CAPITOLO LXXIV.Il feudalismo.
Tante volontà così distinte e fin contrarie, eppur tutte attive, ci mostrano quanto cambiamento erasi operato nella società. Unità, accentramento di tutte le forze vive erano concetti romani, che sopravivevano ormai soltanto nella Chiesa. Il Germano vuole l'indipendenza personale; bisogna che ognuno sia sovrano per esser libero; e in ciò consiste appunto la feudalità, e ne deriva una catena d'obbligazioni, formando la più singolare mistura di libertà e barbarie, di disciplina e indipendenza, un campo a nuove virtù e a violenze irrefrenate.
Come mai gli ordinamenti presi a tutelare la gelosa libertà, finirono col togliere fin quella degli atti privati? Per meglio comprenderlo distinguiamo ciò che nel feudo andava costantemente unito; la proprietà e la sovranità.
Un capo di liberi Germani, quando si subordinasse ad un generale per uscire con esso a lontane spedizioni, conservava imperio sulla propria banda guerriera, benchè egli medesimo accettasse un padrone. Si aveva dunque già una gerarchia; ma la dipendenza era personale affatto, e talmente libera, che il commilitone poteva abbandonare a sua voglia il capo prescelto.Le terre col comun sangue conquistate vennero a considerarsi comuni, e furono divise fra i capi di banda. Attaccati essi alla terra e al signore da cui la riconoscevano, venne a ridursi stabile la relazione con questo, e all'antica eguaglianza surrogossi un'aristocrazia militare, che dai vinti Romani desumeva il principio e il fatto della proprietà individuale.
Odin antico tedesco significava bene di fortuna; il qual nome posposto adalloalt, cioè antico, formòallodio; efee, ricompensa, formòfeudo. Allodio vorrebbe dunque dire un possesso antico, regolato colle consuetudini natìe de' Germani, ed esente da qualsivoglia obbligazione particolare; mentre feudo (che, alterando il senso d'una parola ecclesiastica, fu anche dettobenefizio) esprimeva una possessione conferita da un alto signore in ricompensa di servigi resi, e coll'obbligo di nuovi. Dovere primo del capo barbaro era il dar guerrieri all'esercito regio. Ignorando le complicatissime guise onde oggi si leva, mantiene, provvede la truppa, il capo assegnava porzione de' suoi terreni a diversi, col patto che armassero e nutrissero un certo numero d'uomini ciascuno. Questi vassalli a vicenda suddividevano la proprietà e l'obbligo ad altri; e così formavasi una catena di dipendenze.
I benefizj si consideravano come premj del valore, e perciò conceduti personalmente; e i signori erano gelosi di rivocarli, per avere onde compensare altri servigi, e assicurare la futura felicità de' commilitoni. Non ispogliavano il vassallo sinchè vivo e sinchè fedele a' suoi doveri; ma non cadeva nelle costumanze germaniche il contrarre od imporre obblighi per la posterità. Però era naturale che essi compagni s'ingegnassero di ridursi indipendenti, e di assicurare in casa quel possesso; ed è indole delle proprietà il tendere a farsi ereditarie, di modo che la famiglia vi s'innestied assodi. Tali cominciarono alcune per via di privilegio reale: l'imitazione le crebbe, sino a diventare la forma universale.
Sempre però vi si conservava il carattere di personali, col rinnovare il giuramento ogniqualvolta si mutasse il possessore, e col conferirgliene l'investitura. Egli, a testa scoverta, deposto bastone e spada, inginocchiato davanti al caposignore, e poste le sue mani in quelle di lui, diceva: — Da quest'oggi io divengo vostr'uomo, e vi terrò fede del possesso che impetro da voi»; indi giurava fedeltà, e tesa la destra sovra un libro sacro, ripigliava: — Signor mio, io vi sarò fedele e leale, non attenterò alla persona o ad alcun membro vostro, vi serberò fede del possesso che vi domando, vi renderò lealmente le consuetudini ed i servigi che vi devo; così Dio e i santi m'ajutino». Allora baciava il libro, ma senza genuflessioni nè altro atto d'umiltà; e il signore gli dava l'investitura, consegnandogli un ramo d'albero, una zolla od altro simbolo, mediante il quale il vassallo consideravasi divenutouomodel suo signore.
Quest'è il modo più semplice, direi originario, del possesso feudale; ma nasceva pure in molte altre guise. Alcuni rimasero attaccati ai loro capi senza possedimento di sorta; ma via via che al genio battagliero e randagio sottentrava quello della stabilità e del possedere, chiedevano in guiderdone qualche terreno, riconoscendone il datore. I grandi possessori mal poteano difendere i vasti tenimenti da vicini e avventurieri che ne usurpavano porzioni; ed era già assai se potevano indurli a tributare un omaggio. Altri, o poveri o spropriati, mettevansi a bonificare un terreno; e per avere una protezione, lo accomandavano alla supremazia di un vicino, o questo se la arrogava. Fin i possessori di allodj da nessuno dipendenti consentivano a rinunziare l'antisociale indipendenza, presentavano a qualchepoderoso vicino una fronda de' loro boschi, un cespo del prato, e con questo rito simbolico gliraccomandavanoil loro allodio, nella tutela di lui trovando un compenso agli omaggi e servigi imposti dal vassallaggio. Praticavasi ciò principalmente colle chiese, per fare più sacra la proprietà ed esimersi da tributi.
Introdotta questa forma di possesso, ella si estende e generalizza, e tutto divien feudale; sin varie città prendono posto in quella gerarchia, contraendone le obbligazioni per possederne i diritti, sotto al patronato d'un barone.
Adunque i popoli, che dianzi conservavano il diritto personale in mezzo alle incessanti migrazioni, cangiarono a segno, che si considerano membri dello Stato solamente in quanto possedono una gleba; non v'è signore senza terra, o terra senza signore; è uomo d'alto o di basso luogo secondo la natura de' suoi possedimenti, e la terra costituisce la personalità, la quale perciò dee rimanere indivisa, e passare nel primogenito. Fatto ereditario il feudo, tale pure diventava la lealtà, estendendosi ai discendenti di quello da cui lo si era ricevuto. Egli a vicenda non poteva spogliarne l'investito se non per fellonia, nè sospenderlo a tempo se non quando ricusasse il promesso omaggio.
