.FLAMININOPer due anni vacillò la fortuna,198sinchè non venne al comando il console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’ suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci, dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si ricordassero degli antichi fattimagnanimi; fossero di nuovo quali erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se ne rideva e faceva di fatti.Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica insolita, più non navigò che a caso;197Flaminino gli dà battaglia, e la terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’ Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole, vincitore di Filippo e de’ Macedoni,196dichiarano liberi ed immuni i Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e Perrebi».Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo; si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria.Cantate, o Muse, il sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che, caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto, Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj, era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle, e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe, depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per metterceli al collo».Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia, tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che Boj e Liguri resistevano tuttora195a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli insorgeano.Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro vincitrice.SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDEAntioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia, essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva le adulazioni ond’era assordato;193e diede più volenteroso ascolto agli Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.ANTIOCO VINTOAntioco si governava nel modo più sciagurato, cioètentennando: ora restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva, e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo,191finalmente fu snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi, cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono il numero, e sconfissero il gran re,190uccidendogli cinquantamila uomini, prendendone centonovantamila.188Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro, ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva pagarle, e i trecencinquanta che doveva a reEumene; cedesse tutti gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale; condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro, che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».TRIONFIGlabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città, trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine accettò la pace, pagando cinquecento talenti;189e con essa Cefalonia e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone, ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni eradivenuta non la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico, sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti assimilandoli.FINE DI ANNIBALEDue nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco, Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici.184A lui diede ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore, e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio inerme gl’infamerà presso gli avvenire».183E col veleno si diè morte, l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione aloro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani, escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa, diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della propria impotenza, invaso da umor negro morì.PERSEO178Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani, pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia, vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi, parziali per Roma;lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj; dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine; s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila pedoni e cinquemila cavalli.TERZA GUERRA COLLA MACEDONIAI popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene, re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa. Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e delle repubbliche,173disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra prima che Roma vi fosse ben preparata.Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto, cacciò a strapazzo i commissarjdi Perseo: pure, quando si venne all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.PAOLO EMILIONasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria, e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli. Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla battaglia di Pidna168la potente falange macedone era ad un punto di sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro.Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre legioni».LA MACEDONIA SOTTOMESSALa Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno: ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi, carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè lasciarsi abbattere dalle sinistre».Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia, bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza,167settanta città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo come ostaggitutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più splendido trionfo che sin allora si fosse menato.PAOLO EMILIO TRIONFAPaolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore. Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio, altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento, un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso potesse ridurre i monarchi.MORTE DI PERSEOL’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi i rei fino al momento del supplizio,e sette giorni lasciato senza nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita. Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse, sicchè spossato morì.164Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati d’Alba.Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268]; ed esaltarono la gloria del gran popolo chedebellava i superbi e perdonava ai soggiogati.I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio Gallo,168fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che Roma è disposta a vendicarli in libertà».RODIAveva ella rimesso al fine della guerra il punire non solo quei che l’avevano sfavorita, ma quelli ancora che le si fossero mostrati meno zelanti. Per questo titolo Rodi avrebbe incontrato sorte eguale all’Epiro, se Catonenon avesse osato metter argine alla prepotenza. Questo severo censore perorò la causa dei legati romani, che in sordide vesti giravano supplicando per Roma; mostrò come quella gloriosa repubblica marittima avesse per Roma combattuto contro Filippo ed Antioco, nè si fosse proposto che di conservarsi indipendente.—Se augurò vittoria a Perseo, poteva essere altro il voto di chiunque vedesse nella caduta di lui la servitù comune? O che, punirete i desiderj? ma e voi come vi comportate allorchè ve ne torni il conto? Li chiamate superbi: vi rincresce dunque che altri lo sia al pari di noi?» Con siffatta franchezza ottenne che a Rodi fossero soltanto ritolte la Siria e la Caria, attribuitele già dalle spoglie d’Antioco. Perocchè questa repubblica, simile per tanti riguardi a Venezia, fu come quella danneggiata dal volere possedimenti in terraferma, i quali ne prepararono la rovina.PERGAMOEumene re di Pergamo, che pure si era spiegato nemico di Perseo sino a fare da spia ai Romani, fu ripagato d’ingratitudine dal senato, che, insospettito degli incrementi di lui, ne trasferì la corona al fratello Attalo II.157Prusia re di Ritinia, cui nulla costava l’avvilirsi, venne in persona a fare le sue discolpe; e col capo raso e berretto da liberto, prosternato alla soglia della curia, esclamava:—Salvete, o numi conservatori; ecco un liberto vostro, pronto ad ogni combattimento». Con tali abjezioni, e col lasciare in ostaggio suo figlio, serbò la corona. Massinissa, il vecchio re di Numidia, mandò egli pure suo figliuolo a querelarsi col senato di due cose: la prima, che avesse da lui pregato soccorsi, mentre aveva diritto d’imporglieli; l’altra, che avesse voluto pagargli il grano somministrato, mentre della sua corona la proprietà apparteneva al popolo re, a lui bastava l’usufrutto.L’EGITTOPensate se queste ed altre vigliaccherie dei re attizzavanol’orgoglio insolente dei Romani! E da quell’ora essi concepirono l’idea di diventare signori del mondo, rinunziando al personaggio di arbitri, sostenuto fin là. Con tale sentimento guardavano gli altri successori d’Alessandro, pigliando assunto d’infiacchirli durante la pace, perchè fossero inetti a difendersi quando provocati in guerra. I Tolomei d’Egitto e gli Antiochi di Siria facevansi tra loro guerra or sorda or aperta, e Roma vi soffiava, e chiamata o no intrometteasi. Quando essa mandò201ad annunziare alla Corte d’Alessandria le sue vittorie e la pace co’ Cartaginesi, i tutori del fanciullo Tolomeo V Epifane posero questo in tutela del senato romano, che l’accettò e affidolla a Marco Lepido, poi ad Aristomene. Ma il giovane mal riuscì, e a ventott’anni periva, lasciando due figliuoli, che poco stante si spartirono