CAPITOLO LXXIX.Repubbliche marittime.

CAPITOLO LXXIX.Repubbliche marittime.

Poteva il commercio aver fiore allorchè tanti regni v'erano quanti villaggi, e il mercadante ad ogni guado di fiume, ad ogni stretta di monti trovava l'uom di un barone che esigeva un pedaggio o qualche merce al prezzo ch'egli fissava, se pur non volesse anche svaligiarlo? Le vie di terra sì poco erano sicure, che, mentre Giovanni VIII andava in Francia l'878, aChâlons sulla Saona gli fu rubata parte de' suoi cavalli; a Flavigny la scodella d'argento di san Pietro, di cui i papi usavano; e altro rimedio non ebbe che di scomunicare i ladri. Alquanto men male doveano passare le cose in Italia, atteso l'affluire de' pellegrini per devozione e per affari al centro della cristianità, quando gli affari più importanti erano i religiosi.

Il commercio della Germania con Costantinopoli e col Levante era continuato per la Pannonia sinchè questa rimase sotto la placida dominazione degli Avari; ma dacchè fu invasa dai fieri Magiari, si diresse per la Lombardia. Le relazioni coi Franchi aveano pure dischiuso le due strade pel Tirolo a Verona, e per l'Elvezia al lago di Como.

Ma fu pel mare che acquistarono ricchezze e libertà Pisa, Genova, Amalfi, e quella Venezia che il primo esempio di regolare governo dovea dare alle nazioni moderne. Avanti l'invasione de' Barbari, di cinquanta città fioriva il paese dei Veneti[402], esteso dalla Pannonia all'Adda, dal Po all'alpi Retiche e Giulie. Esposto pel primo alle correrie de' Settentrionali, perdette la prosperità; poi Attila ridusse in cenere Aquileja, Concordia, Oderzo, Altino, Padova. Fuggendo davanti al Flagello di Dio(450), i popoli dell'Euganea e della Veneziaripararono nell'isola di Rivo Alto e nelle convicine. Sfogato quel nembo, molti alla patria desolata preferirono il ricovero sicuro; e poichè, come avviene nelle emigrazioni, i ricoverati erano i meglio stanti, vi cercarono agi alla vita, mentre si esercitavano nelle uniche arti che colà fossero possibili, commercio, pesca, raccoglier sale, e trasportare quanto scendea dai fiumi d'Italia, o dovea rimontarli, per supplire alle biade dei campi sperperati.

Al frangersi dell'imperio romano, poi al venire dei Goti, e forse maggiormente al sopragiungere dei Longobardi, nuova gente accorreva nelle isole per sottrarsi alla servitù. Era naturale che quei primi non accomunassero tutti i civili diritti ai nuovi ospiti, talchè restava formata una nobiltà, non derivante da guerre e conquiste, ma da anteriore abitazione. Allorchè l'impero non sopravisse che a Costantinopoli, la lontananza lentò i legami che con esso avevano conservato i Veneti: mal però si potrebbe determinare fin a qual punto dipendessero dai successori di Zenone, e forse limitavansi all'omaggio, conservato come titolo di difesa contro i vicini, e di privilegiato commercio coll'Oriente.

In Venezia vissero memori della italica civiltà, con poche armi, molto traffico, e col regolamento municipale cui erano avvezzi sulla terraferma. Dapprima ad Eraclea sul lido ove sbocca la Piave, poi a Malamocco isola ora perita, fu la sede del governo, il quale abbracciava le isole e il lembo di terraferma che va da Grado a Capodargine. Pei comuni interessi e per nominare magistrati annuali, varie isole si accoglievano nell'arengo o concione.

Di que' primordj rimangono molte traccie d'agricoltura; una delle isole è detta le Vignòle per le viti, una Bovese pei bovi; a Torcello si stabilisce perchyrographorum scriptadi misurare i terreni a jugeri da darsiai coloni, i quali per ogni jugero di vigna dovranno al vescovo due tralci carichi, e ogni massaro otto denari; e gli abitanti contribuiranno uova, galline o siffatti. Ma già regnante Teodorico, Cassiodoro salutava i Veneziani siccome corridori del mare e dei fiumi. — Simili ad uccelli acquatici, spargeste vostre case sulla faccia del mare; per voi furono congiunte terre divise, opposti argini all'impeto dell'onde; basta la pesca ad alimentarvi, e il povero non è differenziato dal ricco; uniformi gli abitari, non distanza di condizioni, non gelosia fra cittadini; vece di campi vi tengono le saline».

