LIBRO QUARTO

LIBRO QUARTOCAPITOLO XXX.Augusto. — Sistema imperiale.

Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva incessantemente sovvertito.

Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra l'originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici e nemmanco i naturali non sicomunicavano che ai membri di ciascuna società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale dominavano sopra un'altra popolazione plebea, spoglia di tutti i diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de' tribuni, e da quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne' mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo Comune.

Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura, pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano contribuito con oro e sangue.

Il dibattimento fu agitato in prima ne' comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartiscea costoro, non l'agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell'Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell'ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l'eguaglianza di diritto. Il coltello de' senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l'eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l'estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell'intento comune di spegnere l'aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l'eguaglianza delle leggi, l'ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l'autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d'altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l'assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tuttaItalia, poi a tutto l'impero; i patrizj, indi i ricchi s'affaticano a negarla: quelli s'incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.

Il progresso, com'è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s'inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell'eguaglianza davanti alla legge: fuori d'Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l'impronta, e spegne l'egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch'ella stessa però svigorisce coll'ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch'era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l'affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v'ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d'un piacere presente, e gl'impacci d'un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.

Di qui l'immensa corruttela del secolo, che gl'idolatri della forma intitolanod'oro. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d'una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent'anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de' creditori, non osavano collocarsi ne' seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l'Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l'uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l'assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch'essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l'antica libertà, nonrimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de' vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l'incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l'aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de' potenti, dall'avidità de' magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l'ubbidienza e il comando nell'unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all'uomo che s'affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de' nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l'idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: maMecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l'indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l'autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d'Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d'Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de' lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d'acconciar l'impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l'imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l'industria e l'agricoltura.

A quest'unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi chemancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch'era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne' Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de' tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l'immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall'editto pretorio.

I filosofi disputavano sull'origine della legge, e non mancava chi vi vedesse, non un trovato dell'umana intelligenza, non un arbitrio del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla nostra natura, la norma eterna del giusto e dell'ingiusto, la regina de' mortali e degli immortali. Ma lo Stato s'atteneva alla pratica e alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt'altre cose indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità: e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.

Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tuttala politica interna dirizzò a mascherare l'usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di Cesare, e per natura alieno dall'impetuosa ambizione che si compiace a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè spegnerli lentamente, pose ogn'arte in persuadere al popolo che egli nulla mutava, mentre di tutto s'impadroniva; rispettar le forme onde più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento lo spirito repubblicano, che altrimenti nell'opposizione si sarebbe rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo, tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e concentrare in sè le attribuzioni del senato, de' magistrati, delle leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond'egli tiensi pago a quello d'imperatore, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè tampoco il nome disignore[288]sopportava: lo pregavano d'assumere il supremo potere? eglia ginocchi supplicava ne lo dispensassero; finalmente l'accettò per dieci anni, allo scorcio de' quali si rinnovò la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.

Rifiutando i titoli, voleva la realtà, e si fece concedere il consolato anno per anno, poi in perpetuo, e il potere proconsolare in tutte le provincie: come principe del senato, presedeva a questo; come censore, poteva dare e togliere gli onori, esercitar lo spionaggio, regolare le spese e i costumi; come imperatore, disponeva degli eserciti, aveva una guardia del corpo con paga doppia, portava la porpora e le armi anche in città, e con spada e corazza andava nel senato ov'era stato assassinato Cesare. Fin quel poco che la religione contribuiva agli atti pubblici trasse egli a sè colla qualità di pontefice massimo, colla quale risarciva tempj, proibiva di mescolar numi egizj cogli italici, bruciò duemila volumi di profezie, e ripurgò i Libri Sibillini.