il regno, Tolomeo Filometore164prendendosi l’Egitto e Cipro, e Tolomeo Fiscone ottenendo Cirene e la Libia. Presto vennero a baruffe; e il Filometore, costretto a fuggire, approdò in Italia, ed in meschino arnese, pedestre, polverulento entrò in Roma, e vi prese alloggio nella casipola d’un pittore alessandrino. Il senato ne avea gusto, pur finse di fargli scuse di quel trattamento, e l’invitò a venire in veste più conveniente ad esporre le sue querele: udite le quali, entrò di mezzo a riconciliare i fratelli, e per allora lasciò l’Egitto respirare sotto il Filometore.AGONIA DELLA GRECIALa Grecia era in dipendenza di fatto ma non di nome, e Roma aspirava ornai a ridurla provincia. Caldi d’ammirazione per sentimento dell’armonica bellezza onde fu privilegiato quel paese, e mossi dalla somiglianza di glorie e di sventure col nostro, siam côlti di pietà meditabonda all’agonia sua, alle umiliazioni, agli oltraggi, traverso ai quali arrivò all’ultima ora. Se qualche vigore restituì alla lega Achea Filopemene, dopo di lui essa più non mostrossi che odiosa o spregevole,alternando servile compiacenza al senato romano con ridicole disperazioni, quasi volesse da sè privarsi della compassione che la generosità attira su chi è destinato a perire. La vittoria dei Romani aveva resi audaci ad ogni eccesso i fautori loro, gente avara ed impertinente, come quella che si sentiva sostenuta in ogni caso dai vincitori. Chi resistesse, chi generoso amasse la patria e ne propugnasse i diritti, chi osasse contraddire ai commissarj stranieri, veniva denunziato a Roma.CALLICRATETra questi venduti primeggiava di potenza e viltà Callicrate ateniese, uno di quei demagoghi, la cui morale consiste nell’ottenere denaro e gradi; e secondo lo stile de’ pari suoi, denigrava chiunque lo superasse di merito; e sulle piazze non men che nelle arringhe, non sapeva che gridare:—Costui ha dato favore a Perseo: quest’altro s’è lasciato comprare dall’oro nemico». Due commissarj furono spediti alla lega Achea, acciocchè istruissero il processo di questi accusati; e uno di essi arrivò a tanto da proporre all’assemblea,—Condannate a morte i fautori di Perseo, ed io dappoi li nominerò». Parve pazzamente furibonda la domanda, e gli Achei si limitarono a promettere li condannerebbero qualora non potessero giustificarsi.—Poichè il promettete (ripigliò il commissario), dico che tutti i vostri capitani e generali, e quanti sostennero cariche nella repubblica vostra, sono macchiati di tale delitto».A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma. V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma». Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che Callicrate aveva denunziati, intimò andassero aRoma a scagionarsi. Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città, senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate deputazioni dell’Acaja.Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli, che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore, al nemico della patria.167-150Diciassett’anni que’ deportati continuarono a sollecitare un giudizio, e udire vanti dellaromana equità: finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci, ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia, la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse,159poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedoniaa far ragione delle querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.PSEUDO-FILIPPO152Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani. Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono, il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione. Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto, servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega; col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le armi romane andarono più d’una volta sconfitte;148sinchè Andrisco fu novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.DECIO GIULIO SILLANOAnche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio Metello147sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio, lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea perduto la virtù.Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione della Macedonia.GRECIA RIDOTTA A PROVINCIALe sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda; esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo, Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta, il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavanoesser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse facilmente presso Scarfia;147e alcuni invocarono la clemenza del vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura, di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti, giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro; onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».Sbigottita dall’incendio di Corinto, la Lega più non pensò nè a resistere al vincitore, nè a placarlo. I collegati furono raccolti in vasta spianata, cinti dalle legioni romane; e dopo rimasti alcun tempo in terribile aspettazione, udironsi intimare che i Corintj e i servi sarebbero venduti schiavi, gli altri Achei andassero prosciolti. Nè le città che aveano sostenuto gli stranieri, salvarono le mura: il governo popolare fu abolito, e tutta Grecia ridotta a provincia, benchè alcune città staccate, come Atene, mantenessero alcuna ombra di libertà.LA SIRIAEra omai decisa anche la sorte degli altri regni usciti da quello d’Alessandro. La Siria fioriva ancora delle belle provincie della Comagene, della Cirrestica,della Seleucide, della Palmirene; nelle ricche valli tra l’Antilibano e il Mediterraneo cresceano Antiochia, Seleucia, Laodicea, Apamea; e nel deserto Palmira, emporio alle carovane fra l’India e l’Europa. Antioco Epifane, figlio d’Antioco il Grande, era stato allevato a Roma come ostaggio;174e venuto re, cercò combinare il fasto patrio colla repubblicana famigliarità de’ Romani, ma non riusci che a rendersi oggetto d’odio e di sprezzo. Carezzò i Romani pur odiandoli; guerreggiò prosperamente l’Egitto, che gli disputava la Palestina e la Celesiria; prese Pelusio, e invece di sterminarne gli abitanti, perdonò, col che indusse molte città a soggettarglisi: avuto in mano Tolomeo Filometore, lo trattò cortesemente; poi giovandosi delle costui inimicizie col fratello Fiscone, stava per unire alla Siria l’Egitto, quando Popilio Lena,170ambasciadore romano, gl’intimò:—Devi abbandonare le conquiste». E chiedendo egli tempo a deliberare, Lena colla mazza gli descrisse un cerchio attorno, e—Non uscirai di questo prima di risolvere». Antioco dovette cedere, e agli ambasciadori ch’egli spedì, il senato rispose si congratulava che avesse obbedito; e per patto di pace gl’ingiunse di cedere Cipro e Pelusio.ANTIOCO EPIFANEIl tributo che la Siria doveva a Roma, era un nulla a petto ai regali con cui era costretta adescarsi fautori nella gran metropoli, ove tutto diveniva venale. Tiberio Gracco, spedito dal senato a sindacare i re e gli Stati d’Oriente, dovette concepire d’Antioco tanto maggiore disprezzo, quanto più questi s’umiliava per ingrazianirlo, portandosi seco più da schiavo che da re, cedendogli la reggia, esibendogli fin la propria corona: onde potè assicurare il senato che nulla aveva a temere dal re di Siria.Per quante ricchezze Antioco avesse acquistate nell’Egitto, e gliene procacciassero gli amici e le provincied’Oriente, volgevano però sempre in peggio le sue finanze, onde per risanguarle avea ricorso ai tesori dei tempj, spediente sempre pericoloso. Erasi anche avversato i sudditi colla smania di alterarne i costumi nazionali, e d’introdurre il culto greco, non per zelo religioso, ma perchè più adatto alle pompe, dietro cui egli andava pazzo.169Per ciò gli si ribellarono molte provincie, e massime gli Ebrei, popolo custode della intemerata tradizione, che all’invasore prepotente oppose la devota magnanimità de’ Macabei.DEMETRIO164Morto Antioco, la discordia sevì, e Roma si diede aria di togliere in protezione il fanciullo Demetrio Solero, figlio di Seleuco IV, e nominò tre tutori al re di Siria, come avea fatto a quel d’Egitto. Se lo scopo del senato non fosse già manifesto, lo rese evidente l’ordinare a que’ tutori bruciassero tutte le navi d’una certa portata, e tagliassero i garetti a tutti gli elefanti. A Demetrio poi, quando chiese di passare da Roma in Siria, il senato disdisse la domanda; ma egli fuggì sopra una nave cartaginese, e fece proclamarsi re. Sebbene protestasse non operare che in nome della repubblica romana, questa ne stava in apprensione, e spediva agenti a vigilarlo: ma, o soddisfatta de’ suoi portamenti, o piuttosto perchè non le convenisse romperla seco, il riconobbe re.Demetrio, anelante a battaglie, inimicossi i re d’Egitto e di Pergamo, dispiacque a’ proprj sudditi per gli stravizzi a cui si sfrenò: onde formossi una vasta congiura, alla quale egli soccombette. I suoi successori precipitarono di mal in peggio: intanto i Parti avevano occupata l’Asia Superiore fino all’Eufrate, gli Ebrei si erano riscossi dalla dipendenza, talchè il gran regno si limitava alla Siria propria ed alla Fenicia: e da questo momento la storia dei Seleucidi più non presenta che uno sciagurato intrecciarsi di guerre civili, dissensionidomestiche, enormi crudeltà, che ai Romani avvicinavano l’istante di stendere la mano anche su quel regno, e farsene una nuova provincia.

