LIBRO QUINTOCAPITOLO XLVI.Il Cristianesimo perseguitato, combattente, vincitore.
Allorchè Costantino movea verso l'Italia contro Massenzio, tutto l'esercito vide, sopra del sole, uno splendore in forma di croce, dove leggeasi,Per questo segno vincerai. Dappoi in sogno esso imperatore fu avvertito che adottasse la croce per insegna; ond'egli fece farne una col monogramma di Cristo ☧ e la attaccò al làbaro, cioè allo stendardo imperiale, invece degli Dei che soleano portarsi innanzi alle legioni. Dall'obbrobrio del Gólgota passa dunque la croce a guidare gli eserciti; presto sfolgorerà in fronte ai re, aprendo una nuova civiltà; ma traverso ai contrasti e ai patimenti, che sono indispensabili pel trionfo del vero.
Gli apostoli e i primi loro discepoli, colla voce, coll'esempio, col martirio, colla Grazia propagarono la redentrice morte in parti remotissime; giovati umanamente dalla grande concentrazione del mondo civile nell'Impero, per cui erano tolte le barriere delle nazionali nimicizie, e rese universali le lingue greca e romana.
Come le antiche città voleano derivare le proprie origini da semidei, così le Chiese aspirarono al vanto d'esser fondate da apostoli o dai primi loro discepoli.Che san Paolo, allegando d'essere cittadino romano, declinasse i giudizj provinciali, e si facesse condurre a Roma, consta dagli Atti Apostolici. Un'antica fama vi porta anche san Pietro (t.III, p. 194), il quale, secondo le tradizioni napoletane, venendo da Antiochia approdò a Brindisi, quindi a Otranto; in Taranto lasciò vescovo Amasiano; visitò Trani, Oria, Andria; per l'Adriatico navigò a Siponto, indi pel Tirreno giunse a Napoli, e convertitala, vi pose vescovo Aspreno; s'addentrò pure a Capua, facendone vescovo Prisco, e Marco ad Atina, Epafrodito a Terracina, Fotino a Benevento, Simisio a Sessa, così a Bari e altrove. Reggio vanta per primo pastore Stefano, ricevuto dall'apostolo Paolo; e Pozzuoli Patroba, discepolo di questo. Farebbero discepolo di Pietro san Paolino, che battezzò i Lucchesi. A Milano vorrebbe dirsi piantata la croce dall'apostolo Barnaba: nella Venezia da san Marco evangelista, il quale avendo convertito ad Aquileja Ermàgora, in Roma lo presentò a Pietro, che destinollo vescovo di questa città[23], di Trieste, di Concordia; come sanMassimo d'Emona, san Prosdocimo di Padova, Vicenza, Altino, Feltre, Este.
Pie tradizioni, che la critica non può tutte accettare, ma neppure senza leggerezza repudiar tutte. Certo in Roma, trentatre anni dopo Cristo morto, Nerone trovava Cristiani in quantità (multitudo ingens); e non si poteano più reprimere che coll'inventare contro di loro insane calunnie, quali l'incendio di Roma (t.III, p. 197). I grandi e i dotti continuavano come Pilato a dire — Cos'è la verità?» ma numerose classi, che la necessità del lavoro salvava dalla corruzione, credendo quello che avevano creduto i loro padri, frequentavano i tempj, e sentivano il bisogno della divinità che soccorre, che consola, che rimunera. Fra gli schiavi, se molti riduceansi turpe strumento ai vizj del padrone, altri, più remoti dal lezzo signorile, mantenevano la moralità naturale. A costoro dunque come riusciva consolante l'udire parlarsi d'un Dio, eguale per essi e pei loro tiranni; e che colla pazienza poteano le dure fatiche, gl'iniqui strapazzi tramutare in tesoro per un'altra vita, ove ad un giudizio incorruttibile sarebbero chiamati non meno gli oppressori che gli oppressi!
Il più de' Cristiani cernivasi dunque tra costoro: maben presto Plinio ne scontrava d'ogni età ed ordine; Tertulliano asseriva al proconsole: — Se persisti a sterminare i Cristiani, puoi decimare la città, e fra' colpevoli troverai molti del tuo grado, senatori, matrone, amici»; l'editto dell'imperatore Valeriano suppone battezzati e senatori e cavalieri romani e dame di grado.
Neppure ai popoli più abbandonati la Provvidenza non avea lasciato mancare lumi per iscorgere la verità, e per almeno rispettare quel che non aveano forza di seguire. L'orgoglio degradasse pure lo spirito, la concupiscenza invilisse la carne, gli uomini si stordissero fra cure e voluttà; non poteano spegnere la coscienza prepotente che porta a cercare chi è Dio? chi l'uomo? quali relazioni fra questo e quello? come il peccatore può rigenerarsi? che cosa s'incontrerà dopo morte? A siffatte domande niuna risposta soddisfacente adduceano l'orgoglio degli Stoici, la depravazione degli Epicurei, la grossolanità de' Cinici, lo scetticismo degli Accademici; e soltanto dubbj o sottilità esibivano a chi invocava il riposo della certezza.
Nè meglio appagava una religione, dove professavasi o un Dio imperfetto, o la creatura perfetta; il che equivale a negare e la creatura e Dio; e che, spoglia di dogmi, riusciva mancante d'efficacia morale. Fra quei sacerdoti, se eccettuate alcuni fanatici egizj e siri, chi mai avrebbe patito disagi non che tormenti pel suo Dio? chi voluto girare predicandone il culto, più di quel che giovasse ad acquistare credito e ricchezze? tenevano la loro dignità non altrimenti che un impiego dello Stato; pronti, se il senato lo decretasse, a sostituire Giove a Tina, Mitra ad Apollo, ed erigere altari al tiranno ed alla meretrice.
Or ecco il cristianesimo, «dalle tenebre chiamando nell'ammirabile sua luce», e rivelando Colui che è lachiave di tutti i secreti, la parola di tutti gli enigmi, il compimento di tutta la legge, proclamava di nuovo la fede perchè fondato sulla rivelazione, la speranza perchè appoggiato a promesse divine, la carità perchè mostra tutti fratelli e solidarj in quell'ordine universale, ove ogni cosa si armonizza al fine supremo che a ciascuno impose Iddio, e a quel supremo bene che è la manifestazione esterna delle perfezioni divine[24]. Gente non natavi per accidente, ma entrata nel cristianesimo per intima persuasione e dopo lunga lotta e duri sacrifizj e persuasa non darsi salute fuori di esso, restava impegnata a conservarlo e diffonderlo coll'esaltamento d'una profonda fiducia; scendere al vulgo, alle donne, ai fanciulli, per illuminarne l'intelletto, dirigerne la condotta, comunicare a tutti la cognizione più essenziale, quella de' proprj doveri; sicchè i principj importanti all'ordine sociale diventano universale eredità per via di catechismi, omelie, professioni di fede, cantici, preghiere: forme diverse d'una fede sola, d'una sola speranza, adattate alla comune capacità. Il padre convertito trae la famiglia ad una credenza, fuor della quale sa che non si arriva a salvamento; il soldato predica alla sua coorte, uno schiavo all'ergastolo e talora al padrone.
A quest'apostolato potea lungamente resistere la gentilesca indifferenza? Roma avea provato ogni bene terreno, la potenza e la gloria, poi la ricchezza e le voluttà; e non se ne trovava appagata. De' suoi pensatori, alcuni deploravano ancora Farsaglia, ed oscillavano tra un'avventata resistenza e il disperare della pubblica cosa; altri in represso fermento aspettavano misteriosi avvenimenti predetti dagli oracoli, e creduti come si suole in tempi e da uomini infelici tra quell'avvicendared'anarchia e despotismo, tra la brutalità degli imperanti, la feroce licenza de' guerrieri, le rapine de' magistrati. All'annunzio d'una religione, divina nella sua origine, semplice e vera nell'insegnamento, pura e generosa nell'applicazione; a quella dottrina semplice, chiara, umana e insieme sublime, l'intelletto s'apriva, se ancora la volontà esitava; quand'anche la Grazia non trionfasse delle abitudini e dell'interesse, il cristianesimo palesava virtù, a cui non poteasi ricusare ammirazione; colla fratellanza procurava i gaudj d'una vita interiore; coi purificati sentimenti sapeva occupare le anime robuste, esercitare le immaginazioni attive, soddisfare ai bisogni intellettuali e morali, repressi, non isradicati dal sofisma, dalla tirannide, dalle sventure. Prova di questo bisogno di virtù si è, che coloro i quali tentarono ringiovanirle, dovettero alle credenze antiche mescere alcun che di puro ed elevato, che non traevano dalla loro essenza, che mai non aveano avuto nella pratica; il grossolano politeismo avvicinare al dogma d'un Dio solo, restringendo il culto quasi unicamente a Giove, e facendo di Apollo un mediatore fra Dio e gli uomini per mezzo degli oracoli, un salvatore dell'umanità, il quale si fosse incarnato, vissuto servo in terra, sottoposto a patimenti per espiazione.
