CAPITOLO LXXXIV.Federico Barbarossa.
Federico di Buren, feudatario della Svevia, che oggi diciamo Baviera, Baden, Würtenberg, a poche miglia da Goeppingen fabbricò s’un’altura un casale, detto perciò Hohenstaufen, donde trasse il titolo la sua famiglia. Quanto coraggioso, tanto fu leale verso l’imperatore Enrico IV, che in compenso gli diede il ducato di Svevia e la mano di sua figlia Agnese. Morendo vecchissimo, lasciò due figli, Federico e Corrado, il primo de’ quali fu investito da Enrico V de’ feudi paterni, l’altro della Franconia(1137), e fu anche coronato re d’Italia dai Milanesi (pag. 90), ed eletto imperatore da alcuni, poi da tutti alla morte di Lotario di Sassonia. Morendo lasciò un figliuolo, ma conoscendo non esser tempi da fanciulli, raccomandò un figlio di suo fratello, Federico di nome, di soprannome Barbarossa. Alla dieta di Francoforte, dai principi dell’Impero e da molti baroni di Lombardia, di Toscana e d’altri paesi italici eletto re(1152), coronato in Aquisgrana, mandò adEugenio III e all’Italia notificando la sua elezione, che fu generalmente aggradita, anche nella speranza ch’egli riconciliasse Guelfi e Ghibellini, giacchè, capo di questi pel padre, per madre era nipote di Guelfo di Baviera, capo degli altri.
Sul fiore dei trent’anni, già era famoso nelle battaglie, ne’ tornei, nelle crociate; saldo d’animo e di corpo, pronto d’ingegno, di memoria prodigiosa, dolce nel favellare, semplice nei costumi, paragone di castità, provvido ne’ consigli, valentissimo in opere di guerra, dai Tedeschi vien noverato fra i principi più insigni; certo fu de’ più robusti caratteri del medioevo; proteggeva i poeti e verseggiava egli stesso, sapeva di latino e di storia, e volle che dal cugino Ottone vescovo di Frisinga fossero scritte le sue geste[107]. Offuscava tante doti coll’ambizione e l’avarizia, o almeno così qualificarono gl’italiani il suo desiderio di ristabilire qui la regia prerogativa, e d’ottenerne i mezzi, cioè il denaro. Certamente a una profonda idea del dovere come egli lo intendeva, sagrificava interessi, sentimenti, pietà; e dovere supremo pareagli il rintegrare l’autorità imperiale, come tipi di questa togliendo Costantino e Giustiniano nell’aspetto ch’erano presentati dalla risorta giurisprudenza romana; e le idee sistematiche proseguiva coll’ostinatezza propria della sua nazione. Di qui le città, acquistato vigore, meno docili si manifestavano; di là la Chiesa aveva dimostrato la sua indipendenza, almeno in diritto; i baroni si tenevano in armi per assicurarsi la supremazia territoriale; e Federico si propose di frangere tutti questi ostacolicol riformare il sistema ecclesiastico e il feudale, e abolire i Comuni.
Coronato appena, ecco deputati del pontefice a pregarlo di soccorsi contro i Romani rivoltosi; ecco Roberto di Capua invocare d’essere rimesso nel principato, toltogli dal re di Sicilia; ecco cittadini di Como e di Lodi, che, trovandosi colà per traffici, senza missione delle proprie città se gli buttano ai piedi, cospersi di cenere e con croci alla mano, implorando riparazione, e vendetta delle loro patrie soccombute ai Milanesi.
Diedero pel talento a Federico queste occasioni di assumere aspetto di vindice dei deboli, cui potrebbe poi a sua volta regolare; mentre alleandosi coi forti, non avrebbe fatto che crescere a questi la baldanza. I Lodigiani stavano talmente allibiti, che invece di saper grado a quei loro concittadini, li caricarono d’ingiurie; a Sicherio, che il Barbarossa spediva con lettere di rimprovero ai Milanesi, non osarono fare accoglienze: di pessime poi n’ebbe costui allorchè le presentò ai Milanesi, che le calpestarono urlando; e fu gran che s’egli potè uscire dalle lor mani e camparsi in Germania. Dello smacco s’inviperì Federico; e i Lodigiani vollero mansuefarlo collo spedirgli una chiave d’oro, e raccomandarsegli caldamente; anche Cremona e Pavia gli inviarono grossi regali; Milano pure ravveduta il donò d’una coppa d’oro piena di denaro: omaggi di paura, e i re li credono d’amore.
Pubblicato l’eribanno, Federico coll’esercito feudale mosse verso l’Italia, perocchè la potenza e il primato di questi imperatori non valeano se non discendendo in persona. Per via raccoglievano dai feudatarj immediati il donativo, il foraggio e la tangente di milizie; mandavano ad esigere dalle città le dovute regalie; e poichè reprimevano coll’armi i contumaci, il loroviaggio era segnato da devastazioni. All’arrivo del re rimaneva sospesa la giurisdizione dei magistrati feudali, ed egli in persona rendeva giustizia, e ascoltava in appello chiunque si credesse gravato dal proprio signore o inesaudito. Altrettanto avveniva nelle città; le quali pertanto consideravano come di gran conto il privilegio che non entrassero nelle loro mura i re, i quali, quanto vi stavano, erano despoti; iti che se ne fossero, tornava ognuno a fare il proprio talento[108].
A questa forma calossi il Barbarossa, e truppe non minori delle sue gli menava Enrico il Leone, de’ Guelfi d’Este. A questa famiglia l’imperatore avea dato l’investitura della marca di Toscana, del ducato di Spoleto, del principato di Sardegna, e dei beni allodiali della contessa Matilde; ed Enrico, gran prode, possedendo i ducati di Sassonia e Baviera, acquistata Lubecca, avuto il diritto di erigere vescovadi di là dall’Elba, e adopratosia sottoporre gli Slavi, era riuscito de’ più potenti di Germania, nè inferiore al Barbarossa se non perchè gli mancava la corona.
Convocati i baroni nel solito piano di Roncaglia(1154), minacciando spossessare del feudo chi non intervenisse, Federico vi ricevette pure i consoli delle varie città che gli giurarono fede. Ottone vescovo, suo storiografo, tuttochè nemico, ammirava i popoli d’Italia, i quali nulla ritenevano della barbarica rozzezza longobarda, ma nei costumi e nel linguaggio mostravano la pulitezza e leggiadria degli antichi Romani. Gelosi di loro libertà (prosegue egli), non soffrono il governo di un solo, ma eleggono dei consoli fra i tre ordini de’ capitanei, valvassori e plebei, di modo che nessun ordine soperchii l’altro, e li mutano ogn’anno. Per popolare le città costringono i nobili e signorotti di ciascuna diocesi, comunque baroni immediati, a sottomettersi alle città, e starvi a dimora. Nella milizia poi e ne’ pubblici impieghi ammettono persino i meccanici e i braccianti; per le quali arti esse città superano in ricchezza e potenza tutte quelle d’oltr’Alpi. Da ciò derivano la superbia, il poco rispetto ai re, il vederli malvolentieri in Italia, e non obbedirli se non costretti dalla forza[109].
Federico incominciò ad unir le sue truppe con quelle del cugino Guglielmo marchese di Monferrato, uno dei pochi che conservava la feudale potenza, malgrado le città[110]; e gli diè mano ad assalire e disfare i liberi Comuni di Asti e Chieri.
I Milanesi, avuto sentore dei mali uffizj fatti dai Pavesi, gli avevano assaltati senza pietà: e l’imperatore, benvedendo che, se avesse parteggiato coi Milanesi, questi monterebbero in tal forza da più non obbedirlo[111], si chiarì pei Pavesi, nella loro città prese il diadema regio, mandò guastare il territorio de’ Milanesi, e quanti ne colse attaccò alle code de’ cavalli; soddisfece all’ira dei Pavesi col mettere a sterminio Tortona dopo robusta resistenza; bruciò Rosate, Galliate, Trecate, Momo, colle fiere esecuzioni sperando incutere spavento e distorre dal resistergli. A tacere la crudeltà, fu improvvido questo baloccarsi in fazioni parziali, invece di difilare sopra Milano. Nè per allora fece altro che sgomentare; poi mosse su Roma[112].
