CAPITOLO LXI.I Longobardi.
Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi, «popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono respinti.
Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte le genti nuove dalla Scandinavia; e di làpure i patrj racconti dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi, dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che le conversioni fraloro non erano personali, bensì un affare di Stato, bastando il re le decretasse.
Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude. Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.
Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio, nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de' Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la loro pace.
Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni, o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma indifetto d'altri monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.
Secondo quello, da Audoino nacque Alboino, il quale, guerreggiando il gepido Turisindo, ne uccise il figlio Turismondo(566). I signori longobardi, ammirando il valore del giovane principe, chiedono al re se lo faccia sedere allato nel banchetto, della vittoria; ma Audoino, — Per istituto de' nostri maggiori, verun principe si pone a mensa col padre, se prima non abbia ricevuto le armi da re straniero». E Alboino con quaranta risoluti passa alla corte di Turisindo, e gli chiede l'adozione delle armi. Lo ospitò il Gepido, e gl'imbandì; ma mentre sedevano al desco riflettè mestamente: — Al posto di mio figlio sta colui che l'ha trucidato». Tale esclamazione fe prorompere l'astio dei Gepidi; e Cunimondo, altro figlio del re, caldo dal dispetto e dal vino, uscì in motti pungenti, e paragonò i Longobardi, per aspetto e per fetore, a giumente. — Ma queste giumente (rispose Alboino) come sappiano springare calci lo dice la pianura di Asfeld, ove giaciono l'ossa di tuo fratello come di bestia vile». Al ripicchio che ridestava un disperato dolore, si caccia mano alle scimitarre di qua e di là; ma Turisindo, riuscito a stento a proteggere i diritti dell'ospitalità, colle armi di Turismondo riveste Alboino, che reduce al padre e ammesso al convito, narra l'ardimento suo e la fede del re nemico.
Cunimondo, sostituito al defunto padre dal voto di tutti, cioè dei guerrieri, pensò vendicare gli antichi oltraggi, e ruppe guerra ad Alboino, ch'era succeduto anch'esso al genitore. Questi invocò in ajuto un'orda di Avari, colla quale sconfisse il nemico, e colla morte di Cunimondo mise al nulla il regno dei Gepidi(566), i cui avanzi andarono o misti ai Longobardi o schiavi degli Avari.
Alboino avea sposata Clotsuinda, figlia di Clotario,possente re dei Franchi: piissima donna, cui Nicezio, vescovo di Tréveri, esortava a convertire il marito dall'eresia ariana. «Fa stupore (scriveale) che, mentre le genti lo paventano, i rei lo venerano, le podestà senza fine lo lodano, l'imperatore stesso gli dà la preminenza, egli non si prenda cura dell'anima; che, mentre splende di reputazione, nulla si brighi del regno di Dio e della sua salute»[47].
Era dunque fra i Barbari in grande stima Alboino, il quale, inorgoglito dalle primiere, qualche nuova insigne impresa meditava.
I Longobardi erano men tosto una nazione che un esercito, divelto già un pezzo dalle terre natìe, e accampato or qua or là, talvolta a servigio di stranieri, sempre sistemato alla militare. Al modo degli altri Germani, allorchè decretavasi un'impresa comune si univano al re i varj capi (gasindi) della nazione con volontarj seguaci, d'accordo fin al compimento, ma del resto indipendenti, e vogliosi d'assicurarsi ciascuno ricchezza e dominio.
Quelli che da Giustiniano erano stati chiamati in Italia a combattere Totila, non rifinivano di celebrar questo cielo e questi luoghi, che tante sventure non avevano ancora abbastanza disabbelliti. Alboino rifrescò le rimembranze collo imbandire i frutti più squisiti e i migliori vini d'Italia. Quel Narsete, ch'erasi fatto rispettare col valore e amare coi donativi, più non difendeva le latine contrade, anzi oltraggiato gl'invitava a vendicarlo. Occorreva di più per determinare ad imprese una gente guerresca, che priva ancora di patria, ne troverebbe una sì bella, dopo facile vittoria sopra un popolo disarmato?