Ma per quanto s'industriasse a rifarsi dei dogmi cristiani, forse che l'idolatria soccombente offriva la consolante dottrina della remissione de' peccati? Rimorso dalla coscienza, uno potea attutirla altrimenti che con olocausti, con farsi piovere sul capo il sangue di vittime scannate, o con altre espiazioni, di cui sentiva la superstiziosa vanità? Or chebuona novellal'udire che un Dio aveva radunata in sè solo quell'ira ineffabile, e che ciascuno può appropriarsi i meriti infiniti del sacrifizio della croce mediante la fede nel divino Redentore? I fedeli di quelle legalità, dove allo scelleratonon serbavasi che il castigo, ben faceano colpa ai Cristiani dell'accogliere i peccatori; ma i Cristiani rispondevano col restituirli innovati dalla penitenza.
Di buon'ora i Cristiani si costituirono in società con capi e regolamenti, entrate e spese (t. III, p. 202); legami volontarj e morali, eppur tenaci, che davano prevalenza sopra le fiacche e disperse aggregazioni religiose degli antichi, nelle quali ciò che in Etruria si credeva, beffavasi in Sicilia, ed i sacerdoti de' varj delubri e de' molteplici numi, non che fra loro indipendenti, erano gelosi e nemici. Ne' Cristiani invece, uno lo spirito, una la morale, uno il culto: devoti fin alla morte alla causa stessa; «nell'unità della fede e nella cognizione del Figliuol di Dio»[25], credevano infallibile il concilio de' loro sacerdoti, perchè lo Spirito Santo avea promesso d'esser con loro; dipendevano da capi che avevano conversato coll'Uomo Dio, o con chi gli era vissuto a' fianchi. Vedendo quell'intima comunanza, quel legame fraterno, saldato dall'unità delle credenze e delle speranze, i Gentili esclamavano, — Vedi com'e' si amano!» Ed a ragione, dice Tertulliano, ne fan le meraviglie, essi che non sanno se non odiarsi.
I miracoli sono generalmente attestati, prodotti in apologie nelle quali troppo importava non mentire; dai nemici stessi non negati, bensì attribuiti a magia; tanto che anche il critico di buona fede s'arresta prima di volgerli in riso. Si negano? più grande diventa il miracolo di convertire il mondo, d'ispirare agli ignoranti la cognizione di sì elevate dottrine, ai dotti la sommessione a tanti misteri, agli scredenti la fede di cose incredibili; e tutto ciò a fronte di ostacoli potentissimi.
E ostacolo dei più robusti era l'abitudine. Colle primeidee, colle prime parole, il Gentile avea bevuto il politeismo; gli Dei erano associati alle impressioni di sua gioventù; ne' bisogni s'era rivolto ad essi, ricorso ai loro oracoli nel dubbio, sciolto ad essi il voto dopo campato da malattia, da naufragj, dalle manie di Caligola o dalle vendette di Sejano.
Le immagini della mitologia ridono di tale squisitezza, che, anche perduta ogni fede e trascorsi tanti secoli, lusingano tuttora le nostre immaginazioni. Che doveva essere allora, quando tutte le arti v'attingeano? quando n'erano pieni i libri, con cui si coltivava l'ingegno, s'incantavano gli ozj, si distraevano le malinconie? Il Cristiano, che negli Dei protettori della musica, della poesia, dell'eloquenza non riconosceva altro che demonj, era ridotto a privarsene: perchè ad ogni piè sospinto trovava pericoli e contaminazione, non dovea festeggiar i giorni di reciproci augurj o di solenni commemorazioni; non sospendere lampade e rami di lauro alle porte, nè coronarsi di fiori quando tutto il popolo s'inghirlandava; anzi protestare ad ogni atto che inferisse idolatria. A nozze si cantano Talassio ed Imene? alle esequie si fanno espiazioni? nei banchetti si liba agli Dei ospitali? nelle case si riveriscono i Lari? il Cristiano deve fuggire, mostrarne orrore. Da ciò continui disgusti; e il convertito obbligato a lasciar le più care distrazioni, ridursi alle abnegazioni, all'isolamento.
A impieghi e dignità era unica via il piacere al principe: e il principe bruciava i Cristiani, e ne faceva fanali a' suoi orti. Per rinfrancare il debole sentimento morale, eransi muniti di religiose cerimonie tutti gli atti della pubblica vita. Quelli dunque che già occupavano magistrature, come poteano prestare il giuramento? come sacrificare? come intervenire nel senato che radunavasi in un tempio, e le cui tornate cominciavanoda libagioni alle divinità? come presedere ai giuochi gentileschi?
E ai giuochi ripetemmo quanto traessero ingordi i Romani. Or bene, il cristianesimo esecrava spettacoli ove per diletto si versava sangue, e i nuovi convertiti venivano conosciuti all'allontanarsi dal circo; ma ciò quanto costava! Alipio (ce lo racconta sant'Agostino) convertito rinunziò agli spettacoli sanguinarj: pure un giorno i suoi amici lo trassero al circo romano. Egli vi si tenne ad occhi chiusi e immobile durante la lotta; quando improvviso il silenzio ansioso degli spettatori è rotto da applausi feroci, perchè un gladiatore aveva atterrato l'altro. Vinto dalla curiosità, Alipio schiude gli occhi, e la vista di quel sangue gli ridesta la crudele voluttà; mal suo grado s'affissa su quel corpo boccheggiante, e l'anima di lui s'inebbria del furore del combattimento e degli omicidj dell'arena. «Più non era l'uomo strascinatovi a forza, ma uno anch'esso della folla, commosso del pari, del pari gridante, ebbro di gioja come essa, e impaziente di ritornar a godere i furori del circo». Tanto l'abitudine prevaleva sopra le migliori risoluzioni.
L'idolatria sfoggiava la solennità d'un pubblico culto, con feste patrie e regie; il cristianesimo non esibiva che povera e semplice austerità; quella, connessa a' primordj della storia nazionale, deificava i fondatori e i legislatori del popolo; questo li sbalzava dall'are per sostituirvi il figlio di un fabbro, uno morto sul patibolo. Il vulgo stesso nel culto della patria vedeva quello della sua gloria; talchè s'innestavano pietà e patriotismo.
E chi erano costoro che venivano a dar il crollo a credenze, antiche quanto il mondo, diffuse quanto il genere umano? Non sapienti Greci, non Pitagorici o Gimnosofisti, ma della genìa degli Ebrei, rinomata per corriva e nata al servaggio, derisa per la singolaritàde' costumi e per le astinenze. Il loro fondatore non avea, come gli altri autori di religioni, usato lo scettro o la spada, nè tampoco la cetra o la penna: i suoi discepoli, levati dal remo o dal banco, erano una marmaglia pezzente, che si raccoglieva attorno poveri schiavi, giovani inesperti o vecchi mentecatti, per contar baje d'un Dio che si umana, d'uno che crocifisso risorge; vietava di discutere le ragioni dell'adorare e del credere; giudicava un male la sapienza del mondo, un bene la follia; riponeva la sapienza (come Giuliano li rimproverava) nel ripetere stupidamente, — Io credo».