CAPITOLO XIV.I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi.Nella guerra d’Annibale, se erasi veduto sperperare il paese, Roma si assicurò il dominio sull’intera Italia, sui mari, su floride provincie; internamente il senato acquistava la preponderanza che i corpi governanti sogliono ottenere in tempo di guerra, e colla guerra voleva conservarla: e trovandosi omai sottoposta tutta l’Italia, volgeva lo sguardo verso l’Oriente.Accennammo come questo avesse mutato faccia per le conquiste d’Alessandro e per le successive discordie de’ suoi generali e successori (pag. 269). Fondarono essi molti regni anche in parti lontanissime; ma alla storia nostra basta rammentare quelli d’Egitto, di Siria, di Macedonia.In Egitto formarono dinastia i Tolomei di Lago, che innestando la greca civiltà sull’egizia, fecero rivivere in Alessandria parte del sapere che, dopo tanto splendore, erasi eclissato nell’Oriente e nella Grecia; raccolsero nel famoso Museo i libri e i dotti, i quali applicaronsi massimamente a que’ lavori di erudizione, che sottentrano allorchè cessò il genio del creare: intanto il commercio continuava a fiorire in quella città, così opportunamente situata fra l’Africa, l’Asia e l’Europa.Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati Mesopotamia, Media, Battriana,Assiria, e buona parte dell’Asia Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia, cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto, della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.ARTI BELLEQuell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni, fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità. Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoriaall’ispirazione, que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHEL’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole, con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò che non fosse dato dall’esperienza.Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’ mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò: o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva all’individuale benessere,a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da tutto ciò che può sovvertire la quiete.SCUOLE FILOSOFICHE GRECHEPer riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni, ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra quell’inflessibile loro modello.Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità. Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò che migliore le pareva, delle opinioni nessunaasseriva positivamente, tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.I SOFISTIIl decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta, al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà, togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso, rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.CARNEADEChiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene180e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore aRoma, ove della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).DOTTRINE D’EPICUROIn fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo, svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale: e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della patria avvenga che vuole.A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne, prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno; un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà, come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle vantate repubbliche, corrottiin opulenza lussuriosa e in costumi forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’ politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano micidiale ingerenza.LEGHE ACHEA ED ETOLIAPer riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati,284che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato, Cleomene, Filopémene.280La imitò la lega Etolia delle città della Beozia, della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre, federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra, giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi, violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che temere.Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra, nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero d’Alessandro. Macedonia,220Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci, avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela; e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansid’elementi eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro la Grecia;219onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia tra questa e la Macedonia.FILIPPOFilippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli, disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato, virtuoso capo della lega Achea, violentòdonne, portò strage a Creta e Messene,213turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che, per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso i Romani,211che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale (pag. 315).SECONDA GUERRA MACEDONICAIl senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no: ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto, colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il partito,200e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore; ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il tentativo.FLAMININOPer due anni vacillò la fortuna,198sinchè non venne al comando il console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’ suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci, dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si ricordassero degli antichi fattimagnanimi; fossero di nuovo quali erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se ne rideva e faceva di fatti.Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica insolita, più non navigò che a caso;197Flaminino gli dà battaglia, e la terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’ Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole, vincitore di Filippo e de’ Macedoni,196dichiarano liberi ed immuni i Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e Perrebi».Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo; si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria.Cantate, o Muse, il sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che, caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto, Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj, era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle, e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe, depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per metterceli al collo».Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia, tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che Boj e Liguri resistevano tuttora195a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli insorgeano.Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro vincitrice.SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDEAntioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia, essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva le adulazioni ond’era assordato;193e diede più volenteroso ascolto agli Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.ANTIOCO VINTOAntioco si governava nel modo più sciagurato, cioètentennando: ora restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva, e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo,191finalmente fu snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi, cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono il numero, e sconfissero il gran re,190uccidendogli cinquantamila uomini, prendendone centonovantamila.188Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro, ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva pagarle, e i trecencinquanta che doveva a reEumene; cedesse tutti gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale; condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro, che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».TRIONFIGlabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città, trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine accettò la pace, pagando cinquecento talenti;189e con essa Cefalonia e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone, ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni eradivenuta non la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico, sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti assimilandoli.FINE DI ANNIBALEDue nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco, Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici.184A lui diede ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore, e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio inerme gl’infamerà presso gli avvenire».183E col veleno si diè morte, l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione aloro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani, escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa, diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della propria impotenza, invaso da umor negro morì.PERSEO178Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani, pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia, vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi, parziali per Roma;lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj; dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine; s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila pedoni e cinquemila cavalli.TERZA GUERRA COLLA MACEDONIAI popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene, re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa. Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e delle repubbliche,173disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra prima che Roma vi fosse ben preparata.Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto, cacciò a strapazzo i commissarjdi Perseo: pure, quando si venne all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.PAOLO EMILIONasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria, e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli. Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla battaglia di Pidna168la potente falange macedone era ad un punto di sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro.Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre legioni».LA MACEDONIA SOTTOMESSALa Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno: ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi, carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè lasciarsi abbattere dalle sinistre».Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia, bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza,167settanta città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo come ostaggitutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più splendido trionfo che sin allora si fosse menato.PAOLO EMILIO TRIONFAPaolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore. Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio, altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento, un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso potesse ridurre i monarchi.MORTE DI PERSEOL’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi i rei fino al momento del supplizio,e sette giorni lasciato senza nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita. Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse, sicchè spossato morì.164Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati d’Alba.Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268]; ed esaltarono la gloria del gran popolo chedebellava i superbi e perdonava ai soggiogati.I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio Gallo,168fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che Roma è disposta a vendicarli in libertà».RODIAveva ella rimesso al fine della guerra il punire non solo quei che l’avevano sfavorita, ma quelli ancora che le si fossero mostrati meno zelanti. Per questo titolo Rodi avrebbe incontrato sorte eguale all’Epiro, se Catonenon avesse osato metter argine alla prepotenza. Questo severo censore perorò la causa dei legati romani, che in sordide vesti giravano supplicando per Roma; mostrò come quella gloriosa repubblica marittima avesse per Roma combattuto contro Filippo ed Antioco, nè si fosse proposto che di conservarsi indipendente.—Se augurò vittoria a Perseo, poteva essere altro il voto di chiunque vedesse nella caduta di lui la servitù comune? O che, punirete i desiderj? ma e voi come vi comportate allorchè ve ne torni il conto? Li chiamate superbi: vi rincresce dunque che altri lo sia al pari di noi?» Con siffatta franchezza ottenne che a Rodi fossero soltanto ritolte la Siria e la Caria, attribuitele già dalle spoglie d’Antioco. Perocchè questa repubblica, simile per tanti riguardi a Venezia, fu come quella danneggiata dal volere possedimenti in terraferma, i quali ne prepararono la rovina.PERGAMOEumene re di Pergamo, che pure si era spiegato nemico di Perseo sino a fare da spia ai Romani, fu ripagato d’ingratitudine dal senato, che, insospettito degli incrementi di lui, ne trasferì la corona al fratello Attalo II.157Prusia re di Ritinia, cui nulla costava l’avvilirsi, venne in persona a fare le sue discolpe; e col capo raso e berretto da liberto, prosternato alla soglia della curia, esclamava:—Salvete, o numi conservatori; ecco un liberto vostro, pronto ad ogni combattimento». Con tali abjezioni, e col lasciare in ostaggio suo figlio, serbò la corona. Massinissa, il vecchio re di Numidia, mandò egli pure suo figliuolo a querelarsi col senato di due cose: la prima, che avesse da lui pregato soccorsi, mentre aveva diritto d’imporglieli; l’altra, che avesse voluto pagargli il grano somministrato, mentre della sua corona la proprietà apparteneva al popolo re, a lui bastava l’usufrutto.L’EGITTOPensate se queste ed altre vigliaccherie dei re attizzavanol’orgoglio insolente dei Romani! E da quell’ora essi concepirono l’idea di diventare signori del mondo, rinunziando al personaggio di arbitri, sostenuto fin là. Con tale sentimento guardavano gli altri successori d’Alessandro, pigliando assunto d’infiacchirli durante la pace, perchè fossero inetti a difendersi quando provocati in guerra. I Tolomei d’Egitto e gli Antiochi di Siria facevansi tra loro guerra or sorda or aperta, e Roma vi soffiava, e chiamata o no intrometteasi. Quando essa mandò201ad annunziare alla Corte d’Alessandria le sue vittorie e la pace co’ Cartaginesi, i tutori del fanciullo Tolomeo V Epifane posero questo in tutela del senato romano, che l’accettò e affidolla a Marco Lepido, poi ad Aristomene. Ma il giovane mal riuscì, e a ventott’anni periva, lasciando due figliuoli, che poco stante si spartirono il regno, Tolomeo Filometore164prendendosi l’Egitto e Cipro, e Tolomeo Fiscone ottenendo Cirene e la Libia. Presto vennero a baruffe; e il Filometore, costretto a fuggire, approdò in Italia, ed in meschino arnese, pedestre, polverulento entrò in Roma, e vi prese alloggio nella casipola d’un pittore alessandrino. Il senato ne avea gusto, pur finse di fargli scuse di quel trattamento, e l’invitò a venire in veste più conveniente ad esporre le sue querele: udite le quali, entrò di mezzo a riconciliare i fratelli, e per allora lasciò l’Egitto respirare sotto il Filometore.AGONIA DELLA GRECIALa Grecia era in dipendenza di fatto ma non di nome, e Roma aspirava ornai a ridurla provincia. Caldi d’ammirazione per sentimento dell’armonica bellezza onde fu privilegiato quel paese, e mossi dalla somiglianza di glorie e di sventure col nostro, siam côlti di pietà meditabonda all’agonia sua, alle umiliazioni, agli oltraggi, traverso ai quali arrivò all’ultima ora. Se qualche vigore restituì alla lega Achea Filopemene, dopo di lui essa più non mostrossi che odiosa o spregevole,alternando servile compiacenza al senato romano con ridicole disperazioni, quasi volesse da sè privarsi della compassione che la generosità attira su chi è destinato a perire. La vittoria dei Romani aveva resi audaci ad ogni eccesso i fautori loro, gente avara ed impertinente, come quella che si sentiva sostenuta in ogni caso dai vincitori. Chi resistesse, chi generoso amasse la patria e ne propugnasse i diritti, chi osasse contraddire ai commissarj stranieri, veniva denunziato a Roma.CALLICRATETra questi venduti primeggiava di potenza e viltà Callicrate ateniese, uno di quei demagoghi, la cui morale consiste nell’ottenere denaro e gradi; e secondo lo stile de’ pari suoi, denigrava chiunque lo superasse di merito; e sulle piazze non men che nelle arringhe, non sapeva che gridare:—Costui ha dato favore a Perseo: quest’altro s’è lasciato comprare dall’oro nemico». Due commissarj furono spediti alla lega Achea, acciocchè istruissero il processo di questi accusati; e uno di essi arrivò a tanto da proporre all’assemblea,—Condannate a morte i fautori di Perseo, ed io dappoi li nominerò». Parve pazzamente furibonda la domanda, e gli Achei si limitarono a promettere li condannerebbero qualora non potessero giustificarsi.