Ivi durava la repubblica proclamata da Arnaldo da Brescia; e i novatori, ridotto il papa alla Città Leonina, gl’intimarono rinunziasse ad ogni podestà temporale, accontentandosi del regno che non è di questo mondo: ma Adriano IV repulsava quelle domande. Al venir dunque dell’imperatore, tutti gli animi stavano sospesi. Ajuterebbe egli i repubblicani per umiliare il papa, antico avversario dell’impero? o vorrebbe reprimere questo slancio della gran città verso la forma sempre prediletta in Italia, e che annichilava la prerogativa imperiale? Federico non tardò a chiarirsi: dal contedi Campania, a cui erasi rifuggito, richiese Arnaldo, e lo consegnò(1155)al prefetto imperiale della città; e Roma, dalle tre lunghe vie che sboccano in piazza Popolo, potè vedere il rogo su cui l’eretico e ribelle era bruciato[113].
Non atterriti dal supplizio di Arnaldo(1155), i cittadini vollero patteggiare con Federico prima di riceverlo in città; ed i senatori, scesi dal Campidoglio a prestargli il giuramento, sciorinarongli una diceria sulle antiche glorie romane, e sull’onore che gli facevano accettando cittadino lui straniero e cercandolo oltr’Alpi per farlo imperatore; giurasse osservar le leggi, e mantener la costituzione della città e difenderla contro i Barbari; per le spese pagherebbe cinquemila libbre.
Di frasi retoriche i nostri furono sempre vaghi; ma il Tedesco positivo ai vanti postumi oppose la presente umiliazione; lui esser loro re, perchè Carlo e Ottone Magni gli avevano colle armi soggiogati, nè dovere i sudditi imporre legge al sovrano, bensì questo a quelli[114]: e mandò dietro loro un migliajo di cavalieri, che occuparono Castel Sant’Angelo e la Città Leonina. Colà fu coronato dal papa(18 giug), e si piegò alla rituale consuetudine di tenergli la staffa. I Romani, ch’erano stati esclusi da quella cerimonia e costretti a rimanere sull’altra riva del Tevere, levano rumore, e dalle grida passando ai fatti cominciano un’abbaruffata, ove molti cittadini rimangono uccisi, ma anche non pochi Tedeschi: gli altri al domani, per manco di viveri, dovettero abbandonare la città.
Tale era omai il solito accompagnamento della tedesca coronazione. Poi le febbri romane, come spesso, fecerogiustizia contro la pioggia di ferro che la Germania versava sull’Italia[115]; e spirando il termine prefisso ai vassalli per militare, il Barbarossa dovette risolversi al ritorno. Non avea dunque abolito la repubblica romana, non francheggiato le pretensioni sue sovra la Puglia. Il re di Sicilia, avuto nelle mani Roberto di Capua, lo fe accecare, poi sepellire in carcere; e prese o battè gli altri baroni che avevano levato il capo fidando in Federico, il quale si volse indietro, ancora squarciando città. I Lombardi, rincoraggiati al vederlo in ritirata, lo bersagliarono con insistenza, e massime i Veronesi con tronchi abbandonati alla corrente arietarono il ponte di barche, per cui l’esercito tragittava l’Adige: poi nell’angusta valle di questo fiume il cavaliere Alberico di Verona lo molestò con pietre, e pretendeva da esso re ottocento libbre d’argento, e una corazza e un cavallo per ogni cavaliere tedesco, se volesse liberamente passare; ma il palatino Ottone di Wittelsbach lo snidò dalle alture. Federico, tornato in Germania, della sua spedizione diede ragguaglio allo storico con una lettera che si conserva, dove alla sconfitta trova le solite scuse, quand’anche non la maschera sotto una sicurezza minacciosa.
Come una molla al cessare della compressione, i Milanesi rialzano la testa; raddoppiano lamenti i tanti cui egli avea tolto la patria; per dispetto si vuol disfare ogni fatto di lui. Dugento cavalieri e dugento fanti di due quartieri di Milano vanno a riporre Tortona, che per loro amore si era sagrificata, e le consegnano la tromba da convocare il popolo, la bandiera, e un sigillo collo stemma delle due città, in segno d’unione. Lanciansi poi contro chi stava al segno dell’imperatore:ma i Pavesi li sbaragliano, assalgono la città, e v’entrano anche con due bandiere; alfine son ridotti a umilianti condizioni, battuta Novara, spianato Vigevano, presi venti castelli del Luganese e i fortissimi di Chiasso e Stabbio, sfasciata di nuovo Como, punita Cremona e i marchesi di Monferrato. Anche i Bresciani ruppero guerra ai Bergamaschi, e nell’infausta giornata di Palusco tolsero loro, con molti prigionieri, il gonfalone, che poi spiegavano ogni anno nella chiesa de’ Santi Faustino e Giovita. Devastazioni fraterne punivano le devastazioni straniere.
Il lamento de’ soccombenti arrivò di là dall’Alpi, e Federico struggevasi di riparare la vergogna e il danno. Anco assai gli coceva che il papa, senza sua partecipazione, avesse conferito il titolo di re della Puglia a Guglielmo figlio di Ruggero: onde moltiplicò querele, e proibì agli ecclesiastici de’ suoi Stati di volgersi a Roma per collazione di benefizj nè per qual si fosse motivo.
Federico non fondavasi più soltanto sul brutale diritto delle spade, ma era circondato di leggisti, i quali, gonfi d’una scienza nuova, proponevansi d’imitare gli antichi giureconsulti non solo collo zelare le prerogative imperiali, ma col cavillar le parole e sottigliare sulle interpretazioni. Avendo i Tedeschi arrestato un vescovo, il papa diresse all’imperatore un richiamo, ove diceva tra le altre cose: — Noi ti abbiamo concesso la corona imperiale, nè avremmo esitato ad accordartibenefizjmaggiori, se di maggiori ne poteano essere». Colla sofisteria di chi vuole azzeccar litigi, i legulej di Federico pretesero il papa con ciò indicasse che l’Impero fosse benefizio, vale dire feudo e dipendenza della Chiesa. Se ne levò dunque un rumor grande, e trattandosene nella dieta di Besanzone, invelenì la contesa il cardinale legato Rolando Bandinelli esclamando: — Mase l’imperatore non tiene l’Impero dal papa, e da chi dunque?»
Pretensione siffatta era tutt’altro che nuova nel diritto pubblico d’allora; ma Ottone di Wittelsbach, che portava la spada dell’Impero, lanciolla per trapassare il legato, che a fatica si salvò, e che ebbe ordine di andarsene senza vedere convento o vescovo per via. L’imperatore diede straordinaria pubblicità all’incidente per eccitare l’indignazione tedesca contro le tracotanze papali: se non che Adriano dichiarò aver usata la parolabenefizionon per feudo, ma nel senso scritturale; nè altrimenti poterla intendere chi avesse fior d’intelletto[116].