Pertanto la religione di Cristo era dai Latini chiamatainsania, amentia, dementia, stultitia, furiosa opinio, furoris incipientia; l'orgoglioso repugnava dall'accomunarsi con artigiani e schiavi; i dotti trovavano ridicoli que' misteri, la cui sublimità non s'attinge che mediante la Grazia; la povertà e i supplizj de' discepoli davano argomento della debolezza del fondatore in una società che tutto riponeva nell'esito, tutto conchiudeva con questo mondo. Esagerando poi e falsando, dicevano che i Nazareni adorassero il sole, un agnello, una forca, una testa di giumento: e il vulgo, sempre numerosissimo, rideva, e li giudicava stolti ancor più che malvagi[26].
Ma anche malvagi li credeva. Costretti com'eranoa tenere le assemblee in secreto, i Cristiani davano appiglio alle accuse, solite apporsi a tutto ciò che è arcano; e nel più sinistro senso venivano intesi i riti loro. Le sobrie agapi sono inverecondo stravizzo: nei silenzj delle catacombe violentano il pudore e la natura: un fanciullo coperto di farina è presentato al neofito, il quale lo trafigge senza sapere che si faccia, se ne raccoglie il sangue in calici che passano da un labbro all'altro, e se ne mangiano le carni. Ritraggonsi dalle magistrature per non dovere far omaggio agli Dei? li sentenziano d'infingardi: sono stregonerie i miracoli; malefizio la loro costanza nei supplizj: anzi sono atei perchè non hanno sagrifizj, non tempj[27].
Eppure cotesti ribaldi qual morale insegnano? la più pura ed austera: povertà ad un mondo idolatrante le ricchezze; umiltà al secolo della superbia; castità in mezzo alle ostentate lascivie; abnegazione tra il filosofico egoismo. Invece di quell'assenza d'ogni dogma, così comoda all'accidia umana, che permetteva tutte le contraddizioni all'intelligenza, tutti i vaneggiamenti all'anima, tutte le superstizioni ai cuori, tutti gli eccessi alle passioni, intimavasi un dogma preciso, assoluto, universale, che richiedeva l'intensità dell'intelletto, la sommessione del raziocinio, l'obbedienza del cuore; al panteismo filosofico o al popolare l'idea della spiritualitàdi Dio e dell'individualità dell'uomo; agli Epicurei la fede nella Provvidenza e nelle retribuzioni postume; agl'increduli e agli indifferenti la necessità del culto; agli egoisti la solidarietà del genere umano; ai gaudenti le austerità e l'umiliazione; allo schiavo di ritenere le sue catene, sebbene al padrone intimi ch'egli è eguale al servo; al povero di non esigere i soccorsi, sebbene al ricco imponga di dare volontariamente. La gente, che da tanti mali erasi rifuggita nelle voluttà, senza tampoco sospettare che queste offendessero divinità tuffate nello stesso brago, vedevasi allora non solo interdetti gli atti, ma riprovato il desiderio; riprovata la fornicazione anche colle libere, anche colle schiave; riprovata la vendetta, che prima era dovere e religione; riprovato il fasto, e detti beati coloro che soffrono, beati gli umili di spirito; esclusi dalla gloria i molli, gli adulteri, i pederasti. Questa guerra alle passioni, questo freno agli istinti naturali, quanti non dovea stornare dal cristianesimo?
Mercanti e artieri assai vivevano del somministrar vittime, dell'allestire giuochi e simulacri: sacerdoti, auguri, re sacrificuli, incantatori, astrologi recavansi in odio chi guastava lor arte, e facevano prova di sostenerla col ravvivare il fervore pel culto antico, l'attenzione degli oracoli, la scaltrezza dei prodigi. Così invalse una quantità di maghi e prestigiatori, tra cui famosi Simone samaritano in patria e Apollonio di Tiane a Roma. Quegli offerse a san Pietro del denaro se gli partecipasse la facoltà di conferire lo Spirito Santo; donde fu nominata la simonia, cioè il vendere le cose sacre; prima eresia che comparve, ultima che sparirà. Vogliono capitasse egli a Roma regnante Claudio, e co' suoi prestigi talmente s'illustrasse, da meritare una statua nell'isola del Tevere[28]; ma avendovoluto librarsi a volo, si ruppe la persona. Anche Apollonio venne a Roma imperando Nerone, il quale, sebben nemico ai filosofi, gli permise di rimanere, e d'alloggiar ne' tempj, secondo soleva; poi a Vespasiano diede consigli sul ben governare l'impero. Accusato da un Greco a Domiziano, tornò a Roma a giustificarsi, ma il giorno medesimo fu visto a Pozzuoli e ad Efeso; e trovandosi in quest'ultima città al momento che Domiziano cadeva trafitto a Roma, sospese di parlare, e stato alquanto assorto, agli uditori meravigliati, disse: — Il tiranno è morto». Nerva succeduto imperatore, e che già eragli amico, l'invitò; ma egli scusossene, e mandogli de' pareri; indi sparve, nè più fu veduto vivo o morto.
Persone devote al nome di costui e a quel di Pitagora, a cui egli s'appoggiava, professavano che un'infinità di genj occupassero il vuoto fra l'uomo e Dio, partecipi in vario grado alla natura di esso; e poter l'uomo contrarre patti con quelli per via di cerimonie, digiuni, purificazioni. Il popolo li temeva e pagava, i grandi vi credevano; non Caracalla soltanto, ma fin Marc'Aurelio ne aveva sempre agli orecchi; e la malignità li confondeva coi Cristiani, e i miracoli de' santi coi costoro prestigi.
La più grave imputazione però ai Cristiani, vorrei dire la più romana, era d'odiare il genere umano, il che significava odiare l'impero[29]. Le istituzioni di Roma traevano lor forza dallo spirito di famiglia, sopra il quale era sorta la gran città, e dalla conseguente venerazioneper gli antenati. Or ecco il cristianesimo, che, per guadagnare gli spiriti volgendosi principalmente alla gioventù, la sottraeva ad una generazione frivola, logora, ignara del vero bene, nimicava il padre ai figli, il fratello al fratello; donde eseredati figliuoli, repudiate mogli, puniti schiavi, scassinata l'autorità domestica. Non che opporre agli antichi nuove glorie, nuove virtù, proferivansi dannati eternamente gli uomini più cari e venerati, i conquistatori ed i sapienti, i Cesari e i Ciceroni; chiamati demonj gli Dei, pel cui auspicio era ingrandito il Campidoglio. Mentre Roma intitolava eroi quelli che aveano sterminato maggiori popoli, grandezza il rapire a molti l'indipendenza, principal fonte di potere e di gloria la guerra, unico scopo di questa la conquista; ecco predicarsi la pace, la fratellanza, la giustizia, condannarsi cioè tutta la politica antica e nuova di Roma; dall'angustie d'una patria terrena sollevati gli animi ad una invisibile, della quale erano cittadini gli uomini tutti, anche il vinto, anche il barbaro, anche lo schiavo.
La religione de' Latini era essenzialmente nazionale, e incarnata colla repubblica; Roma, città santa, inorgoglivasi di derivare dagli Dei; a sette cose sacre annetteasi la conservazione dell'impero (t. I, p. 153-4); nei maggiori frangenti consultavansi i Libri Sibillini; senza auspicj non si tenevano assemblee, senza feciali non s'indiceva la guerra o saldava la pace, senza sacrifizj non s'inaugurava imperatore o console; a comuni solennità si congregavano le federazioni; e le teorie, portando l'annuo omaggio della lontana colonia alla madrepatria, teneano stretto il nodo fra questa e quella. Intaccare pertanto la religione era intaccare lo Stato, era un dichiararsi nemici del genere umano.
