CAPITOLO XVIII.Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno, l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come sono la leggeelettorale e l’estensione del diritto di suffragio, i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale; e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per numero, per opinione, per istituti.DEI POSSESSIIl vero patriziato, quel che non riconosceva alla plebe matrimonj legali e famiglia, che riduceva schiavo il debitore, e fin lo tagliava a pezzi, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; e i nati nobili (ingenui) restavano distinti soltanto pel vantaggio che assicurano l’illustre casato e la tradizione di avite clientele. D’abolire questa nobiltà non fu mai discorso; e a che pro tentarlo, quando non reggevasi che sopra l’opinione? La differenza di stato derivava dalla proprietà; e il plebeo, pari in diritti al nobile, soccombeva a questo perchè sfornito dei mezzi onde farli valere, e ridotto a vivere delle limosine di quello o delle pubbliche largizioni. I prischi Romani aveano cerca la libertà col tener pareggiate le condizioni, di modo che la povertà era decorosa, laureato l’aratro[350]; con leggi suntuarie repressero il lusso, quantunque allora pure le arti, come sordide, s’abbandonassero agli schiavi, il commercio si restringesse a tenere approvvigionata la città, e l’economia fosse quella d’un popolo guerresco ed agricola. Sminuzzate le proprietà; poche affittavansi a coloni per una quota parte de’ frutti; nelle più la terra, il capitale e gl’istromenti per lavorarla, spesso il coltivatore medesimo erano proprietà d’un solo; il padrone manteneva i villani come i bovi. In tal condizione non presentasi differenza d’interessi fra il proprietario, il fittajuolo, il villano; nè gli economisti d’allora aveano a sottigliaresu tutti quegli spedienti, mediante i quali dai nostri cercasi la miglior distribuzione della ricchezza nazionale, come gli accordi fra il padrone e il bracciante, la misura dei salarj, il profitto de’ capitali, l’influenza del prezzo delle sussistenze sul valore degli oggetti, le norme dell’imposta e del suo riparto sovra le varie entrate.NATURA DEI POSSESSIMa chi aspiri a giusta intelligenza delle leggi agrarie, duopo è che ben comprenda la natura della proprietà fra gli antichi e specialmente fra i Romani. L’indipendenza personale era data dal possesso stabile; la cittadinanza, dal possesso entro al territorio auspicato, corrispondente a quel che oggi direbbesi territorio legale. Da principio non l’aveano posseduto che i patrizj; i tribuni poco a poco ne resero partecipe anche la plebe: ma sebbene il possesso, da religioso, poi aristocratico, infine divenisse individuale e privato, il concetto di proprietà nazionale si conservò sempre, almeno come finzione, talchè Gajo, giureconsulto dell’età degli Antonini, ancora diceva appartener essa allo Stato, e l’uomo non averne che il possesso e l’usufrutto[351]. I sacerdoti prima, poi gli agrimensori e il magistrato davano solennità alla trasmissione de’ possessi, che lo Stato lasciava godere ai privati, ma che poteva richiamare a sè col terribile diritto della proscrizione o colla confisca, quando un membro fosse cancellato dal ruolo de’ cittadini. Sacro perciò il termine; sacro, o almeno di pubblica autorità l’uffizio dell’agrimensore[352].Il territorio primitivo di Roma, che stendeasi appenaotto chilometri fuor della città, fu distribuito a ciascun capofamiglia in porzioni sì scarse, che a Quinzio Cincinnato per coltivare la propria di quattro jugeri bastava uno schiavo. Altrettanto era nelle altre città che coronano le alture del Lazio, perciò popolose e colte; e fra’ Sanniti e Sabini, e fra gli altri alle falde dell’Appennino, che adopravano come schiavi le genti primitive soggiogate, quali erano i Pelasgi per gli Etruschi. Alla lor volta soggiogati, gli abitanti di questi paesi dovettero cedere il posto a colonie romane, e il territorio o in tutto o in parte si confiscava a pro dello Stato.Restavano dunque distinti i possessi privati e i pubblici. La gente antica di Roma continuava a vivere sui campi aviti, e il possedimento di questi consideravasi come condizione dell’indipendenza, cittadino di pien diritto essendo chi teneva una parte di quel terreno: ond’è che, dopo la cacciata dei Galli, essendosi formate quattro nuove tribù, furono assegnati a ciascuna famiglia sette jugeri; quantità probabilmente desunta dall’ordinario possesso delle famiglie preesistenti.CONCENTRAZIONE DE’ POSSESSIL’eredità intestata distribuivasi a parti eguali tra i figli: eppure il suolo, non che andare eccessivamente suddiviso, anzi si concentrò in poche mani, per violenza, o per artifizio legale, o per compra. I terreni conquistati, oltre quelli distribuiti come ricompense militari, divenivano in parte proprietà pubblica (ager publicus), e se ne facevano tre classi: i coltivati erano venduti o affittati dai censori, od assegnavansi a coloni che vi si stabilivano; gl’incolti abbandonavansi a chi volesse utilizzarli, retribuendo il decimo dei grani e il quinto delle frutte; i pascoli restavano comunali, potendo ciascunomandarvi il bestiame, pagando una tenue tassa (scriptura). Chi acquistasse terreni colti, non n’era proprietario assoluto, ma precario, e pagava un canone (vectigal). Però il riparto dei conquistati terreni si faceva dai patrizj; talchè essi tenevansi il bello e