Importava a Federico di venir prontamente a farla finita con questi Comuni italiani, che ormai si risolvevano in repubbliche. Perciò la cavalleria (che tale era principalmente la truppa feudale) d’Austria, Carintia, Svevia, Borgogna e Sassonia scende divisa per le tre vie del Friuli, di Chiavenna e del San Gotardo; l’imperatore medesimo conduce per val d’Adige il fiore de’ militi romani, franchi, bavaresi, con Vladislao re di Boemia, e conti e duchi e vescovi assai; e giunto sul territorio milanese(1158), proclama lapace del principe. Consisteva questa in regolamenti di militare disciplina, diretti a reprimere e punire legalmente le ingiurie, affine di prevenire le private battaglie, delle quali duravasempre il diritto. A tal uopo si prefiggevano pene proporzionate agl’insulti che fossero provati da due testimonj, cioè, secondo i casi, la confisca dell’equipaggio, le sferzate, il taglio de’ capelli, il marchio rovente sulla mascella; per gli omicidj poi la morte: che se mancassero testimonj, doveasi ricorrere al duello; e se si trattasse di servi, alla prova del ferro rovente. A protezione del commercio si statuì che il soldato il quale spogliò il mercante, renda il doppio, se pur non giuri non conosceva la condizione del derubato. Chi abbrucia una casa, sia battuto, tosato e bollato. Chi trova vino sel prenda, ma non rompa i dogli, nè tolga i cerchi alle botti. Un castello espugnato saccheggino a voglia loro, ma non lo abbrucino senz’ordine. Se un Tedesco ferisca un Italiano il quale possa provare con due testimonj d’aver giurato la pace, sia punito[117]. Diritto di guerra violento; ma pure tanto quanto assicurava le persone.
Allora Federico comincia le ostilità contro Brescia(1158), e quantunque «ricca d’onor, di ferro e di coraggio», ne guasta i deliziosi contorni finchè la costringe ad arrendersi: passata l’Adda a Cassano, preso il castel di Trezzo, rifabbrica Lodi-nuovo sull’Adda alquanto lungi dal luogo ove Pompeo avea posto il vecchio[118]. Riedifica anche Como, e ad un suo fedele dà a custodire quel castel Baradello[119]; e spedisce colà il boemo Vladislao perchè rimetta i Comaschi in concordia coi Cremaschi e cogli isolani del lago, gente ricca, forte, bellicosa, avvezza al corseggiare, e che repugnò da ogni accordo finchè l’imperatore non vi andò in persona[120].Isolati così i Milanesi, s’accinse a combatterli, convocando all’oste tutti i popoli di questo regno. E vennero armati da Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena, Brescia, ed altri di Toscana, sommando a quindicimila cavalli, oltre innumerevole fanteria[121]; e con questi piomba sopra Milano.
Questa città, oltre rifare i ponti rotti sull’Adda e sul Ticino, e rialzare i castelli e le borgate sue amiche, erasi preparata di fosse e di mura, spendendo cinquantamila marchi d’argento puro[122]: valorosamente si difese, ma tanta turba dalla campagna e dalle circostanti borgate vi s’era rifuggita, che presto si trovò ridotta a dura fame, e alla conseguente epidemia. Accettò dunque la mediazione del conte di Biandrate, mercè del quale ebbe dall’imperatore patti da vinta ma pur libera potenza: rendesse la franchezza a Como e Lodi; fabbricasse all’imperatore un palazzo; pagasse novemila marchi d’argento, cioè circa mezzo milione; rinunziasse alle regalie usurpate, come la zecca e le gabelle; eleggesse da sè i proprj consoli, ma questi giurassero fedeltà all’imperatore, il quale nella città non entrerebbe coll’esercito. I nobili a piè scalzi e con le spade ignude, il clero colle reliquie dei santi, il popolo con soghe al collo, vennero a giurare obbedienza a Federico, a cui furono dati cento ostaggi per ciascuno dei tre ordini de’ capitanei, de’ valvassori e de’ plebei: e la bandiera imperiale sventolò sulla torre della metropolitana di Milano[123].
Coll’umiliazione della principale città di Lombardia sgomentate le altre, da tutte ebbe ostaggi, e da Ferrara li tolse per forza: e approfittando di quel terrore, intimò una dieta in Roncaglia per definire le regie prerogative. Le città (quante volte lo ripetemmo?) non pretendevansi immuni dalla dipendenza verso l’imperatore, nè questo credeva che la corona gli conferisse pieno arbitrio, come potrebbero chiedere i re del secol nostro, non aventi nè patto coi popoli, nè rispetto a moralità superiore. Ma perchè i reciproci doveri venivano diversamente apprezzati in Germania e in Italia, ne nascevano perpetue controversie. I Tedeschi, deducendo la loro costituzione dalle consuetudini germaniche, non vedevano nel re se non l’eletto dai capi del popolo, primo tra i pari; in Italia, le città volevano tenersi verso l’imperatore soltanto in una dipendenza feudale, come a caposignore, e come all’unto dal pontefice: ma i ridesti studj della storia e della giurisprudenza romana abituavano gli eruditi ad ampliare la podestà, guardandolo come successore di quei Cesari, la cui volontà era unica legge a Roma antica. Federico amava, come dicemmo, ritemprare coi testi le suespade, e alla dieta invitò Bùlgaro, Martin Gossia, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana, cima de’ giureconsulti d’allora, insieme con due deputati di ciascuna delle quattordici repubbliche, perchè determinassero in che consistevano le regalie. Ma da che la giurisdizione di conte divenne ereditaria, consoli e scabini non erano stati più nominati dagl’imperatori; e ciascuno di questi re che calò in Italia, fece diversa stima dei proprj diritti, a norma della propria forza; laonde dalle consuetudini non si poteva nulla dedurre. Si ricorse dunque al diritto romano; e nel sentimento di questo, e con parole vecchie onestando la tirannia nuova, i giureconsulti definirono che competeano all’imperatore tutte le regalie, compresi i ducati, marchesati, contadi, la moneta, il fodro, ossia diritto d’essere nodrito e albergato dai vassalli e dalle città quando soggiornava in Italia; e così i ponti, i mulini, l’uso de’ fiumi, la capitazione, il far guerra e pace, e il nominare i consoli e i giudici, il popolo non avendo che a prestarvi l’assenso; di modo che gl’investiti dovettero rassegnarli all’imperatore, se pur non avessero a mostrare i titoli del possesso. I conti e i vescovi, che dal costituirsi dei Comuni erano stati sbalzati di dominio, applaudivano a queste esuberanti pretensioni, sperando trarne a sè alcuna particella; e l’arcivescovo di Milano, colla scienza appoggiando la servilità, gli diceva: — State ben fermo, poichè trovasi scritto che la volontà del principe fa legge, attesochè il popolo gli concesse ogni imperio e podestà»[124]. Le città poi quale eccezione potevano contraporre sopra un fatto che mai non era sussistito,e sopra diritti sostenuti da un forte esercito? onde fremevano nel veder l’imperatore, da sovrano feudale, mutarsi in assoluto padrone d’Italia.
I Genovesi erano venuti alla dieta non per isporgere querele o ricevere ordini, ma come indipendenti, per far mostra e regalo di lioni, struzzi, papagalli e dei prodotti dell’Oriente; e furono i primi a protestare contro quel lodo; e ne spacciarono avviso alla patria, la quale subito con vivissimo ardore si rifece di mura, lavorandovi uomini e donne, e l’arcivescovo Siro dandovi il valore de’ proprj arredi; e (fatto nuovo) soldò truppe a difesa. Chi vuol pace prepara la guerra; e di fatto Federico calò con essa a patti, assentendole di eleggere i proprj consoli, i quali potessero chiamare all’armi tutti gli abitanti della riviera da Monaco sin a Portovenere; la privilegiò del commercio in ogni luogo a mare, neppur eccettuata Venezia; esenzione da imposte e servizj militari e da regalie, sol che pagasse milleducento marchi.
Federico aveva in quella dieta proibito di lasciare feudi alle chiese; poi, sempre mal vôlto a papa Adriano, volle rammemorargli l’apostolica umiltà; e poichè la cancelleria romana trattava seco coltusolenne, ordinò facesse altrettanto la sua col papa, e nelle soscrizioni il nome se ne posponesse a quello di lui imperatore: asseriva ancora che il patrimonio papale rilevava dall’Impero, e pretendeva di mandare a Roma ad amministrare la giustizia, e di alloggiare i proprj nunzj ne’ palazzi vescovili. Il senato romano al solito favoriva le pretensioni di Federico, sicchè il papa scontentointendevasi colle città lombarde, e preparava forse la scomunica contro il prepotente.