Augusto, fondando l'impero, trovò la necessità di rinnobilire le svilite idee religiose, e «ristorare i tempje le crollanti immagini degli Dei» (Orazio); e in testimonio dell'alleanza fra lo statuto e la religione, unì il sommo pontificato alla potenza imperiale, e collocò nel senato l'altare della Vittoria. Allora fu imposto silenzio alle voci che nella Roma repubblicana sbraveggiavano gli Dei e la vita futura; si moltiplicarono sacrifizj, iscrizioni votive, delubri. Mecenate, consigliando Augusto sul modo di governare, gli aveva detto: — Onora sempre e dappertutto la divinità secondo le leggi e gli usi aviti, e costringi gli altri a farlo. Quelli che introducono alcun che di stranio nel culto, detesta e punisci, non solo per riguardo agli Dei, ma perchè questi novatori trascinano molti cittadini ad alterare i costumi, donde vengono congiure, intelligenze, associazioni pericolose»[30]. Le assemblee erano vietate, anche quando tendessero a pubblica utilità; e tanto più sedi scopo religioso. I giureconsulti «custodi delle divine ed umane cose» pronunziavano doversi conservare ad ogni costo il culto avito, e Ulpiano radunò tutte le leggi in proposito[31]. Ben è vero che ai numi patrj e ai greci si erano aggiunti ora l'Iside egizia, ora il Mitra persiano, poco importando al politeismo che gli Dei fossero venti o cento, anzi alla costituzione essendo consono l'adottare gli Dei stranieri, ed alla politica l'assimilarsi i vinti coll'accettarne le credenze. Ma tutt'altrimenti andava il caso con una religione che ogn'altra escludeva, chediceasi universale, e destinata a fabbricare il suo tempio colle macerie delle nemiche.
La tirannia fin allora aveva colpito gli uomini nel corpo, ne' beni, nella vita, non s'era rivolta all'anima, al pensiero, mai non avendoli incontrati sulla sua via. Era la prima volta che desse di cozzo in una fede seria, profonda, pronta ad obbedire finchè le si chiedessero gli averi e il sangue, ma risoluta a resistere quando n'andassero di mezzo la credenza o il dovere: in quella gara di farsi vili al pie' di vili regnanti, insegnano che l'uomo è soltanto di Dio[32]; quanto ai dogmi ed all'esercizio di loro religione, non conoscono superiorità terrena; adoprano sincerità e pazienza, non forza o scaltrezze, non calare a transazioni, non guadagnar tempo; persuasi che tutte le cose visibili sono un nulla a petto delle arcane, che l'unico bene consiste nell'accettar la croce, l'unico male nel peccato, e che la follia del Calvario trionferebbe dell'ostinazione d'Israele e della superbia di Roma: gl'imperatori o i proconsoli vogliono forzarli? se deboli, fuggono; se no, soffrono, non piegano: contro la barbarie raddoppiasi la loro costanza, la quale diventa ad altri eccitamento, sicchè «il sangue è semenza di Cristiani».
Pure cotesti settarj dal loro Cristo aveano imparato a rispettare la potestà; sotto imperatori che disonoravano la natura, i loro dottori gli esortavano alla docilità, non essendo ancora in tal numero che bastassero a rappresentare un voto nazionale e mutare un reggimento. San Vittore interrogato da un prefetto, risponde: — Nulla ho fatto contro l'onore o gl'interessi dell'imperatore o della repubblica; non ricusai di assumere la difesa ove il dovere me l'imponeva; ogni giorno offro il sacrifizio per la salute di cesare e dell'impero; ogni giorno in favore della repubblica immolo vittimaspirituale al mio Dio». Perocchè il cristianesimo, improntato della universalità, attributo incomunicabile delle soluzioni divine, collocò la religione ben disopra alla parte contingente e variabile della società, fermandola nell'essenziale e permanente, sicchè l'uomo, in qualunque clima e qualunque governo, possa operare il perfezionamento proprio e meritarsi il cielo; sotto principi crudeli e scostumati non si ribella alla società, da' cui peccati rifugge; non pretende sovvertirla, ma cerca emendarla; combatte i vizj del secolo, ma senza staccarsi da esso.
Pertanto i Cristiani, ignorati o tollerati, erano cresciuti. I padroni degli schiavi s'accorgeano d'un mutamento, non cominciato dalle sublimi, ma dalle infime parti della società: alcuni sofisti tolsero a sillogizzare sopra quelle credenze: i sacerdoti vedeano diradarsi i tempj, sminuire le offerte. Allora, aperti gli occhi, si conobbe che costoro, nati appena jeri, già empivano i fòri, i tribunali, le legioni; senz'armi, senza difesa, negavano obbedienza ad ordini così semplici, quali pareano il bruciare un grano d'incenso sull'ara di un dio o d'un imperatore; e piuttosto accontentavansi di morire. Alla romana legalità, che faceva delitto il contrariare un decreto qualunque, come doveva movere sdegno questa inobbedienza! Gli statisti, che sentivano non poter più Roma prosperare dacchè era spoglia di morale ed abbandonata ai baccanali della forza, sapevano però che nel cadavere d'un grande Stato le istituzioni antiche conservano una vita galvanica, perchè e l'aristocrazia si ricorda qual fu, e l'esercito è abituato ad una certa disciplina, e il popolo ad un'amministrazione qual ella sia, e nel principe si concentrano la forza e l'opinione. Di qui la tenacità alle forme vetuste, che è propria de' dominj deboli; di qui l'odio dei politici contro il cristianesimo.
Sopragiungevano intanto sempre nuove traversie; peste, tremuoti, fame, correrie di Barbari: e i Cristiani predicavano, — Sono avvisi del cielo; Roma e il mondo, sommersi in un mare di vizj, meritano questi e peggiori castighi». Fremeano i Gentili a tal voce, quasi desiderassero o si compiacessero de' mali di cui adducevano la ragione: i politici si confermavano nel crederli avversi allo Stato: i religiosi pensavano che le costoro bestemmie irritassero gli Dei, i quali, destri un tempo agl'incrementi di Roma, lasciavanla allora sfasciarsi. Adunque ne si plachi la collera col sagrificare i loro nemici; il Cristiano, pel solo suo nome, sia considerato «nemico de' numi, degl'imperatori, delle leggi, de' costumi, di tutta la natura»[33].
Derivavano dunque dalla legalità romana le persecuzioni, che quella civiltà ci presentano in un aspetto differente assai dal classico; quistione politica più che religiosa, dove, poco curando la dottrina, punivasi la disobbedienza; e dove gl'imperatori buoni, cioè ispirati dall'antico genio romano, imperversarono più che non i malvagi, quali Comodo od Elagabalo.
La Chiesa noverò le sue vittorie dal numero delle sue tribolazioni. Sotto Nerone vedemmo la prima volta perseguitati i Cristiani, e non pare fosse soltanto per dare una soddisfazione al popolo, nè che si limitasse a Roma[34]. Domiziano, quando voleva rifabbricare il Giove Capitolino, tassò gli Ebrei un tanto per testa; e i Cristiani, compresi sotto quel nome, non volendo averun patto contribuire per idolatrie, ne nacque nuova persecuzione, in cui caddero Flavio Clemente, cugino dell'imperatore e collega di lui nel consolato, colla moglie e la nipote Domitilla. Il cristianesimo era già dunque arrivato ai limitari della reggia.
Plinio Cecilio (t.III, p. 339), stando proconsole della Bitinia e del Ponto, sentì contrasto fra il dovere d'eseguir la legge che condannava i Cristiani, e la coscienza propria che glieli mostrava incolpevoli; laonde interpellò l'imperatore Trajano come comportarsi, e se fossero a punire indistintamente giovani e vecchi, se perdonare a chi si pentiva. — Gl'interrogai (soggiunge) se fossero cristiani; e quei che confessarono, escussi due o tre fiate con minaccia del supplizio se perseveravano, gli ho condannati, giacchè meritano castigo la disobbedienza e l'ostinazione. Alcuni denunziati negarono; altri dissero aver cessato d'essere cristiani, ed affermavano che tutto il loro errore o delitto consisteva nell'adunarsi un giorno prefisso avanti l'alba e avvicendare inni a Cristo come fosse dio; si obbligavano con giuramento di non commetter furto, adulterio od altro misfatto, nè negare il deposito; poi raccoglievansi a mensa comune, innocente. Credetti bene chiarir la verità col mettere alla tortura due giovani schiave che diceansi addette ai ministerj di quel culto: non vi ho scoperto che una superstizione trasmodata, laonde ho sospeso tutto, aspettando tuoi ordini. Gran numero di persone d'ogni sesso e grado sono e saranno comprese in tale accusa, poichè questo contagio non ha soltanto infette le città, ma si è dilatato pei villaggi e le campagne».