Nell'anno della invasione longobarda, il patriarca di Aquileja, venuto in auge durante lo scisma dei Tre Capitoli, si trasportava dalla distrutta sua città a Grado, e fra un secolo molti de' suffraganei l'imitarono; uno si pose a Caprola, uno in Eraclea, uno nell'isola di Torcello, un quarto al lido di Medoaco, un altro in Equilo. A san Magno vescovo di Oderzo, che fuggiva da re Rotari nelle lagune, apparve la Madonna, e gli additò sette isole, ordinando vi fondasse sette chiese. Un'altra pia tradizione raccontava che l'apostolo san Marco, nel passare da Alessandria ad Eraclea, naufragò a Rialto, e predisse che colà avrebber riposo le sue ossa. Per la fabbrica di San Zaccaria, dovuta a san Magno, fin Leone iconoclasta diede artefici, denaro, reliquie[403]. La chiesa di Torcello già era cadente nell'864, e le parti restaurate in quell'anno e nel 1008 sono di lavoro grandioso e squisito.

Più il dominio longobardo riusciva intollerabile agl'Italiani, e massime al clero, più gente affluiva alle sicure lagune. Ciascun'isola prendeva a capo un tribuno; poi fu formato il Governo comune, restringendo l'amministrazione dapprima ad un tribuno solo,poi a dieci, a dodici, a sette; finchè nobili, popolo e clero adunati elessero un capo unico che, potendo su tutti gli altri, frenasse l'ambizione e la prepotenza. Paoluccio Anafesto di Eraclea, divenuto capo(697)non per tirannica usurpazione, ma per amore di libertà meno tumultuosa, apre la serie dei dogi, magistrato supremo, eppure temperato in modo, che neppur uno arrivò al despotico potere. Erano eletti a vita dal popolo; e ciò non aboliva l'arengo nè il voto universale; in modo che Venezia congiungeva l'avanzo delle forme antiche mediante l'omaggio all'imperatore, il sistema de' governi militari all'uso germanico nell'autorità affidata ai dogi, la futura libertà de' Comuni italiani coll'ordinamento a popolo; e tutto ciò senza codesta trasfusione di sangue settentrionale, che alcuno reputa fosse necessaria a svecchiare la razza italiana.

Gli Schiavoni, occupata la Dalmazia e mal trovando preda in una terra tante volte saccheggiata, si gittarono alla pirateria; onde i Veneziani dovettero opporsi a loro, col che aggiunsero all'industria il valore.

Carlo Magno, rinnovato l'Impero occidentale, fe coll'orientale una pace(804), ove determinava i confini del regno italico comprendendovi l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia. Per conseguenza i dogi di Venezia e di Zara avrebbero dovuto omaggio a Carlo; ma fallendo ai patti, Niceforo imperatore spediva per ricuperare la Dalmazia, e benchè tenesse dietro pronta tregua, la ruppe Paolo duca di Zara e di Cefalonìa(807), occupando i porti dalmati, poi ancorandosi fra le isolette ove cresceva Venezia, e tentando pure Comacchio. Respinto dai Franchi, cercò accordi con Pepino re d'Italia; ma li contrariarono i fratelli Obelerio e Beato dogi, temendo non ne fosse prezzo la tradigione della repubblica veneta.

Paolo, vedendosi insidiato, ricondusse l'armata suaa Cefalonìa, e i Veneziani rimasero esposti a Pepino, sdegnato con loro perchè, quando li chiamò ad obbedienza, risposero: — Non vogliamo stare soggetti (δουλοι) che all'imperatore romano», e negarono soccorrerlo nell'impresa di Dalmazia, e ridussero il patriarca di Grado a trasferire sua sede in Pola. Mosso dunque in armi contro di essi, Pepino prese le isole di Grado, Eraclea, Malamocco, Equilo; talchè il doge, per salvare Olivòlo, Caprola e Torcello, promise annuo tributo. I Veneziani, imputandolo di viltà o tradimento, cacciarono Obelerio(809), che con tutta la sua famiglia passò in Oriente.

La discordia agevolò a Pepino la conquista di Chioggia e Palestrina; e gettò un ponte di barche sin a Malamocco, dove allora sedeva il Governo. Angelo Participazio propose si trasportasse tutta la popolazione a Rialto; Vittore d'Eraclea ammiraglio lasciò che le navi nemiche s'inviluppassero fra i bassifondi delle lagune, e quando la marea bassa le impedì d'ogni movimento, i Veneziani avventarono dardi e fuoco, sicchè a gran pena, quando il mare ricrebbe, scompigliate e sdruscite ricoveraronsi nel porto di Ravenna[404].

Con fortuna non migliore la flotta di Pepino campeggiò in Dalmazia, talchè questa provincia rimase ai Greci. Le ostilità avvicendaronsi coi negoziati, sinchè il patrizio Arsafio ad Aquisgrana(810)ricevette di man di Carlo Magno il trattato di pace che cedeva ai Greci le città di Venezia, Trau, Zara e Spalatro: acquisto di puro nome per l'impero greco, mentre a quelle risparmiava il tedio delle pretensioni dei Franchi.