Il quale, dichiarato unico depositario del potere legislativo e giudiziale, deputa in ogni paese suoi magistrati, che furono dettipodestàperchè esercitavano i regj poteri e giurisdizione in molte cause. Questo e le leggi sulla pace pubblica e il divieto delle guerre private non urterebbero punto colle idee d’oggi; ma secondo i privilegi d’allora, stabiliti meglio che sulla carta, erano un grave attentato alla libertà e all’indipendenza comunale: onde i Milanesi, a cui nella capitolazione aveva garantito magistrati proprj, e a cui, in onta di quella, avea sottratte non solo Como e Lodi, ma Monza e il Seprio e la Martesana, capirono ch’e’ non tenevasi obbligato a convenzioni fatte coi sudditi, e fremendo insorgono(1159); accolgono a sassate i messi regj venuti per attuare i decreti di Roncaglia, gridandoFora fora, Mora mora; cacciano la guarnigione dal castello di Trezzo che assicurava ai Tedeschi il passo dell’Adda, e si serrano alla difesa. Anche i Cremaschi, loro alleati, cui egli mandò intimare di demolir la mura, risposero coll’avventarsi alle armi.
Federico, messili al bando dell’Impero, giura non cinger più il diadema che non gli abbia domati, e tosto dalla Ponteba al San Gotardo ogni valle versa Tedeschi sovra il piano lombardo; qui il Palatino del Reno, i duchi di Svevia, di Baviera, d’Austria, di Zaringen, il figliuolo del re di Boemia, il conte del Tirolo, gli arcivescovi di Colonia, di Magonza, di Treveri, di Magdeburgo, il fiore insomma della Germania. E cominciano guerra da Barbari(1162), sperperano il paese, uccidono, appiccano: una volta l’imperatore fa acciecar una banda di foraggiatori, lasciando sol un occhio ad uno per ricondurli: assediata Crema, pone i figliuoli che teneva ostaggi, a bersaglio de’ colpi paterni, onde proteggerele macchine[125]: e dopo sei mesi d’ostinati assalti presala per tradimento dell’ingegnere, la abbandona alla brutalità de’ suoi e alla vendetta de’ nemici Cremonesi.
Milano non si lasciò sbigottire a quell’insolita ferità; cercò rialzare Crema; e il castello di Carcano sporgente nel laghetto d’Alserio, e le colline fra Cantù e il monte Baradello furono teatro di sue vittorie sopra gl’imperiali. Ma sentivasi indebolita dalla ripetuta devastazione de’ suoi campi e dal distacco di tutti i vicini, quando Federico la assalì(1162)scorrazzando colla cavalleria e vietando di portarle viveri, sin col tagliare le mani a venticinque villani in un giorno, côlti in tale servizio. Resistè ancora vigorosa: ma dai tradimenti, dalla fame, da un incendio de’ magazzini, dalla superiorità dell’armi feudali, collegate pur troppo con quelle non solo dei castellani e dei conti di Malaspina e di Biandrate, ma anche de’ Comuni italiani, fu costretta cedere alle grida del vulgo, e rendersi a discrezione. Al quartier generale in Lodi venne il popolo in abito penitente, con croci in mano, dietro al carroccio, che avvezzo un tempo a pavesarsi di trionfate bandiere, allora chinò l’antenna e il gonfalone di sant’Ambrogio avanti all’imperatore, fra il mesto squillo delle trombe; e il sacro carro e novantaquattro stendardi furono dati al nemico; otto consoli degli ultimi tre anni, trecento cavalieri, tenendo in mano le spade ignude, fecero atto di sommessione. Non soltanto Italiani e il conte di Biandrate,ma fin i baroni tedeschi e la corte supplicavano Federico di clemenza: ma egli, dalla vittoria fatto sordo alla compassione, e stimolato anche dalle invide città che all’uopo gli diedero grosse somme[126], ordinò a’ Milanesi tornassero a casa e v’attendessero le sue risoluzioni. Dieci giorni passarono i nostri in quella affannosa aspettazione che è peggio del male istesso: alla fine Federico arrivò, e nell’imperiale sua clemenza perdonando alle vite, impose che, usciti i cittadini, Milano fosse abbandonata alla distruzione. A ciascuna delle città alleate ne assegnò un quartiere a diroccare, quasi volesse che tutte si contaminassero col fratricidio, e i rancori allontanassero la possibilità di nuovi accordi.
Esultarono i Lombardi all’umiliazione della gran nemica; ma un senso di sgomento occupò tutta l’Italia. Brescia, Piacenza, Bologna evitarono la distruzione col sottomettersi. Genova, dianzi così risoluta alla difesa, sbigottì; mandò ambasciadori con gratulazioni e proteste; il suo storico uffiziale Caffaro tributava a Federico i titoli disempre augusto, sempre trionfante, che elevò l’Impero al colmo della gloria. E Federico in Pavia cingevasi di nuovo il diadema che avea giurato più non portare finchè Milano sussistesse; e datava i suoi atti dalla distruzione di Milano[127].
Le città lombarde non andarono guari ad accorgersi quanti abbia pericoli la lega col potente: perocchè, toltasi d’in su le braccia la città che unica poteareggere seco in bilancia, Federico cessò da ogni riguardo verso le altre, le angariò a baldanza, pretendendo esigerne nuove gravezze e smantellarle; a’ Cremonesi, Pavesi, Lodigiani, suoi fedelissimi, permise bensì d’eleggersi consoli proprj, ma a Ferrara, Bologna, Faenza, Imola, Parma, Como, Novara, che pur seco tenevano, mandò podestà imperiali, fossero Tedeschi o di que’ vili che col maltrattare i compatrioti vogliono farsi perdonare la colpa d’essere Italiani[128].
All’eguale stregua meditava Federico ridurre il Patrimonio di san Pietro. Quel Rolando Bandinelli da Siena, che poc’anzi accennammo, celebratissimo per dottrina, virtù, esperienza del mondo, era succeduto papa col nome di Alessandro III(1159); ma il cardinale Ottaviano romano, fautore di Federico, turbolentemente s’indossò le divise pontificali, tenne prigione il papa e i cardinali, e prese il nome di Vittore IV. Il popolo e i Frangipani liberarono Alessandro, che si ritirò da Roma; mentre l’antipapa comprava vescovi, e blandiva l’imperatore, il quale sostenendo questo, poi tre altri antipapi (Pasquale III, Calisto III, Innocenzo III) squarciava la cattolica unità egli che n’era il rappresentante secolare. Allora scomuniche contro lui, contro i vescovi e i principi e i consoli di Cremona, Lodi, Pavia, Novara, Vercelli suoi aderenti. Di queste trascendenze e de’ soprusi de’ luogotenenti imperiali chiedevano fine o moderanza vescovi, marchesi, conti, capitanei ed altri magnati, e cittadini grandi e piccoli; ma Federico non usò nè giustizia nè misericordia[129]; e svallato con un nuovo esercito(1164), andava rimettendo al freno le città che tumultuavano. Ma Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, coll’ajuto dei Veneti, aveano cacciato i podestà di lui, e quand’egli andò per domarli, sentì non potere fidarsi delle truppe italiane che l’accompagnavano, onde voltò come in fuga(1166), mentre essi munivano le chiuse perchè non potesse rimenare eserciti.