L'imperatore, rispondendo, collauda l'operato del suo ministro, ma essere impossibile stabilir regola certa e generale in cause di questa natura. — Non bisogna fare indagini; ma se accusati e convinti, punirli; se l'imputato nega d'esser cristiano, gli si perdoni».
Strana rivelazione del contrasto fra la legalità e la giustizia! Il proconsole, uomo onesto, non trova rei questi settarj se non del nome, pure non domanda che siano salvati, sibbene con qual misura deva castigarli; e li mette al tormento per iscoprirne delitti, di cui non sono accusati. L'imperatore, un de' migliori, anch'egli tentenna fra il proprio sentimento e la ferrea rigidezza delle leggi! E come! la legge è tanto vaga che i prudenti stessi non sanno come interpretarla, e può essere sospesa non solo dall'imperatore, ma fin dal proconsole: eppure a' dubbj di questo l'imperatore non risponde se non che ha fatto bene. Se sono colpevoli, perchè declinare l'indagine? perchè assolverli sulla semplice negativa? Se innocenti, perchè punirli di confessare ciò che non è colpa? Che legislazione è cotesta dove si castiga non un fatto, ma un sentimento? Qual sanguinoso testimonio del niun conto che gli antichi faceano della vita dei loro simili![35]
Che se tanto lasciavasi all'arbitrio de' tribunali, e sotto un Plinio ed un Trajano, che doveva essere delle assemblee tumultuarie, quando la plebe, nei giorni devoti agli Dei o fra la sanguinaria ebbrezza dell'anfiteatro, chiamava a gran voci, — I Cristiani alle fiamme, alle fiere?» Editti d'Adriano e d'Antonino vietarono di far fondamento sulla semplice diceria per condannarli: ma che, se i rei medesimi confessavano, anzigloriavansi? Come doveva inviperire l'orgoglio degli imperatori o de' loro ministri allorchè vedeano un fanciullo, una donna, un oscuro cittadino confessare apertamente il delitto apposto; e a lusinghe, a promesse, a minaccie resistendo, ricusare non un delitto, ma l'atto il più semplice del culto nazionale, un granello d'incenso al dio Giove o al dio Antinoo! Li straziavano allora colla tortura, non per istrapparne la confessione del delitto, ma acciocchè il negassero; oppure mettevano a lubriche prove la continenza dei giovani e la castità delle vergini; e infelloniti dalla resistenza, gli abbandonavano a' manigoldi e al vulgo, in cui la ferocia, innestata dall'abitudine de' supplizj e de' giuochi circesi, veniva esasperata dal fanatismo.
Talvolta governatori umani respingevano le accuse, o con sotterfugi salvavano gl'imputati; talvolta li cacciavano solamente a confine: ma altri li chiudevano negli ergastoli e nelle miniere, oppure esercitavano su loro l'esacerbazione che permetteva la legge, iniquissima perchè indeterminata. Alla prova soccombevano? riportavano applausi dai Pagani, orrore e compassione dai Cristiani. Chi subisse generoso i tormenti, restava in venerazione: i fedeli baciavano le catene portate e le cicatrici rimaste; pei morti istituivano annue commemorazioni; e il sangue e le ossa, raccolte studiosamente, venivano poste sotto gli altari che servivano di mensa al viatico di quelli che si professavano pronti ad imitarli, e che in impeto generoso ambivano il martirio fin a denunziarsi da se stessi, a sturbare a bella posta i riti idolatrici, a ricusare la clemenza, e negli anfiteatri provocar l'ira delle fiere e de' manigoldi[36].
A malgrado degli scrupoli di Trajano, consta che sotto di esso molti subirono il martirio. Clemente papa fu sbandito dalla sua sede. Ignazio, vescovo d'Antiochia, fu da quell'imperatore mandato a Roma, perchè vi fosse ucciso: sul viaggio dell'intrepido confessore di Cristo accorreano vescovi, diaconi, fedeli; in Roma tanti mostravano interesse per lui, ch'egli temeva riuscissero a camparlo dal martirio; ma come vi si seppe destinato, coi fedeli pregò il Figliuol di Dio per le Chiese, per la carità fra' Cristiani, per la cessazione delle persecuzioni: esposto nell'anfiteatro alle fiere nelle feste Sigillarie, mentre i Gentili applaudivano ai leoni che lo sbranavano, i fedeli pregavano per esso, e ne davano avviso ai fratelli d'ogni paese, affinchè quel giorno tenessero in perpetuo solenne.
Adriano, spinto al sangue da zelo per le superstizioni e la magìa, e da odio per gli Ebrei, ordinò processure, nelle quali caddero i papi Alessandro, Sisto e Telesforo. Fabbricata la villa di Tivoli, cominciò magnifici sacrifizjper dedicarla: ma che? le vittime, gli auspizj, gli augurj uscivano a vuoto o in sinistro. Interrogati con più vigorose evocazioni, gli Dei risposero: — Come renderemmo oracoli, se ogni giorno Sinforosa co' suoi sette figli ci oltraggia, invocando il suo Dio?» L'imperatore ebbe a sè costei, che richiesta dell'esser suo, rispose: — Mio marito Getulio, con Amanzio fratel suo, tribuni militari, patirono per Gesù Cristo, ed anzichè immolare agli Dei, lasciaronsi recidere il capo, acquistando infamia in terra e gloria fra gli angeli». E intimandole l'imperatore, — Tu sagrificherai agli Dei, o sarai a loro sagrificata», non esitò nella scelta, anelando di ricongiungersi collo sposo. L'imperatore dunque la fece condurre nel tempio d'Ercole, quivi schiaffeggiare, sospendere pei capelli, e durando pur ferma, gettare nelle cascatelle, memori delle voluttuose canzoni d'Orazio. I figliuoli ne imitarono la costanza.
Era Aglae una romana tanto ricca, che tre volte diede i pubblici spettacoli; amministravano le sue entrate settantatre agenti, ai quali soprantendeva Bonifazio, uomo ospitale e largo coi poveri, ma licenzioso, e che con essa viveva in peccato. Avuto da Aglae commissione di andare in Oriente, e recare reliquie di martiri, per cui intercessione ottenere perdonanza, egli partì con dodici cavalli, tre lettighe e molti profumi; e per via cominciò a pensare seriamente ad un'opera assunta con leggerezza, e ad orare e far astinenza. Giunto a Tarso, vide il martirio d'alcuni Cristiani, e preso dalla costoro fermezza, li pregò che per lui pregassero; sicchè il governatore fece esporre lui pure ad ogni peggior tormento, che egli comportò pazientissimo in ammenda del passato. Aglae, avvertita del martirio dell'amante, ne ricomprò il cadavere a molto prezzo, e ritornata allo spirito, diede ogni aver suo ai poveri, e con poche donzelle si ritirò dal mondo.
Cecilia romana, obbligata contro voglia al matrimonio, converte il marito, il cognato e altri, ed è condannata a perdere gli occhi da un governatore cui troppo erano piaciuti. Maria, schiava d'un Tertullo senatore romano, sola della casa adorava Cristo, ed era tollerata per la fedeltà e l'esatto servire. Sopragiunta la persecuzione di Diocleziano, il padrone, per non essere costretto a denunziarla e così perderla, la fa battere a verghe onde muti fede, e sepellire in carcere, ma senza smoverla. Il giudice, informatone, la volle a sè, la fece martorare tanto che il popolo incompassionito volle si cessassero i tormenti. Il giudice la diede allora in custodia ad un soldato, ed essa temendo per la sua onestà, fuggì tra i monti, ove finì poi santamente[37].
Molte altre donne col santo eroismo assicuravano la libertà della femmina, e ricompravano dall'obbrobriosa servitù il loro sesso, elevandolo alla dignità della donna cristiana. Così la bellezza domava la forza, la morte intimoriva i viventi, e la fede trionfava dell'orgoglio.