In tutte queste magistrature le attribuzioni erano limitate, ed Augusto le divise con altri: ma ve n'aveva una, da minima divenuta suprema, quella di tribuno della plebe, che, inerme e fin muta contro i patrizj organizzati, era stata munita di carattere sacro, a segno di far delitto capitale ogni ingiuria contro di essi. La plebe non avrebbe sofferto vi s'attentasse, e Augusto se ne guardò bene, ma ne investì se stesso: come tale era tutore del popolo, e perciò inviolabile e onnipotente; potea mettere il veto alle decisioni di qualunque magistrato, e appellare al popolo. Questo fu il vero titolo dell'onnipotenza di lui e de' suoi successori; e talmente egli il conobbe, che la podestà tribunizia[289]non comunicò mai con veruno, se non coi nipoti Agrippa e Tiberio quando gli associò al dominio.

Piantava egli dunque l'autorità imperiale sovra il popolo di cui era rappresentante, e sovra l'esercito le cui armi lo sostenevano: due elementi opportunissimi a renderla dispotica; e identificando sè collo Stato, richiamò in vigore le leggi di maestà che permettevano di trascendere al diritto affine di scoprire i rei di Stato.

Del senato, non che mostrare disprezzo come Cesare, stabilì fare il congegno principale del suo governo, indocilendolo ad ogni suo volere. Mostrandolo scaduto nell'opinione, procurò restituirgliela coll'escluderne per condanna o per consiglio gl'indegni e la bordaglia introdottasi nelle guerre civili: da mille li scemò a seicento che dovessero possedere almeno ottocentomila sesterzj, supplendo del pubblico denaro a coloro che non bastassero a sostenere le spese: egli poi ne parlava sempre con riverenza, entrandovi salutava ciascuno per nome, e non se ne partiva senza domandare congedo. Volle una volta al mese si raccogliessero, ma qualunque numero bastava perchè le decisioni loro avessero forza; i figliuoli dei senatori assistessero alle assemblee, sott'ombra di decoro volendo avvezzarli al nuovo ordine di cose, cancellare le memorie d'altri tempi, e preparare una specie di ereditarietà. Lasciava che il senato desse ancora udienza agli ambasciadori; cerniva da quello i governatori delle provincie; ne domandava l'assenso: ma per non incomodare ogni tratto l'augusta assemblea, ne trascelse alcuni per consultori privati, coi quali risolveva gli affari urgenti e secreti; consiglio privato (consistorium principis), che all'uopo diveniva alta corte di giustizia. Così elegantemente carezzati e spodestati, i senatori furono ridotti a mero consiglio di Stato, che più non poteva se non fiancheggiare colvoto le imperiali decisioni; anzi, perchè non fossero tentati a mettere a repentaglio la pace, Augusto vietò uscissero d'Italia senza suo congedo.

Tanti nobili erano periti nelle civili guerre, che, malgrado i nuovi creati da Giulio Cesare, non se n'aveva abbastanza pe' servizj religiosi riservati ai patrizj. Augusto si fece ordinare dal senato e dal popolo di crearne di nuovi, talchè contentava anche l'aristocrazia parendone rinnovatore: mentre egli stabiliva una specie di gerarchia in quella società dianzi rivoluzionaria, con aristocrazia come quella che si fa per decreto, senza forza per resistere agli arbitrj del principe, ma neppure per difenderlo.

Divise il governo delle provincie fra sè e i senatori, a questi assegnando le tranquille e sicure, a sè le irrequiete e minacciose[290], per avere così una ragione di conservare gli eserciti; e le fece amministrare da presidio legati annui, che da lui nominati, vi esercitavano l'autorità civile e la militare, mentre ai proconsoli eletti dal senato non competeva che la civile. Accanto a questi e a quelli pose dei procuratori, in luogo degli antichi questori, i quali ne frenavano l'esorbitante autorità ed amministravano il fisco, crescendo d'autorità man mano che questo cresceva d'importanza. Pendeva dunque la sorte delle provincie dalla bontà o nequizia del principe; ma in generale quelle del senato stavano a miglior condizione che non le imperiali, perchè dispensate dal militare.

Siccome due sorta di provincie e due poteri, così v'ebbe due ordini di magistrature, quelle del popolo, e quelle dell'imperatore: le prime erano le antiche, annuali, eccetto la censura; le seconde, di tempo indeterminato. Gli altri magistrati conservarono la carica e l'apparenza, ma più scapitarono quanto più elevati. Ai cavalieri furono mantenuti l'esazione delle pubbliche entrate e i giudizj; ma i capitali si dovevano deferire al governatore di Roma, e i più gravi all'imperatore.