—Poichè il promettete (ripigliò il commissario), dico che tutti i vostri capitani e generali, e quanti sostennero cariche nella repubblica vostra, sono macchiati di tale delitto».A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma. V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma». Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che Callicrate aveva denunziati, intimò andassero aRoma a scagionarsi. Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città, senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate deputazioni dell’Acaja.Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli, che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore, al nemico della patria.167-150Diciassett’anni que’ deportati continuarono a sollecitare un giudizio, e udire vanti dellaromana equità: finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci, ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia, la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse,159poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedoniaa far ragione delle querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.PSEUDO-FILIPPO152Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani. Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono, il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione. Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto, servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega; col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le armi romane andarono più d’una volta sconfitte;148sinchè Andrisco fu novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.DECIO GIULIO SILLANOAnche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio Metello147sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio, lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea perduto la virtù.Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione della Macedonia.GRECIA RIDOTTA A PROVINCIALe sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda; esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo, Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta, il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavanoesser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse facilmente presso Scarfia;147e alcuni invocarono la clemenza del vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura, di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti, giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro; onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».Sbigottita dall’incendio di Corinto, la Lega più non pensò nè a resistere al vincitore, nè a placarlo. I collegati furono raccolti in vasta spianata, cinti dalle legioni romane; e dopo rimasti alcun tempo in terribile aspettazione, udironsi intimare che i Corintj e i servi sarebbero venduti schiavi, gli altri Achei andassero prosciolti. Nè le città che aveano sostenuto gli stranieri, salvarono le mura: il governo popolare fu abolito, e tutta Grecia ridotta a provincia, benchè alcune città staccate, come Atene, mantenessero alcuna ombra di libertà.LA SIRIAEra omai decisa anche la sorte degli altri regni usciti da quello d’Alessandro. La Siria fioriva ancora delle belle provincie della Comagene, della Cirrestica,della Seleucide, della Palmirene; nelle ricche valli tra l’Antilibano e il Mediterraneo cresceano Antiochia, Seleucia, Laodicea, Apamea; e nel deserto Palmira, emporio alle carovane fra l’India e l’Europa. Antioco Epifane, figlio d’Antioco il Grande, era stato allevato a Roma come ostaggio;174e venuto re, cercò combinare il fasto patrio colla repubblicana famigliarità de’ Romani, ma non riusci che a rendersi oggetto d’odio e di sprezzo. Carezzò i Romani pur odiandoli; guerreggiò prosperamente l’Egitto, che gli disputava la Palestina e la Celesiria; prese Pelusio, e invece di sterminarne gli abitanti, perdonò, col che indusse molte città a soggettarglisi: avuto in mano Tolomeo Filometore, lo trattò cortesemente; poi giovandosi delle costui inimicizie col fratello Fiscone, stava per unire alla Siria l’Egitto, quando Popilio Lena,170ambasciadore romano, gl’intimò:—Devi abbandonare le conquiste». E chiedendo egli tempo a deliberare, Lena colla mazza gli descrisse un cerchio attorno, e—Non uscirai di questo prima di risolvere». Antioco dovette cedere, e agli ambasciadori ch’egli spedì, il senato rispose si congratulava che avesse obbedito; e per patto di pace gl’ingiunse di cedere Cipro e Pelusio.ANTIOCO EPIFANEIl tributo che la Siria doveva a Roma, era un nulla a petto ai regali con cui era costretta adescarsi fautori nella gran metropoli, ove tutto diveniva venale. Tiberio Gracco, spedito dal senato a sindacare i re e gli Stati d’Oriente, dovette concepire d’Antioco tanto maggiore disprezzo, quanto più questi s’umiliava per ingrazianirlo, portandosi seco più da schiavo che da re, cedendogli la reggia, esibendogli fin la propria corona: onde potè assicurare il senato che nulla aveva a temere dal re di Siria.Per quante ricchezze Antioco avesse acquistate nell’Egitto, e gliene procacciassero gli amici e le provincied’Oriente, volgevano però sempre in peggio le sue finanze, onde per risanguarle avea ricorso ai tesori dei tempj, spediente sempre pericoloso. Erasi anche avversato i sudditi colla smania di alterarne i costumi nazionali, e d’introdurre il culto greco, non per zelo religioso, ma perchè più adatto alle pompe, dietro cui egli andava pazzo.169Per ciò gli si ribellarono molte provincie, e massime gli Ebrei, popolo custode della intemerata tradizione, che all’invasore prepotente oppose la devota magnanimità de’ Macabei.DEMETRIO164Morto Antioco, la discordia sevì, e Roma si diede aria di togliere in protezione il fanciullo Demetrio Solero, figlio di Seleuco IV, e nominò tre tutori al re di Siria, come avea fatto a quel d’Egitto. Se lo scopo del senato non fosse già manifesto, lo rese evidente l’ordinare a que’ tutori bruciassero tutte le navi d’una certa portata, e tagliassero i garetti a tutti gli elefanti. A Demetrio poi, quando chiese di passare da Roma in Siria, il senato disdisse la domanda; ma egli fuggì sopra una nave cartaginese, e fece proclamarsi re. Sebbene protestasse non operare che in nome della repubblica romana, questa ne stava in apprensione, e spediva agenti a vigilarlo: ma, o soddisfatta de’ suoi portamenti, o piuttosto perchè non le convenisse romperla seco, il riconobbe re.Demetrio, anelante a battaglie, inimicossi i re d’Egitto e di Pergamo, dispiacque a’ proprj sudditi per gli stravizzi a cui si sfrenò: onde formossi una vasta congiura, alla quale egli soccombette. I suoi successori precipitarono di mal in peggio: intanto i Parti avevano occupata l’Asia Superiore fino all’Eufrate, gli Ebrei si erano riscossi dalla dipendenza, talchè il gran regno si limitava alla Siria propria ed alla Fenicia: e da questo momento la storia dei Seleucidi più non presenta che uno sciagurato intrecciarsi di guerre civili, dissensionidomestiche, enormi crudeltà, che ai Romani avvicinavano l’istante di stendere la mano anche su quel regno, e farsene una nuova provincia.