Que' Romani che non voleano stordirsi sull'avvilimento della patria, si compiacevano nel rimembrare gli Scevola, i Bruti, i Catoni, prodighi delle grand'anime per una libertà, che sembrava più bella dacchè perduta; e nel segreto vantavano i pochi che ancora gl'imitassero o li contraffacessero resistendo ai cesari e affrontando la morte. Or eccoti una setta che proclama la libertà; non la libertà che rinnega l'ordine e che si acquista per sommosse, ma che rifiuta qualsivoglia restrizione alla coscienza, e per la quale cotesti Galilei sanno, non darsi la morte, ma intrepidi aspettarla[38]. Ma gli eroi, sublimando la passione umana, operavano cosestraordinarie per l'acquisto di gloria: i santi, rinunziato ad ogni passione, senza calcolare le proprie forze, inermi ma intrepidi affrontavano le potestà umane e le infernali, nulla curando della lode, e la volontà propria rimettendo affatto a Dio.
Vero è che i Romani erano avvezzi a quotidiani supplizj, a conflitti di gladiatori, a battaglie nella città o sui campi, a stoici suicidj: ma coloro o lasciavano la vita costretti, o la gittavano come un carico importabile, al più la deponevano con indifferenza, come cosa che saziò. Ne' Cristiani, all'incontro, fanciulli «che non distinguono la destra dalla sinistra», vecchi, donne, morivano non coll'orgogliosa dignità delle scuole, ma con semplicità; non per erudizione di dottrine morte, ma per le parole della vita; non per se stessi, ma pel genere umano: fra supplizj squisiti non metteano lamento, gioivano, perdonavano. «Il vulgo (dice Lattanzio) vedendo le persone lacerate con varj tormenti, e mentre i carnefici si stancano, esse durare nella pazienza, fa giudizio che non sia vanità questa perseveranza dei morenti, e che senza Dio non potrebbero sopportarsi tanti spasimi. Masnadieri, persone robustissime non reggono a pari torture, gemono, urlano, soccombono al dolore, perchè vi manca l'ispirata pazienza. I nostri, non che uomini, ma fanciulli e donnicciuole, tacendo vincono i loro tormentatori, nè il fuoco stesso può strappar ad essi un gemito; il sesso debole, la fragile età soffrono d'essere sbranati a membro a membro, e non per necessità, giacchè potrebbero evitarlo, ma per volontà, giacchè confidano in Dio»[39].
L'antica società facea dunque il suo dovere, e il suo la nuova; i Cristiani subiscono la pena di morte, ma la dichiarano iniqua; si crederebbero contaminati pur dalla vista d'un supplizio, e interdicono il sacerdozio a chi uccise od esercitò diritto di sangue[40]; sublimando per tal guisa il carattere dell'uomo, non più soltanto quand'è ravvolto nella toga senatoria o nel mantello filosofico, o decorato dell'anello equestre, ma anche povero, ignorante, nudo, perfin colpevole; è uomo, e basta. Questa tacita ma costante resistenza rivelò la vigoria del cristianesimo.
Ai propagatori del vero più che le persecuzioni e la morte pesano la calunnia o la noncuranza; e queste porsero nuovo esercizio alla pazienza de' primi Cristiani. Giovenale descrisse uno dei loro supplizj coll'indifferenza d'un franco pensatore al cospetto di fanatici[41]; Tacito confuse questasetta odiosacolle tante che infestavano Roma, cloaca di tutte le immondezze[42]; Plinio giuniore non può crederli rei, eppure li punisce; Plinio maggiore, Plutarco, Quintiliano nè tampoco li nominano; nè la lunga storia di Dione Cassio, nè quasi la più ampiaStoria Augusta; il satirico Luciano ne fa assurde celie; i dotti gli accusano di predicare adonne, fanciulli, schiavi, evitando di scontrarsi con pensatori.
Ma intanto la parola, soffocata o derisa, echeggiava da mille parti; e già penetrava nelle scuole, sostenuta con eloquenti scritture e incalzanti argomentazioni; nè più fu lecito alle persone colte ignorarla quando veniva a provocar l'esame e chiedere giustizia. Alcuni autori vi attingevano verità dapprima ignote, sicchè qualcosa di più puro ed elevato inserivano in libri di fondo pagano. Singolarmente in Seneca, fra tante debolezze e vanità, s'incontrano rudimenti di precetti e persino frasi, che accertano avesse cognizione de' libri cristiani, anzi alcuno disse amicizia con san Paolo[43]. Il suonon è più il Dio cieco ed impotente degli Stoici, ma uno incorporeo, indipendente, che è sua propria necessità, e che prima di far il mondo lo pensò[44]; abita in cuor dell'uomo virtuoso[45], vuol essere amato[46]perchè ci ama; noi siamo socj e membri suoi[47]: la maestà degli Dei è nulla senza la loro bontà: la Provvidenza governa il mondo, non da madre cieca, ma da padre prudente, laonde obbedire a Dio è libertà[48]: supremo bene è il possedere un'anima retta e una lucida intelligenza. Romano, egli seppe compassionar l'uomo esposto alle belve e agli stocchi dell'anfiteatro. — Voi dite, egli commise un delitto e merita morte. Sia; ma voi, qual delitto avete voi commesso per meritare d'essere spettatori del suo supplizio?»[49]Proclamò che «il divino spirito appartiene allo schiavo come al patrizio; schiavo, liberto, cavaliere, son parole inventate dalla vanità o dal dispregio; la virtù non esclude veruno; ognuno è nobile perchè discende da Dio. Non li chiamare schiavi, ma uomini, ma commensali, ma men nobili amici, ma consorti di schiavitù, giacchè la fortuna ha su noi i medesimi diritti come su loro. Quel che tu dici schiavo, vienedal ceppo stesso che tu. Consultalo, ammettilo a' tuoi colloquj, a' tuoi pasti; non voler essergli formidabile, e ti basti quel che basta a Dio, rispetto e amore»[50].
Per verità le azioni sue furono poco cristiane, ma certo egli migliorò sul fine di sua vita: le lettere a Lucilio tengono più del serio; nella sesta accenna ad un cambiamento avvenuto in lui, ad una trasfigurazione; gli manda libri dove ha segnato i passi più degni d'approvazione e ammirazione. Pure nelle lettere stesse colloca il saggio più in alto che Dio, esalta il suicidio, dubita dell'immortalità, e affatto da gentile fu la sua morte; onde possiam conchiudere con Erasmo: — Se si legga come pagano, scrisse cristianamente; se come cristiano, scrisse gentilesco».
Ma la sapienza, che in lui e in altri moralisti s'incontra a frammenti e tra contraddizioni, veniva insegnata nella sua pienezza dai santi Padri, e col carattere dell'universalità. Quella manifestazione di Dio rendeva inescusabile il paganesimo[51]; quella fede indomita a terrori e lusinghe, quelle virtù più che umane infondeano nel mondo uno spirito nuovo; sicchè la Chiesa, poc'anzi appena sperante, si estende trionfatrice, e s'accinge a riformare la società con nuovo sistema di credenze e di morale. Chè, sebbene il cristianesimo non tendesse a cambiar le relazioni e la condizione esterna dell'uomo, dichiarasse anzi non voler portare la mano all'edifizio della società, e rispettasse le grandi ingiustizie d'allora, la tirannide, la schiavitù, la guerra, pure sin da' primordj si mostrò fruttuosissimo al civile progresso. Non cambiando la società, bensì il modo d'apprezzarla; non togliendo i patimenti, ma trasformandoli in meriti; non mirando a riformare il popolo per mezzo dei governi, ma questi per mezzo di quello,migliorava la morale e gl'intelletti, incivilimento importantissimo giacchè intimamente connesso col civile. Ove dominavano l'anarchia, l'empietà, la dissolutezza, l'egoismo, eccolo sostituire un gerarchico ordinamento, la fede, la santità, l'amor generoso ed universale. Il potere, anche mentre restringe e comprime la spirituale società, ne prova il virtuoso ascendente: i giureconsulti, meditando sulla lettera tenace delle leggi, sentonsi da un'aura diversa lor malgrado ispirati: nella costituzione, ove tutto possono l'esercito e l'imperatore, appare un esempio delle due supreme garanzie della libertà, l'elezione e il dibattimento: si sciolgono gli uomini dalle leggi umane arbitrarie, per sottometterli alla legge razionale e divina[52].