Le leggi tiranniche del triumvirato Augusto abrogò d'un tratto di penna; pure le avite non osò distruggere nè farne di nuove, perchè con ciò avrebbe manifestata la sua onnipotenza. D'altra parte non volendo lasciar esercitare ai magistrati e al popolo la facoltà legislativa, prefisse i giureconsulti, ai quali soli era permesso dar responsi, ingiungendo ai giudici di non dipartirsene. Poteva così sceglierli ligi alle sue intenzioni; attribuendo pubblica autorità alle decisioni loro, avocava a sè l'interpretazione delle leggi; i giudici e gli oratori non potevano, col discuterle, accorgersi che le antiche venivano di pianta sovvertite. Pensò anche raffazzonare un codice, onde esibì il consolato al famoso Antistio Labeone perchè tacesse o parlasse a modo suo; ma questi «scarco d'ambizione, lieto d'incorrotta libertà, nè altrocredendo giusto e santo, se non ciò che avesse trovato negli antichi»[291], rifiutò l'indecoroso patto. Al contrario, Atejo Capitone seppe trovar compensi onde accomodare le vetuste leggi al nuovo sistema; di che lo premiò l'adulato imperatore.

All'amministrazione repubblicana aristocratica, repugnante dall'unità, e della quale l'oligarchia de' proconsoli avea prodotto l'eccesso, Augusto ne surrogava dunque una più compatta e regolare; intravvide l'utilità di disporre gerarchicamente lo Stato, sebbene solo Costantino potesse effettuarlo dopo tre secoli: intanto però ebbe costante la mira a stabilire differenze tra' cittadini. Fra i cavalieri e la plebe stavano i cittadini di Roma, col privilegio di dare una quarta decuria di giudici. Le quattordici regioni in cui Roma era divisa aveano prerogative superiori ai distretti suburbicarj, i quali a vicenda erano più favoriti che la restante Italia. Nell'Italia poi, quantunque tutta ammessa alla cittadinanza, sussistevano municipj, colonie, prefetture: Augusto v'aggiunse ventotto colonie, disposte sopra terre compre dagl'Italiani, e ai loro decurioni concesse di poter mandare a Roma il proprio voto per iscritto. Fin tra i cittadini l'originario differiva dal creato; fra gli stessi cittadini perfetti metteano differenza la nascita, la ricchezza, il diritto di tre figli.

Con singolare arte Augusto coglieva le occasioni di rinforzare il suo dominio. La congiura di Fannio Cepione gli fece abolire l'antica consuetudine di non procedere contro i cittadini assenti, e volle fosse condannato anche chi non si difendeva in persona. Nell'eleggere un collega al console Sentio Saturnino, si tumultuò fino ad insanguinare il fôro; ed Augusto, a prevenire gli scandali, trasse a sè la nomina delsecondo console: e così quella dei censori quando il popolo ne nominò due indegni. Malato gravemente, convoca i primati, e ai consoli consegna il suo testamento e il registro delle entrate e forze dell'impero: si credette intendesse con ciò ripristinare la repubblica, onde allorchè guarì, restò consolidata l'autorità sua da un atto liberale, fatto in un momento in cui nessuno dubitava che simulasse. Gli schiavi non dovevano essere interrogati alla tortura contro i padroni; ed Augusto stabilì che, nei casi di Stato, gli schiavi potessero comprarsi dal principe o dalla repubblica, e quindi ammettersi a testimoniare.

Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune, ma li darebbero i pretori a spese dell'erario; non combattimenti di gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l'anno, e i combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.

Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio, dava voto anch'egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d'ogni anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo rappresentante avea compito.

Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d'inoperosaapparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano adombrati dalpræfectus urbis; i decreti uscivano in nome del senato e del popolo quirite, ma li faceva l'imperatore. Questa maschera applicata alla servitù impedì ch'egli mettesse limiti costituzionali ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che prevenisse l'abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè il prefigger misura a' suoi successori avrebbe mostrato ch'egli non ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il resto.

Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa militare[292], distinta dall'erario dello Stato: di quella disponeva a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità e l'ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava l'ammontare de' tributi e lo stipendio de' governatori.

Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani: come sarebbe stata l'imposta ch'egli suggeriva su tutti i liberi dell'impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato; laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a scapito de' tributarj, e ne conseguiva l'accumularsidi cittadini nella capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza, del quale poi furono prodighi i suoi successori.

L'esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto, sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla e Antonio l'avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò, ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i possessori più non temessero d'essere spropriati affine di compensare i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di cui dare a questi le retribuzioni.

Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza dell'interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno; tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi. Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque sul Danubio, quattro all'Eufrate, una nell'Africa, tre nella Bretagna recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità de' proprj Stati: quasi senz'armi rimanevano la Spagna, l'Italia, l'Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino: una flotta stanziava a Ravennaper vigilare la Dalmazia, la Grecia, le isole e l'Asia: un'altra a Miseno con quindicimila marinaj per custodire la Gallia, la Spagna, l'Africa e le provincie occidentali, sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell'annona e de' tributi. A speciale custodia dell'imperatore e della città vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre coorti urbane[293].

In questo fatto all'imperatore non facea mestieri di riguardi. In lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando solo cittadini, quasi per annodare l'Ordine civile col militare, sicchè i soldati si ricordassero d'esser cittadini, e i cittadini si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino, cioè all'imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il disarmare il popolo e soggettarlo all'esercito, in quel sistema tutto militare che rese possibile la sfrenata potenza de' Cesari successivi.

Secondo l'antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell'ora più non trionfò che l'imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d'altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell'assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell'ambizioso, poichè un capitano succedeva all'altro, e restava l'anima di questo eroe immortale.

Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d'assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl'imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall'eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L'impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l'esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l'Armenia, e come un trionfo festeggiò l'avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc'Antonio[295]; ridusse a provincie laPisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall'Oceano all'Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l'indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell'impero i re de' paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d'un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co' suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l'elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d'una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l'ultima, nell'anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che lagente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l'età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l'ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s'acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l'impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l'emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall'Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: ondeil conto tornerebbe a cenventi milioni d'abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno(21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.

Rezia intitolavasi il paese che dall'alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull'Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela (Domodossola) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l'Inn e l'Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull'alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell'Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrionedella Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l'Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l'Inn, la Sava, l'alpi Carniche, il monte Cetio (Kahlengebirge) e il Danubio; all'est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero(15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell'Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent'anni, e il loro paese spartito fra' pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria (Aosta), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all'impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.

Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie(9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l'impresa già ben avviata colla forza(8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v'ottenne.

Però non solo la recente conquista, ma anche l'Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne' loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati(6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l'ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria,era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l'Elba e il Reno preparò una sollevazione generale(9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d'una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.

Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d'Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne' pericoli più stringenti.

Erminio tenea desto l'ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de' sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso (Hastenbeck)(16)riportò segnalata vittoria su Erminio.

Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest'immensa maestà della pace romana,che in somma significava un'incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a' suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.

Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l'interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.

Augusto erasi compiaciuto nell'educare egli stesso quest'unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d'Augusto e presso altalamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all'orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d'esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell'isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss'io vissuto senza donna, o morto senza prole».

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l'orgoglio; a tavola li faceva sedere a' piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de' comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò,(4 d. C.)patto che anch'egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.

Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene ragioni si attribuì l'averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava, diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee, insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli occhi[302]. I suoi adulterj dapprimafurono spedienti onde insinuarsi nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il potere supremo. L'amicizia per Mecenate nol rattenne dall'amoreggiarne la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.

Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa, Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l'amor proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante occasione per togliervi la vita?» L'argomento era efficacissimo per Augusto; se n'abbia fatto senno, non sappiamo.

Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli Tiberio non so che dicerie elamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch'io per dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose soltanto d'uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore d'un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare, quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo(4 d. C.), tramava con primarj personaggi, Augusto l'ebbe a sè, gli si mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore; la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava, rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino; godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani d'una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo perduto la flotta,insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l'effigie in processione.

Anche l'amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto. Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo, appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il reo è sul punto d'essere condannato, quando apre il tesoro al suo padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all'ammirazionede' Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè ilmestiero di reda veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in casa, senz'altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la casa che era stata dell'oratore Ortensio, nè v'aveva altri ornamenti o giojelli, che una tazza murrina, stata de' Tolomei; accettava inviti anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e' gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza». Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi, e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose d'essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato un sostituto?» ed egli l'assistette in persona. Parco nel concedere la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in cenci, gemette cheRomanos rerum dominos, gentemque togatamfossero ridotti a tali strettezze.

L'affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore, ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon'acqua». Correndo un'epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue come chi abbassasse gli occhi quand'egli il fissava in viso, quasi abbagliato dallo splendore che usciva da' suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero; pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non lasciassero accorgere che l'eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco, colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare gl'impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d'aver a Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch'e' tacesse, il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l'amicizia mia t'abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio l'encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da luiintrodotta, e della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone, a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia, e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo, che la salute sua stava in quella d'Augusto, che egli solo avea saputo incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era da tanto da riparare poc'a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si brighi di filosofia o d'eloquenza forense; se il capo di Cicerone è necessario all'ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio l'offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall'adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s'avventino ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d'ingiusti; tutti sanno che non è se non un'arte degli emuli, uno spettoramento de' giornalisti: la moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all'altro, — Tu scannasti mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l'eredità legittima de' miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno del silenzio che le ammorzi.In conseguenza Augusto fece rei d'alto tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di pubblicarne l'elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d'Alessandria, eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato di non comparirgli avanti; ond'esso brucia le storie contemporanee, e intraprende studj più sicuri sui fasti d'Alessandro, come gli accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori, applausi e cortesie. Augusto l'ebbe amico, e seco in tutta segretezza recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa Postumo, alla cui vista s'intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea poter vantarsi d'aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie, questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva alle echeggiate lodi de' cortigiani, i quali narravano ch'e' salutava in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la grazia; che di Cicerone disse, — E' fu grand'uomo ed amante lapatria»; di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore delle prische virtù?[307]A differenza di altri vincitori, che credono rendersi facile il governo coll'avvilire il loro popolo e cancellarne le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede, ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl'incendj, espiava colla pietà e coll'innocenza i delitti degli avi, tornava l'antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole somigliante (Orazio). Era dunque naturale che proclamassero divino colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della potenza in terra, accettò d'essere dichiarato dio.

In quarantaquattro anni d'amministrazione non abusò dell'assoluto potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo, nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori di bastonarli quand'anche non piacessero: pure, udito che un di costoro tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l'ebbe richiamato ad istanza del popolo.

Blandì l'orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovila piazza e il tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio, l'Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello, e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro, fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d'Augusto, ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo consolidava; del che s'accôrse l'attore Pilade, quando disse: — Sta di buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo ampliata da Aureliano, non era piùvasta dell'odierna, la quale gira da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere agl'incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono importanza il prefetto della città e quello dell'annona, cariche rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj, cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca del doppio.

Di settantasette anni(14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza attendere la risposta, — Battetemi le mani».

Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva, conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de' tardi suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d'esser chiamatiaugusti. L'influenza d'un regnante bisogna cercarla non nei primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l'autorità, e persuadere al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell'amministrazione si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie azioni, insigne e forse unico monumento della storia d'un mezzo secolo narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio della posterità si presenta senza apprensioni[311].

Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la scarsezza dell'aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell'impero i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegliultimi vent'anni. Al popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori, illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de' suoi nemici. Al testamentoaggiunse una statistica dell'impero, istruzioni relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia; battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai morire».

FINE DEL TOMO SECONDO


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