Tutto ciò rendeva più sentiti i lamenti dei Milanesi, che senza patria tapinavano di città in città, invocandosoccorso e vendetta. Perchè lo straniero era prevalso alla comune libertà? perchè li trovò disuniti e nemici. Per tornar forti e mantenersi liberi di che han dunque bisogno? di concordia e d’unione. Lo compresero; e quelli che nella prosperità non s’erano scontrati che coll’ingiuria sul labbro, col pugno sul brando, nella depressione rinnovellarono la fratellanza, e posti giù gli odj e le gelosie, nel convento di Pontida(1167 aprile), terra sull’orlo del Milanese e del Bergamasco, si strinsero in lega, e i varj popoli della Lombardia, della Marca e della Romagna sul santo Vangelo giurarono d’ajutarsi reciprocamente, compensarsi a vicenda dei danni che patissero a tutela della libertà, non far tregua o pace con Federico imperatore o co’ suoi se non di comune accordo, non soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia; o se scendesse, combatteranno l’imperatore e qualunque persona lo favorisca, sinchè esso esercito non esca d’Italia, talchè si possano recuperare i diritti che la Lombardia, la Marca e la Romagna possedevano al tempo d’Enrico III[130]. Oltre le città chefirmarono, fu lasciato (come oggi si dice) protocollo aperto a quelle che volessero accedervi.
Posata una mano sulla spada, stesa l’altra ai fratelli, conobbero la potenza dell’unione. Primo atto de’ collegati Lombardi fu rifabbricare Milano per concordi cure, come per ira concorde l’avevano sfasciata; poi tentate invano le persuasioni, mossero a soggettar le città, che la gratitudine o la paura serbava con Federico, e costringerle ad entrare nella Lega Lombarda.
Papa Alessandro III erasi ricusato di rimettere a un concilio, raccolto in Pisa da Federico, la decisione fra lui e l’antipapa; ma vedendo occupate tutte le terre di santa Chiesa da scismatici e imperiali, dovè cercare rifugio in Francia; dove ebbe grandi onori, e i re di questa e d’Inghilterra camminarono allato al suo cavallo tenendogli le staffe. Di là favoriva di conforti o di benedizioni la Lega, e lanciò contro Federico la scomunica, in cui, come «vicario di san Pietro costituito da Dio sopra le nazioni e i regni, assolve gl’italiani e tutti dal giuramento di fedeltà che a quello li legasse fosse per l’impero o per il regno; toglie coll’autorità di Dio che egli abbia mai più forza ne’ combattimenti, o vittoria sopra Cristiani, o in parte veruna goda pace e riposo, finchè non faccia frutti degni di penitenza»[131].
Favoriva pure ai collegati Guglielmo II di Sicilia, desideroso che Federico si trovasse impelagato in Lombardiacosì, da non poter minacciare alla Puglia. Enrico III d’Inghilterra, se ottenessero che il papa degradasse l’arcivescovo di Cantorbery avversario suo, offriva trecento marchi ai Milanesi e di restaurarne le mura, altrettanti ai Cremonesi, mille a’ Parmigiani e Bolognesi. Fin Manuele Comneno di Costantinopoli, che rimeditava i suoi diritti sull’Italia, spedì ambasciadori al pontefice per trattare di togliere lo scisma e ricongiungere la Chiesa greca alla latina, purchè egli pure riunisse sul capo di lui la corona dell’impero d’Occidente e d’Oriente, esibendo quant’oro bastasse a snidare d’Italia i Tedeschi; intanto concedette sposa una figlia ad Ottone Frangipani, principalissimo in Roma, cercò l’amicizia de’ Genovesi, e ai collegati Lombardi somministrò oro per comprare i mercenarj, allora introdottisi nelle nostre guerre. Però il papa, fido all’idea de’ suoi predecessori, voleva la sede del rannodato impero non fosse che a Roma; il Comneno ostinavasi per Costantinopoli, tantochè restarono disconchiusi.
A soffogare quest’incendio, Federico scende di nuovo per la val Camonica, e imparato linguaggio più mite a fronte de’ popoli concordi, promette far ragione delle querele. Intanto di nuove ne eccita con trattamenti da nemico, devasta il Bolognese per vendicare Bosone suo ministro ivi ucciso, e leva contribuzioni e ostaggi. Ma udito che gli abitanti di Tusculo e d’Albano, a lui favorevoli, erano stati aggressi dai Romani coi soliti guasti, accorse, e diede una battaglia sanguinosissima ai Romani, poi volse sopra la loro città. La pose in difesa Alessandro, secondato dai Siciliani; ma Pasquale antipapa inanimava Federico, che per prendere il Vaticano gettò fuoco alla chiesa di San Pietro, e dal suo papa si fe novamente coronare. Allora propone ai Romani che inducano Alessandro ad abdicare, ed egli a vicenda vi indurrà Pasquale, in tal modofinendo lo scisma: e i Romani, desiderosi di pace, gli davano ascolto; sicchè Alessandro, nè tampoco tenendosi sicuro nelle incastellate case de’ Frangipani, ricoverò a Gaeta. I Pisani secondavano l’imperatore, e misero in fuga il loro arcivescovo che li dissuadeva dall’osteggiare il pontefice, e lo ajutarono a prender Roma. Ma la mal’aria decimò il suo esercito, ed uccise l’arcivescovo di Colonia, sette vescovi, molti principi e magnati; onde Federico si levò in isconfitta, perdendo per istrada gran parte dell’equipaggio, e forse duemila baroni e prelati e cavalieri, oltre i soldati. A Pavia, mantenutasegli fedele, mette al bando dell’Impero le città federate, e gitta in aria il guanto in segno di sfidarle; ma non osa assalirle, per tema che negl’italiani che seco militavano, l’amor de’ fratelli non prevalga alla feudale lealtà; infine, con solo un pugno d’uomini riprende la strada della Savoja, lasciando appiccati qua e là ostaggi lombardi. I cittadini di Susa gli tolsero gli altri, e insidiavano lui pure, che col promettere monti d’oro[132]e ogni grazia e bene al conte di Morienna ottenne di passare per le sue terre(1168)travestito in Germania.
Ne’ sei anni che Federico stette fuori, ingrandirono di numero e vigore le nostre repubbliche, ripigliammo le città imperiali, costringemmo l’antipapa a venire alla devozione di Alessandro III, togliemmo le fortezze ai fazionieri dell’imperatore, e specialmente al conte di Biandrate, distruggendone la rôcca, levandone gli ostaggi, e uccidendo la guarnigione. Federico mandò un grosso di truppe, guidate da Cristiano arcivescovo di Magonza e cancelliere dell’Impero, guerriero terribile, che una volta colla mazza sfracellò trenta nemici, e insieme voluttuoso sì, che traeva dietro donne e mulitanti, da costare più che il corteggio imperiale. Malmenò costui la Lombardia, e guastatine i dintorni, assediò Ancona, città molto cara all’imperatore Comneno come opportunissima a sbarcare in Italia; e lo ajutarono i Veneziani per disgusto che presero coll’imperatore bisantino, o per emulazione commerciale. La città fu ridotta a pascersi di sorci e di cuojo secco, pur resistette con coraggio degno degli antichi eroi. Raccontano che un prete Giovanni con una scure andò nuotando a tagliar la gomona d’un grossissimo naviglio veneto dettoTutt’il mondo, per quanto lo saettassero i marinaj, che a stento si salvarono; mentre altri sull’esempio suo recisero le àncore di sette altre navi, che dalla tempesta furono fracassate. La vedova Stamura vedendo i suoi dare indietro da una sortita fatta per incendiare le macchine nemiche, prese un tizzone e si avventò verso quelle, malgrado le freccie appiccandovi la fiamma. Un’altra donna, visto un combattente estenuato perchè da più giorni non assaggiava cibo, gli porse il poco latte del suo petto, sottraendolo al proprio bambino[133]. E la perseveranza ebbe premio, perocchè Ancona fu liberata dai Ferraresi e dalla contessa di Bertinoro.
Non che la parzialità imperiale fosse spenta, sopravviveva quasi in ciascun paese, e dove prevalesse lo traeva a quella bandiera. Così in Bergamo il vescovo Gherardo parteggiava pel Barbarossa, mentre il popolo pe’ suoi avversarj. Cremona e Tortona accettarono l’alleanza di Federico. Como era spinto a vicenda da un partito o dall’altro; e quando gl’imperiali rizzaronole creste, distrussero il castello di Gravedona, e la memorabile isola Comacina(1169), la quale più non risorse.
