CAPITOLO XXXII.Tiberio.

CAPITOLO XXXII.Tiberio.

Augusto non osò sistemare il governo monarchico mediante uno statuto, il quale ponendo limiti a' suoi successori, avrebbe fatto conoscere ai Romani ch'egli non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè elezione legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta monarchia, costituita unicamente sulla forza, dalla forza unicamente frenata; l'imperatore, rappresentante del popolo, poteva quel che volesse[102], e dell'onnipotenza valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e a togliere al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza.

Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme repubblicane, aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè vedeasi senza repugnanza che l'impero passerebbe da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo dell'illustre casa Claudia, illustre egli stesso per imprese guerresche, rivestito di molti onori e della tribunizia podestà, figliastro e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra gli orfani d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere ogni gelosia, s'allontanò da Roma, come dicemmo, e visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli, toga: lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal tetto di quella faceva che gl'indovini investigassero negliastri l'avvenire; e se la risposta riuscivagli sospetta, nel ritorno il liberto scaraventava per le balze l'astrologo mal avvisato.

Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua)(4 d. C.), torna a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono sel destinasse successore acciocchè la propria moderazione traesse risalto dal lento strazio di costui[103], ch'e' conosceva pauroso, diffidente, irresoluto, simulato. Alla morte dunque del patrigno(14), Tiberio si trova padrone del mondo a cinquantasei anni. Non volendo accettar l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità d'un vecchio, modestamente convoca il senato, come tribuno ch'egli era; e la offertagli dominazione ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare il divin genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi ad accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza in ogni passo. Di fatto li consultava continuo, ne incoraggiva l'opposizione, gli esortava a ripristinare la repubblica; cedeva la destra ai consoli, e sorgeva al loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi, massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il titolo di signore, nè di padre della patria, nè tampoco quello di Dio, dicendo: — Io sono signore de' miei schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli altri cittadini romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia, la pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava i governatori delle provincie che un buon pastore tosa non iscortica le pecore. Riformò i costumi, diminuendo le innumerevoli taverne, restituendo ai padri l'autorità di punire le figliuole discole, benchè maritate; vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri di corteggiare pubblicamente le commedianti; e perraffaccio allo scialacquo de' banchetti, faceasi servire i rilievi del giorno antecedente, dicendo che la parte non ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri e la parola». Vuolsi in senato portar querela contro suoi diffamatori? — Non ci basta ozio per tali bagattelle. Se aprite la porta ai delatori, non avrete ad occuparvi d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto di difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie da vendicare».

Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe mai comparire grazioso; le larghezze e l'affabilità di Augusto disapprovava; non diede molti spettacoli al popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco soddisfece ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj detto per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad Augusto che l'ultima sua volontà rimaneva inadempita, Tiberio gli pagò il lascito, poi di presente lo fece trucidare perchè riferisse ad Augusto notizie più fresche e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare od altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti intrighi e delitti non colse che l'amarezza d'aver posto in trono un ingrato. A Giulia, indegna sua moglie, da tre lustri relegata, sospese la modica pensione assegnatale dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio Gracco, drudo antico di lei.

Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto mostrossi calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. Agrippa, nipote d'Augusto, fu ucciso. Le legioni di Germania e di Pannonia avevano offerto l'impero a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione: pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato della popolarità e del valore di lui, lo richiamò di mezzo ai trionfi per mandarlo a calmare l'insorto Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo tracotantee violento, il quale col profonder oro e calunnie ne attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di veleno o di crepacuore a trentaquattr'anni(19). Tutti, fin i nemici, piansero il generoso giovane, e in Roma il dolore si rivelò con clamorose dimostrazioni. Il giorno che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro d'Augusto, la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo Marzio ardeva di doppieri; quivi soldati in arme, magistrati senza insegne, popolo diviso per le sue tribù gridavano, esser la repubblica approfondata, arditi e scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma nulla punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso Agrippina moglie di Germanico: chi la diceva ornamento della patria, chi unica reliquia del sangue d'Augusto, specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero sopravivere agli iniqui[104].

Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera lasciata da Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati e il sanzionar le leggi, trasferendo questi atti nel senato, sovvertimento radicale della costituzione romana[105], sebbene già prima i comizj fossero resi illusorj dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato così divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: affine poi che neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, i senatori doveano votare ad alta voce, e presente l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo quell'assemblea, augusta un tempo, allora si trovò avvilita a segno che Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure se ne giovava per gli atti legislativi, davanti ad essaproponendo o ventilando leggi, che nessuno osava contraddire.

L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli, adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee contro l'aristocrazia di averi o di merito.

Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale; tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino, nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio Cordo che, nella storia delle guerre civili diRoma, intitolò Bruto l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107].

Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto, riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento; chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello, fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate, non si sapeva perchè.

Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti, timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura deglischiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada, e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora abbastanza rappattumato con te».

Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza, o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è subito messo a morte[108].

In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio; ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta; poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo, sevizie e voluttà. Amplissimavista di mare, il prospetto della ridente Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse per prigione e paradiso(26)il minaccioso e tremante imperatore: gli scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme, acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva alla crapula, sicchè i soldati, invece diTiberius Claudius Nero, lo chiamavanoBiberius Caldius Mero: allora creò un sovrantendente dei piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi, i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto, ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.

E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse, torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri, gli animali, interrogati da Trasillo rodiano.I senatori deputati a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati: fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano, prefetto de' pretoriani.

Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di spirito e corpo vigoroso, erasi traforato nella grazia di Tiberio col rendergli rilevanti servizj e sleali. Ordì con esso di perdere Agrippina vedova di Germanico, la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei amici sono un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa vien guardata con una specie d'orrore. Ucciderla però non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza nella parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, scrive una lettera ambigua al senato, imputando colei d'orgoglio, i suoi figli d'impudicizia. Il senato vede la mina contro la casa di Germanico, ma è rattenuto dal favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo alla sicurezza dell'imperatore e dell'impero; e tosto Nerone è esigliato, Druso messo prigione(30), nè tardarono a morire. Agrippina confinata nell'isola Pandataria, dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò al senato di clemenza per non averla fatta esporre alle gemonie.

Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. Rese importante il comando de' pretoriani, ai quali, col raccorli in un campo solo sotto Roma, attribuì pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di sposarle, traeva principali donne ad ajutare il suo ingrandimento, e scoprire i segreti de' mariti: Tiberio stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche, lasciava effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane sulle are di esso.

Non contento del dominio, Sejano vuole anche le apparenze; e poichè fra lui e l'impero si frapponea Druso figlio di Tiberio e di Vipsania, seduce la costui moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a Tiberio la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; in conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. Ma come abbatterlo se ha tutto l'impero in mano? Tiberio comincia ad elevargli a fronte Cajo Cesare Caligola, prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio di Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone(31), colonnello dei pretoriani, con lettera nella quale sul principio getta qualche lamento contro di Sejano, poi parla d'altro; torna alle querele, indi divaga; si rifà sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; e mentre questi stordito non osa proferir parola a loro scampo, ode chiudersi la lettera col comando ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici lo abbandonano; pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo, partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, lo insulta allorchè il console lo mena al carcere; e mentre, se fosse riuscito, avrebbe avuto adorazioni, vede dappertutto abbattersi le sue statue, e il senato decretarlo al supplizio[109].

Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo colpo di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione; teneva vascelli sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta agli scogli i concertati segnali; tanto temeva che il gelo dell'egoismo non si squagliasse un istante. Ma al cessare della potenza era cessato il favore al dio, al futuroimperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano a saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul cadavere esecrato del nemico del popolo; quanti amici aveva egli avuto, sono perseguitati, vuotate dal boja le prigioni ov'erano accumulati i complici del ministro, messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la legge vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina fu data prima al carnefice da violare.

I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri le colpe de' regnanti, persuadevansi che Sejano fosse la sola causa dei delitti di Tiberio, e che, morto lui, il principe si mitigherebbe; al contrario, Tiberio diventa più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per salvar sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè egli non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti e inveterati; sprezza e teme il senato, e ogni giorno un nuovo membro ne recide; teme i governatori, e a molti, dopo nominati, impedisce di recarsi alle provincie, rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie, e molti fa uccidere perchè compassionevoli (ob lacrymas); teme gli avvenire, e fanciulli di nove anni manda al supplizio. Le più assurde cagioni portano condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai Greci al bisavolo di lui: un nano che il divertiva a tavola gli domanda, — Perchè vive ancora Paconio reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è morto. La storia di quegli anni può dirsi il registro mortuario delle famiglie illustri, e notavasi come cosa rara il personaggio che morisse a suo letto: una volta Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per l'affare di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i mutili loro corpi giacquero più giorni per le vie sotto la custodia dei carnefici che denunziavano chi si dolesse.

Or tremendamente sardonico, or tremendamente serio, voleva essere adulato, eppure sprezzava gli adulatori; sicchè diventava pericolo fin la vigliaccheria. Voconio propose che venti senatori per turno gli facessero la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò le beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere armi ai senatori, i quali anzi volea fossero frugati all'entrare. Al suo ventesimo anno i consoli decretano solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con ciò vogliono far intendere che gli prorogano per un altro decennio la sovranità, e li fa mettere a morte.

Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare invecchiando fra l'aspetto della universale vigliaccheria e delle reciproche malevolenze, e fra le sordide adulazioni che mascherano il rancore e la trama. Pure, tanta frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma giusta onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico, il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni, quella menzogna che svisa i fatti meglio conosciuti, e quella credulità che accetta i meno fondati.

Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che costui aveva la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore che ispirava, onde scriveva al senato: — S'io so che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi facciano perire ancor più crudelmente di quel che mi senta perire ogni giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano, purchè m'obbediscano», e precipitava in eccessi, che non solo scrivere, ma nè possono tampoco immaginarsi.

Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco Terenzio, accusato della benevolenza di Sejano, disse in senato: — Dell'amicizia con esso ci assolverà la ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio generale, imputato di aver voluto dare nuora sua figliaa Sejano, risponde a Tiberio: — M'ingannai io, ma anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono; se ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte, e saprei ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di tutto; a me lascia la mia provincia». Così poteva scrivere un generale a quello che faceva tremar Roma e il mondo.

Imperocchè non era egli robusto per amministrazione salda e compatta, ma per la disunione degli altri; potentissimo dove arrivavano i suoi carnefici, poco valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo sentiva Tiberio, e di qui la diffidenza, motrice sua prima. Mentre gira per Italia, ode che alcuni da lui accusati furono rimandati dal senato senza tampoco interrogarli, crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol ritornare a Capri, ma tra via muore(37). Roma sulle prime la dubitò arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di lui restituisse la libertà. Eppure egli tiranneggiava anche postumo, e trovandosi in Roma de' prigionieri, che, secondo un consulto del senato, non si potevano strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi ancora il successore che li potesse assolvere, i manigoldi li strangolarono per seguire la legalità.

Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; indocilì senato e popolo agli assurdi talenti del dominatore; spense i sentimenti che formano la dignità dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza pubblica, che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene e reintegra gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare i rimasti, col mostrare che il senato e il popolo potevano spingere la viltà e la paura fino ad adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva la materiale.


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