Per tali diverse maniere la proprietà acquistava un carattere speciale; piena, reale, ereditaria, eppur ricevuta da un superiore, verso cui corre obbligo di certi omaggi e tributi.
Col tempo anche le cariche di siniscalco, di palafreniere, di coppiere, di banderajo, che attribuivansi in feudo, passarono di padre in figlio, e perfino i supremi comandi militari, la più assurda fra le eredità. Ne restava inceppato il potere del signore molto più che dalla perpetuità de' possessi, giacchè per diritto egli trovavasia fianco persone che impacciavano i suoi voleri, invece d'adempirli. I vescovi, non potendo se non per abuso versare sangue in guerra o ne' giudizj, infeudavano dell'autorità secolare i visconti e visdomini, o avvocati; i quali poi col diritto della forza procuravano farsi indipendenti, e chiedeano l'investitura dal re, come patrono de' benefizj e delle mense.
Nè solo terre e cariche si davano in feudo, ma qualsifosse proprietà, qualsifosse modo di guadagno assunse quella forma: i proventi d'un impiego o d'una cancelleria, il diritto della caccia, un pedaggio, lo scortar le merci, il rendere giustizia nei palazzi de' grandi, il tener forno, l'aprir botteghe sulle fiere, persino il possedere sciami d'api; il clero infeudò il cimitero, una oblazione, le decime, i diritti di stola bianca e nera; i monaci l'uffiziatura, lo spigolare del frumento o della vendemmia, fin le goccie che stillavano dai tini; talvolta un barone impadronivasi del provento delle messe dette a un altare, e lo teneva come feudo di quella chiesa. Anche le arti meccaniche nelle case signorili erano esercitate da persone, le quali a questo titolo ricevevano terre in feudo.
Talvolta l'utile dominio d'un paese o d'un villaggio era ripartito fra due o più padroni; sia che ciascuno avesse un quartiere separato, o una gabella speciale, o una particolare giurisdizione: e questi diritti s'impegnavano od appaltavansi o staggivansi, venendo a moltiplicarsi i padroni e i litigi, e a confondersi il governo. Ne' contratti si trovano stipulati i quarti, i decimi d'un possesso, fin la quarta parte della sedicesima d'un castello; gli Estensi nel secoloXIIIda più di venti capitanei comprarono poc'a poco la terra di Lendinara; e così i Fiorentini e i Sienesi le varie castellanze del loro contado[300].
Il conquistatore aveva spartito i terreni e i popoli non altrimenti che le robe; e come su queste, divise che fossero, il re non conservava alcun diritto, così neppure sui terreni e sui terrieri. Pertanto al possesso andava congiunta la sovranità, e al tenitore del feudo competevano sugli abitanti di esso i diritti che oggi ritengonsi sovrani; verso gli altri possessori consideravasi pari; dentro del suo feudo niuno poteva imporgli leggi o tributi, nè richiederlo in giustizia.
E poichè, secondo le idee germaniche, nessuno tenevasi obbligato se non alle leggi ch'egli medesimo fosse concorso a stabilire, mancata la supremazia legislativa, v'ebbe tanti statuti quanti paesi, e la giurisdizione non fu più una delegazione sovrana, ma una conseguenza della proprietà.
Questo unire il possedimento colla sovranità isolava ciascuna tribù, per modo che formavansi tanti Stati quante proprietà, distinti in ogni cosa, salvo che in ben pochi interessi. Al momento che questa società si formava, a gruppi i feudatarj si strinsero attorno a conti e duchi, per caso o per vicinanza, ma senza connessionedegli uni cogli altri; e la stessa convergenza a un centro era piuttosto apparente che effettiva. All'idea astratta dello Stato era sottentrata la concreta dell'individuo, col quale unicamente si aveva obbligazione. Non più dunque parentela o tradizione o governo ritenevano la tribù attorno al capo; non assemblee popolari per far leggi comuni; restò unico il legame della promessa e della devozione, giacchèil feudo è sentimento d'onore attaccato al possesso conferito dal sovrano pel solo dominio utile in compenso di servigi resi, e con promessa di nuovi servigi, di fedeltà, di omaggio.
Così si pianta un sistema gerarchico di istituzioni legislative, giudiziali, militari. Unica fonte d'ogni potere è Dio, e suo vicario il papa. Questi, serbato a sè il governo delle cose ecclesiastiche, affida le temporali all'imperatore, che è capo dei re. E papa e imperatore e re commettono l'esercizio della loro podestà ad uffiziali, annettendo alle cariche una terra: questi suddividono la terra e gl'impieghi a persone, le quali fanno altrettanto. Colui che conferiva il feudo chiamavasisenior, signore; il benefiziato,juniorovveromiles, per l'obbligo che avea del militare; più solitamente al benefiziato diretto davasi il nome di vasso o vassallo; ai sotto benefiziati quel di valvassori (vassi vassorum), da cui dipendevano i valvassini.
Uno dunque si trovava signore al tempo stesso e vassallo; possedeva feudi di natura e di pesi diversi, ma non si teneva obbligato se non a colui, dal quale immediatamente rilevava. Nè l'esser ligio per una, toglieva d'essere sovrani sopra altre terre: i re di Sicilia come quei d'Inghilterra, di Danimarca ed altri si fecero vassalli alla santa sede; quel d'Inghilterra rendeva omaggio al re di Francia per la Normandia; anzi talora due dinasti erano a vicenda signore e vassallo un dell'altro,come il vescovo di Sion riconosceva dai conti di Savoja alcuni possessi, mentre questi rendevano a lui omaggio pel feudo di Chillon[301].
Feudi ecclesiastici possono riguardarsi i benefizj che la Chiesa concedeva come sovrana religiosa avente proprio diritto pubblico, giurisdizione, prerogative eminenti. E feudo è il giuspatronato, i cui diritti sono esercitati appunto in qualità feudale; ai fondatori di chiese o cappelle lasciavasi giurisdizione ecclesiastica, trasmissibile agli eredi, a norma delle investiture (fondiarie), all'estinzione dei quali, essa ritornava alla sovranità ecclesiastica. Le controversie decidevansi da questa: ma mentre i principi duravano sempre in lotta coi baroni, e talvolta soccombevano, le corti ecclesiastiche si mostravano moderatissime e generose sui diritti dei patroni; fin le scomuniche sospendevano, ma non ne toglievano il diritto.