In Roma il senato non volea spossessarsi dell’acquistata autorità, sicchè Alessandro non potea rimettervi piede. Si continuava pure ostinata guerra ai Tusculani, i quali non videro scampo che nel porsi alla tutela del papa stesso. Ma i Romani proposero a questo di pacificarsi e riceverlo entro se li lasciasse abbattere le mura di Tusculo: ed egli acconsentì: ma essi, sfogata l’ira, non si curarono della promessa, sicchè il papa (il cui nome or si sparnazza fra i liberatori d’Italia) fu costretto stare in armi nella campagna.
Costanti coll’Impero in Lombardia teneansi principalmente la città di Pavia e il duca di Monferrato, e per la vicinanza si sorreggeano l’un l’altro. I collegati lombardi pensarono dunque porre una barriera fra costoro: e uniti i loro stendardi, invece di più ricostruire Tortona, una nuova città piantarono(1168)ove la Bòrmida confluisce col Tànaro; dal nome del pontefice la dissero Alessandria, e i nemici la soprannomaronodella paglia, perchè di paglia si coprirono le case fretta fretta fabbricate, e recinte di nulla più che un siepato, un terrapieno e liberi petti. Ebbe subito quindicimila cittadini, privilegio di libero Comune, e sette anni dopo il vescovado[134].
Appena gli affari di Germania glielo assentirono, Federico in persona calò un’altra volta; fra via distrusse Susa in vendetta dello smacco soffertovi; coll’assediocostrinse Asti a rinunziare alla Lega; e rinforzato da nuova gente di tutta Germania e di mezza Italia, assediò la neonata Alessandria. Ma per quanto vi moltiplicasse valore, crudeltà e astuzie, dovette allargarla al sopravvenire di un esercito lombardo, che il sagrifizio della magnanima cittadella avea dato tempo di radunare. A questo si fe incontro Federico. Onest’uomini e religiosi s’interposero, al cui lodo si rimisero ed egli e i Lombardi. Ma quegli volea salvi i diritti imperiali, questi salve le libertà loro e della Chiesa; sicchè del conchiudere fu nulla, e Federico avendo consumato anche il sesto esercito, mandò a sollecitarne un nuovo, che di Germania gli fu condotto dalla moglie per l’Engadina, Chiavenna e il lago di Como. A incontrarlo mosse egli coi Lodigiani, e ritornava accompagnato dai Comaschi per congiungersi ai Pavesi e ai Monferrini, quando nella pianura di Legnano(1176 — 29 mag.)ecco gli si attraversa l’esercito de’ collegati. Sulle prime egli ebbe il vantaggio, e vide le spalle de’ nostri; ma la Compagnia della Morte, giovani risoluti a perire anzichè perdere, si strinse attorno al carroccio, scompose l’ordinanza nemica, e la mandò a sbaraglio. Federico stesso non campò la vita che tenendosi rimpiattato sotto i cadaveri; e la moglie, da lui lasciata nel castel Baradello di Como, il pianse per morto finchè nol vide ricomparire umiliato e fremente.
Il Tedesco aveva trovato sostegno da alcune repubbliche marittime, che lo bramavano favorevole alle loro ambizioni. Barisone d’Arborea, uno de’ giudici o re di Sardegna(1163), agognando tutta l’isola, ne aveva impetrata da Federico l’investitura per quattromila marchi d’argento: ma nè l’imperatore avea diritto a disporre di quella, nè Barisone i denari da pagarla. Questi gli furono anticipati da Genova, desiderosa d’accorciare i panni all’emula Pisa, che colà teneva sovranità: maBarisone, non essendo in grado nè di restituire ai Genovesi nè di resistere ai Pisani, si conciliò con questi; talchè i Genovesi rimasero peggiorati della somma e della speranza. Ne venne guerra sanguinosa di molti anni, dove i Liguri riuscirono superiori, attenendosi a Federico, promettendogli la flotta per l’impresa di Sicilia, e ricevendo da lui promessa di cedere Siracusa e ducencinquanta feudi in val di Noto, appena dell’isola si fosse insignorito. Di rimpatto i Pisani si volsero all’imperatore di Costantinopoli, e mandati e ricevuti ambasciadori, conchiusero un’alleanza che assicurava loro la franchigia in tutti i porti dell’impero greco, ogni anno il tributo di cinquecento bisanti d’oro, e due tappeti di seta a Pisa, e di quaranta bisanti e un tappeto all’arcivescovo. Invano Federico intimò che Genovesi e Pisani rimettessero in lui le loro differenze, e gli uni e gli altri speravano da esso l’investitura della Sardegna, e intanto lo accarezzavano e lo provvedevano per le sue imprese.
Tanto bastava perchè gliene volessero male i Veneziani, i quali, se dapprima l’aveano favoreggiato per isbaldanzire le repubbliche di terraferma, s’adombrarono poi delle crescenti pretensioni; diedero incoraggiamenti alla Lega Lombarda, e ricovero al fuggiasco Alessandro III. E quando Federico minacciò piantar le sue aquile vincitrici in faccia a San Marco, risposero alla bravata armando settantacinque galee; e il doge, cui il papa cinse la spada d’oro, sbarattò la flotta che Genovesi e Pisani aveano allestita all’imperatore. Côlto lo stesso figlio di costui, lo trattarono decorosamente, e rinviarono con proposizioni di pace.
E pace dovea desiderare Federico, dopo logorati ventidue anni e sette eserciti[135]contro il clima e lelibertà d’Italia. Pertanto s’industriò di staccare dalla Lega Alessandro, e gli inviò deputati ad Anagni, i quali gli dissero: — È indubitato che, dai primordj della Chiesa, Dio volle vi fossero due capi, dai quali venisse governato questo mondo: la dignità sacerdotale, e la podestà regia. Se queste non si appoggino in vicendevole concordia, non potrà mantenersi la pace, e il mondo andrà in subugli e guerre. Cessi dunque la nimistà fra voi due, capi del mondo; e vostra mercè sia resa la pace alla Chiesa e al popolo cristiano»[136]. Alessandro rispose, ben egli volerla, ma questa dover essere comune anche a’ suoi alleati e difensori. Il pontefice trattava di ciò pubblicamente; gli ambasciadori imperiali avrebbero voluto stipulare in privato, col pretesto che alcuni avversavano la loro concordia: ma sebbene per quindici giorni si disputasse, nulla fu tratto a riva. Federico dunque chiese un abboccamento con Alessandro, e questi (tanto si fidava) volle da lui, da suo figlio e dagli altri grandi il giuramento di non nuocere alla sua persona, e andò a Venezia coi deputati delle città lombarde[137].
Federico proponeva o si stesse al dettato della dieta di Roncaglia, oppure a quanto osservavasi al tempo di Enrico IV: i Lombardi rifiutavano la prima, non convenzione, ma ordinanza di Roncaglia; quanto all’altra, dicevano mal ricordarsi di quegli usi; sapere che da un pezzo godeano le regalie e il diritto di eleggere i magistrati, e voler conservarlo; sicchè non potè venirsi a conchiusione. Bastò dunque appuntare un accordo(1177), ove Federico riconosceva il pontefice escludendo gli antipapi, e prometteva tregua per quindici anni col re di Sicilia, per sei colle città lombarde, duranti i quali egli non n’esigerebbe il giuramento di fedeltà, e si stabilirebbero de’treguarjche terminassero le contese eventuali, impedendo di farsi ragione colle armi. Esso imperatore in compenso godrebbe per quindici anni i beni allodiali della contessa Matilde, che poi cederebbe alla Chiesa romana; e a tali condizioni verrebbe ricomunicato.