I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi.

Nella guerra d’Annibale, se erasi veduto sperperare il paese, Roma si assicurò il dominio sull’intera Italia, sui mari, su floride provincie; internamente il senato acquistava la preponderanza che i corpi governanti sogliono ottenere in tempo di guerra, e colla guerra voleva conservarla: e trovandosi omai sottoposta tutta l’Italia, volgeva lo sguardo verso l’Oriente.

Accennammo come questo avesse mutato faccia per le conquiste d’Alessandro e per le successive discordie de’ suoi generali e successori (pag. 269). Fondarono essi molti regni anche in parti lontanissime; ma alla storia nostra basta rammentare quelli d’Egitto, di Siria, di Macedonia.

In Egitto formarono dinastia i Tolomei di Lago, che innestando la greca civiltà sull’egizia, fecero rivivere in Alessandria parte del sapere che, dopo tanto splendore, erasi eclissato nell’Oriente e nella Grecia; raccolsero nel famoso Museo i libri e i dotti, i quali applicaronsi massimamente a que’ lavori di erudizione, che sottentrano allorchè cessò il genio del creare: intanto il commercio continuava a fiorire in quella città, così opportunamente situata fra l’Africa, l’Asia e l’Europa.

Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati Mesopotamia, Media, Battriana,Assiria, e buona parte dell’Asia Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia, cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto, della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.

La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.

ARTI BELLE

Quell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni, fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità. Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoriaall’ispirazione, que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.

SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHE

L’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole, con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò che non fosse dato dall’esperienza.

Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’ mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò: o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva all’individuale benessere,a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da tutto ciò che può sovvertire la quiete.

SCUOLE FILOSOFICHE GRECHE

Per riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni, ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra quell’inflessibile loro modello.

Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.

Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità. Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò che migliore le pareva, delle opinioni nessunaasseriva positivamente, tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.

I SOFISTI

Il decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta, al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà, togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso, rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.

CARNEADE

Chiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene180e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore aRoma, ove della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).

DOTTRINE D’EPICURO

In fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo, svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale: e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della patria avvenga che vuole.

A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne, prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno; un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà, come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle vantate repubbliche, corrottiin opulenza lussuriosa e in costumi forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’ politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano micidiale ingerenza.

LEGHE ACHEA ED ETOLIA

Per riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati,284che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato, Cleomene, Filopémene.280La imitò la lega Etolia delle città della Beozia, della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre, federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra, giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi, violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che temere.

Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra, nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero d’Alessandro. Macedonia,220Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci, avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela; e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansid’elementi eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.

Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro la Grecia;219onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia tra questa e la Macedonia.

FILIPPO

Filippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli, disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato, virtuoso capo della lega Achea, violentòdonne, portò strage a Creta e Messene,213turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che, per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso i Romani,211che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale (pag. 315).

SECONDA GUERRA MACEDONICA

Il senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no: ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto, colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il partito,200e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore; ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il tentativo.

FLAMININO

Per due anni vacillò la fortuna,198sinchè non venne al comando il console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’ suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci, dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si ricordassero degli antichi fattimagnanimi; fossero di nuovo quali erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se ne rideva e faceva di fatti.

Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica insolita, più non navigò che a caso;197Flaminino gli dà battaglia, e la terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’ Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole, vincitore di Filippo e de’ Macedoni,196dichiarano liberi ed immuni i Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e Perrebi».

Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo; si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria.Cantate, o Muse, il sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che, caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.

Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto, Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj, era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle, e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe, depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per metterceli al collo».

Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia, tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che Boj e Liguri resistevano tuttora195a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli insorgeano.Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro vincitrice.

SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDE

Antioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia, essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva le adulazioni ond’era assordato;193e diede più volenteroso ascolto agli Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.

ANTIOCO VINTO

Antioco si governava nel modo più sciagurato, cioètentennando: ora restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva, e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo,191finalmente fu snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi, cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono il numero, e sconfissero il gran re,190uccidendogli cinquantamila uomini, prendendone centonovantamila.

188Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro, ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva pagarle, e i trecencinquanta che doveva a reEumene; cedesse tutti gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale; condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro, che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».

TRIONFI

Glabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città, trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine accettò la pace, pagando cinquecento talenti;189e con essa Cefalonia e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone, ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.

Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni eradivenuta non la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico, sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti assimilandoli.

FINE DI ANNIBALE

Due nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco, Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici.184A lui diede ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore, e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio inerme gl’infamerà presso gli avvenire».183E col veleno si diè morte, l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.

Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione aloro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani, escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa, diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della propria impotenza, invaso da umor negro morì.

PERSEO

178Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani, pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia, vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi, parziali per Roma;lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj; dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine; s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila pedoni e cinquemila cavalli.

TERZA GUERRA COLLA MACEDONIA

I popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene, re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa. Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e delle repubbliche,173disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra prima che Roma vi fosse ben preparata.

Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto, cacciò a strapazzo i commissarjdi Perseo: pure, quando si venne all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.

PAOLO EMILIO

Nasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria, e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli. Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».

Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla battaglia di Pidna168la potente falange macedone era ad un punto di sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro.Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre legioni».

LA MACEDONIA SOTTOMESSA

La Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno: ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi, carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè lasciarsi abbattere dalle sinistre».

Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia, bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza,167settanta città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo come ostaggitutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più splendido trionfo che sin allora si fosse menato.

PAOLO EMILIO TRIONFA

Paolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore. Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio, altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento, un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso potesse ridurre i monarchi.

MORTE DI PERSEO

L’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi i rei fino al momento del supplizio,e sette giorni lasciato senza nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita. Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse, sicchè spossato morì.164Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati d’Alba.

Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268]; ed esaltarono la gloria del gran popolo chedebellava i superbi e perdonava ai soggiogati.

I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio Gallo,168fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che Roma è disposta a vendicarli in libertà».

RODI

Aveva ella rimesso al fine della guerra il punire non solo quei che l’avevano sfavorita, ma quelli ancora che le si fossero mostrati meno zelanti. Per questo titolo Rodi avrebbe incontrato sorte eguale all’Epiro, se Catonenon avesse osato metter argine alla prepotenza. Questo severo censore perorò la causa dei legati romani, che in sordide vesti giravano supplicando per Roma; mostrò come quella gloriosa repubblica marittima avesse per Roma combattuto contro Filippo ed Antioco, nè si fosse proposto che di conservarsi indipendente.—Se augurò vittoria a Perseo, poteva essere altro il voto di chiunque vedesse nella caduta di lui la servitù comune? O che, punirete i desiderj? ma e voi come vi comportate allorchè ve ne torni il conto? Li chiamate superbi: vi rincresce dunque che altri lo sia al pari di noi?» Con siffatta franchezza ottenne che a Rodi fossero soltanto ritolte la Siria e la Caria, attribuitele già dalle spoglie d’Antioco. Perocchè questa repubblica, simile per tanti riguardi a Venezia, fu come quella danneggiata dal volere possedimenti in terraferma, i quali ne prepararono la rovina.

PERGAMO

Eumene re di Pergamo, che pure si era spiegato nemico di Perseo sino a fare da spia ai Romani, fu ripagato d’ingratitudine dal senato, che, insospettito degli incrementi di lui, ne trasferì la corona al fratello Attalo II.157Prusia re di Ritinia, cui nulla costava l’avvilirsi, venne in persona a fare le sue discolpe; e col capo raso e berretto da liberto, prosternato alla soglia della curia, esclamava:—Salvete, o numi conservatori; ecco un liberto vostro, pronto ad ogni combattimento». Con tali abjezioni, e col lasciare in ostaggio suo figlio, serbò la corona. Massinissa, il vecchio re di Numidia, mandò egli pure suo figliuolo a querelarsi col senato di due cose: la prima, che avesse da lui pregato soccorsi, mentre aveva diritto d’imporglieli; l’altra, che avesse voluto pagargli il grano somministrato, mentre della sua corona la proprietà apparteneva al popolo re, a lui bastava l’usufrutto.

L’EGITTO

Pensate se queste ed altre vigliaccherie dei re attizzavanol’orgoglio insolente dei Romani! E da quell’ora essi concepirono l’idea di diventare signori del mondo, rinunziando al personaggio di arbitri, sostenuto fin là. Con tale sentimento guardavano gli altri successori d’Alessandro, pigliando assunto d’infiacchirli durante la pace, perchè fossero inetti a difendersi quando provocati in guerra. I Tolomei d’Egitto e gli Antiochi di Siria facevansi tra loro guerra or sorda or aperta, e Roma vi soffiava, e chiamata o no intrometteasi. Quando essa mandò201ad annunziare alla Corte d’Alessandria le sue vittorie e la pace co’ Cartaginesi, i tutori del fanciullo Tolomeo V Epifane posero questo in tutela del senato romano, che l’accettò e affidolla a Marco Lepido, poi ad Aristomene. Ma il giovane mal riuscì, e a ventott’anni periva, lasciando due figliuoli, che poco stante si spartirono il regno, Tolomeo Filometore164prendendosi l’Egitto e Cipro, e Tolomeo Fiscone ottenendo Cirene e la Libia. Presto vennero a baruffe; e il Filometore, costretto a fuggire, approdò in Italia, ed in meschino arnese, pedestre, polverulento entrò in Roma, e vi prese alloggio nella casipola d’un pittore alessandrino. Il senato ne avea gusto, pur finse di fargli scuse di quel trattamento, e l’invitò a venire in veste più conveniente ad esporre le sue querele: udite le quali, entrò di mezzo a riconciliare i fratelli, e per allora lasciò l’Egitto respirare sotto il Filometore.

AGONIA DELLA GRECIA

La Grecia era in dipendenza di fatto ma non di nome, e Roma aspirava ornai a ridurla provincia. Caldi d’ammirazione per sentimento dell’armonica bellezza onde fu privilegiato quel paese, e mossi dalla somiglianza di glorie e di sventure col nostro, siam côlti di pietà meditabonda all’agonia sua, alle umiliazioni, agli oltraggi, traverso ai quali arrivò all’ultima ora. Se qualche vigore restituì alla lega Achea Filopemene, dopo di lui essa più non mostrossi che odiosa o spregevole,alternando servile compiacenza al senato romano con ridicole disperazioni, quasi volesse da sè privarsi della compassione che la generosità attira su chi è destinato a perire. La vittoria dei Romani aveva resi audaci ad ogni eccesso i fautori loro, gente avara ed impertinente, come quella che si sentiva sostenuta in ogni caso dai vincitori. Chi resistesse, chi generoso amasse la patria e ne propugnasse i diritti, chi osasse contraddire ai commissarj stranieri, veniva denunziato a Roma.

CALLICRATE

Tra questi venduti primeggiava di potenza e viltà Callicrate ateniese, uno di quei demagoghi, la cui morale consiste nell’ottenere denaro e gradi; e secondo lo stile de’ pari suoi, denigrava chiunque lo superasse di merito; e sulle piazze non men che nelle arringhe, non sapeva che gridare:—Costui ha dato favore a Perseo: quest’altro s’è lasciato comprare dall’oro nemico». Due commissarj furono spediti alla lega Achea, acciocchè istruissero il processo di questi accusati; e uno di essi arrivò a tanto da proporre all’assemblea,—Condannate a morte i fautori di Perseo, ed io dappoi li nominerò». Parve pazzamente furibonda la domanda, e gli Achei si limitarono a promettere li condannerebbero qualora non potessero giustificarsi.—Poichè il promettete (ripigliò il commissario), dico che tutti i vostri capitani e generali, e quanti sostennero cariche nella repubblica vostra, sono macchiati di tale delitto».

