LIBRO SETTIMOCAPITOLO LXX.Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.
Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge, alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de' Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de' Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolavaimperatore e console, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero o Longobardi o Franchi.
Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi e nei diritti degli avi, non abbiamo titolia crederlo: forse il vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.
Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo. Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito, l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console, poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono, benchè modificate. Si avevano il senato e ilpater civitatiseletto dal popolo, ma sparvero idefensorese imagistratus; l'esarca poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri rimasero distinti anche nell'amministrazionedella giustizia, da un lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.
Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi, avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità, divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che, avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al despotismo.
Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo, anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto una nominale subordinazione.
L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie; e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a mododel clero di Francia e di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano al regolato governo istituito dal Magno.
Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero; tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo, ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare, e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più crederei»[235].
Morto Pepino giovanissimo(810), Carlo Magno gli sostituì il figlio Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì dividere il regno tra' proprj figliuoli(817), e a Lotario primogenito col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli. Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero, e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai Barbari(818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.
Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute dell'Impero. Succeduto poi al padre(813), nel trattato di Verdun divise ipossessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza, si piantò oltr'Alpe(844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.
Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.
Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare. Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano, così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e sovente lontani. I vassalli maggiori nonpoteano essere spossessati dal re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.
Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non fosse la sovrana: per le qualiimmunitàveniva a sminuzzarsi il paese quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque rappresentanza, restavano in balìa dei signori.
Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero, i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del re. Lodovico II(855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato dalle immunità.
Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasseogniqualvolta il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.
I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali, tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela, punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi; cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco, seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel servo o lo consegniall'offeso[237]: talora al servo si davano tante sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi per la patria, o facesse congiura[241].
De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade, dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i casi d'infedeltà[242].
I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andassedi mezzo la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV(816), che però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone,li perdonò e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir di quello, il popolo romano elesse Pasquale(817)senza attendere la sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana, che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro vescovi giurossene innocente.
Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II(824), Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato senz'aspettarlo(827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni, Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione. Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.
Sergio II fu ancora investito(844)senza dipendere dall'imperatore, il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no. Sulla suapromessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV(847).
Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi, degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi, monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per la specie umana.
Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali: «L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini, e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata, i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uominisbarbati[245]accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa, dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia, pervertiti i giudizj».
Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.
Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio Pepino, fu assegnatoquel che dicevasi Patrimonio di san Pietro, da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati imperatori.
Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria, al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de' Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.
Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso, Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti. Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja: fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto; quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona, e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano, Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona,Pavia sulla sinistra del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati, amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.
Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie, combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati dal promontorio di Minerva.
Grimoaldo IV, principe di Benevento(803), lottò sempre con re Pepino, e gli diceva: — Libero sono e sempresarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò coll'assassinarlo(827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo suo successore tornò ad assalirla(833); e, grand'incettatore di reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il suo tesoriere Radelgiso(840): ma i Salernitani disdicono obbedienza a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo, il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa resistenza.