Fu Alessandro III uno sleale, che abbandonò gli alleati suoi per patteggiare in disparte? o fu un inetto che non seppe cogliere il destro di distruggere la potestà imperiale e l’ingerenza tedesca, e assicurare per sempre l’indipendenza d’Italia?
Nè l’un nè l’altro può crederlo chi non confonda le idee e le aspirazioni dei tempi nostri con quelli d’allora. I Lombardi non aveano mai inteso d’annichilar l’imperatore, e fino ne’ momenti più prosperi chiesero soltanto di vedere assicurati i proprj privilegi, sotto la primazia di quello: come gli arimanni si consideravano liberi perchè dipendenti dal solo re, così libere chiamavansi le città che non avessero altra superiorità che l’imperatore. Anzi i capi della Lega dinanzi al papa nella chiesa di Ferrara il 1177 dichiaravano: — Sia noto alla santità vostra e alla potestà imperiale, che con riconoscenza riceveremo la pace dall’imperatore,salvo l’onore dell’Italia, e che desideriamo essere rimessi nella grazia di lui, secondo le vecchie consuetudini, nè ricusiamo le antiche giustizie: ma non consentiremo mai a spogliarci della nostra libertà, che abbiamo ereditata dai padri e dagli avi, e non la perderemo che colla vita, essendoci più caro il morir liberi che il vivere in servitù»[138].
A tale intento avviava appunto la tregua, durante la quale fu stipulata una soda pace. Quanto al pontefice, abbattendo l’imperatore avrebbe disfatto l’opera de’ predecessori suoi, i quali avevano ridesto il nome d’imperator romano, e affidato a quello la primazia temporale della cristianità; e quand’anco gli ebbero contumaci e ribelli, mai non pensarono distruggerli, ma al più surrogarne uno, meglio docile e religioso.
I Veneziani che aveano giurato ad Alessandro, finch’egli vi stesse, non ricevere nella loro città Federico, dispensati dalla promessa, andarono a prenderlo da Chioggia colla splendidezza che la sposa dell’Adriatico pose sempre nelle sue feste. Federico, approdato alla piazzetta, baciò il piede del papa, al quale poi servì da mazziere, allontanando colla verga la folla; della predica che Alessandro recitò in latino, il patriarca d’Aquileja fece la spiegazione in tedesco, onde contentare la devozione dell’imperatore; il quale assolto, dopo ilcredobaciò ancora il calcagno del pontefice e fe l’oblazione; poi ne ricevette la comunione; e finita la messa, lo accompagnò per mano sino alla porta della basilica, gli tenne la staffa, e lo menò per la briglia fino al palazzo[139]. Che il papa mettesse il piede sovra ilcollo dell’umiliato imperatore, proferendo il versetto del salmoSovra l’aspide e il basilisco passeggerai, calcherai il leone e il drago, e che Federico rispondesse di rendere quell’omaggio non a lui ma a san Pietro, è un fatto controverso, ma che nulla ripugna coi tempi; che se gli spiriti forti del secolo passato, striscianti appiè dei troni, lo negarono con orrore, lalibera Venezia non esitò a farlo dipingere tra i fasti nazionali.
In nome del Barbarossa, Enrico di Diesse giurò sui vangeli, sulle reliquie, e sopra l’anima dell’imperatore, che questo manterrebbe la pace: altrettanto fecero dodici principi dell’Impero, gli ambasciadori di Sicilia, e i consoli di Milano, Piacenza, Brescia, Bergamo, Verona, Parma, Reggio, Bologna, Novara, Alessandria, Padova, Venezia. I vescovi di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova, Fano, che in opposizione alle loro plebi aveano favorito all’imperatore e all’antipapa, furono ribenedetti.
Alessandro III fu ricevuto festivamente anche dai Romani, avendo conceduto che il senato durasse, ma con giuramento di fedeltà al papa, al quale si restituissero la basilica di San Pietro e le regalie. L’antipapa venne all’obbedienza dacchè si trovò abbandonato dall’imperatore: ma un avanzo di coloro che credono fermezza l’ostinazione, nominò un altro che presto fu imprigionato. Un concilio ecumenico in Laterano di trecentodue vescovi procurò rimarginar le piaghe della Chiesa.
Federico, ch’era tornato in Germania per racconciarne il freno, mandò deputati, i quali in Piacenza stesero i preliminari d’un accordo. A Costanza, memorabile città lietamente posta colà dove il Reno sfugge dal lago, e al verdeggiante declivio fan contrasto le ghiacciaje del Sangallo e d’Appenzell, fu poi conchiusa tra le città lombarde e l’Impero la pace(1183 — giugno)che coronava i magnanimi sforzi, e consolidava le repubbliche nostre, non più come un fatto ma come un diritto. L’imperatore dichiarava avrebbe potuto castigare i colpevoli, ma per clemenza e dolcezza preferiva perdonare, e far loro del bene. Comprese nel trattato furono Milano, Vercelli, Novara, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova,Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma, Piacenza: come alleate dell’imperatore figurarono Pavia, Cremona, Como, Genova, Alba, Tortona, Asti, Alessandria che, anticipando la pace, n’aveva conchiusa una particolare, e mutato il nome in Cesarea. De’ signori feudatarj non appajono che Obizo Malaspina di Lunigiana colla parte imperiale; colla nostra i conti di Biandrate e di Monferrato. A Ferrara si lasciò arbitrio di accedere fra due mesi. Restarono escluse nominatamente Imola, Castro, San Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno, Céneda. Venezia non v’è tampoco nominata, giacchè, essendo indipendente affatto dall’Impero, non voleva pregiudicarsi con questo trattato.
A tenore del quale, le città della Lombardia, della Marca e della Romagna, entro il loro recinto godrebbero le regalie che da immemorabile possedevano, e fuori di esso, solo in quanto n’avessero concessione dall’imperatore; il vescovo con deputati imperiali esaminerebbe quali infatti fossero tali diritti, se pure le città non volessero declinare quest’indagine col pagare ciascuna annui duemila marchi d’argento, o meno, a volontà dell’imperatore. Questi, salva la sua supremazia, conferma le immunità e i diritti concessi avanti la guerra da lui o da’ predecessori, purchè non cadano a pregiudizio d’un terzo. I vescovi che per lo innanzi solessero per imperiale concessione confermare i consoli, continuassero; nelle altre città si facessero tra cinque anni confermare dai commissarj imperiali, e in appresso ricevessero l’investitura dall’imperatore. Il quale ponesse in ogni città un giudice, cui appellarsi nelle cause civili eccedenti il valore di venticinque lire imperiali (lire 1575), e che giudicassero fra due mesi, ma secondo le leggi della città. Tutti i cittadini dai sedici ai sessant’anni giureranno fedeltà all’imperatoreogni dieci anni; a questo, ogniqualvolta venisse in Italia, daranno il fodro e gli alloggi, ripareranno le strade, apriranno mercato pel suo approvvigionamento: egli però non si baderà a lungo in nessuna città o diocesi, per non esserle di soverchio aggravio. Del resto sia in arbitrio delle città il fortificarsi e confederarsi, e rimangano cessate le infeudazioni che si fossero concedute dopo la guerra a pregiudizio di esse[140].
L’imperatore tornò poi la sesta volta in Italia, ma in aspetto amico; sicchè le città nostre gareggiarono in mostrare che, come gli aveano resistito in campo, sapeano accoglierlo ed onorarlo pacificato. A Verona durò tre mesi molto alle strette col pontefice Lucio III intorno ai beni della contessa Matilde, senza riuscire ancora ad una definizione. I Romani, tornati ben tosto sugli umori vecchi e sulle idee di Arnaldo, ostinavansi non tanto ad aver repubblica quanto a disobbedire al papa, che tennero sempre fuori di Roma; e marciati contro Tusculo, dove s’erano fortificati gli avversarj, presi molti cherici, gli accecarono, conservando gli occhi a un solo che li riconducesse in città sovra giumenti e con mitere in capo. Così i nostri emulavano la brutalità tedesca: e qual bene promettersi da una repubblica mancante di quel che n’è primo fondamento la morale? Il papa li scomunicò(1188); ma solo a Clemente III venne fatto di sopire la rivolta di quarantacinque anni, col solito scapito della libertà; poichè egli ridusse sotto la propria autorità il senato, il Comune, la basilica diSan Pietro, e le altre chiese e i diritti regali, pochi lasciandone alla città.