Pertanto «correndo l'indizione prima, nell'anno diCristo 568, il giorno dopo la pasqua, che in quell'anno cadeva al 1º d'aprile»[48], Alboino si mosse dalla Pannonia, lasciando questa agli Avari, col singolare patto di restituirgliela se fosse costretto a ritornare. Come fu udito che i Longobardi s'accingevano a passar le Alpi, dalla Germania e dalla Scizia accorsero compagni alla fatica ed alla preda Gepidi, Bulgari, Sármati, Pannoni, Svevi, Norici, e, principalmente graditi ad Alboino, ventimila combattenti Sassoni, con mogli e figliuoli.
Con tanta mescolanza di razze, di culti, di costumi[49], e coi vizj e le doti d'un capo barbaro, Alboino si mosse; da un'altura ai confini d'Italia, che poi fu detta Monreale (Monte Maggiore?) additò a' seguaci la bellezza del paese che li menava a conquistare, e si avventò sopra la Venezia. Aquileja, posta al limitare d'Italia, smantellata da Attila, non poteva opporgli contrasto; e il patriarca Paolino, coi principali e col tesoro della Chiesa, ricoverarono nell'isola di Grado, crescendo così la Repubblica delle lagune adriatiche. Occupato Cividale, Alboino sentì la necessità di ben proteggere le alpi Giulie, e vi lasciò il proprio nipote e gran cavallerizzo (marpahis) Gisulfo, col titolo di duca del Friuli. Il quale accettò, purchè gli si lasciassero quelle famiglie (fare) che egli sceglierebbe; e così vi collocò le migliori prosapie longobarde, e buone razze di cavalli e di bufali, allora prima veduti in Italia. Alboino continuando la marciata, alla Piave incontrato Felice vescovo di Treviso, che raccomandavagli il popolo e i beni della sua chiesa, gli fece spedire un diploma che questi assicurava. Politica opportuna, mercè della qualeil patriarca d'Aquileja rientrò anch'egli bentosto nella sua sede.
I quindici anni della dominazione greca aveano, colla fiscale pressura, incancrenito le piaghe della patria nostra, a cui peste e carestia tolsero perfino i riposi della servitù. Longino patrizio era venuto qui senza truppe: forse le scarse che restavano furono concentrate nelle fortezze e attorno a Ravenna, invece di moltiplicarle portandole rapidamente ove bisogno: di nuove non poteva mandarne Giustino, in guerra coi Persi e minacciato d'una diversione degli Avari, alleati de' Longobardi.
Alboino dunque occupò Vicenza e Verona senza resistenza; con piccola, Padova, Monselice, Mantova, poi Trento, Brescia e Bergamo; ai 3 di settembre veniva gridato re in Milano, donde erano fuggiti i primati col vescovo Onorato[50]. La Liguria, di cui Milano era capo, abbracciava allora Pavia, Novara, Vercelli, il Monferrato, il Piemonte, la riviera di Genova; ma quest'ultima e Albenga e Savona, giovate dalla posizione marittima, resistettero all'invasore. Anche Pavia tenne saldo tre anni e mesi; dalla quale opposizione indispettito, Alboino giurò mandarla a sterminio; ma quando la fame gliel'ebbe schiusa, nell'entrare il suo cavallo cascò, nè voleva più rialzarsi. La pietà interpretò al Barbaro questo caso come un'ammonizione del Cielo contro il voto sanguinario fatto a danno d'unpopolo veramente cristiano; onde Alboino lasciossiplacare; ed essendosi allora il cavallo rialzato, egli entrò, e nel palazzo di Teodorico posò la sede del nuovo regno longobardo.
Durante l'assedio egli aveva passato il Po, sottomettendo la riva destra fin dove vi confluisce il Tánaro; poi spingendosi per la Toscana e nell'Ombria, collocò un duca a Spoleto; fe correrie sino a Roma, senza però occuparla; fors'anche arrivò più a mezzodì, e fondò il ducato di Benevento[51], che dovea sopravivere al regno longobardo.
Non si vede che Longino gli stesse mai a fronte; talchè, se più abile nel capitanare o più forte nel dominare, Alboino poteva di presente sottoporre l'intera Italia: ma si distrasse in inutili imprese; e mentre a domare tante città sariensi volute tutte le forze della nazione, i capitani, uniti soltanto da quel legame che congiungeva i gasindi col signore, prendevano quartiere sulle terre man mano conquistate, altri portavano altrove le minaccie.