Tali benefizj non furono allora intesi dai forti nè dai savj; e quelli, indispettiti e meravigliati del trovar gente che, contro il volere imperiale, sostenesse l'indipendenza delle proprie convinzioni, tolsero a perseguitarla, dapprima per antipatia, senz'ira, senza timore, fin senza fanatismo, per secondare il gusto che il popolo prendeva ai supplizj; poi per un deliberato proposito di sterminarla.
Sotto gli Antonini, che erano la stessa bontà, come dice il dabben Muratori; che erano i migliori de' principi e i migliori degli uomini, come dice il retorico Gibbon, non mancarono martiri. Pare che del loro tempo venisse a Roma Luciano, nativo di Samosata in Asia, il quale per l'universale ironia ben fu paragonato a Voltaire. Ricco di cognizioni, potente di stile, arguto di riso, fece una trista pittura de' costumi romani, poi volse in beffa tutto quanto si credeva e venerava, ilpotere come il sapere, le religioni come la filosofia; gli Dei perseguita con frizzi che doveano sconficcarli non meno dei ragionamenti, e attesta che nè gl'intelletti serj nè gli arguti più non vi prestavano fede o rispetto; e se ancora se ne frequentavano gli altari, più non era se non per convenienza sociale.
Marc'Aurelio fra tante virtù non ebbe quella di resistere ai filosofi che l'accannivano contro i Cristiani; e come rei di attentare alla religione dello Stato, e nutrire spiriti avversi alla pubblica cosa, li perseguitò o lasciolli perseguitare, finchè, dicono, il riferito miracolo della legione fulminante sospese le stragi. Risparmiata sotto Comodo e i successivi, si dilatò la credenza nostra. Se n'adombrò Settimio Severo sul finire del regno, e confondendoli cogl'irrequieti Ebrei, promulgò un editto contro i nuovi proseliti, ma che facilmente si estendeva anche agli altri, e massime a quelli che andavano a convertire: onde la persecuzione cominciata in Egitto, si propagò pel resto dell'impero.
È ingagliardita assai un'opinione quando la parte che può opprimerla a forza, sentesi tratta a combatterla con argomenti. Trasferita che fu la quistione nel campo della parola, i Cristiani poterono accettare quella battaglia, per la quale, più che per pacifiche comunicazioni, si propaga la verità. Adunque, mentre i martiri col sangue, altri coll'ingegno difesero la verità in una serie di apologie, dirette le più agl'imperatori onde distorli dalla persecuzione coll'esporre la morale e i dogmi cristiani. Le più rinomate sono quelle che san Giustino samaritano indirizzò ad Antonino e Lucio Vero, al senato e al popolo romano, poi a Marc'Aurelio, lagnandosi che, dove si tolleravano tante assurde religioni, soli i Cristiani venissero perseguitati, essi tanto meglio costumati che i Gentili, e che con orribili torture si estorcessero confessioni di colpe bugiarde.
Tertulliano cartaginese, il più eloquente padre in lingua latina, commentando l'accennata lettera di Trajano a Plinio[53], mostrava quale ingiustizia fosse il punirli pel solo nome, togliere ad essi la difesa e gli avvocati che a nessun reo si negano, nè appurare i delitti confessati, la qualità, il tempo, il modo, i complici. All'illegalità delle processure aggiunge la sconvenienza di castigare tante persone, e — Che farete delle migliaja d'uomini, di donne, d'ogni età e condizione, che presentano le braccia alle vostre catene? di quanti roghi, di quante spade non avrete bisogno? Ci si accusa di mangiar fanciulli. Come! bensì in Africa durò l'uso d'immolarne a Saturno, fin quando Tiberio non fece crocifiggere i sagrificatori agli alberi che ombreggiavano il tempio. Ma se l'uso pubblicamente è cessato, praticasi ancora in segreto: uomini si scannano a Mercurio dai Galli; sangue umano versasi in Roma stessa per onore di Giove; mentre noi Cristiani ci asteniamo perfino dal gustare qualunque sangue[54]. Ci calunniano di lesa maestà: ma sebbene i Cristiani non manifestino la devozione con giuramenti e bagordi, pregano il Dio vero acciocchè all'imperatore conceda lunga vita, regno riposato, sicurezza nei palazzi, valor nelle truppe, fedeltà nel senato, probità nel popolo, pace in tutto il mondo. Coloro che più profondono di tali testimonianze agl'imperatori, gli sono i meno fedeli e meglio disposti alla ribellione: al contrario i Cristianiperseguitati obbediscono; e quand'anche il popolo previene gli ordini supremi per ucciderli, e viola perfino i cadaveri, essi non pensano alla vendetta... Dilaga il Tevere? non dilaga il Nilo? difettasi d'acqua? trema la terra? gittasi una carestia, una peste? tosto si esclama,I Cristiani ai leoni.Simili sventure non venivano esse anche prima di Cristo? e sono effetti dello sdegno di Dio contro gli uomini colpevoli e ingrati. Intanto, quando il seccore fa temere di sterilità, voi sacrificate a Giove, frequentando i bagni, le osterie, i postriboli; noi cerchiamo placare il Cielo colla continenza, colla frugalità, con digiuni, col coprirci di sacco e di cenere; e ottenuta misericordia, ne diamo onore a Dio. Ma queste sciagure non ci scompongono, nè in questo mondo altro desiderio abbiamo che di partirne il più presto possibile».
Così la Chiesa dogmatizzava e disputava, soffriva e protestava; venerava i martiri, ma facea sentir le ragioni ai popoli ed agli imperatori.
Alla morte di Settimio Severo tanto s'erano assodati i Cristiani, che, mentre prima adunavansi in case private e di nascosto, poterono eriger chiese, comprare terreni in Roma, pubblicamente far le elezioni. Alessandro Severo gli ammise nella reggia come sacerdoti e come filosofi, e a vescovi e dottori concesse le sue grazie: ma quando Massimino succedutogli punì gli amici del predecessore, molti Cristiani andarono avvolti nel castigo, poi altri in occasione di un tremuoto.
L'imperatore Filippo li favorì tanto, che si credette ne avesse abbracciata la fede: ma sotto Decio, un fanatico poeta uscì in pubblico, deplorando l'abbandonata religione; il vulgo chiese fosse riparata col sangue degli empj; e i magistrati cercarono l'aura popolare col concederlo. Anche la peste, che in quel tempo devastava l'impero, aizzò la furia del popolo e la superstizionedei ministri ad isfogarsi sopra queste innocenti vittime, che rendevano il ricambio col profondere assistenza, preghiere, carità. Allora i principali vescovi furono morti od esigliati; per sedici mesi impedito al clero di Roma d'eleggere un successore all'ucciso papa Fabiano; i preti di questo messi in carcere; sistemata la persecuzione per via di decreti.
Valeriano al fine del regno, per istigazione del prefetto Macriano, egizio e dotto di magia, perseguitò nuovamente i Cristiani, tra i quali caddero illustri vittime, e Stefano e Sisto II papi. Gallieno sospese le persecuzioni; e quantunque alcune vittime cadessero sotto Aureliano, la Chiesa potè assumere quell'aspetto di legalità che il tempo conferisce.
È nella natura dell'uomo di lasciar illanguidire una credenza allorchè non contrastata, ravvivarla quando combattuta. I Pagani guardavano con indifferenza o spregio la loro religione; ma quando i Cristiani si presentarono a mostrarne la falsità e l'indecenza, per reazione vi si affezionarono; le dottrine o le pratiche che bastava conoscere per disapprovarle, dichiararono non essere che vulgari aggiunte, oppure simboli di arcana sapienza e di morale sublime. Si rinfrescò pertanto la venerazione alle antiche favole; e il dispetto di vederle malmenate dai nuovi settarj, insegnava mille arti di sostenerle. Allora dunque rinnovati più pomposi che mai i sagrifizj, introdotti di nuovi, proposte iniziazioni ed espiamenti, con cui supplire a ciò che la Chiesa prometteva col battesimo e colla confessione; poi si moltiplicarono miracoli, e profeti, e oracoli, e guarigioni ai sacrarj di Esculapio e d'Igia; e tanto se n'esaltò il fanatismo del popolo, che città e comuni a gara supplicavano gl'imperatori di adempire le antiche leggi, cioè sterminare i Cristiani.