Del feudo ecclesiastico abbiamo esempj in grande nel Friuli, liberalmente concesso dagl'imperatori ai patriarchi d'Aquileja. La natura sua faceva che quivi la feudalità, invece di staccare dal centro, riunisse; il clero vi entrava non per abuso, ma per essenza; e gli elementi romani vi erano conservati per mezzo del parlamento, nel quale i pari giudicavano; e ne' casi feudali vi presiedeva il patriarca: Marquardo, unod'essi, nel 1366 raccolse poi le consuetudini feudali, formandone quel che chiamòStatuto della patria. Eccetto il papa nessuno avea tanti possessi. Tra' feudi maggiori che da lui ritraevano era l'uffizio di coppiere, del quale talora furono investiti i duchi d'Austria e i re di Boemia: anzi questi ultimi avevano l'obbligo di riscattare il patriarca se mai cadesse prigioniero. Ereditaria aveano resa per forza l'avocazia i conti di Gorizia, e così il loro feudo i conti d'Ortemburgo. Questi feudi diceansinobili, altrirettiolegali, divisi in liberi, ministeriali, d'abitanza. Dei liberi conferiva l'investitura il patriarca con una o più bandiere; de' ministeriali coll'anello; degli altri col lembo della sua veste. Fra i ministeriali erano camerieri i nobili di Cucagna, coppieri quei di Spilimbergo, confalonieri quei di Tricano, scalchi i signori di Prumbergo. All'anziano di casa di Ragona competeva una porzione di tutte le pietanze che si servissero al patriarca. I Bojani di Cividale[302]erano obbligati presentare al patriarca quando entrasse in città uno spadone col fodero bianco alla tedesca, e portarglielo davanti sino alle scale del palazzo. S'aggiungevano gastaldie, arimanie, avocazie, feudi militari, di sartoria, di bandiera, di arsenatico, insomma di qualunque ministero occorrer potesse al patriarca[303].
L'investito di un feudo militare, per povero che fosse, non era tenuto a prestazione o tributo fuor cheal servizio in guerra; nelle feste del castello veniva socio ai piaceri del signore, pari alla sua Corte; combatteva a cavallo, mentre il resto del popolo a piedi e senz'armi difensive. Reso questo servizio, restava immune da imposte; e solo per occorrenze straordinarie i vassalli e il clero erano invitati a contribuire. I vassalli del medesimo signore, posti attorno a lui sullo stesso territorio, e investiti di feudi d'egual grado, si chiamavano pari; tutti dipendevano dal capo, ma non uno dall'altro; alla guerra, al consiglio, al giudizio si trovano uniti sotto al capo; in ogni altro caso ciascuno opera da sè, isolati, stranieri fra loro.
In questa catena, dove ciascuno non tiene che all'immediato suo superiore, nessun potere rimane al re sovra il popolo. A Roma imperiale non s'aveva alcun intermedio fra il dominante e il popolo: qui al contrario il popolo non comunicò più col re se non per intermezzo de' baroni; i quali procedendo, ridussero il re a mero nome, potendo essi ignorare chi lo portasse, e recandogli anche guerra. Il re non era dunque supremo magistrato, esecutore della volontà d'un'assemblea sovrana; non il potere dirigente universale, non il capo d'una nazione per osteggiare chi da quella fosse dichiarato nemico: era soltanto il proprietario diretto dei feudi da lui conferiti, nè da padrone disponeva se non de' suoi vassalli immediati. Menar lunghe imprese non poteva, giacchè essendo i vassalli obbligati soltanto al servizio prefinito e sempre corto, allo spirare del termine levavano la propria bandiera, fosse o no compiuta l'impresa. Le assemblee legislative si ridussero a consigli del re, il quale v'invitava i baroni che gli piacessero, e aggiungerò, purchè volessero, giacchè gli mancava la forza di costringerli. Nelle urgenze comuni, i signori vicini s'accoglievano per concertarsi su quel che ciascuno eseguirebbe ne' proprj dominj e coimezzi proprj; e il re era uno de' contraenti, ma senza autorità coercitiva.
L'arte, che oggi si considera come la prima ne' governi, quella delle finanze, ignoravasi affatto. I beni della corona, il prodotto delle regalie e i possessi di famiglia bastavano al principe, pace durante: tanto più che le Corti si menavano assai più semplici, nè gli uffizj si pagavano, essendo accollati ai feudi. Veniva guerra? i vassalli erano tenuti a prestazioni determinate e impreteribili, e ciascuno manteneva i proprj uomini. Quei diritti, quelle ispezioni che, ogni giorno maggiori, si vanno accentrando al governo, allora non si conoscevano; uniche regalie erano la giurisdizione, i pedaggi, il batter moneta e scavare miniere: ma queste pure, una dietro l'altra, venivansi usurpando dai grandi vassalli, resi indipendenti dal re, cui eguagliavano e talvolta sorpassavano in forza; cavarono metalli ne' proprj tenimenti; posero dazj e pedaggi, talchè al limite d'ogni podere s'incontravano quelle barriere, che oggi pajono troppe anche al confine d'uno Stato.
Quanto alla giurisdizione, dipendendo il vulgo non più dal principe ma da particolari signori, disusarono le istituzioni fatte a pro di tutti, e ciascun signore tenne corti e assise per le controversie fra' proprj dipendenti. Giudici non erano nè gli antichi uomini liberi, nè i consoli di poi, interessati al pubblico e disposti a sostenere l'esecuzione della sentenza o l'indennità dell'offensore che avessecomposto; ma erano uffiziali del barone, sol per uso acconciandosi alleconsuetudini. La legislazione cessa d'essere personale, e statuti ed usanze variano, non secondo le razze degli abitanti, ma a norma della natura del possesso e del grado di sua libertà. Che se ancora, massime in Italia, sono mentovate persone che vivono secondo questa oquella legge, vuolsi intendere de' gran signori e de' pochissimi arimanni conservatisi indipendenti; ma anche per essi il privilegio riducesi soltanto a certi modi di possesso e di procedura.