Dell'ucciso Cunimondo aveva Alboino costretto la figlia Rosmunda a sposarlo, e col cranio di lui formato una tazza, per accoppiare ai piaceri della mensa la fiera voluttà della vittoria; — e (dice Paolo Diacono)io stesso, Cristo m'è testimonio, vidi il principe Rachi in giorno festivo tener in mano quel bicchiere, e mostrarlo a' convitati». Or mentre in Verona solennizzava le ben succedute imprese, al levar delle tavole chiese quella tazza, e poichè tutti n'ebbero bevuto in giro, coronatala d'altro vino, disse: — Recatela a Rosmunda acciocchè beva con suo padre». La celia brutale punse al vivo la donna, che preparò vendetta. Si fe cedere segretamente il letto da una concubina del valorosissimo Perideo; e come fu stata seco, gli si palesò, mostrando non restargli altro scampo che trucidare il re. E il re fu scannato(573).
Rosmunda sperava, coll'ajuto de' suoi Gepidi, mettere in trono l'amante Elmigiso, vile complice del doppio delitto: ma i Longobardi, che assai compiansero Alboino, contrariarono la indegna, la quale con la figlia Alesuinda, i due drudi, pochi fedeli e molti tesori, salvossi a Ravenna. L'esarca Longino, che lusingavasi colle discordie fiaccar coloro che non ardiva coll'armi, venuto terzo agli amori della svergognata, la persuase a toglier di mezzo Elmigiso. A questo ella mescè un veleno mentre stava nel bagno; ma egli insospettito la obbligò a bere il residuo del nappo funesto; ed entrambi morirono delle conseguenze della loro perversità.
Alesuinda fu mandata coi tesori a Costantinopoli(574), ove Perideo fece gran mostra di vigore uccidendo uno smisurato leone, e dove, paragonato per robustezza a Sansone, fu come questo accecato, e come questo tentò una vendetta. Finse aver segreti importanti da rivelare all'imperatore, ed essendo venuti de' patrizj ad ascoltarlo, credendoli lui, gli uccise.
Frattanto i capi longobardi in Pavia posero la regia lancia in mano di Clefi, che continuando le vittorie e lo sterminio deipotenti Romani, spinse le conquiste fino alle porte di Ravenna e di Roma; mentre i duchiche s'erano stanziati al confine delle Alpi s'avventavano sulle terre dei Franchi; ma al re dei Borgognoni dovettero cedere Aosta e Susa, le quali d'allora in poi spettarono al regno di Borgogna. Altri Franchi dominavano i paesi che or sono Grigioni e Tirolo, e da Anagni in val di Non snidolli il duca di Trento.
I Longobardi non erano dunque diretti nella conquista da una volontà preponderante: e poichè, dopo penetrati in Italia, cessava lo scopo unanime, ciascun capo pigliava per sè una provincia, che non era già una divisione amministrativa, ma veramente una signoria distinta, munita, estesa, governata alla germanica, ma con modi particolari. Quando Clefi, dopo diciotto mesi, fu assassinato(575), poteasi dire consumata l'impresa, per la quale i gasindi eransi sottoposti a un capo; laonde trovarono superfluo l'eleggere un altro re, e ciascuno dei trenta duchi provvide a trar profitto dal paese occupato, anzi che a sottomettere tutta Italia.
Le sei nazioni di Sarmati, Bulgari, Gepidi, Svevi, Pannoni, Norici, venute commilitoni ad Alboino, furono assise in cantoni distinti, dove conservarono la libertà, il dialetto e il nome. I Sassoni non vollero sottoporsi alle leggi longobarde, onde ripartirono, devastando la Provenza. Inesperti del mare, i Longobardi non poterono soggiogar le coste, soccorse di fuori; onde il lembo dalla foce del Po a quella dell'Arno restò da essi indipendente, e così Genova per alcun tempo, e per sempre la Sicilia e le isole. Anche alcune terre montuose e fra' laghi furono immuni dalla loro conquista, come Susa, qualche pianoro delle alpi Cozie, l'isola Comacina: e così pure Cremona, Mantova, Padova.
Il regno longobardo distribuivasi in Austria od orientale, composta del Friuli e del Trentino; Neustriaod occidentale, composta de' ducati d'Ivrea, Torino e Liguria; stava di mezzo la Tuscia, in parte regia, in parte composta dei ducati di Lucca, Toscana, Castro, Ronciglione e Perugia. Nell'Emilia non tenevano i Longobardi che Reggio, Piacenza e Parma; nell'Italia meridionale la piccola Longobardia, cioè i ducati di Spoleto e Benevento, e il principato di Salerno. In questi paesi la nazione guerresca era militarmente ordinata in squadre o fare.