Galerio e Diocleziano, abboccatisi dopo la guerrapersiana affine di prendere un partito sopra un punto ormai divenuto capitale, da un'accolta di pochi primarj vennero persuasi di toglier via una setta, che formando uno Stato nello Stato, ne impacciava il movimento, e poteva minacciarne l'esistenza. Ed era vero che il cristianesimo cresciuto scomponeva l'unità così necessaria delle leggi e delle credenze; e chi volesse rintegrarla, trovavasi obbligato a questa scelta, o di rendere dominante la nuova religione, o di distruggerla. Di far il primo non ebbe senno o volontà Diocleziano; tentò il secondo, e professando voler abolire il nome cristiano, pubblicò la proscrizione generale: — In tutte le provincie si demoliscano le chiese; pena il capo a chi tenga conventicole segrete; si consegnino i libri santi per essere bruciati in forma solenne; i beni ecclesiastici venduti all'asta, o tratti al fisco, o donati a comunità e a cortigiani: quelli che ricusino omaggio agli Dei di Roma, se ingenui rimangano esclusi da onori e impieghi; se schiavi, dalla speranza di libertà; tutti sottratti alla protezione della legge: i giudici accolgano qualunque accusa contro i Cristiani, e nessun richiamo o discolpa».
Se non fosse attestato concordemente da tanti storici, appena si potrebbe credere pubblicato da nazione civile un decreto di sì tirannesca perversità, che avvolgeva tanta parte del mondo nella persecuzione, sbrigliando le private violenze e le frodi coll'interdire agii offesi di portarne querela, e l'uffizio del giudice riduceva non a librare l'accusa colle prove, ma a scoprire, perseguitare, cruciare chi fosse cristiano o un cristiano volesse salvare.
E la persecuzione di Diocleziano rimase famosissima[55], e la Chiesa d'Italia vi diede larga messe:in Roma Genesio commediante, Pancrazio di quattordici anni, Agnese di dodici, Sebastiano milanese, Marcello sacerdote, Pietro esorcista; a Benevento Gennaro vescovo, ingloriato dai Napoletani; a Bologna Agricola gentiluomo con Vitale suo schiavo; in Milano Nazaro, Celso, Naborre, Felice, Gervaso, Protaso; in Aquileja Canzio, Canziano e Canzianilla, di casa Anicia; — glorie nuove nel paese ove la gloria fin allora s'era dedotta dall'uccidere, non dal patire. Il diacono Cesario, venuto d'Africa a Terracina, vi fu testimonio dell'empio rito, per cui a certe solennità sagrificavasi un giovane ad Apollo gettandosi in mare; e levò la voce contro questo suicidio, onde meritò il martirio. Vuolsi che la legione Tebea negasse idoleggiare, e agli ordini imperiali rispondesse: — Noi siamo soldati dell'imperatore; da lui riceviamo la paga, ma da Dio la vita. Dobbiamo versar questa contro il nemico? sì il faremo: abbiam l'armi alla mano, ma non opponiamo resistenza, e preferiamo morire incolpevoli che uccidere gl'innocenti». Distinzione ignota ai soldati antichi, e per la quale furono trucidati a San Maurizio del Vallese[56].
Gli editti di Diocleziano furono dai successori suoi modificati secondo l'indole loro o le circostanze; chè ormai la quistione non era più religiosa ma politica, e gl'imperatori ai Cristiani recavano pace o guerra, per calpestare o alzar una fazione, già preponderante nella fortuna dell'impero. Galerio, forse dalla malattia richiamato a sentimenti migliori, in nome proprio e diCostantino e Licinio, pubblicò un editto ove, asserendo «d'avere adoperato a ristabilire l'antica disciplina romana, e fare che si ravvedessero i Cristiani, i quali, presuntuosamente disprezzando la pratica dell'antichità, abbandonarono la religione dei padri; e avendone molti fatti patire e perire, vedendoli però ostinarsi a non rendere il culto debito agli Dei», permette che professino liberamente le private opinioni, e uniscansi nelle loro conventicole, purchè serbino rispetto alle leggi e al governo stabilito.
L'opinione dianzi perseguitata, era ancor vilipesa, ma tollerata; onde i confessori vennero schiusi dagli ergastoli e dalle miniere, gli apostati tornavano a penitenza, i raminghi rivedevano le dolci case, e nella pubblica professione della fede e del culto loro ricantavano il Dio forte, il quale può dai sassi suscitare figliuoli d'Abramo.
Costantino doveva meritare il cognome di grande da chiunque sa far merito a un principe di accettare le novità, mal fin allora combattute: che se gli emuli suoi chiedevano il favor popolare col secondare i Gentili, egli pensò appoggiarsi sui Cristiani, men numerosi ma pieni di gioventù e della forza di chi viene a riformare, talchè poteasi prevedere come nel loro movimento trascinerebbero l'inerzia pagana, e resterebbero in piedi quando il gentilesimo andava a fasci.
Allora la santa letizia della libertà si diffuse in tutto l'impero; dalle squallide catacombe sbucavano i sacerdoti a celebrare alla faccia del mondo i riti della nuova alleanza; i vescovi solennizzavano memorie di martiri, o dedicavano chiese; i letterati pubblicavano virtù fin allora dissimulate; i fedeli, riconoscendosi fra loro, s'abbracciavano, saldando la fratellanza colla cena della perpetua commemorazione.
Se non che al paganesimo rimanevano sostegno isacerdoti, l'aristocrazia, i corpi municipali che spesso aveano provocato gl'imperatori alla persecuzione, i tanti magistrati e capitani. A Roma, per memoria degli antichi auspizj e per lunga sequela di sacerdozj, erano affezionate le persone di grado, e per consenso i liberti e gli schiavi; essa veniva considerata come splendido centro della religione; i riti, i giuochi, più che trastullo, v'erano l'occupazione e il nutrimento del vulgo; d'ogni parte vi conveniva il fiore della gioventù, che in quella sentina di tutte le superstizioni, come san Girolamo la chiamava, bevea l'odio del nome cristiano ne' tempj, nei teatri, nelle scuole. Era dunque assai che l'imperatore alla nuova religione concedesse libertà pari all'antica, senza avventurarsi di colpo ad un cambiamento che avrebbe sovvertito lo Stato[57]: onde prepararvi gli animi, negligentò alcuni riti nazionali; non celebrò i giuochi secolari nel 314; i Capitolini, cui avrebbe egli dovuto presentarsi cinto dai pontefici e dal senato, a capo dell'esercito, non impedì, ma volse in derisione[58].
Eppure doveano inorridire i Romani rugginosi nel vedere il successore d'Augusto mettere a pari col pagano il culto pur dianzi proscritto; esimere i sacerdoti di questo dalle funzioni municipali, come quei del gentilesimo; proibire che la domenica si lavorasse, o che i giudici e i corpi dello Stato s'occupassero di verun affare, salvo che dell'emancipazione de' figli o degli schiavi. Ma Costantino non vi facea mente: e allorchè si trovò senza colleghi nè emuli, proscrisse i giuochigladiatorj, le feste scandalose; chiuse tempj, tolse alle Vestali e ai sacerdoti profani i privilegi, concedendoli invece al clero e ai vescovi, alle cui sentenze diede forza quanto alle sue medesime, sminuendo in tal modo l'autorità de' magistrati secolari; largheggiò di beni e di denaro colle chiese[59]; sedeva ne' concilj, disputavadi teologia, metteva sugli edifizj pubblici la croce, alzava il làbaro alla testa degli eserciti, e nel campo una cappella uffiziata da Cristiani.
Ma non che indicesse guerra al paganesimo, conservava, come i suoi predecessori, il titolo di sommo pontefice, e in tale qualità fece decreti religiosi con titoli idolatrici; con immagini di numi si lasciò scolpire sulle medaglie; poi quando morì, sagrifizj gli furono fatti all'antica, ascrivendolo fra gli Dei. Tanto i Gentili erano lontani dal credere ch'egli avesse soppiantato il culto nazionale, e dal prevedere che non tarda il trionfo della verità, posta che sia a pari armi coll'errore.