Federico, malgrado la pace, ad or ad ora abbandonavasi allo sdegno; indispettito coi Cremonesi che, da fedelissimi, gli erano poi mancati, non solo edificò Crema a loro dispetto[141], ma li guerreggiò; col papa Urbano III ebbe nuovi diverbj per l’eredità della contessa Matilde; de’ vescovi che morissero occupava i beni; col pretesto di punire badesse scandalose, invadeva possessi de’ monasteri; impediva il passo dell’Alpi a quei che andassero a Roma. Fe’ cingere la corona di ferro a suo figlio Enrico; e perchè quello di re d’Italia non fosse un titolo senza soggetto, procurò congiungere alla primazia sui Lombardi il dominio del reame meridionale: ma donde sperava il consolidamento della grandezza di sua casa, ne venne la ruina.
Commessi gli affari d’Italia ad Enrico, il Barbarossa tornò in Germania a domare i baroni che gli aveano recato molestia durante la guerra d’Italia, ed esercitò l’autorità imperiale con rigore qual altri non aveva usato da Carlo Magno in poi, fisso soprattutto nel pensiero di renderla ereditaria nella sua famiglia. Singolarmente gli diede a fare Enrico il Leone. Avendo esso imperatore saputo indurre il vecchio Guelfo a rinunziargli i beni di sua casa in Italia e in Germania, fra cui l’eredità della contessa Matilde, Enrico da quel giorno negò soccorrerlo nelle guerre d’Italia, benchèsupplicato a ginocchi; messo al bando dell’Impero, fu vinto, e a stento ottenne di conservare il Brunswick e il Luneburg: ma l’abbassamento di quella casa lasciò rialzarsi i baroni secolari ed ecclesiastici, che si assicurarono il pieno dominio del proprio territorio.
Repente un gemito universale annunziò che Gerusalemme, la santa città, liberata col sangue di tutta Europa, era stata ripresa dai Musulmani, e il colle di Sion e la valle del Cedron echeggiavano ancora alle invocazioni di Allah. Il gran Saladino, profittando della rivalità dei principi latini, gli assalì(1187)e sconfisse, occupò Acri, Cesarea, Nazaret, Betlem, e alfine Gerusalemme stessa: ed ebbe prigioniero il re Guido di Lusignano. Menò egli strage particolarmente de’ cavalieri del Tempio e dell’Ospedale, moltissimi fece prigioni, fra cui Guglielmo di Monferrato, cugino del Barbarossa, il cui figlio avea sposato Sibilla sorella di Baldovino re di Gerusalemme, che gli portò in dote la contea di Joppe. Un altro suo figlio Corrado, trovandosi allora pellegrino in Terrasanta, tolse a difendere Tiro, durando intrepido, benchè Saladino minacciasse uccidergli il vecchio padre se non rendesse questa città.
La nuova di tali disastri fu portata in Italia da messi vestiti a bruno, che andavano tratteggiando gli esecrandi oltraggi usati alla religione, la santa croce trascinata per le vie, il sepolcro insozzato, i fanciulli educati al Corano, le donne tratte negli harem, e mostravano una immagine dove Cristo era battuto e calpesto da un Arabo, nel quale doveva riconoscersi Maometto. Quest’annunzio accelerò la morte ad Urbano III, che prima aveva scritto a tutti i potentati cristiani eccitandoli a soccorrere Terrasanta. Come avviene nei gravi disastri, una riforma generale parve diffondersi; tregua si convenne fra tutti i combattenti; i cardinali raccolti a Ferrara per eleggere il nuovo pontefice, non soloincitarono i re alla crociata, ma proposero voler guidarla essi stessi; bandirono la tregua di Dio per sette anni, e scomunicato chi la violasse; e cominciando l’ammenda da sè, promisero vivere poveramente, e non ricever doni da sollecitatori, non montare a cavallo(1187), finchè la terra santificata dalla presenza di Cristo non fosse ricuperata. Gregorio VIII, vecchio di santa vita e macero da penitenze, nel brevissimo regno non fece che predicare la spedizione, e a tal uopo cercò rappattumare i discordi, e principalmente Genovesi e Pisani che si erano continuato feroce guerra. Clemente III succedutogli persistette nell’intento: fra gli altri, Guglielmo arcivescovo di Tiro, ministro di Baldovino IV e storico delle crociate, predicò a Milano, a Bologna, ove duemila cittadini presero la croce, e in altre città: si permise ai re di riscuotere unadecima Saladinasopra tutte le rendite d’ecclesiastici e di secolari per le spese della guerra: si comandò il magro ogni mercoledì, digiuno ogni sabbato, non giurare, non giocare a dadi, non imbandire più di due piatti, non portare vesti scarlatte o vajo o zibellino, ed altre manifestazioni che durano quanto l’entusiasmo.
Gl’Italiani, che, appunto in quest’occasione, Corrado abate uspergense chiama «bellicosi, discreti, sobrj, lontani dalla prodigalità, parchi nelle spese quando non sieno necessarie, e soli fra tutti i popoli che si reggano a leggi scritte», corsero primi all’impresa; e Toscani e Romagnuoli, sotto la guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna, approdarono a Tiro. Guglielmo il Buono ordinò un generale registro di tutti i feudatarj del regno di Sicilia e degli uomini che ciascun doveva[142], intimando stessero pronti a partire;ed essi s’obbligarono a contribuire il doppio d’uomini: e una flotta condotta dall’ammiraglio Margaritone di Brindisi valse non poco a sostener Tiro. Saladino, costretto a lasciare questa città, tentò sorprendere Tripoli; ma i nostri giunsero in tempo a salvare quegli ultimi resti delglorioso acquisto.
Federico Barbarossa, che giovane avea fatto l’impresa di Terrasanta, volle coronare la faticosa vita coll’assumere di nuovo la croce. Imbevuto del concetto della onnipotenza imperiale qual gli era stata definita a Roncaglia, mandò intimare a Saladino lasciasse la città santa a lui, signore universale perchè successore degli antichi cesari. Saladino vi oppose il diritto della conquista, e si preparò a sostenerlo. Il Barbarossa col proprio figlio e con sessantotto signori, trentamila cavalieri e ottantaduemila fanti passò dunque in Palestina e prosperò; ma traversando il fiume Salef restò annegato; e la crociata riuscì a fine disastroso.
Il Barbarossa, come gli eroi della tragedia antica, operava in forza del carattere, non della moralità; postosi un principio, voleva seguirlo. I Comaschi gli applausero come restauratore del diritto, punitor delle violenze; altrove fu esaltato come liberatore d’Italia, mirando solo agli interessi particolari e a quella indipendenza che spesso fu considerata come idea principale, mentre non è che secondaria. Tutti poi i nostri lo inneggiarono quando rinunziò alle idee germaniche, conservando sola la lealtà, con cui accettò il patto di Costanza. I Germani lo venerarono qual rappresentante della loro stirpe, e non lo credettero morto, ma che si fosse ridotto nel campo dorato sul Kiffhäuser, tenendo corte colla figlia e coi burgravi, sedendo a una tavola di marmo, attorno alla quale crebbe la sua barba rossa. E verrà giorno che uscirà ancora co’ suoi fedeli, e farà grande il popolo tedesco sopra tutti glialtri. In Italia altrimenti; e mentre a Carlo e Ottone, perchè favorevoli alla causa popolare, fu mantenuto il titolo di Grandi, Federico, non inferiore ad essi, vien tuttora ricordato con orrore dal popolo, cui si mostrò infesto[143].