Le terre che restavano soggette all'esarca ed ai duchi greci, perchè ricovero de' Romani, presero nome di Romagna, ed erano, oltre Ravenna, le città di Bologna, Imola, Faenza, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì, Cesena, e la pentapoli marina di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia. A Roma, Gaeta, Taranto, Siracusa, Cagliari ed altrove l'esarca collocava dei duchi o maestri della milizia. Napoli ben presto si tolse alla soggezione, nominando da sè i proprj duchi. Venezia cresceva dei fuggiaschi latini, e col professarsi in parole suddita agli imperatori di Bisanzio, cercava l'indipendenza di fatto.
Limitavasi dunque la dominazione greca quasi al solo esarcato e a Roma non ancora sacerdotale: ma quivi su ristretto spazio erasi affollata la gente, che le persone e le ricchezze sottraeva alla dominazione de' Barbari, e alla persecuzione temuta da essi come ariani. Chi manca di forza a sollevarsi da sè confida smisuratamente in altrui; e i nostri non finivano di esortar l'imperatore Tiberio II a liberarli; il senato romano gli mandò trentamila libbre d'oro, e la plebe gli gridava: — Se non vali a francarci dai Longobardi, almen ci campa dalla fame».
E grano spedì in fatti il buon imperatore, ma non armi; sicchè il senato non trovò spediente migliore che guadagnare a denaro qualche capo nemico. Talefu lo svevo Droctulfo, già prigioniero di guerra dei Longobardi, poi da essi fatto duca[52], e che messosi al soldo dell'esarca di Ravenna, e preso Brescello, di là bezzicava i Longobardi. Con cinquantamila monete d'oro poi il senato indusse Childeperto, re dei Franchi, a scendere in Italia molestando i Longobardi. Mosse egli di fatto con potente esercito: laonde venendo rimesso in quistione il dominio, i duchi, dopo nove anni di vacanza, convennero d'eleggere un re(584). Fu Autàri, figlio di Clefi; e poichè il tesoro d'Alboino era stato da Rosmunda portato a Ravenna, e i beni regj eransi spartiti fra i duchi, questi s'accontarono di dare al re metà delle proprie sostanze.
Autari con lauti doni rimandò Childeperto di là dall'Alpi, donde per doni si era mosso; ma l'imperatore pretendea che il Franco continuasse la guerra promessa; se no, restituisse l'anticipatogli sussidio; onde Childeperto per soddisfare la promessa tornò, ma non fece che aggiungere sconfitte al disonore. Per lavare l'onta, egli, con venti capitani formidabili, calasi una terza volta(590), e quantunque sconfitto presso Bellinzona, avanzasi e prende Milano e Verona. Autari, non volendo commettere la sorte del regno ad una battaglia, e d'altra parte importandogli il dominio, non gli abitanti, chiude le forze e i tesori longobardi nelle piazze munite, e lascia che il paese sia mandato a ruba. Se i Greci si fossero congiunti ai Franchi presso Milano, com'era l'accordo, poteva essere schiantata la dominazione longobarda: ma mentre i primi attorno a Modena e Parma perdevano il tempo che in guerra è tutto, stanchezza e discordia entrò fra i comandanti Franchi, e Childeperto se ne andò su per l'Adige, diroccando molti forti nelle valli tridentine.
Autari allora, sbucato da Pavia, ricupera facilmente il paese; anzi profittando del diffuso scoraggiamento, occupa anche l'isoletta Comacina nel lago di Como, dove sin allora aveva resistito Francione, partigiano imperiale, e dove s'erano adunate ricchezze da tutte le città[53]. Fatto poi nodo a Spoleto, si difila sopra il Sannio, tocca l'estrema punta d'Italia, e spinto il cavallo nel mare, e lanciato il giavellotto contro una colonna ivi ritta, esclama: — Questo sarà il confine del regno longobardo».
E forse era il momento di ridur l'Italia in loro dominio, se i Longobardi avessero saputo rispettare i sentimenti e la religione degl'italiani, anzichè farseneodiare come eretici e tiranni, e sprezzare come barbari.