il meglio, poi accordandosi cogli appaltatori, loro consorti, lasciavano cadere in disuso il livello, e li confondevano coi beni patrimoniali, che perciò ingrossavansi in quella sproporzione che ruina le repubbliche.LEGGE LICINIAQuindi i liberali proponevano di dividere tra’ plebei l’agro pubblico, dai grandi usurpato; e poichè questo era revocabile, il senato non ricusò mai la proposta, solo armeggiò per eludere questa, che chiamavasilegge agraria[353]. Ma se Cassio Icilio, Manlio Capitolino ed altri non aveano proposto che di dar terre come retribuzione ai soldati della repubblica, il tribuno Cajo Licinio Stolone366improntò alla legge agraria un carattere politico, chiedendo pel popolo non soltanto la terra onde vivere, ma anche la potestà civile che le va annessa (pag. 184). Pertanto, oltre sminuir le usure e rimettere in circolazione una quantità di terreno, a lunghi stenti ottenne che uno dei consoli potesse esser plebeo, ed a’ plebei si comunicasse il diritto degli auspizj. La sua legge portava che nessuno possedesse oltre cinquecento jugeri (125 ettare) di suolo e cento teste di bestiame grosso, e vi mantenesse un certo numero di villici, cioè coltivatori liberi. Tali provvedimenti riferivansi unicamente ai campi pubblici[354]; e non pare chiedesse tampoco che venissero legalmente spropriati quei che già possedevanodi più, contentandosi di multarli. Con ciò arrestando alcun tempo la agglomerazione dei poderi e lo squilibrio delle fortune, grandemente giovò la cosa romana. Ma la sua legge non tardò ad essere elusa; i figli de’ Fabrizj e de’ Cincinnati ambirono sempre maggiore opulenza; e gente senza industria, con quali arti doveva acquistarla? col valersi della potenza, loro attribuita dalla costituzione, per trarre a sè il buono e il meglio della conquista.In ciò da ogni cosa si trovavano ajutati. Le materie preziose introdotte per via de’ trionfi, diminuirono il valore del denaro, per modo che poterono facilmente spegnersi i debiti; il canone dai patrizj dovuto restò ridotto a un nulla, e pochissimo bastava a comprare gli schiavi che lavorassero i campi. A questi schiavi permettono di fare qualche risparmio sopra il necessario, o di esercitare un traffico minuto, con cui si creano un peculio che depongono a mutuo in mano del padrone medesimo, il quale di tal passo si trova ad un tempo proprietario, agricolo e banchiere.I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche ottenevano qualchebrano del territorio conquistato. Ma i grandi possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTILa condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi, perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi? Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340 avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri, che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi, sulle bestie, sul bronzo coniato (res mancipi) una tassa, variabile ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure suimobili di lusso (res nec mancipi) che costituivano la loro principale opulenza. Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle, che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.POTENZA DEI RICCHITrarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri,193ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cuil’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].PLEBE SOFFRENTESenz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi.E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto daSempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dovesa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.LA POVERAGLIAMa ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblicanon ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.AFFLUENZA A ROMAAl tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava allafeccia della città, a questa plebaglianuda e digiuna, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per lasperanza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati allanobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.ORIGINE DEI GRACCHILe famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimaseroTiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.137Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.TIBERIO GRACCOFacendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitorigli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hannoun covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».LEGGE AGRARIALelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli ela misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362](l’intendano i novatori),che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolostesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNOGià le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamòerede de’ suoi beniil popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia,col nome di Asia,132la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’anticaprovocatio, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.ROGAZIONE SEMPRONIAQueste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363];e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.FINE DI TIBERIOSentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVIRadunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati,133 xbree cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoifautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei cheamavano la repubblica, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare,132ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano,benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONILa plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero:Così perisca chi opera come lui. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore deidue terrori di Roma,128fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinatoaristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.CAJO GRACCOCajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo».126Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, epromovere la legge agraria; ma la città di Fregelle,125che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma.123I censori lo chiamano in giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai, benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il vinoond’erano piene le anfore che riportano colme d’argento e d’oro»[364].POPOLARITÀ DI CAJO GRACCOCajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno successivo,122a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza, e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza. Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro; e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a suon di tromba, nè prima di ciòveruno votasse; tanto rispetto aveasi alla vita de’ concittadini».SUOI PROVVEDIMENTIPer conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva. Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo; ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi: insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo a Cornelia, madre sua venerata e cara.Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti ai senatori[365]e conferiti all’ordine equestre, che così fu reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.ROGAZIONI DI CAJO GRACCOPer sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani; poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadoricome un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.FINE DI CAJO GRACCOCon queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine,121Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasidimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quellaperdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione:Cornelia madre dei Gracchi.La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria.108La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.LORO LEGGI ABOLITEBen dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primoesempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.FINE DEL TOMO PRIMO
CAPITOLO XVIII.Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno, l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come sono la leggeelettorale e l’estensione del diritto di suffragio, i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale; e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per numero, per opinione, per istituti.DEI POSSESSIIl vero patriziato, quel che non riconosceva alla plebe matrimonj legali e famiglia, che riduceva schiavo il debitore, e fin lo tagliava a pezzi, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; e i nati nobili (ingenui) restavano distinti soltanto pel vantaggio che assicurano l’illustre casato e la tradizione di avite clientele. D’abolire questa nobiltà non fu mai discorso; e a che pro tentarlo, quando non reggevasi che sopra l’opinione? La differenza di stato derivava dalla proprietà; e il plebeo, pari in diritti al nobile, soccombeva a questo perchè sfornito dei mezzi onde farli valere, e ridotto a vivere delle limosine di quello o delle pubbliche largizioni. I prischi Romani aveano cerca la libertà col tener pareggiate le condizioni, di modo che la povertà era decorosa, laureato l’aratro[350]; con leggi suntuarie repressero il lusso, quantunque allora pure le arti, come sordide, s’abbandonassero agli schiavi, il commercio si restringesse a tenere approvvigionata la città, e l’economia fosse quella d’un popolo guerresco ed agricola. Sminuzzate le proprietà; poche affittavansi a coloni per una quota parte de’ frutti; nelle più la terra, il capitale e gl’istromenti per lavorarla, spesso il coltivatore medesimo erano proprietà d’un solo; il padrone manteneva i villani come i bovi. In tal condizione non presentasi differenza d’interessi fra il proprietario, il fittajuolo, il villano; nè gli economisti d’allora aveano a sottigliaresu tutti quegli spedienti, mediante i quali dai nostri cercasi la miglior distribuzione della ricchezza nazionale, come gli accordi fra il padrone e il bracciante, la misura dei salarj, il profitto de’ capitali, l’influenza del prezzo delle sussistenze sul valore degli oggetti, le norme dell’imposta e del suo riparto sovra le varie entrate.NATURA DEI POSSESSIMa chi aspiri a giusta intelligenza delle leggi agrarie, duopo è che ben comprenda la natura della proprietà fra gli antichi e specialmente fra i Romani. L’indipendenza personale era data dal possesso stabile; la cittadinanza, dal possesso entro al territorio auspicato, corrispondente a quel che oggi direbbesi territorio legale. Da principio non l’aveano posseduto che i patrizj; i tribuni poco a poco ne resero partecipe anche la plebe: ma sebbene il possesso, da religioso, poi aristocratico, infine divenisse individuale e privato, il