CAPITOLO XXXIX.Gli Antonini.
Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo movimento, Antonino visse in tal quiete, che in ventitre anni non oltrepassò la villa di Lanuvio. Per dolcezza naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto i campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei migliori principi che la storia rammenti. Guadagnò il favore del popolo, non lo brigò; accoglieva qualunque più umile, e dava ascolto a richiami contro uffiziali o magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia de' suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; magnifico senza lusso, economo senza grettezza, osservante dei costumi antichi ma senza scrupoleggiare. Interveniva ai pubblici riti, come pontefice supremo offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani, lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, sebbene nol facesse che col raffronto delle antiche virtù[229].
Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj, contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese dicendo: — Non hogran voglia di render palese quanti mi odiano». E ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici».
Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto. Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze, alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai».
Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: — Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo arrivare dal suo albergo al palazzo!»
Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso semprecon Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e nuovo di Pio.
Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe' suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato; alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità». Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi, Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio(140); i Briganti che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là dell'Atlante.
Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo diede sposa sua figlia Annia Faustina,e assai ne pregiava le belle doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più ribaldi(161).
Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne' giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto; sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore. Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito, prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa economia. Adorò gliDei senza superstizione; cattivossi il popolo, non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava; cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita, o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie; non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè di quella fretta che fa dire,Bada che tu non sudi: compiva unacosa dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione. Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si mostrò».
Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231].
Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando che il popolo lo berteggiasse.
A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello, ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro; in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti, corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora,alloggiato in palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano.
Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto l'impero e dato esercizio alla liberalità di Antonino, si rinnovarono per le provincie, aggiuntavi l'epidemia; poi uno strano caro in Roma: talchè Marc'Aurelio ebbe a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti sbucarono nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia si agitò, Vologeso III re de' Parti ruppe guerra con formidabili preparativi. A combatterlo, Marc'Aurelio mandò Lucio Vero(162), sperando strapparlo all'indecorosa mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, fu dalle dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. Guarito da questa non da quelle, passa il mare; e l'Asia lo alletta a godimenti, ne' quali logora il tempo. Frontone[232], scrivendogli, deplorava il decadimento della militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne e negli esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, cavalieri sbarbate fin le coscie e le gambe, uomini piuttosto vestiti che armati, talmente che Leliano Ponzio, educato nell'antica disciplina, colla punta delle dita sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini posti sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi d'un salto sul cavallo; altri sosteneansi a fatica sui garretti o sui ginocchi; pochi sapevano palleggiare il giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosselana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno lungo quanto la notte, e la veglia in mezzo al vino». Eppure l'esercito era ancora la parte più sana dell'impero, e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto sino a Ctesifonte, arse la reggia de' Parti(163), prese Edessa, Babilonia e tutta la Media. Vero, indegnamente proclamato vincitore dei Parti, distribuì i regni, e assegnò il governo delle provincie ai senatori che l'accompagnavano.
Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i Germani insorsero dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, accorsovi col fratello, parte respinse oltre il Danubio, parte sottomise; e diffidando a ragione, si fermò a piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e dell'Italia. Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito divampò, e i due augusti dovettero accorrere di nuovo. Ma Vero morì ad Altino di trentanove anni(169); Aurelio lo fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più risoluto nella via del bene.
La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i Marcomanni videro più volte le spalle dei Romani(170), li inseguirono fin sotto Aquileja, e in Italia recarono fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la peste menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, Germani mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi del proprio palazzo, ori, statue, quadri, le vesti di sua moglie, e una preziosissima copia di perle, adunate da Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma ritrattane provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle cose vendute. I Barbari combattè in ogni parte da eroe, ma eroe umano, risparmiando il sangue ove potea, reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempioanimando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, rimpetto all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò preso in mezzo dai Marcomanni; e sebbene i suoi con valore si riparassero da quella serra, vedeansi all'estremo per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo stesso, avventando gragnuola e fulmini contro i nemici, che in quella confusione gli avevano assaliti, ajuta i Romani a disperderli.
È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, gridato per miracolo da Gentili e da Cristiani: quelli l'attribuiscono ad Arnufi, mago egiziano, od a preghiere dell'imperatore[233]; i nostri ne fanno merito ai battezzati della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover queste vittorie ai Cristiani; e contro chi li calunniasse decretò l'ultima severità.
La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto i Romani avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che rinnovarono i movimenti, furono rinserrati per modo, che la fame li costrinse implorar pace dall'imperatore(174); e venuti con doni, coi disertori e con tredicimila prigionieri, la ottennero a patto di non più trafficare sulle terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. Gli altri Germani furono pure repressi, com'anche i Mori che aveano invaso la Spagna.
Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare discordie che non colle armi domò i sollevati Egiziani; ed anche in Armenia e in Arabia fece mostra di prudenza e valore. Costui, quanto sicuro nelle armi, erarigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri incatenati insieme e gettati al mare; ai disertori faceva mozzar piedi e mani, dicendo la vista di que' moncherini produrre maggior effetto che non un supplizio. Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi ajuti passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, ne uccisero tremila e tornarono carichi di preda: ma quando i centurioni, che a ciò gli avevano eccitati, aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e' li fece crocifiggere per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo senz'armi fra i tumultuanti, esclama: — Uccidetemi pure, e alla dimenticanza del dover vostro aggiungete l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì; l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere un tal capo, chiesero una pace di cento anni.
Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio deputò Cassio a governare la Siria, ove in sei mesi riparò allo scompiglio e all'immoralità delle legioni; ogni otto giorni ne passava in rassegna l'abito, le armi, l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e malgrado quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che portava, rammentavagli un altro che avea tentato impedire la monarchia in Roma; ed egli pure chimerizzava una romana repubblica. Antonino il seppe e tollerò; Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che stare in pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, niuno uccide il proprio successore; se no, rimarrà preso al proprio laccio. Non conviene diffidare d'uomo non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la vita pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito a' miei figliuoli».
Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o Cassio la divulgò, che l'imperatore fosse morto; eFaustina imperatrice, temendo l'impero non venisse occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, sollecitò Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece proclamare(175), e ben tosto il paese di là dal Tauro e l'Egitto gli obbedirono; principi e popoli stranieri abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando più nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo esercito, movendo pacata querela dell'ingratitudine; indi prese il cammino dell'Illiria per farsi incontro a Cassio, e cedergli l'impero, quando tale paresse il volere degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante fatiche io duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del bene del mio popolo».
Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o simulava d'intendere soltanto al pubblico bene: — Infelice la repubblica in preda d'avoltoj, che dopo il pasto han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma per farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli di morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero Catone? a che è ridotta la disciplina de' nostri vecchi? or non si sa tampoco ribramarla. L'imperatore fa il mestiere del filosofo, disserta sul giusto e l'ingiusto, sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità bisogna dare, molte teste abbattere se vogliasi ripristinar il governo nell'antico splendore. Di che non sono meritevoli cotesti rettori di provincie, che credonsi posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima d'entrar in carica non avea pane; e poco poi possiede milioni: e come gli ebbe, se non col sangue dello Stato e collo spoglio delle provincie? Le confische su costoro rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona causa: io opererò da vero Cassio, e restituirò alla repubblica il prisco splendore».
Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo tolse dalla vita e da un regno di tre mesi e sei giorni. Marco Vero, ch'era stato spedito contro di lui, trovate le lettere de' suoi partigiani, le bruciò dicendo: — Questo atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche, avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano delle guardie di Cassio e suo figlio Muziano, governator dell'Egitto, perirono, e così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, il quale agli sbanditi rese la patria e i beni; e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: — I senatori e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi per onor vostro e mio, che quest'insurrezione costò la vita a quelli soli che perirono nel primo tumulto. Così anche a loro potessi renderla! La vendetta è indegna d'un regnante».
Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del ribelle, e li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse i maneggi di quella parentela per avversargli il popolo e i soldati. Agli amici che gli dicevano, — Cassio non avrebbe usata tanta moderazione», replicò: — Noi non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero chiarirsi per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà hanno menato sventura a molti miei antecessori, e un principe buono non è mai vinto od ucciso da un usurpatore; Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine loro; Otone e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina di Galba».
Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, come il viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme cerca ombra e ristoro.
La bontà però qualche volta il portava a perdonare anche al reo. Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, avea lite colla città d'Atene, e vedendo l'imperatore inclinato a favor di questa, invece di ragioni presea oltraggiarlo come raggirato da una donna e da una bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici per gli Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato pacatamente, quando fu partito disse ai deputati di Atene: — Ora potete esporre le ragioni vostre, benchè Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli strapazzi che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: pure condannò solo questi ultimi, poi li graziò; e appena Erode lagnossi seco che più non gli scrivesse, gli chiese scusa con questo viglietto, singolare in un re: — Desidero tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a male se trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli ho puniti, sebbene nel modo più dolce che mi fu possibile. Non me n'accagionare; ma se ho fatto o fo cosa che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti soddisferò nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei misteri; avendo io, nel fervor della guerra, fatto voto d'iniziarmi, e voglio che tu presieda alla cerimonia»[234].
Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio sfacciato della moglie Faustina, e promosse gli amanti di essa; e consigliato dagli amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe le restituissi la dote, cioè l'impero datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna d'un saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, vergognosa di vedersi accusata dai complici, ella si uccise(176). Aurelio ne' suoi ricordi la rimpianse come fedele, amabile e di meravigliosa semplicità di costumi; mutò in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè del Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a porla fra gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue ed un altare, ove le novelle spose facessero sacrifizio solenne all'adultera imperiale.
Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, perdonò a tutte le città fautrici di Cassio, e all'Egitto infervorato di esso; solo ad Antiochia interdisse i giuochi, sua vita, e tolse i privilegi: ma essendovi poi andato in persona, anche di questo la sgravò. In Atene si fece iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori d'ogni scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati di riprendere la toga, non essendovi mai nè egli nè i suoi comparsi in abito guerresco(177). Entrando trionfante in Roma, superò in largizioni tutti i predecessori; giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo espresso che era stato in girootto anni, la folla cominciò a gridare — Otto, otto», chiedendo così otto denari d'oro per testa; ed esso glieli fece dare.
In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero capaci gli antichi; e sotto un imperatore onesto e generoso, le fronti si rialzavano con dignità. Fra altre savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori d'adoprare armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. Egli non usciva mai dal senato, che il console non avesse dato congedo colNihil vos moramur, patres conscripti; tornava dalla Campania qualvolta v'avesse a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per gli affari; primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia i delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso rimetteva le cause al senato, trovando più giusto il piegarsi egli stesso al parere di tanti savj, che non trascinare questi al suo.
Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in mezzo alle vittorie morì a Sirmio in Pannonia(180)di cinquantanove anni, dopo regnato diciannove; e di sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto forse il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la morte. Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi,e diceva agli amici: — Da voi aspetto meglio che i sentimenti ordinarj e naturali; ma che chiariate aver io collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj. Mio figlio a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. Egli esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della gioventù ha bisogno di governo e di piloto, che mai, scarso d'esperienza, non travii e rompa agli scogli: non l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con buoni avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi. Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze di un principe voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, non è in securo, per quante guardie lo difendano; non teme congiure e sommosse se pensò a farsi amare più che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da sospetti; senz'essere schiavo, è buon suddito, e non ricusa obbedienza se non a comando dato con soverchia durezza. Difficile è l'usar con moderazione una podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi e per l'impero un principe degno, a me mostrerete la vostra costanza, e onorerete la memoria mia, unico mezzo di renderla immortale».
Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, egli ascritto fra gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non ne tenesse in casa l'effigie. Oltre l'esempio d'una benignità e d'una dolcezza quasi uniche, ci lasciò anche precetti per iscritto[235], la cui indulgenza discorda dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui giungesse la filosofia pagana, irradiata suo malgrado da quella suprema sapienza, incontro a cui ostinavasi a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva egli) dappertutto; una sola legge, che è la ragione comune a tutti gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un dio ed emanazione dell'ente supremo. Chi coltiva lapropria ragione deve guardarsi come sacerdote e ministro degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare ingiuria a questo genio divino che abita in fondo al cuore, e conservalo propizio col fargli modesto corteggio siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa per occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei v'ha di celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione del gran Giove, cioè lo spirito e la ragione; il dio che abita in te, conduca e governi un uomo veramente uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, siamo cittadini sotto l'egual reggimento».
Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a differenza di Cicerone, insiste più spesso sulla morale privata, sulla cognizione di se stesso. — Di rado siamo infelici per non sapere che cosa passi nel cuor degli altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? ad aver l'anima giusta, far buone azioni, cioè utili alla società, non poter dire che il vero, esser sempre in grado di ricevere ciò che accade come cosa necessaria. Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il miele, non diconoHo fatto del bene, così un uomo non deve proclamare il bene che opera, ma continuare come la vigna, che, dopo portato il frutto, si prepara a portarne dell'altro a tempo.
«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te stesso, e bada se mai non facesti nulla di simile: questo riflesso dissiperà la tua collera. Dio immortale non s'indispettisce di tollerare per tanti secoli un'infinità di malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che domani morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli? Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla che a fare qualcosa.
«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri, con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe; che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe spogliare l'anima mia dell'onestà.
«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace, giacchè chi ti congeda è tutto bontà.
«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo, il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dareascolto a delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni, lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico, l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione, nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando, eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre, gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici, tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto, applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi, di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa, o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermenteNon ho tempo, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto, non dispettoso e diffidente, non mostrare adaltri d'averlo a vile e di credersene migliore, amar la celia innocente.
«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti, buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia, caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in Dio eglivorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto; disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo agli uomini per beneficarli.