A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma. V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma». Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che Callicrate aveva denunziati, intimò andassero aRoma a scagionarsi. Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città, senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate deputazioni dell’Acaja.

Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli, che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore, al nemico della patria.167-150Diciassett’anni que’ deportati continuarono a sollecitare un giudizio, e udire vanti dellaromana equità: finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci, ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.

I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia, la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse,159poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedoniaa far ragione delle querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.

PSEUDO-FILIPPO

152Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani. Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono, il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione. Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto, servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega; col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le armi romane andarono più d’una volta sconfitte;148sinchè Andrisco fu novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.

DECIO GIULIO SILLANO

Anche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio Metello147sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio, lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea perduto la virtù.

Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione della Macedonia.

GRECIA RIDOTTA A PROVINCIA

Le sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda; esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo, Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta, il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavanoesser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse facilmente presso Scarfia;147e alcuni invocarono la clemenza del vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura, di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti, giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro; onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».

Sbigottita dall’incendio di Corinto, la Lega più non pensò nè a resistere al vincitore, nè a placarlo. I collegati furono raccolti in vasta spianata, cinti dalle legioni romane; e dopo rimasti alcun tempo in terribile aspettazione, udironsi intimare che i Corintj e i servi sarebbero venduti schiavi, gli altri Achei andassero prosciolti. Nè le città che aveano sostenuto gli stranieri, salvarono le mura: il governo popolare fu abolito, e tutta Grecia ridotta a provincia, benchè alcune città staccate, come Atene, mantenessero alcuna ombra di libertà.

LA SIRIA

Era omai decisa anche la sorte degli altri regni usciti da quello d’Alessandro. La Siria fioriva ancora delle belle provincie della Comagene, della Cirrestica,della Seleucide, della Palmirene; nelle ricche valli tra l’Antilibano e il Mediterraneo cresceano Antiochia, Seleucia, Laodicea, Apamea; e nel deserto Palmira, emporio alle carovane fra l’India e l’Europa. Antioco Epifane, figlio d’Antioco il Grande, era stato allevato a Roma come ostaggio;174e venuto re, cercò combinare il fasto patrio colla repubblicana famigliarità de’ Romani, ma non riusci che a rendersi oggetto d’odio e di sprezzo. Carezzò i Romani pur odiandoli; guerreggiò prosperamente l’Egitto, che gli disputava la Palestina e la Celesiria; prese Pelusio, e invece di sterminarne gli abitanti, perdonò, col che indusse molte città a soggettarglisi: avuto in mano Tolomeo Filometore, lo trattò cortesemente; poi giovandosi delle costui inimicizie col fratello Fiscone, stava per unire alla Siria l’Egitto, quando Popilio Lena,170ambasciadore romano, gl’intimò:—Devi abbandonare le conquiste». E chiedendo egli tempo a deliberare, Lena colla mazza gli descrisse un cerchio attorno, e—Non uscirai di questo prima di risolvere». Antioco dovette cedere, e agli ambasciadori ch’egli spedì, il senato rispose si congratulava che avesse obbedito; e per patto di pace gl’ingiunse di cedere Cipro e Pelusio.

ANTIOCO EPIFANE

Il tributo che la Siria doveva a Roma, era un nulla a petto ai regali con cui era costretta adescarsi fautori nella gran metropoli, ove tutto diveniva venale. Tiberio Gracco, spedito dal senato a sindacare i re e gli Stati d’Oriente, dovette concepire d’Antioco tanto maggiore disprezzo, quanto più questi s’umiliava per ingrazianirlo, portandosi seco più da schiavo che da re, cedendogli la reggia, esibendogli fin la propria corona: onde potè assicurare il senato che nulla aveva a temere dal re di Siria.

Per quante ricchezze Antioco avesse acquistate nell’Egitto, e gliene procacciassero gli amici e le provincied’Oriente, volgevano però sempre in peggio le sue finanze, onde per risanguarle avea ricorso ai tesori dei tempj, spediente sempre pericoloso. Erasi anche avversato i sudditi colla smania di alterarne i costumi nazionali, e d’introdurre il culto greco, non per zelo religioso, ma perchè più adatto alle pompe, dietro cui egli andava pazzo.169Per ciò gli si ribellarono molte provincie, e massime gli Ebrei, popolo custode della intemerata tradizione, che all’invasore prepotente oppose la devota magnanimità de’ Macabei.

DEMETRIO

164Morto Antioco, la discordia sevì, e Roma si diede aria di togliere in protezione il fanciullo Demetrio Solero, figlio di Seleuco IV, e nominò tre tutori al re di Siria, come avea fatto a quel d’Egitto. Se lo scopo del senato non fosse già manifesto, lo rese evidente l’ordinare a que’ tutori bruciassero tutte le navi d’una certa portata, e tagliassero i garetti a tutti gli elefanti. A Demetrio poi, quando chiese di passare da Roma in Siria, il senato disdisse la domanda; ma egli fuggì sopra una nave cartaginese, e fece proclamarsi re. Sebbene protestasse non operare che in nome della repubblica romana, questa ne stava in apprensione, e spediva agenti a vigilarlo: ma, o soddisfatta de’ suoi portamenti, o piuttosto perchè non le convenisse romperla seco, il riconobbe re.

Demetrio, anelante a battaglie, inimicossi i re d’Egitto e di Pergamo, dispiacque a’ proprj sudditi per gli stravizzi a cui si sfrenò: onde formossi una vasta congiura, alla quale egli soccombette. I suoi successori precipitarono di mal in peggio: intanto i Parti avevano occupata l’Asia Superiore fino all’Eufrate, gli Ebrei si erano riscossi dalla dipendenza, talchè il gran regno si limitava alla Siria propria ed alla Fenicia: e da questo momento la storia dei Seleucidi più non presenta che uno sciagurato intrecciarsi di guerre civili, dissensionidomestiche, enormi crudeltà, che ai Romani avvicinavano l’istante di stendere la mano anche su quel regno, e farsene una nuova provincia.


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