Colla indipendenza individuale era scomparsa la reciproca garanzia fra cittadini; e vivendo ciascuno da sè senza legame cogli eguali, ma soltanto con superiori ed inferiori, nessuno aveva interesse ad impedire i delitti; lo perchè andarono scomparendo i giudizj per via di compurgatori. I vassalli dovevano essere giudicati da' loro pari, e il signore non faceva che proclamare il dettato di quelli. Nasceva poi contestazione fra vassallo e signore? se trattavasi di doveri feudali reciproci, era decisa dai pari; se cadeva sopra fatti d'altra natura, come un delitto del signore o danno recato ai beni allodiali del vassallo, la lite si potea recare al sovrano.
Finchè la sentenza davasi nelle assemblee generali, nessuno avrebbe potuto rivederla, emanando dall'autorità sovrana. L'appello ripugna pure alle idee feudali che identificano il signore col vassallo; nè l'alto barone, irremovibile e disoggetto da sindacato regio, poteva esser ripreso d'un'ingiustizia, più che nol possa oggi un re da altro re. Chi alla corte signorile si trovasse gravato, poteva sfidare i giudici, che come pari suoi non godevano su lui veruna superiorità: ma questa mentita non era un appello, giacchè si dava prima della sentenza, nè chiamava a tribunale superiore. Stante però che la mentita obbligava a convocare altri pari, nè ciò era sempre fattibile, volta veniva che il signore si vedesse costretto a rimetter la lite al sovrano. Questo poi, allorchè comparisse nelle terre del suo vassallo, teneva assise, ma non poteva rivedere la sentenza, bensì la causa, e proferirne una nuova, perchè restava sospesa la giurisdizione del vassallo. Inoltrefra gli obblighi di questo era il rendere giustizia, e se la falsasse o negasse, poteva il signore intervenire per obbligarvelo; obbligarvelo cioè in quanto ne avesse la forza.
Questi furono avviamenti per istituire un regolare appello, a imitazione del diritto ecclesiastico; grande passo ad instaurare la regia prerogativa.
Dato il giudizio, come farlo eseguire, quando il condannato tornava nel suo castello, forte di mura e di scherani? Colla guerra; e il signore che l'avea proferito, e il querelante, od anche i giusdicenti raccoglievano gli uomini loro, e costringevano per forza ad obbedire. Nulla pertanto assicurava l'efficacia del giudizio; nè della rettitudine di quello era buona sicurtà il sistema de' pari, ignoranti del diritto, stranieri agl'interessi gli uni degli altri, e scelti a volontà del signore.
Non ispirando dunque confidenza, si ricorreva più volentieri a spedienti meglio conformi a quel tenore di società; e i duelli e le guerre private ne venivano di conseguenza e quasi di necessità. Preziosissimo consideravasi questo, che tedescamente chiamavasi diritto del pugno, quanto oggi dai re il potere far guerra di nazione. La rappresaglia, per cui l'uomo d'un feudo, ricevuto torto da quel d'un altro, poteva trarne vendetta o rendere la pariglia sopra qual fosse altro consociato di quello, era riconosciuta come diritto. La consuetudine, la legge, la Chiesa adopravano a introdurre in questo alcuna regolarità e temperanza, volendo si intimassero le ostilità alcun tempo innanzi, si esperissero certi mezzi di conciliazione, infine si osservasse la tregua di Dio.
Quando ogni proprietà fu divenuta feudo o sottofeudo, inamovibile ed ereditaria ogni magistratura, ciascun duca, conte, marchese od alto barone fu consideratocome re della propria terra, i cui abitanti erano obbligati ad ogni ordine suo in pace e in guerra; mentre egli non pagava tributi, non era tenuto accettare la composizione per le offese, ma le vendicava colla guerra privata, ch'e' poteva menare anche contro il proprio caposignore.
A noi, avvezzi a governi che traggono ogni impulso dall'alto, a leggi fisse, uniformi in tutto lo Stato, all'egualità dei cittadini sotto un capo, riesce difficile il formarci adeguato concetto d'una società, bizzarramente compaginata con tanti signori, quanti aveano forza e volontà di esserlo; con leggi che obbligavano solo chi non volesse o potesse resistere, e variate da uomo a uomo, da terra a terra. Non ci si imputi dunque di spendere troppe parole e di ripeterci per meglio indurne l'idea, senza di che la storia di que' tempi è libro chiuso.
Tenevasi dunque l'Italia come divisa in tanti Stati indipendenti quanti v'erano feudi; sistemati nel modo più opportuno per respingere le nuove invasioni di fuori, e dentro sostenere il proprio diritto o la prepotenza, al modo che ancora usano i re: in quella guerra di tutti contro tutti, si moltiplicavano castelli e rôcche ove o proteggersi, o soperchiare il vicino. Pertanto in ogni nuovo castello che sorgesse, le chiese e il vicinato scorgevano una minaccia alla propria indipendenza, il re un attentato alla sua prerogativa; ma non si poteva opporvi che altre fortezze; e conventi e ville fortificavansi; sui campanili e sui battifredi una continua vedetta esplorava se mai un nemico s'avvicinasse; e poichè nemici erano sovente coloro che una mura stessa chiudeva, in mezzo alle città alzavansi fortificazioni, disponevansi catene, cancelli, serragli; il Coliseo a Roma, l'arco di Giano a Milano, l'anfiteatro a Verona, gli avanzi de' tempj e delle basiliche antiche,si convertivano in fortini; e i palazzi costruivansi in masse solide, protette da robuste ferriate, con fosse e ponti levatoj e balestriere.
Più solitamente il feudatario sceglieva a stanza un'altura in mezzo a' suoi tenimenti, e così fabbricava uno di que' castelli, le cui rovine pittoresche ricordano tuttora la potenza solitaria e indipendente, l'importanza personale in una società sminuzzata, ove ogni signore era ridotto a quella legge di natura, che ancora si arrogano i dominanti. Tra le casipole, simile ad un ribaldo eretto in mezzo d'una turba servile, sorgevano questi edifizj massicci, con torri merlate rotonde o poligone. Da una men grossa, ma più elevata e aperta ai quattro venti la sentinella colla campana e col corno annunziava la punta del giorno, acciocchè i villani sorgessero al lavoro; o l'accostarsi de' nemici, affinchè gli armigeri si allestissero alla difesa; ed accadendo furto od ammazzamento, alzava un grido, che ogni uomo dovea ripetere di vicino in vicino, affinchè il reo non potesse ricoverarsi sul feudo limitrofo.