Però il primitivo furore di conquista era mitigato, e qualche ordine e civiltà s'introdusse, massime per opera d'una straniera. Dagli avanzi della potenza di Odoacre e degli Ostrogoti dopo perduta l'Italia erasi formata la gente dei Bavari, di cui era allora duca Garibaldo, della dinastia degli Agilulfingi. Autari mandò a chiedergli sposa la figlia Teodolinda, e n'ebbe il sì, a preferenza di Childeperto re de' Franchi: ma allungandosi la conchiusione, il principe longobardo, impaziente di conoscere la promessa fanciulla e di prevenire Childeperto, va a quella Corte, fingendosi uno degli ambasciatori di Autari. Comparsa Teodolinda e piaciutagli, esso la salutò regina d'Italia, e chiese adempisse il rito patrio col porgere una coppa di vino ai futuri suoi sudditi. Com'essa il fece, Autari nel restituirgliela le toccò di furto la mano, e fece che la destra di lei gli strisciasse la faccia. Teodolinda raccontò l'occorso alla nutrice; e questa la accertò che nessun altro, dal re in fuori, sarebbesi tanto permesso; di che ella si compiacque, avendolo veduto bel giovane e proporzionato. Egli partendo, come al confine si congedava dalla scorta bavarese, s'alzò sul cavallo, e di tutta forza scagliò l'ascia contro un albero, dicendo: — Siffatti colpi vibra il re de' Longobardi».
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Il franco Childeperto assalì alla sprovvista Garibaldo per rapirgli Teodolinda, ma questa potè raggiungere in Verona lo sposo. Molti Bavari si piantarono fra i Longobardi; Gundualdo, fratello di lei, fu posto duca d'Asti, futuro padre di re. In capo a un anno Autari morì; e tal fiducia i Longobardi aveano posto in Teodolinda, che dichiararono torrebbero a re quel ch'essa scegliesse a sposo. Ed essa invitò a Corte Agilulfo, duca di Torino, non meno insigne per aspetto che peranimo bellicoso: e bevuto, porse a lui la tazza da vuotare. Egli ne la ringraziò baciandole la mano; ma Teodolinda: — Perchè baci sulla mano colei, che hai diritto di baciare in bocca?» E quest'atto rese pubblica la scelta, confermata ed applaudita dall'assemblea nazionale.
Questi fatti particolari, come che abbelliti dall'immaginazione o dall'arte del narratore longobardo, rivelano le costumanze del popolo dominante.
La pietà di Teodolinda veniva opportunissima a mitigare la fierezza dei Longobardi. Costoro, prima d'entrare in Italia, avevano abbracciato il cristianesimo; ma conservavano alcune pratiche idolatre, a segno che torturarono quaranta contadini romani prigionieri, che non vollero adorare il teschio di una capra da loro immolata. Per isventura, i primi che andarono ad apostolarli erano ariani: talchè, dopo vinte le resistenze dell'intelletto e della passione onde farsi cristiani, dovettero stupire ed indignarsi nell'udir dai Cattolici che si trovavano novamente sulla via dell'inferno. Essi da principio molestarono i cattolici, cacciandone i vescovi per sostituirne d'ariani; dappoi tollerarono doppio vescovo in ciascuna città: ma la nomina e la conferma erano occasione di traversie pel cattolico, avversato dai vincitori, sostenuto dai vinti. Autari, che aveva abbandonato l'idolatria per l'arianismo, s'adombrò del preponderare dei Cattolici, laonde proibì di battezzare cattolicamente i nati da Longobardi; la morte che prontamente gli sopravvenne, volle guardarsi come celeste castigo di un decreto, il quale non fece che infervorare i Cattolici, sorretti anche dal pontefice Gregorio Magno. A questo ne volle male Agilulfo, e passato il Po, minacciò Roma stessa; onde il papa sospendeva il corso delle sue omelie sopra Ezechiele, dicendo: — Ogni dove si ascoltano gemiti; Agilulfo distrugge lecittà, dirocca i castelli, spopola le campagne, intere contrade riducendo in solitudine; a Roma giungono persone colle mani troncate; altre sono condotte in ischiavitù, e tutt'intorno non vediamo che strazj d'infelici e immagine di morte».