concetto di proprietà nazionale si conservò sempre, almeno come finzione, talchè Gajo, giureconsulto dell’età degli Antonini, ancora diceva appartener essa allo Stato, e l’uomo non averne che il possesso e l’usufrutto[351]. I sacerdoti prima, poi gli agrimensori e il magistrato davano solennità alla trasmissione de’ possessi, che lo Stato lasciava godere ai privati, ma che poteva richiamare a sè col terribile diritto della proscrizione o colla confisca, quando un membro fosse cancellato dal ruolo de’ cittadini. Sacro perciò il termine; sacro, o almeno di pubblica autorità l’uffizio dell’agrimensore[352].Il territorio primitivo di Roma, che stendeasi appenaotto chilometri fuor della città, fu distribuito a ciascun capofamiglia in porzioni sì scarse, che a Quinzio Cincinnato per coltivare la propria di quattro jugeri bastava uno schiavo. Altrettanto era nelle altre città che coronano le alture del Lazio, perciò popolose e colte; e fra’ Sanniti e Sabini, e fra gli altri alle falde dell’Appennino, che adopravano come schiavi le genti primitive soggiogate, quali erano i Pelasgi per gli Etruschi. Alla lor volta soggiogati, gli abitanti di questi paesi dovettero cedere il posto a colonie romane, e il territorio o in tutto o in parte si confiscava a pro dello Stato.Restavano dunque distinti i possessi privati e i pubblici. La gente antica di Roma continuava a vivere sui campi aviti, e il possedimento di questi consideravasi come condizione dell’indipendenza, cittadino di pien diritto essendo chi teneva una parte di quel terreno: ond’è che, dopo la cacciata dei Galli, essendosi formate quattro nuove tribù, furono assegnati a ciascuna famiglia sette jugeri; quantità probabilmente desunta dall’ordinario possesso delle famiglie preesistenti.CONCENTRAZIONE DE’ POSSESSIL’eredità intestata distribuivasi a parti eguali tra i figli: eppure il suolo, non che andare eccessivamente suddiviso, anzi si concentrò in poche mani, per violenza, o per artifizio legale, o per compra. I terreni conquistati, oltre quelli distribuiti come ricompense militari, divenivano in parte proprietà pubblica (ager publicus), e se ne facevano tre classi: i coltivati erano venduti o affittati dai censori, od assegnavansi a coloni che vi si stabilivano; gl’incolti abbandonavansi a chi volesse utilizzarli, retribuendo il decimo dei grani e il quinto delle frutte; i pascoli restavano comunali, potendo ciascunomandarvi il bestiame, pagando una tenue tassa (scriptura). Chi acquistasse terreni colti, non n’era proprietario assoluto, ma precario, e pagava un canone (vectigal). Però il riparto dei conquistati terreni si faceva dai patrizj; talchè essi tenevansi il bello e il meglio, poi accordandosi cogli appaltatori, loro consorti, lasciavano cadere in disuso il livello, e li confondevano coi beni patrimoniali, che perciò ingrossavansi in quella sproporzione che ruina le repubbliche.LEGGE LICINIAQuindi i liberali proponevano di dividere tra’ plebei l’agro pubblico, dai grandi usurpato; e poichè questo era revocabile, il senato non ricusò mai la proposta, solo armeggiò per eludere questa, che chiamavasilegge agraria[353]. Ma se Cassio Icilio, Manlio Capitolino ed altri non aveano proposto che di dar terre come retribuzione ai soldati della repubblica, il tribuno Cajo Licinio Stolone366improntò alla legge agraria un carattere politico, chiedendo pel popolo non soltanto la terra onde vivere, ma anche la potestà civile che le va annessa (pag. 184). Pertanto, oltre sminuir le usure e rimettere in circolazione una quantità di terreno, a lunghi stenti ottenne che uno dei consoli potesse esser plebeo, ed a’ plebei si comunicasse il diritto degli auspizj. La sua legge portava che nessuno possedesse oltre cinquecento jugeri (125 ettare) di suolo e cento teste di bestiame grosso, e vi mantenesse un certo numero di villici, cioè coltivatori liberi. Tali provvedimenti riferivansi unicamente ai campi pubblici[354]; e non pare chiedesse tampoco che venissero legalmente spropriati quei che già possedevanodi più, contentandosi di multarli. Con ciò arrestando alcun tempo la agglomerazione dei poderi e lo squilibrio delle fortune, grandemente giovò la cosa romana. Ma la sua legge non tardò ad essere elusa; i figli de’ Fabrizj e de’ Cincinnati ambirono sempre maggiore opulenza; e gente senza industria, con quali arti doveva acquistarla? col valersi della potenza, loro attribuita dalla costituzione, per trarre a sè il buono e il meglio della conquista.In ciò da ogni cosa si trovavano ajutati. Le materie preziose introdotte per via de’ trionfi, diminuirono il valore del denaro, per modo che poterono facilmente spegnersi i debiti; il canone dai patrizj dovuto restò ridotto a un nulla, e pochissimo bastava a comprare gli schiavi che lavorassero i campi. A questi schiavi permettono di fare qualche risparmio sopra il necessario, o di esercitare un traffico minuto, con cui si creano un peculio che depongono a mutuo in mano del padrone medesimo, il quale di tal passo si trova ad un tempo proprietario, agricolo e banchiere.I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche ottenevano qualchebrano del territorio conquistato. Ma i grandi possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTILa condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi, perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi? Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340 avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri, che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi, sulle bestie, sul bronzo coniato (res mancipi) una tassa, variabile ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure suimobili di lusso (res nec mancipi) che costituivano la loro principale opulenza. Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle, che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.POTENZA DEI RICCHITrarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri,193ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cuil’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].PLEBE SOFFRENTESenz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi.E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto daSempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dovesa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.LA POVERAGLIAMa ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblicanon ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.AFFLUENZA A ROMAAl tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava allafeccia della città, a questa plebaglianuda e digiuna, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per lasperanza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati allanobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.ORIGINE DEI GRACCHILe famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimaseroTiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.137Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.TIBERIO GRACCOFacendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitorigli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hannoun covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».LEGGE AGRARIALelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli ela misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362](l’intendano i novatori),che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolostesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNOGià le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamòerede de’ suoi beniil popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia,col nome di Asia,132la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’anticaprovocatio, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.ROGAZIONE SEMPRONIAQueste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363];e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.FINE DI TIBERIOSentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVIRadunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati,133 xbree cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoifautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei cheamavano la repubblica, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare,132ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano,benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONILa plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero:Così perisca chi opera come lui. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore deidue terrori di Roma,128fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinatoaristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.CAJO GRACCOCajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo».126Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, epromovere la legge agraria; ma la città di Fregelle,125che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma.123I censori lo chiamano in giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai, benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il vinoond’erano piene le anfore che riportano colme d’argento e d’oro»[364].POPOLARITÀ DI CAJO GRACCOCajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno successivo,122a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza, e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza. Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro; e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a suon di tromba, nè prima di ciòveruno votasse; tanto rispetto aveasi alla vita de’ concittadini».SUOI PROVVEDIMENTIPer conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva. Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo; ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi: insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo a Cornelia, madre sua venerata e cara.Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti ai senatori[365]e conferiti all’ordine equestre, che così fu reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.ROGAZIONI DI CAJO GRACCOPer sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani; poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadoricome un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.FINE DI CAJO GRACCOCon queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine,121Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasidimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quellaperdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione:Cornelia madre dei Gracchi.La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria.108La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.LORO LEGGI ABOLITEBen dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primoesempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.FINE DEL TOMO PRIMO
Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.
Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?
Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno, l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come sono la leggeelettorale e l’estensione del diritto di suffragio, i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale; e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per numero, per opinione, per istituti.
DEI POSSESSI
Il vero patriziato, quel che non riconosceva alla plebe matrimonj legali e famiglia, che riduceva schiavo il debitore, e fin lo tagliava a pezzi, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; e i nati nobili (ingenui) restavano distinti soltanto pel vantaggio che assicurano l’illustre casato e la tradizione di avite clientele. D’abolire questa nobiltà non fu mai discorso; e a che pro tentarlo, quando non reggevasi che sopra l’opinione? La differenza di stato derivava dalla proprietà; e il plebeo, pari in diritti al nobile, soccombeva a questo perchè sfornito dei mezzi onde farli valere, e ridotto a vivere delle limosine di quello o delle pubbliche largizioni. I prischi Romani aveano cerca la libertà col tener pareggiate le condizioni, di modo che la povertà era decorosa, laureato l’aratro[350]; con leggi suntuarie repressero il lusso, quantunque allora pure le arti, come sordide, s’abbandonassero agli schiavi, il commercio si restringesse a tenere approvvigionata la città, e l’economia fosse quella d’un popolo guerresco ed agricola. Sminuzzate le proprietà; poche affittavansi a coloni per una quota parte de’ frutti; nelle più la terra, il capitale e gl’istromenti per lavorarla, spesso il coltivatore medesimo erano proprietà d’un solo; il padrone manteneva i villani come i bovi. In tal condizione non presentasi differenza d’interessi fra il proprietario, il fittajuolo, il villano; nè gli economisti d’allora aveano a sottigliaresu tutti quegli spedienti, mediante i quali dai nostri cercasi la miglior distribuzione della ricchezza nazionale, come gli accordi fra il padrone e il bracciante, la misura dei salarj, il profitto de’ capitali, l’influenza del prezzo delle sussistenze sul valore degli oggetti, le norme dell’imposta e del suo riparto sovra le varie entrate.
NATURA DEI POSSESSI
Ma chi aspiri a giusta intelligenza delle leggi agrarie, duopo è che ben comprenda la natura della proprietà fra gli antichi e specialmente fra i Romani. L’indipendenza personale era data dal possesso stabile; la cittadinanza, dal possesso entro al territorio auspicato, corrispondente a quel che oggi direbbesi territorio legale. Da principio non l’aveano posseduto che i patrizj; i tribuni poco a poco ne resero partecipe anche la plebe: ma sebbene il possesso, da religioso, poi aristocratico, infine divenisse individuale e privato, il concetto di proprietà nazionale si conservò sempre, almeno come finzione, talchè Gajo, giureconsulto dell’età degli Antonini, ancora diceva appartener essa allo Stato, e l’uomo non averne che il possesso e l’usufrutto[351]. I sacerdoti prima, poi gli agrimensori e il magistrato davano solennità alla trasmissione de’ possessi, che lo Stato lasciava godere ai privati, ma che poteva richiamare a sè col terribile diritto della proscrizione o colla confisca, quando un membro fosse cancellato dal ruolo de’ cittadini. Sacro perciò il termine; sacro, o almeno di pubblica autorità l’uffizio dell’agrimensore[352].