Ajutavasi la natura coll'arte per renderne impraticabile l'accesso; e fossi e controfossi, e antemurali e antiporte e palizzate e barbacani e triboli seminati pel contorno, e saracinesche e ponti levatoj angusti e senza ripari, e caditoje sospese a catene, e porte sotterranee e trabocchetti, e tutto quel sistema d'insidie e di difesa, doveano atterrire chi divisasse un assalto o una sorpresa.
Teschi di cinghiali e di lupi, od aquilotti confitti sulle imposte ferrate, nell'atrio corna di cervi e di capriuoli, indicavano i forzosi divertimenti dei signori. Procedendo, trovasi architettato ogni cosa non pel comodo o la leggiadria, ma per la gagliardia e la sicurezza. Armadure a tutta botta, lancioni, labarde, mazze ferrate pendevano fra gli stemmi rilevati negliampj e mal riparati stanzoni, con camini sterminati, attorno a cui accogliersi la famiglia a giocar agli scacchi o a' dadi, ricamare, bevere, udir le novelle o la canzone accompagnata dal liuto e dalla mandòla.
Là dentro era quanto occorresse al vitto e alla battaglia, dalla cucina alle prigioni, dal celliere alla cisterna, dal pollajo all'arsenale, dagli archivj alle scuderie; numerosissimi i servi; e amici, cavalieri, pellegrini, viandanti vi albergavano a piacere, e partivano carichi di doni. Perocchè all'uomo che trova uomini tutti i giorni, divengono indifferenti; all'isolato riesce un godimento la vista e il consorzio d'un uomo.
Come l'aquila nel suo nido, vivea colà il feudatario, segregato da tutti che non fossero suoi dipendenti, nè modificando la restante società, nè da questa modificato. Al vulgo che gli sta attorno, nol lega parentele, non affetto; solingo colle moglie e coi figliuoli, austero, sospettoso, temuto ed ubbidito, qual alta idea non deve egli concepire di se stesso, potendo tutto, e potendolo per sola facoltà propria, senz'altri limiti interni od esterni che quelli della propria forza? Ancor fanciullo, dalla burbanza del padre e dalla sommessione dei servi apprese esser lecita ogni voglia al padrone; cresciuto fra servi tremanti e sprezzati, e cagnotti disposti ad ogni sua volontà; superiore alla tema e all'opinione, non conoscendo il vivere socievole, non contrariato mai, nè repressione temendo nè rimproveri, acquista carattere, non soltanto orgoglioso e fiero, ma stravagante, capriccioso, un'ostinazione nelle idee e negli usi repugnante da ogni progresso. Agli uffiziali, invece di soldo, concede il diritto di estorcere e soverchiare: nuova gradazione di tirannia, che fa sempre maggiore la distanza fra quei del castello e quelli della pianura; i quali concepiscono una riverenza ereditaria per codesto capo che tutto può, e che li salva da altri nemici;mentre, bersagliati da quel capriccio dell'individuo che pesa immediatamente sull'individuo, maledicono una potenza cui non osano resistere.
Rinforzare viepiù il suo castello, il cavallo, l'armadura, è supremo studio del castellano; e fidato in questi, e trovandosi invulnerabile dalla ciurma che sotto i suoi colpi casca senza riparo, acquista un coraggio temerario e prepotente. Di lassù piomba talvolta a rapire la moglie e le figliuole del villano, non degnandosi di sedurle; a spogliare i viandanti e taglieggiarli. Ma poichè, anche in tempi tumultuosi, la battaglia e la preda non sono che eccezioni della vita, si trova sovente ozioso, e scarco di quelle regolari occupazioni che sole possono riempirla. Pubblici impegni più non v'ha; il giudicare i dipendenti è spiccio, perchè dispotico; semplice l'amministrazione, giacchè i campi sono coltivati da villani a tutto suo pro, da servi esercitata l'industria; le lettere erano abbandonate al monastero, regalato ad ora ad ora acciocchè orasse e studiasse. Doveva dunque il feudatario occupare altrove quell'attività che costituisce la vita, e quindi avventurarsi ad imprese, a caccie, a saccheggi, a pellegrinaggi, a tutto che il traesse da quell'ozio senza pace.
Furono signori feudali che conquistarono Terrasanta; e per regolarsi colà fecero comporre le Assise di Gerusalemme, nelle quali può dirsi che la feudalità prendesse coscienza di sè, e riducesse a teoriche le sue inclinazioni. Quelle assise diressero lungo tempo i possessi veneziani d'oltre mare, onde come di cosa italiana noi ce ne valiamo per chiarire le condizioni d'allora.
Nel tempo che decorre fra le leggi meramente penali delle genti rozze e le meramente civili delle educate, il legislatore crede obbligo suo l'imporre anchei doveri morali e prescriverne gli oggetti e i modi, quasi per dar polso ai sentimenti nella lotta colle passioni. Perciò in quel codice si trova ordinato che il vassallo non offenda nel corpo il signor suo, nè ad altri il permetta; non tenga cosa di lui senza consenso; non dia suggerimenti a danno o disonore di esso; non rechi onta nè alla moglie nè alla figlia sua: sibbene lo consigli lealmente qualvolta richiesto; entri per lui mallevadore se si trovi prigione o indebitato; il cavi di pericolo se lo veda alle prese col nemico: ove così adoperi, il signore abbia a difenderlo con ogni sua possa, se vuol fuggire la taccia di codardo.