Questo trionfo compensò Venezia dei guasti sofferti; e Angelo Participazio, messo a capo del popolo che avea salvo, mutò la sede del governo a Rialto(811), alla quale si congiunsero presto le isole circostanti di Olivòlo, Luprio, Birri, Dorsoduro, le Gémine. Tosto si diede opera ad imbonire il terreno e sodarlo, un murazzo schermì l'entrata della laguna, in cui Chioggia, Malamocco, Palestrina, Eraclea, risorte dalle ruine, fecero corona al palazzo del doge, con una sessantina d'isolette congiunte per via di ponti, qual simbolo dell'unità morale da cui aspettavano la forza. A quelle isole insieme fu dato il nome dell'antica patria, chiamandole Venezia; unità datale dall'assalto di Pepino: chè sempre dopo attacchi falliti ingrandisce l'indipendenza d'un paese.

Un cittadino di Torcello e uno di Malamocco, andati ad Alessandria con dieci navi (tanto poteano due privati), riuscirono a sottrarre dalla profanazione dei califfi e portare in patria le reliquie di san Marco, nascondendole tra carne di majali, acciocchè i gabellieri musulmani non le rovistassero. Quel santo divenne d'allora il patrono della repubblica veneta.

Un Comune e un santo; ecco gli elementi di cui gl'italiani componevano la loro libertà.

Più che agl'imperatori d'Occidente, aderiva Venezia a quelli di Costantinopoli, che avevano per sè l'opinione d'un'antica primazia, e che le offrivano agevolezze di commercio; e a questi non isdegnava prestare un omaggio apparente, spedire ambasciate e doni, ricevere i titoli diipatocioè console o diprotospatariopel doge, somministrar flotte, come fece principalmente allorchè di sessanta navi accrebbe l'armata(837)venuta a salvare le coste d'Italia dai Saracini. Per richiesta del greco imperatore guerreggiò anche i Normanni di Calabria[405], e n'ottenne in compenso i diritti sovrani sulla Dalmazia. Alessio Comneno assolse la Repubblica d'ogni gabella ne' suoi porti, mentre gli Amalfitani che vi approdassero doveano retribuire tre perperi a San Marco.

Gli Arabi, gente trafficante sin dal tempo di Giacobbe, le natìe abitudini conservarono anche dopo che la conquista li portò fuori di patria; e dalle coste del Mediterraneo negoziavano di legname, pece, lana, canapa, pelliccie, schiavi, e si facevano intermediarj del commercio colle lontane contrade delle spezierie. Con essi teneano vivi negozj i Veneziani, i quali, dove altri accorreva per devozione, andavano a piantare mercati; istituirono fiere nelle proprie città, a Pavia, a Roma,altrove, spacciandovi merci d'Oriente, schiavi, reliquie, tutto, purchè vi fosse da vantaggiare. Conoscevano il lusso degli Arabi, e ne compravano le manifatture, ingegnandosi emularle; non potendo speculare su terreni, compravano armenti che pascolassero nel Friuli e nell'Istria; prendeano in appalto le gabelle d'altri paesi, per disvantaggiarne i loro emuli; le saline del litorale o cavavano per conto proprio, o ne acquistavano il prodotto, come pure il sal minerale di Germania e Croazia; costrinsero un re d'Ungheria a chiudere le sue, e guaj a chi usasse sal forestiere.

Le città della costa illirica appartenevano all'impero greco, che, come soleva ne' paesi lontani, le lasciava armarsi e amministrarsi da sè. La loro situazione divenne pericolosa al rinforzarsi de' Croati e delle altre genti slave piantatesi nella Dalmazia, tra le quali principalmente i Narentini si erano buttati al pirata. Dal paese ove poi Trieste ingrandì, tribolavano essi il commercio de' Veneziani, avventurandosi fin tra le loro isole; e tentarono un'impresa audacissima(935). Il giorno della candelara soleano i Veneziani fare le nozze di cospicue fanciulle nella maggior chiesa, posta sull'isola di Castello, con quel corredo d'allegria e di ricchezze che si suole per siffatte solennità. I pirati si posero in agguato, e come i festanti furono raccolti, gli assalsero, e rapirono le spose e i doni. Scoppiò il dolore universale: ma il doge Pier Candiano, il cui padre era morto osteggiandoli, incoraggiò a far piuttosto vendetta, e armate alla presta quante navi potè, raggiunse i rapitori nelle lagune di Caorle, e ricuperò le donne e il bottino.

Il Candiano vendicò l'insulto col portare guerra a morte ai corsari dell'Istria; anche i Comuni illirici si collegarono per esterminarli, chiedendo capo la repubblica veneta, alla quale convennero di prestareomaggio, e di marciare sotto le sue bandiere. La flotta più poderosa che Venezia avesse ancora armata(997)andò a ricevere l'omaggio della storica Pola, di Parenzo, Trieste, Capo d'Istria, Pirano e delle altre città costiere; poi di Zara in Dalmazia e delle terre fin a Ragusi, e delle isole. Lèsina e Cùrzola preferirono allearsi coi Narentini, onde contro di esse tolsero l'armi i Veneziani, e sterminarono il ricovero de' Narentini.