Teodolinda era cattolica; e quel pontefice con frequenti lettere e col mandarle i proprj Dialoghi ne sostenne lo zelo, di modo che ella ridusse alla vera fede lo sposo suo: il loro figliuolo fu battezzato cattolicamente, e «restituito l'onore e la dignità solita ai vescovi, fin qui depressi ed abjetti»[54]. Sull'esempio loro, l'intera nazione si fe' cattolica, zelò il culto e moltiplicò le chiese, che in alcune città salivano a centinaja; ed eccetto le parrocchiali, a tutte erano congiunti o monasteri o spedali per infermi e pellegrini. Teodolinda fece restituirvi i beni rapiti, e di nuovi ne aggiunse; e «per sè, pel marito, i figliuoli e le figliuole e tutti i Longobardi d'Italia» fabbricò la basilica di San Giovanni Battista in Monza, preceduta da un atrio a portici, e formata a croce greca, sormontata da una cupola sostenuta da colonne ottagone, sotto la quale sorgea l'altare, a cui ascendevasi per una scalea.
Sulla porta maggiore della basilica odierna, fabbricata nel XIV secolo, è un bassorilievo, che potrebbe essere contemporaneo a Teodolinda, di marmo bianco a dorature e colori, rappresentante il battesimo di Cristo; e nella parte superiore v'è effigiata essa regina in atto di offrire al Battista una corona gemmata, eallato di lei la figlia Gundeberga colle mani in orazione, il figlio Adaloaldo, tenente una colomba, e a ginocchi il marito Agilulfo: oltre l'immagine dei doni fatti da quei re, cioè corone, croci, vasi, la chioccia coi pulcini, che ancor si conserva. E vi si conservano pure un evangeliario coperto di lastra d'oro di sessanta oncie, con preziose gemme e otto cammei, iscrittoDe donis Dei offerit Theodolenda regina gloriosissema sancto Johanni Baptistæ quam ipsa fundavit in Modicia prope palatium suum; una patena d'oro contornata di quattro giacinti, quattro smeraldi e diciassette perle; un'animetta da calice in lastra d'oro con centododici gemme, ventuna perla e una grossa ametista; un pettine d'avorio legato in argento dorato e a gioje; una croce di ducento oncie d'oro, con rappresentate la vita di Cristo da un lato, dall'altro quella del Battista, e l'immagine di Teodolinda coll'iscrizione Theodolenda regina viva in Deo. Più degne di nota sono la corona ferrea, che forse era un vezzo d'essa regina, e la corona gemmata d'Agilulfo, avente in giro i dodici Apostoli in altrettante nicchie, e in mezzo il Salvatore seduto fra due angeli, e una croce pendente da una catenella[55].
Teodolinda nella sua basilica depose anche molte reliquie, impetrate dal pontefice, cioè olj dalle lampade che ardevano davanti ai martiri, entro ampolle di cristallo, d'avorio o d'altro, che ancora si venerano, come il papiro dov'erano registrate[56]. Là pure essa avevaun palazzo, arricchito di pitture rappresentanti costumi nazionali: e tanto basti a convincere come le arti non fossero perite. La tradizione popolare attribuisce infinite opere alla pia regina, la cui memoria vive tra il nostro vulgo in benedizione.
Di questo tempo gli imperatori iconoclasti (come a disteso narreremo) vollero costringere i Romani a ripudiare il culto delle immagini; e questi, non potendo altrimenti assicurare la libertà delle coscienze e del culto, sorsero a rivolta, e ne scossero il giogo. Gregorio Magno, che più volte aveva elevato la voce contro gli abusi de' ministri greci in Italia, confortò i Romani nell'impresa; ben lontano però dal dar favore ai Longobardi, riconciliò anzi questi coll'esarca Callinico. Ma avendo i Greci rotto fede e assalita Parma nel cuor della pace, sorprendendo e menando schiava la stessa figlia del re, Agilulfo s'alleò col kacano degli Avari, perpetuo nemico dell'impero orientale, il quale assalendo la Tracia e spedendo un corpo di Slavi in Italia, diè il tratto alla fortuna del Longobardo, che occupò Cremona, Mantova, Padova, fin allora rimaste agl'imperatori, e col fuoco punì in esse la perfidia dell'esarca. Tentò egli più d'una volta sbarcare in Sardegna, ma il colpo gli fallì.
Lo turbarono alcuni duchi, sorti ad aperta ribellione, forse per riazione ariana contro il dominante cattolico. Or clemenza egli v'adoprò, or rigore, massime contro quelli che avessero parteggiato collo straniero; come Maurizio, che aveva tradito Perugia al romano esarca,e Minulfo, duca dell'isola d'Orta, che aveva tenuto mano ad un'invasione di Franchi.