Oltre questi doveri morali, i vassalli erano tenuti a servizio, a fiducia, a giustizia ed a sussidj. Servizio esprimeva il militare a proprie spese sessanta o quaranta o venti giorni per l'omaggio ordinario, e tutta la campagna per l'omaggio ligio; solo, ovvero con un prefisso numero d'uomini; col giaco o no; entro il territorio feudale o in qual si fosse; per la difesa soltanto o anche per l'attacco, secondo i patti. Per lafiduciadoveva accompagnarsi al signor suo quando andasse a Corte e ai placiti, o convocasse i vassalli a consiglio o a render ragione. Lagiustiziaconsisteva nel riconoscerne la giurisdizione, e non declinare dalla curia di esso. De'sussidjin danaro alcuni erano spontanei, altri determinati, qualora il signore dovesse riscattarsi di prigionia, o maritasse la primogenita, o armasse cavaliere un figliuolo. Quei che avevano solo promesso un tributo o servizj di corpo, presto caddero in condizione di villani. Chi era affidato con obbligo di militare, fu considerato nobile: nè dapprima si sarebbe dato un feudo a chi nobile non fosse; ma poi si considerò tale ogni casa che ne possedesse uno da tre generazioni; nè in conseguenza poteva esercitare arti sordide, nè contrar matrimonj disuguali. Secondo ildiritto lombardo, il valvassino non teneasi per nobile, nè la nobiltà passava alle figliuole.
L'imperatore Lotario II in Italia proibì d'alienare feudi senza consenso del domino; altrettanto ordinò Federico II per la Sicilia. L'erede non diretto d'un vassallo doveva pagare al signore un canone prefisso onde succedere: uso nato forse allorchè i feudi consideravansi ancora riversibili, ed ogni nuovo investito faceva un libero donativo al signore diretto.
Ad alcuni feudi era annesso il diritto di prendere il cavallo del caposignore quando passasse su quelli; ai confalonieri di Milano e d'altrove toccava la mula su cui il vescovo faceva l'entrata; a Firenze lo conducevano alla briglia i visdomini, poi il palafreno davasi alla badessa di San Pier Maggiore, il freno e la sella a quei Del Bianco, poi agli Strozzi, che a suon di trombe se li recavano a casa e li lasciavano esposti; a Pistoja tale privilegio spettava ai Cellesi, e il vescovo donava un anello alla badessa di San Pietro, ed essa a lui un ricco letto. Il vescovo di Faenza per pasqua di Natale doveva ai servi del conte di Romagna dodici pulcini di pasta colla loro chioccia, e carne cotta: se no, quelli poteano andare alla cucina di lui, e levarne quanto vi trovassero.
Diritto di gran lucro era quello delle manimorte, per cui, morendo senza prole persone che, come servili, o medie fra la libertà e la servitù, erano prive del diritto di testare, il signore ne ereditava in tutto o in parte. A lui spettava pure la tutela de' vassalli minorenni, e l'offrire un marito alla ereditiera del feudo, od obbligarla a scegliere fra gli offerti: diritto ragionevole quando il marito diventava suo ligio o suo guerriero; ma la donna potea riscattarsene dando al signore tanto, quanto gli aspiranti aveangli esibito per ottenerla. Al feudatario cadevano pure le cose trovate; l'eredità di chi morivaintestato, o senza confessione, o di morte improvvisa, quasi questa portasse la sicura dannazion dell'estinto. Per l'albinaggio egli entrava erede dello straniero che morisse ne' suoi possessi, e occupava qualunque nave o persona fosse dal mare gittata sulle sue terre[304].
Privilegio supremamente apprezzato era la caccia, per la quale il feudatario, con tutta la sua corte, settimane intere viveva ne' boschi alla serena con clamorosa pompa. Talvolta faceansi venire delle fiere di lontano, e si affrontavano in recinti; e l'arcivescovo di Milano come gran distinzione permise a un duca di correr un cervo nel suo parco. Da qui (diritto inusato agli antichi) le caccie riservate, per cui il colono vedeva la selvaggina impunemente guastar le vendemmie e la messe, e guai a chi avesse osato minorare il divertimento del signore uccidendone alcuna!
L'uom di corpo, oltre porzione de' frutti del suo campo, gli dovevaangariecioè lavori forzati, eperangarie, cioè lavori con ricompensa per un prefisso numero di giornate, o le vetture pei trasporti occorrenti; non esporre sul mercato le proprie se non dopo smaltite le derrate del padrone, valersi delle misure di questo, adoprar le monete di lui, comunque scadenti; comprare da lui solo le derrate; valersi del mulino, del forno, del torchio del signore (banalitas) pagandone un canone. Nel 1117 gli abitanti di Agrilla sono obbligati a zappar le terre del barone, seminarle, dar un pajo di bovi ciascuno per dodici giorni, e ventiquattro giornate per la mietitura, e al tempo della vendemmia portar un cerchio per le botti, a Natale ePasqua offrir due galline, oltre la decima dei porci e delle capre. Per lamano baronale, il signore poteva di propria autorità impedire che i debitori asportassero i frutti dalla loro campagna prima d'aver pagate le prestazioni, o depostone sufficiente quantità ne' magazzini di lui[305].
Facilmente tali irrefrenate giurisdizioni degeneravano in capricci e tirannie: e le concessioni che alcuni feudatarj assentirono più tardi ai loro dipendenti attestano fin a qual grado fosse giunta l'oppressura; giacchè uno permette d'insegnare a leggere ai figli; uno di vendere derrate ad altri che al padrone, o di spacciare in pubblico le guaste. Alcuni nell'atto dell'investitura doveano baciare i chiavistelli della casa, andar dondolone a modo di briachi, fare tre saltarelli e mandare un ignobile crepito: altri in un dato giorno portare un ovo, o una rapa, o un pane sopra un carro tirato da quattro paja di bovi, o presentare una pagliuzza. I pescivendoli che passavano pel feudo di San Remigio nel vescovado d'Aosta, doveano esibire la loro merce ai castellani, se no era trattenuta per tre giorni, il che equivaleva a distruggerla, o si tagliavano le cinghie dei loro cavalli. La famiglia Trivier di Ciamberì era tenuta dare un somiere del valore di trenta soldi grossi al conte di Savoja ogniqualvolta scendesse con armi in Lombardia. Jacopo Morelli di Susa dovea provvedere al sovrano un letto fornito qualora dormisse in essa città. Nel regno di Napoli ogni vassallo, nel rinnovare l'omaggio, pagavajus tappeti, quasi un prezzo del tappeto che gli si stendeva dinanzi. V'avea chi era costretto correre la quintana con lanci e di legno; o andare ogni anno una volta al feudatario, ma facendo due passi innanzi ed uno indietro; o versare un secchiod'acqua avanti alla sua porta, o una misura di miglio al pollame della bassa corte. Altri doveva soltanto un coniglio, ma coll'orecchio destro bianco e il sinistro nero; nol si trovava? dubitavasi fosse tinto, anzichè naturale? nasceva processo lunghissimo, moltiplicati giudizj e perizie, finchè l'animale morisse o il pelo gli cadesse. Perocchè non è a dire con quanta precisione si conservassero queste stigmate di servitù. Della promessa rogavasi istrumento con numerosi testimonj; poi se si falsassero d'un atomo il tempo o le condizioni della prestazione, cominciavasi un piato che talvolta spogliava del suo podere il mal preciso infeudato.