Il fatto delle spose rapite si solennizzò con perpetuo anniversario, dove la Repubblica dava la dote ad alquante fanciulle, che recavano le donora entro arselle. I cassellieri, cioè falegnami, che aveano somministrato il maggior numero di barche, chiesero in guiderdone che il doge venisse ogni anno alla loro parrochia il giorno della lor festa. — Ma e se piovesse? — Vi daremo cappelli. — E se avessi sete? — Vi daremo a bere. — Sia e sarà sempre». Perciò, anche dopo dismessa la cerimonia degli sposalizj, il piovano andava incontro al doge, presentandogli due cappelli di paglia, due aranci e due fiaschi di malvasia. Tradizioni poetiche, che Venezia custodiva gelosamente, e che fin all'età precedente alla nostra congiungevano il passato al presente.

E tutta poetica è la storia di Venezia, e de' privilegi che concedeva alle varie isole. Le mogli dei nobili di Murano, isola prediletta dalla Repubblica per le manifatture del vetro, poteano sedere pari alle patrizie della dominante. A quei della torre di Bebbe, presso Chioggia fra Adige e Brenta, che mostrarono valore in una guerra per la navigazione di quest'ultimo fiume, fu perdonato il tributo di tre galline, che in tre termini dovea ciascuna famiglia offrire ogn'anno al doge. Gli isolani di Poveglia erano iscritti nel ruolo de' cittadini originarj; esenti da servizio militare, se pur il doge non ne assumesse il comando; esenti dadazj, tasse d'arti e mestieri, imposte, neppur se fossero per lo scavo dei canali interni della città. Giunti a sessant'anni, aveano il privilegio di comprare a un prezzo determinato il pesce che veniva dall'Istria, e venderlo al pubblico mercato. Erano in ispeciale protezione del doge e della magistratura delleRason Vecchie, che trattava le loro quistioni. Il venerdì santo offrivano al doge ottanta passere del peso d'una libbra: all'Ascensione regalavano alla dogaressa una borsa con cinque ducati in rame, perchè la si comprasse un par di pianelle. Quando il doge uscisse alle funzioni nella barca dorata, lo accompagnava una peota, in cui stavano i principali dell'isola di Poveglia che sonavano le trombe: nel giorno dell'Ascensione precedeano il bucintoro che andava a sposar il mare, faceano ala sulla destra del ponte per cui il doge saliva al vascello, e poteano prendergli la mano e baciargliela. La domenica poi seguente a quella festa, i loro capi, guidati dal cappellano che cernivasi dalle famiglie originarie, entravano nell'appartamento del doge, professandogli l'antica devozione, e chiedendogli continuasse a proteggerli e ne mantenesse i privilegi, e gli baciavano la mano e la guancia: poi erano da esso banchettati con servizio d'argento, e poteano portarsene i rilievi della mensa, oltre il regalo di molte confetture e di un garofano.

La feudalità non potea metter radice dove non s'aveva territorio: l'alto clero sceglievasi sempre tra i nobili, onde questi non discordavano dagli ecclesiastici. San Marco fu sinonimo dello Stato, lo che dava a questo un aspetto religioso; il servizio pubblico non importava soggezione ad altr'uomo, ma un obbligo verso quel santo; e più d'un doge depose il cornetto per finire in un monastero una vita logorata a servire san Marco. Pier Candiano III erasi associato il figlio, il quale congiurò contro di lui; ma il popolo stette pel padre, ecacciò il figliuolo, che, protetto da re Berengario II, mosse contro la patria(959), di che il padre morì di crepacuore. Il popolo dimentico elesse quel figlio, che si mostrò crudele nell'interno, prode e vigoroso di fuori, destreggiando cogl'imperatori d'Oriente e d'Occidente; proibì ai Veneziani di trafficare di schiavi coi Saracini, nè di portar lettere a Costantinopoli se non passando per Venezia. Repudiata la veneta Giovanna, obbligandola a farsi monaca, e chierico il figlio, sposò Gualdrada sorella del famoso Ugo marchese di Toscana, che con corteggio di regina gli portò ricchissima dote di beni sodi e di servi. Per difender questi assoldò bande straniere; e inorgoglito del costoro appoggio, cominciò a trattare d'alto in basso la nobiltà veneta, e attaccar liti coi vicini; prese un castello de' Ferraresi, fe devastare Oderzo, e via di questo passo. I Veneziani, perduta pazienza, lo assalsero, e perchè si difendeva co' suoi armigeri, diedero ascolto a Pietro Orseolo, ed appiccarono fuoco al palazzo ducale. La fiamma si dilatò alle vicine chiese di san Marco, san Teodoro, santa Maria Zobenico e a più di trecento case; e il doge fu trucidato con un suo fanciullo.