Il territorio primitivo di Roma, che stendeasi appenaotto chilometri fuor della città, fu distribuito a ciascun capofamiglia in porzioni sì scarse, che a Quinzio Cincinnato per coltivare la propria di quattro jugeri bastava uno schiavo. Altrettanto era nelle altre città che coronano le alture del Lazio, perciò popolose e colte; e fra’ Sanniti e Sabini, e fra gli altri alle falde dell’Appennino, che adopravano come schiavi le genti primitive soggiogate, quali erano i Pelasgi per gli Etruschi. Alla lor volta soggiogati, gli abitanti di questi paesi dovettero cedere il posto a colonie romane, e il territorio o in tutto o in parte si confiscava a pro dello Stato.
Restavano dunque distinti i possessi privati e i pubblici. La gente antica di Roma continuava a vivere sui campi aviti, e il possedimento di questi consideravasi come condizione dell’indipendenza, cittadino di pien diritto essendo chi teneva una parte di quel terreno: ond’è che, dopo la cacciata dei Galli, essendosi formate quattro nuove tribù, furono assegnati a ciascuna famiglia sette jugeri; quantità probabilmente desunta dall’ordinario possesso delle famiglie preesistenti.
CONCENTRAZIONE DE’ POSSESSI
L’eredità intestata distribuivasi a parti eguali tra i figli: eppure il suolo, non che andare eccessivamente suddiviso, anzi si concentrò in poche mani, per violenza, o per artifizio legale, o per compra. I terreni conquistati, oltre quelli distribuiti come ricompense militari, divenivano in parte proprietà pubblica (ager publicus), e se ne facevano tre classi: i coltivati erano venduti o affittati dai censori, od assegnavansi a coloni che vi si stabilivano; gl’incolti abbandonavansi a chi volesse utilizzarli, retribuendo il decimo dei grani e il quinto delle frutte; i pascoli restavano comunali, potendo ciascunomandarvi il bestiame, pagando una tenue tassa (scriptura). Chi acquistasse terreni colti, non n’era proprietario assoluto, ma precario, e pagava un canone (vectigal). Però il riparto dei conquistati terreni si faceva dai patrizj; talchè essi tenevansi il bello e il meglio, poi accordandosi cogli appaltatori, loro consorti, lasciavano cadere in disuso il livello, e li confondevano coi beni patrimoniali, che perciò ingrossavansi in quella sproporzione che ruina le repubbliche.
LEGGE LICINIA
Quindi i liberali proponevano di dividere tra’ plebei l’agro pubblico, dai grandi usurpato; e poichè questo era revocabile, il senato non ricusò mai la proposta, solo armeggiò per eludere questa, che chiamavasilegge agraria[353]. Ma se Cassio Icilio, Manlio Capitolino ed altri non aveano proposto che di dar terre come retribuzione ai soldati della repubblica, il tribuno Cajo Licinio Stolone366improntò alla legge agraria un carattere politico, chiedendo pel popolo non soltanto la terra onde vivere, ma anche la potestà civile che le va annessa (pag. 184). Pertanto, oltre sminuir le usure e rimettere in circolazione una quantità di terreno, a lunghi stenti ottenne che uno dei consoli potesse esser plebeo, ed a’ plebei si comunicasse il diritto degli auspizj. La sua legge portava che nessuno possedesse oltre cinquecento jugeri (125 ettare) di suolo e cento teste di bestiame grosso, e vi mantenesse un certo numero di villici, cioè coltivatori liberi. Tali provvedimenti riferivansi unicamente ai campi pubblici[354]; e non pare chiedesse tampoco che venissero legalmente spropriati quei che già possedevanodi più, contentandosi di multarli. Con ciò arrestando alcun tempo la agglomerazione dei poderi e lo squilibrio delle fortune, grandemente giovò la cosa romana. Ma la sua legge non tardò ad essere elusa; i figli de’ Fabrizj e de’ Cincinnati ambirono sempre maggiore opulenza; e gente senza industria, con quali arti doveva acquistarla? col valersi della potenza, loro attribuita dalla costituzione, per trarre a sè il buono e il meglio della conquista.