E sino ai tempi nostri, massime sopra terre ecclesiastiche, furono mantenuti alcuni di questi obblighi, come di reggere la staffa al vescovo quando salisse a cavallo, o portargli innanzi il gonfalone nelle comparse, o la croce nelle processioni, od ulivi alla solennità delle palme, o annaffiare o sabbiare la via dove passava in processione. Onde attestare l'alto dominio de' papi sopra le due Sicilie, fin al cadere del secolo passato facevansi grandi solennità a Roma: uno di casa Colonna, che per quel giorno costituivasi gran connestabile del regno, a nome del re di Napoli presentava al pontefice una chinea, sul cui capo un calice con cedole del banco napoletano, le quali il papa prendeva: la piazza de' Santi Apostoli e la vicina di Venezia erano piene di popolo, di festa, di giuochi e luminare.
Avevamo veduto l'imperio romano estendere la cittadinanza a segno che abbracciasse tutto il mondo, come a tutto il mondo estendeva l'autorità il capo di quello, per modo che in tale immensità non si aveva più patria. Ora invece ciascuna sovranità viene a limitarsi nella piccolezza del possesso; l'uomo non è più longobardo o franco o romano, non è tampoco italianoo milanese, ma della tal terra, del tal padrone. Insomma non ha ancora una patria, qual oggi l'intendiamo: il che vuolsi avvertir bene per non attribuire i sentimenti e le misure nostre a persone e fatti di tutt'altra tempra.
Il sentimento individuale de' Germani, opposto all'onnipotenza dello Stato, aveva raggiunto il suo apogeo; baronia, masnada, chiostro, capitolo, università, paratici, tutto vivea di vita particolare e sconnessa; nazioni non vi erano, se queste consistono nell'accordo d'interessi, di sentimenti, di inclinazione quasi istintiva verso uno scopo.
La sovranità del conte o del duca è meramente titolare; ancor più vana quella del re; ma vero sovrano è il feudatario: nessuno ha legame verso il principe o la nazione, ma guarda o conosce soltanto l'immediato suo superiore, a lui presta i servizj, da lui reclama protezione e giustizia, da lui solo accetta i comandi, però dentro la precisa misura delle convenute obbligazioni; è inamovibile dal terreno e dalla carica. L'unità imperiale era andata in dileguo, salvo pel poco che traeva dal carattere religioso; nè più aveano valore generale i decreti e la giurisdizione dell'imperatore; e nessun'altra ne rimaneva, se ne eccettuiamo quella della Chiesa, perchè non fondata sopra cose contingibili.
Dai vicini, sudditi d'un altro, l'uomo comune non riceve giustizia se non perchè egli è cosa del suo signore; al qual signore ricadono gli onori e i vantaggi del suddito feudale; a lui la lode, a lui la vergogna, nè quello è uomo, se non in quanto è frazione di quel corpo che chiamasi il feudo. Per tal modo rimaneva in tutte le relazioni sociali surrogata l'idea di località e di territorio a quella di nazione e di personalità.
Per gran tempo il gius feudale non fu scritto, esercitandosi per consuetudine, nè amando i signori di vederne esaminate le basi, finchè queste non si trovarono scosse dal principato a vicenda e dal popolo. Girardo e Oberto dell'Orto, giureconsulti milanesi, nel 1170 pubblicarono i primi libri sui feudi, dove fanno nascere quel sistema in Italia, ma ignorano le norme di esso in Francia e in Inghilterra, ove realmente ottenne il maggiore sviluppo. Ebbero grande autorità anche fuori, e moltissimi chiosatori, quali Bulgaro, Pileo, Ugolino, Vincenzo e Jacopo di Ardissone: Minucio de Pratoveteri dispose quelle leggi in nuovo modo per ordine di Sigismondo imperatore; altra forma vi diede Bartolomeo Barattieri piacentino, e la fece approvare da Filippo Visconti duca di Milano; il famoso Jacopo Cujaccio ne fece quindi un'edizione, distribuendole in cinque libri. Di là dell'Alpi le consuetudini lombarde divennero ragion comune de' feudi. Nel regno di Sicilia e Puglia il diritto feudale alla francese fu stabilito a guisa d'eccezione dai Normanni a favore dei Francesi che v'accorrevano a stipendio; e i feudi erano distinti secondo il diritto longobardo e il diritto Franco. Ne' feudi longobardi, com'erano principalmente quei di Benevento, succedevano tutti i maschi per porzioni; nei feudi Franchi, il solo primogenito. L'imperatore Federico in Sicilia autorizzò anche le femmine a succedere in mancanza dei maschi, preferendo la fanciulla alla maritata ne' feudi Franchi; e ne' longobardi alle maritate si mettesse in conto la dote che avevano ricevuta[306]. Ai re giovava meglio il feudo indivisibile, e perciò procurarono far prevalere lojus Francorum.
E, dove prima dove poi, questo sistema si piantò in tutta l'Europa germanica e tra gravi disordini portòpure qualche vantaggio alla società. Innanzi tutto era legge forte e ragionevole di reclutamento militare, ove a difendere il paese non erano obbligati tutti come adesso, ma soltanto quelli che lo possedevano; e si ebbe un esercito, quale invano desiderano i tempi moderni, armato per la difesa, incapace all'offesa, che nulla costava allo Stato, e che non sottraeva nè braccia alle arti, nè figliuoli e sposi agli affetti. Il feudalismo offriva poi la miglior combinazione allora possibile di sforzi materiali, l'autorità più opportuna per dirigere i lavori guerreschi, che allora erano i più importanti e i soli nobili. Al cadere de' Carolingi, quando la feudalità non era per anco rafferma, i guerrieri di paesi differenti o degli stessi non guardavano che il proprio individuo: ma poi duchi, conti, baroni, possessori indipendenti, uomini d'arme trovaronsi legati fra loro mediante servizj e protezione reciproca; immenso passo alla civile convivenza.