Gli sottentrò l'Orseolo(976), il tristo consigliatore, eppure uomo di somma pietà, che tutto s'adoprò a restaurare i danni, rifece il palazzo e la basilica Marciana, zelò la giustizia. Sentendo però d'aver nemici, e rimorso della parte presa alla fine del predecessore, raddoppiava atti di penitenza; da Guarino, abate guascone di famosa santità, si lasciò persuadere a ritirarsi nella vita monastica; e segretamente passato in Francia, visse da frate, e dopo morto(978)ebbe onori di santo. Anche Vitale Candiano suo successore, dopo brevissimo comando, si chiuse in una badia.

Sotto Tribuno Memmo succedutogli entrò la peste delle fazioni, fin allora sconosciuta in Venezia, venendoa contesa i Caloprini coi Morosini; e sorti in armi(979), questi furono cacciati. Ottone II stava ancora in rotta coi Veneziani per l'uccisione del doge: ora Memmo gli mandò ambasciadori, coi quali fu concordata la pace, determinando anzi i limiti[406]; ma i Caloprini, per avere il dogato e per nuocere ai Morosini, offersero a Ottone quel destro di sminuire l'impero greco, e a tutte le terre da sè dipendenti proibì di portar vettovaglie a Venezia, nè ai Veneziani di metter piede nel suo impero. Memmo punì i mali istigatori col diroccarne le case; ma quel blocco metteva in gravissima congiuntura la Repubblica, se opportunamente non fosse morto Ottone. I suoi successori diedero a Venezia il privilegio di negoziar soli di sale e di pesce marinato. I Caloprini, per mediazione dell'imperatrice Adelaide, ottennero perdono e giurata sicurezza; ma poco poi, i tre figliuoli di Stefano Caloprino in gondola furono trucidati dai Morosini. Il Memmo finì monaco.

Pietro Orseolo II(991)conta fra' più illustri dogi per avere ampliato la potenza dello Stato; spedì ambascerie ai Saracini, dominanti sulle coste d'Asia e d'Africa; ottenne nuovi mercati da Ottone III e dal vescovo di Treviso; compì il palazzo ducale e la basilica; trovò occasione di sottomettere le città marittime della Dalmazia sottrattesi ai Croati, e Parenzo, Pola, Ausero, Veglia, Arbe, Trau, Spalatro, Curzola, Lesina, Ragusi ed altre, che conservando proprj statuti, riceveano il podestà da Venezia; e il titolo diduca di Dalmazia per misericordia di Diofu aggiunto a quello del doge.

Questo godeva terre, decime, pesche, caccie, vestivariccamente, gran treno di servi, in chiesa si cantavano le sue lodi; egli intronizzava i prelati, benediva il popolo, dava l'avocazia delle chiese del dominio, giudicava liti o spediva messi a giudicarle: ma da un lato lo frenava l'aristocrazia, dall'altro il popolo, ancora mobile e rivoltoso. Già dodici dogi erano stati eletti figli di doge ancor vivo; laonde si temeva non si riducesse ereditaria anche quella dignità, come succedeva delle feudali sul continente. E però Ottone Orseolo(1009)succeduto a Pietro fu cacciato dal popolo, e si provvide che nessun doge potesse associarsi verun congiunto, nè designare il successore. L'autorità del doge fu ristretta col volere che non deliberasse se non con due tribuni, poi col togliergli la nomina de' giudici, istituendo il magistratodel Proprio. Il doge era però ancora eletto da tutto il popolo, donde frequenti sedizioni fra gli aspiranti.

Venezia nulla risentì della lotta delle Investiture, attesochè il doge non le conferiva; esso nominava il primicerio e i cappellani di San Marco; popolo e clero continuavano ad eleggere i vescovi; il patriarca, più tardi creato, ricevendo il soldo dallo Stato, restava alieno dalle pretensioni feudali dei prelati del continente. I terribili incendj di cui patì, diedero modo a Venezia di attestare le sue ricchezze con fabbriche solide e belle, e che compite quando non aveva nè miniere nè bestiame nè vino od altra produzione, attestano il prosperare de' suoi traffici. In fatto, cresciute le navi per tutela e commercio, Venezia si trovò donna del Mediterraneo, e le costituzioni e le leggi dirizzava ad alta prosperità mercantile, allettando i forestieri con privilegi, sicurezza, buona moneta, pronta giustizia. Il doge poteva essere mercante, e in alcuni trattati si trova stipulata esenzione di gabelle per le merci di lui; ma poi fu stanziato che, salendo al trono, liquidasse i suoi conti.

Premeva alle città marittime l'amicizia di Costantinopoli, centro delle arti, del lusso e dell'eleganza, ed emporio alle merci provenienti dall'India per la via di Alessandria: ma come gli Arabi ebbero occupato l'Egitto, la necessità di più lunghi tragitti le rincarì, sicchè i nostri, invece di comprarle a Costantinopoli, preferirono andarle a raccorre in Aleppo, a Tripoli e in altri porti di Siria, dove erano recate dall'India sul golfo Arabico, poi per l'Eufrate e il Tigri fino a Bagdad, traverso al deserto di Palmira riuscendo al Mediterraneo. Quando poi il soldano d'Egitto riaperse il golfo Arabico, via degli antichi, i nostri posero stanza ad Alessandria, rassegnandosi agli oltraggi e alle gravi esazioni de' Musulmani; e quel che ivi raccattavano, distribuivano poi in tutti i porti del Mediterraneo e della Spagna, e fin ne' Paesi Bassi e nell'Inghilterra.