In ciò da ogni cosa si trovavano ajutati. Le materie preziose introdotte per via de’ trionfi, diminuirono il valore del denaro, per modo che poterono facilmente spegnersi i debiti; il canone dai patrizj dovuto restò ridotto a un nulla, e pochissimo bastava a comprare gli schiavi che lavorassero i campi. A questi schiavi permettono di fare qualche risparmio sopra il necessario, o di esercitare un traffico minuto, con cui si creano un peculio che depongono a mutuo in mano del padrone medesimo, il quale di tal passo si trova ad un tempo proprietario, agricolo e banchiere.
I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche ottenevano qualchebrano del territorio conquistato. Ma i grandi possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.
MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTI
La condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi, perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi? Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340 avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri, che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.
I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi, sulle bestie, sul bronzo coniato (res mancipi) una tassa, variabile ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure suimobili di lusso (res nec mancipi) che costituivano la loro principale opulenza. Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle, che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.
POTENZA DEI RICCHI
Trarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri,193ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.
Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cuil’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.
La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].
PLEBE SOFFRENTE
Senz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi.E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.
Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto daSempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».
Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.
Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.
A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dovesa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.
LA POVERAGLIA
Ma ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.
Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblicanon ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.
AFFLUENZA A ROMA
Al tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava allafeccia della città, a questa plebaglianuda e digiuna, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.
Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per lasperanza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.
Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.
Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati allanobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.
Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.
ORIGINE DEI GRACCHI
Le famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimaseroTiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.
137Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.
TIBERIO GRACCO
Facendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitorigli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.
Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hannoun covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».
LEGGE AGRARIA
Lelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli ela misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.
Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.
Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.
La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362](l’intendano i novatori),che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.
Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolostesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».
DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNO
Già le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.
Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.
Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamòerede de’ suoi beniil popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia,col nome di Asia,132la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.
Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’anticaprovocatio, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.
ROGAZIONE SEMPRONIA
Queste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.
Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363];e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.
FINE DI TIBERIO
Sentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.
OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVI
Radunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati,133 xbree cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoifautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.
Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».
Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei cheamavano la repubblica, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.
Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare,132ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano,benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.
OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONI
La plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero:Così perisca chi opera come lui. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore deidue terrori di Roma,128fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinatoaristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.
E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.
CAJO GRACCO
Cajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo».126Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, epromovere la legge agraria; ma la città di Fregelle,125che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.
Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma.123I censori lo chiamano in giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai, benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il vinoond’erano piene le anfore che riportano colme d’argento e d’oro»[364].
POPOLARITÀ DI CAJO GRACCO
Cajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno successivo,122a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.
Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza, e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza. Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro; e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a suon di tromba, nè prima di ciòveruno votasse; tanto rispetto aveasi alla vita de’ concittadini».
SUOI PROVVEDIMENTI
Per conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva. Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo; ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi: insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo a Cornelia, madre sua venerata e cara.
Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti ai senatori[365]e conferiti all’ordine equestre, che così fu reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.
ROGAZIONI DI CAJO GRACCO
Per sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.
Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani; poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.
Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadoricome un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.
I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.
FINE DI CAJO GRACCO
Con queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine,121Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasidimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.
La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quellaperdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione:Cornelia madre dei Gracchi.
La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria.108La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.
LORO LEGGI ABOLITE
Ben dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primoesempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.
FINE DEL TOMO PRIMO