L'indipendenza propria del Barbaro ne forma ancora il fondo, ma s'abitua a riconoscere certe obbligazioni morali e reali. Effetto di quell'indipendenza dissolutrice, da principio i feudi si sminuzzano, e ne nasce un'infinità di piccolissime signorie; ma dopo la metà del secolo XI le minori vanno ad impinguare le grandi, sia per eredità, sia per conquista, sia per volontaria sommessione del debole onde trovare sicurezza e giustizia migliore. Fonte dunque com'era di disordini, il feudalismo impediva arrivassero all'eccesso, frenandoli coi reciproci interessi: se favorì l'anarchia, preservò l'Europa dal furor delle conquiste e delle invasioni che da secoli la sommoveva, legando l'uomo e le generazioni al terreno da cui traevano il nome, il diritto. Viepiù vi si affezionava la nobiltà, che allora crebbe d'importanza, avendo modo di provarla col titolo del possesso da cui traeva nome.
In tempo che le passioni dominavano senza freno, che nessuna forza aveano le leggi, nessuna santità le condizioni, le paci, i trattati, agevolmente un principe avrebbe potuto sedersi déspoto come ne' paesi orientali ove la podestà concentrasi in mano d'un solo, e spingere a ruinose guerre, a diffondere o ribadire la barbarie in altre contrade. Ma tutti quei baroni ora adombravano, ora emulavano la podestà regia; guerra non era possibile senza consenso di essi, che doveano somministrare gli uomini e le spese; e così sfrantumato il dominio, non furono più possibili le comuni imprese e le conquiste; e ancorato, vorrei dire, alla terra il vascello delle migrazioni, poterono costituirsi le nazioni.
Ed è notevole come le divisioni territoriali allora portate dal feudalismo, siano ad un bel circa le medesime che in Italia durano ancora; e l'essere distinte per costumanze e per dialetti prova che s'attaccavano a qualche cosa di più sodo che non il capriccio d'un barone, o il caso d'un matrimonio. La popolazione che si era viziosamente accumulata in pochi centri fu dal feudalismo recata anche a luoghi ingrati e malsani; ed ogni cosa allontanava dalle città, sicchè si moltiplicarono villaggi, e si ricoltivò il suolo deserto.
Ceppi così ristretti impedivano lo sviluppo della civiltà. Se v'era protetta la libertà individuale e respinta la forza esterna, nulla tendeva a costituire un governo stabile ed ordinato; non unità monarchica, non federazione, non sudditi e cittadini. Le relazioni di vassallaggio non dipendettero dal voto dei popoli e dai loro interessi; ma essendo il possesso del suolo indivisibile dal diritto delle persone, seguì la sorte di queste, e un'eredità o un matrimonio cambiava le relazioni più intime; alcune provincie davansi a stranieri per testamento o per dote, distraendole dal loro centro naturale; ed a prescrizioni arbitrarie era sagrificata la nazionalità.L'idea stessa di patria era estranea ad un sistema che legava, mediante un terreno, alla persona; nè incorreva infamia colui che portasse le armi contro la terra natìa.
Ma la feudalità vuolsi considerare men tosto come un ordinamento, che come un tragitto dalla barbarie verso la civiltà. I membri di essa v'acquistavano il sentimento della personalità, svilito nei tempi romani; giacchè ciascuno assumeva obblighi precisi e conosciuti e per consentimento individuale, a differenza delle società moderne, ove uno nasce legato a patti che nè elesse nè conosce. Mancando un vincolo generale e un'autorità coattiva, tutto riposava sopra la fede promessa; donde quell'aspetto di lealtà negli atti d'una società, in cui la legge non interveniva alle reciproche convenzioni del vassallo col signore, le quali erano frante tosto che il signore avesse prevalenza, o forza il vassallo. Nessun nuovo peso poteva essere imposto al tenitore del feudo, se non lui consenziente; ove il signore violasse gli accordi, potevasi resistergli a mano armata, e, ne' casi estremi, disdire l'obbedienza e chiamarlo al giudizio del duello. Tanto si era lontani dalle idee del despotismo sovrano, tramandate da Roma antica.
I vassalli tenevano d'occhio che il re non usurpasse altri poteri, come avrebbe fatto qualora non avesse avuto che ad opprimere il popolo; idearono limiti alle regie prerogative; e ne venne la rappresentanza signorile, che poi servì di modello alla popolare, e il diritto privato, la personale dignità, la devozione verso il signore, per sentimento, non per istupida sommessione come in Oriente.
Ciascun feudatario avea ragioni, avea privilegi; quindi necessità di discuterli, difenderli, ripristinarli, ora con argomenti or colla forza; dal che le idee didiritto, dond'era facile il passaggio alle idee di libertà. Il feudatario, ridotto all'isolamento del suo castello, dovea vivere nella famiglia più che non costumasse ne' tempi antichi. Ivi non trovava suoi pari se non la moglie e i figliuoli; e per quanto brutali e feroci vizj il distraessero, dovevano assodarsi i sentimenti domestici. Il primogenito, destinato a succedere nel paterno dominio, era circondato dalle cure necessarie a ridurlo tale, che, secondo le idee d'allora, lusingasse il domestico orgoglio; la moglie rimaneva a rappresentare il marito mentr'egli usciva a guerre od avventure, e mantenere la difesa e l'onore del castello. Così rigeneravasi la famiglia, e nelle donne fecondavansi sentimenti piuttosto nuovi che rari nella società antica, coraggio, elevato pensare, dignità personale; donde quelle delicatezze d'affetti e di riguardi, che poi furono portati al colmo dalla cavalleria, la più splendida filiazione della feudalità. Nelle Corti poi de' signorotti educavansi i giovani a quei costumi che presero da ciò il nome dicortesia, come dalla città l'aveano in antico (urbanità, civiltà, polizia). E da quell'ordine di cose ci vennero il punto d'onore, che è il complesso delle convenienze al di là della precisa giustizia, per le quali si acquista reputazione d'uomo compito; la scrupolosa fedeltà alla data parola; l'annobilimento della gloria militare e della lealtà.