La politica di Venezia si limitava dunque al Levante; e durava l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura dagl'imperatori di Costantinopoli. Coi quali ebbero talvolta guerra, poi ottennero buon accordo e vantaggi di commercio, e la cessione delle città di Dalmazia e d'Istria, col che ebbero legalizzata la dominazione che già vi esercitavano.

Poco tardò nuova guerra(1171)coll'imperatore Manuele Comneno, a cui fu pretesto il non averlo soccorso contro i Siciliani, ragione i privilegi da esso largiti ai Pisani. Dicono in cento giorni si allestissero cento galee, ciascuna di cenquaranta remiganti, oltre i soldati: ma la sconfitta e la peste distrusse il bello armamento, tanto che sole diciassette tornarono, dopo ottenuta dura pace, e condussero in patria la peste[407].Questi mali esacerbarono il popolo(1172), che uccise il doge Vitale Michiel II, decimonono sopra i quaranta, di cui il dominio finisse violentemente: ma fu anche l'ultimo.

Venezia non era la sola città prosperante per commercio marittimo. Gli Amalfitani vantavano discendere da cittadini di Roma, che Costantino Magno mandava a Bisanzio, e che naufragati stettero alcun tempo a Ragusi, poi passarono a Melfi, il cui nome applicarono alla nuova patria che si edificarono sul pendio e in riva al golfo di Salerno là dove un tempo era fiorita Pesto. Il ducato formatosi abbracciava le terre del contorno e le isole dei Galli e di Capri, obbedendo ai Greci, la cui lontananza lasciava quasi intera indipendenza. Sicardo principe di Benevento sottomise Amalfi, giovato dalle fazioni che la sovvolgeano, e rubatone il denaro e il corpo di santa Trifomene, costrinse gli abitanti a migrare a Salerno, e con nozze congiungersi a' suoi sudditi, de' cui diritti li fe partecipi[408]. Ma appena Sicardo cadde(840), gli Amalfitani corsero al porto, e le spoglie della saccheggiata città posero sui legni, coi quali tornarono alla patria restaurando le munizioni; e omai indipendenti anche dal catapan greco, si governarono a repubblica con un prefetto o duca, estesero le loro merci in tutto l'Oriente, e le loro leggi marittime divennero canone nel Mediterraneo e nel Jonio, come un tempo quelle di Rodi.

Amalfi non era però così gelosa dell'indipendenza che non cercasse capi stranieri; e nel 1038 si sottopose a Guaimaro principe di Salerno, sempre facendo riserva delle proprie libertà.

Ivi Siciliani, Arabi, Indi, Africani venivano a venderee barattare[409]; il popolo mostrava sua baldanza con frequenti rivolte, ornava la patria colle spoglie delle terre remote, e a Gerusalemme avea fondato due monasteri e uno spedale per comodo de' pellegrini, e per farvi poi mercato alle grandi solennità. I suoi tarì erano la moneta più diffusa in Levante prima che i Veneti vi portassero i ducati. Nelle galee usava scafi piccoli, corti remi; sicchè volendo far impresa contro una terra, si tirava in secco la galea, e le vele servivano ad accamparsi, i banchi a dare la scalata, i rematori a costruire e movere i tormenti da guerra.

La superba Genova, appiè di sterili montagne, flagellata da un mare poco pescoso, e costretta a cercar vita dalla navigazione, già all'uscire del secolo IX garantiva da sè la propria sicurezza, con un governo semplice, atto a tutelare le franchigie del popolo e affezionarlo alla patria ed agli affari. N'aveano privilegio i nobili, eletti però popolarmente, come era popolare il general parlamento che deliberava de' comuni interessi, e riceveva i conti resi da' magistrati uscenti. Il commercio in grande maneggiavasi dai nobili, forse cadetti delle famiglie che teneano feudi sulla riviera. E poichè guerra continua doveano menare coi Musulmani, e da questi difendere od acquistare gli scali di Levante, univano le professioni dell'armi e della mercatura. Ottenendo considerazione chi potea mettere sulle banche grossi capitali, cessava la distinzionedi razze nobili ed ignobili, dividendosi piuttosto i cittadini in compagnie, tribù, maestranze. In queste non si entrava che dato il giuramento; e chi non v'appartenesse invano aspirava a cariche pubbliche, la cui nomina era ad esse serbata. La nobiltà non vi si fondava dunque sui terreni, ma su banchi, sulla navigazione, sul credito, sulle continuate magistrature.