Coi quali Franchi era stata tregua, ma pace non mai; e i Longobardi, fin dal tempo dei Trenta duchi, continuavano a tributar loro dodicimila scudi d'oro. Re Agilulfo spedì a corrompere con mille soldi cadauno i tre ministri di re Clotario, i quali persuasero questo ad accettare trentaseimila scudi una volta tanto, e così cessò il vergognoso tributo.
Agilulfo erasi associato nel regno il figlio Adaloaldo, che gli successe sotto la tutela di Teodolinda(615). Ma talmente egli delirava in empietà e crudeltà, che si disse avergli l'imperatore Eraclio propinata una bevanda, per la quale non poteva operare se non come questi volesse. Forse così la voce popolare espresse l'inclinazione di lui a favorire mentosto gl'interessi di sua nazione, che quelli dei Romani; vietò le incursioni sui territorj ancora indipendenti; fu detto pensasse ammazzar tutti i nobili longobardi e darsi ai Greci; onde i grandi lo deposero(625), sostituendo Ariovaldo, duca di Torino, nè Cattolico, nè della stirpe bavarese. Prima d'esser re, aveva egli incontrato a Pavia un prete Selidolfo, monaco di Bobbio, e vistolo, — Ecco un dei monaci di Colombano (il santo fondatore di quel monastero) che non si degnano di renderci il saluto»; e fu primo a salutarlo. Selidolfo rispose che anch'esso gli avrebbe augurato salute se non avesse sentito dello scemo in materia di fede. Il principe stizzito lo fece bastonar di maniera, che il frate stette come morto, poi riavutosi, se n'andò[57].
Ariovaldo ebbe regno pacifico e senza ricordati accidenti, eccetto le sommosse di due fratelli Tasone e Cacone, duchi del Friuli, nipoti del bavarese Gisulfo. Ebbe egli sospetto che con costoro se l'intendesse Gundeberga,loro cugina come figlia di Teodolinda e sorella d'Adaloaldo, che egli aveva sposata per ispianarsi la via al regno, e che voleva imitar la madre nel mescolarsi ai pubblici maneggi, sostenuta dall'amore dei Longobardi. Non sentendosi forte per esterminare i due ribelli, Ariovaldo comprò l'esarca di Ravenna, il quale, chiamatili a sè in Oderzo col pretesto di tagliar loro la barba, cioè adottarli come figliuoli e clienti dell'Impero, gli uccise: ed il re in compenso perdonò un tributo che gli doveano gli esarchi.
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Lui morto, Gundeberga, sapendo d'aver in pugno il voto dei principali Longobardi, esibì la corona a Rotari duca di Brescia[58], s'e' volesse ripudiare la prima moglie e sposar lei. Così fu fatto. Egli era degli Arodi, antichissima schiatta longobarda: e col punire severamente i signori che aveano disfavorito la sua nomina, ebbe occasione di ripristinare l'obbedienza. Ingrato alla moglie, oltre abbandonarsi a concubine, tolse a perseguitarla. Adaulfo, cortigiano longobardo, sentendosi lodare da lei, ardì richiederla d'amore; e rifiutato, l'accusò d'accordarsi con un duca per avvelenar il marito: e Rotari la cacciò nel castel di Lomello, ove tre anni essa mangiò il pane della tribolazione e della pazienza. Alfine il re franco Clotario mandò a far querela dell'indegno trattamento; e poichè Rotari adduceva l'appostagli taccia, uno de' messi gli disse: — Presto fatto a chiarirti il vero. Ordina all'accusatore che combatta con un campione della regina, e il giudizio di Dio decida». Su questi giudizj di Dio or ora parleremo: e in fatti il partito piacque, si combattè, e l'accusatore restò ucciso, e Gundeberga ripristinata nella dignità e nei possessi[59].
Rotari, ariano, pose un vescovo di sua credenza in ogni città, pure largheggiò colle chiese; e quando il vescovo di Pavia, capitale del regno, si ridusse cattolico, cessò quel doppio primato. Onde reprimere gli inquieti, Rotari mandò a morte molti Longobardi; rotta poi guerra ai Romani, diroccò Oderzo, occupò Luni, Genova, Savona, Albenga, e tutto il paese a mare sino alle terre dei Franchi di Borgogna, smantellando le città, e volendo non si chiamassero più che vichi[60]: molti abitanti vendette schiavi ai Franchi.