I vivi traffici in Levante faceano Genova emula di Venezia; la postura sul mare stesso la recò prontamente in lotta con Pisa. Questa, già nominata per traffici nell'età romana, anche sotto i Longobardi conservò qualche indipendenza, giacchè Gregorio Magno querelavasi delle piraterie da' Pisani esercitate contro i sudditi dell'impero, ed essi e Sovana di Maremma esortava a spalleggiare Maurizio imperatore. Fu poi sottoposta forse al duca di Lucca, del quale ai tempi di Carlo Magno era incombenza il difendere la spiaggia dalle correrie de' Greci. Ottone II, quando voleva osteggiare i Greci di Calabria e di Sicilia, mandò a chiedere ajuti da' Pisani: e vuolsi che gl'inviati da lui fossero sette baroni dell'Impero, i quali, morto Ottone, si fermarono colà, e diedero origine alle sette famiglie de' Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Lanfranchi, Sismondi; alcuno aggiunge i Caetani e i Ripafratta; e formarono una nobiltà, distinta dall'indigena. I marchesi di Toscana vi risedeano alternamente con Lucca, donde un'invidia, che nel 1003 scoppiò una guerra, che è la prima che si ricordi di città a città in Italia, e dove all'Acqualunga Pisa rimaneva superiore.

Tra essa e il mare estendesi un piano sì poco declive, che vi si formano acquatrini e canneti: l'Arno poi, che allora la lambiva ed ora la fende, non è fiume bastevole a servirle di porto, come fanno il Tamigi per Londra, la Schelda per Anversa, il Tago per Lisbona. Dovette dunque crearsene uno, che fu detto Porto Pisano, adodici miglia dalla città e vicino a Livorno, in vista dello scoglio detto la Meloria, famoso poi per triste battaglie.

Pisa teneva relazione coi Greci della Calabria, e banco ne' principali porti di quella, e nel suo riceveva mercadanti di paesi lontanissimi[410]. Colle ricchezze acquistate trafficando riducea fruttifero il prosciugato delta dell'Arno, e le rive del Tirreno: i gentiluomini delle colline dal val di Niévole all'Ombrone chiesero la cittadinanza; v'accorrevano quelli che sottraevansi ai marchesi di Toscana; gran signori tenevano palazzi nel suo recinto e castelli ne' contorni; e la nobiltà esercitava l'ingegno governando la patria o i paesi conquistati. Generalmente favoriva agl'imperatori; parzialità che diviene, si può dire, il carattere della sua storia successiva.

Dalla costa, ove possedeva da Lérici a Piombino, salvo alquanti castelli di signori, vagheggiava la Corsica e la Sardegna. Quest'isola, anticamente considerata uno de' granaj di Roma, fu poi a vicenda invasa da Vandali, Goti, Greci; infine Musetto (Mugheid al-Ameri) re moro vi annidò una banda di corsari; mentre i montanari fra le balze conservavano le credenze e i costumi antichi, che non dismisero fino ad oggi. Da quella vicinanza grande sconcio veniva a Pisa, che perciò eccitata dal papa[411], accordatasi con Genova eajutata dai natii, obbligò Musetto a ritirarsi in Africa. Ogni anno egli rinnovava tentativi di ricuperar l'isola, sicchè i Pisani stabilirono attaccare le coste de' Barbareschi, e presa Bona, minacciata Cartagine, costrinsero Musetto a chieder pace. L'indomito vecchiardo, avuto ajuti dalla Spagna, ritentò l'impresa, e scannate le guarnigioni pisane, ebbe tutta Sardegna, da Cagliari in fuori. Il popolo pisano si scoraggiava a fronte del rinascente nemico, ma i nobili s'accinsero all'ultimo sforzo, e ajutati da Genova, dai Malaspina marchesi di Lunigiana, dal conte Centilio di Mutica in Spagna, allestirono una flotta, che capitanata dal plebeo Gualduccio, prese terra, sconfisse i Mori(1050), fe prigione Musetto, che a Pisa morì in carcere. E l'isola fu tutta de' Cristiani, i quali se la spartirono: ai Genovesi Alghero, al conte di Mutica Sassari, ai Malaspina le montagne, il distretto di Cagliari ai Gherardeschi, di Ogliastra ai Sismondi, di Arboréa ai Sardi, d'Oriserto ai Cajetani. Poco andò che que' signori cessarono ogni dipendenza dalla metropoli, e cinque principalmente prevalsero col titolo di giudici o re di Cagliari, Sassari, Logodoro, Arborea, Ogliastra.

Questi fatti non sono abbastanza accertati, e tanto meno le loro particolarità; vivono però in tradizioni antiche, fra le quali è pure che, mentre i Pisani veleggiavano sopra la Sardegna, Musetto tentò sorprendere la loro città, e già aveva occupato la sinistra dell'Arno, quando una tal Cinzica de' Sismondi chiamò all'armi il popolo e rincacciò i nemici. Il fatto diede nome di Cinzica al quartiere d'oltrarno, e origine alla festa di Ponte, battaglia che si dava sul ponte dell'Arno, finta nell'intento, ma che spesso riusciva troppo da vero.

I Pisani assalsero poi di nuovo gli Arabi in Sicilia(1063), ed entrati nel porto di Palermo, e trovatovi sei navi di carico,cinque abbruciarono, l'altra con ricchissime spoglie condussero in patria, dove se ne valsero per fabbricare il meraviglioso loro duomo[412]. Anche nel 1087 i Pisani strinsero in Mehedia il re Timino, il quale morì nel 1106 lasciando cento figli e sessanta figliuole.

Quando, alla pasqua del 1113, la devota plebe accorreva a Pisa per ricevere la benedizione, l'arcivescovo Pietro fe recare una croce, e con parole di gran forza dipinse le sevizie usate dai Barbareschi corseggiando, e massime da Nazaradech re di Majorca, il quale dicevasi tenesse ventimila Cristiani a penare ne' suoi bagni; sorgessero, vendicassero alla libertà e alla religione quei loro fratelli. Primi risposero all'esortazione i vecchi, memori degli altri trionfi riportatisopra i Saracini; i giovani li secondarono, e dodici cittadini scelti a diriger l'impresa, coi soccorsi di Roma e di Lucca e col legato pontifizio salparono. Fortuna di mare li trasse fuor di corso, e credendosi approdati alle Baleari, cominciarono il guasto: ma chiaritisi ch'erano invece in Catalogna, s'acquetarono e chiesero compagni all'impresa Raimondo conte di Barcellona, Guglielmo di Montpellier, Emerico di Narbona, coi quali s'impadronirono d'Ivica e di Majorca, menandone via gran preda, e re e regina che si battezzarono. Le cronache di Firenze, esalanti municipale gelosia, raccontano che i Pisani, temendo non fosse la loro città molestata dai Lucchesi durante quella spedizione, chiesero ai Fiorentini la prendessero in custodia(1114). Vincitori, domandarono a questi che premio desiderassero fra le spoglie recate da Majorca; se le porte di tallo o due colonne di porfido. I Fiorentini preferirono queste, e i Pisani gliele mandarono rivestite di scarlatto; ma si volle che prima le guastassero coll'affocarle[413]. Sono quelle che ancora vediamo alla porta del bel San Giovanni.

Dello spartimento della Sardegna i Genovesi rimasero scontenti, e tardarono a ritirarsi finchè i Pisani non li cacciarono coll'armi. Di qui erano cominciate invidie e rancori, che poi scoppiarono pel possesso della Corsica: isola importantissima pel legname di costruzione, la pece, il catrame, e perchè assicurava il commercio del mare occidentale. Aveva subìto la dominazione de' Vandali, poi dei Goti, il cui re Teodorico l'avea giovata di provvedimenti, creando anche espresso per lei un conte, acciocchè non fosse costretta a portare fin sul continente le querele. I Longobardi, sprovvisti di flotte, non aveano pensato a sottometterla;sicchè senza contrasto la tennero gl'imperatori greci, e ne fecero pessimo governo, gli sconci del dominio lontano crescendo colle persecuzioni religiose. Fu poi invasa dagli Arabi, della cui dominazione è ancor testimonio il Moro cogli occhi bendati ch'essa porta nello stemma; e la tradizione vorrebbe che un Colonna romano la ritogliesse agli Infedeli, e l'acquistasse in regno. Fatto è ch'essa fu, come ogn'altro paese d'allora, sminuzzata fra varj signori, sui quali i Pisani ambivano aver l'alto dominio per rinforzo al loro partito. La ambivano pure i Genovesi per un compenso o un contrappeso alla Sardegna: ma que' signorotti, mal soffrendo di dipendere da città mercatanti, preferirono il papa, il quale, secondo il diritto del medio evo, ritenevasi sovrano di tutte le isole, e che in effetto ne fu salutato signore, e vi deputò dei marchesi(1077). Ma l'isola era sovvertita da incessanti turbolenze; delle quali infastidito, Urbano II la infeudò ai Pisani(1091)quando maggior bisogno aveva dell'amicizia e del denaro di essi, e i vescovi dell'isola dichiarò suffraganei a quello di Pisa, che fin allora non ne aveva.

Di tutto ciò crebbe la gelosia de' Genovesi, i quali alfine assalsero Porto Pisano con ottanta galee 1126, quattro grosse navi cariche di macchine, e ventiduemila uomini da sbarco, fra cui cinquemila armati di corazza e caschetti di ferro. Tanto poteva una sola città! I mari furono insanguinati, devastate le coste, finchè Innocenzo II li riconciliò(1133); e per equipararne i diritti, eresse Genova in arcivescovado sottraendola al metropolita di Milano, e vi sottopose i vescovi delle due Riviere e tre della Corsica, mentre al pisano suffragavano quei della Sardegna. Da quel punto Genova si professò papale, perchè Pisa stava alla divisa degl'imperatori.


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