Simon di Cordo genovese, medico di Nicolò IV, nellaClavis sanationis, dizionario de’ medicamenti semplici, cercò sbrogliare la varietà di nomenclatura. Viaggiò trent’anni per scientifico intento la Grecia e l’Oriente, ma invece di determinare i corpi secondo la natura loro, si stava a qualità medicinali, e non desunte da sperienza ma da supposte doti elementari. E appunto i progressi delle scienze naturali erano impacciati dall’empirismo superstizioso, dalla cieca venerazione per l’autorità, e dal farnetico di sostituire la dialettica allo sperimento, aggomitolando interminabili argomentazioni sopra oziosissime ricerche. Per esempio, chiedevasi se la tal bevanda possa guarire la febbre, e rispondeasi di no, perchè quella è una sostanza e questa unaccidente, nè quindi l’uno può sull’altro. Poco si studiava l’anatomia: le operazioni non si eseguivano senza consultare le stelle, supponendo intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente i pianeti: e le scienze sperimentali cedevano il primo posto alle occulte.
Oggetto di queste era conoscere l’avvenire, scoprir tesori, trasmutare i metalli, fare amuleti e incantagioni, e comporre il rimedio universale e l’elisir dell’immortalità: a scopi così elevati qual fatica aveva a parere soverchia? Sull’avvenire cavavansi presagi da segni fortuiti, dalle linee della mano, dalle stelle, dai sogni, della cui divinazione come dubitare dopo quel che Ippocrate n’aveva scritto? e indovinavasi in fatti alcuna volta, perchè è difficile non riuscirvi quando si dice un po’ di tutto e vagamente.
L’astrologia, pazza figlia di savia madre, si trova all’infanzia come alla decrepitezza della società, fra i dotti Romani come fra semplici Oceanici. L’uomo è centro e scopo della creazione, onde a lui si riferisce ogni cosa; e se (com’è certo) il sole e le altre stelle influiscono sulle stagioni, sulla vegetazione, sugli animali, quanto più non devono sull’uomo, prediletta fra le creature? Le storie (dicono gli astrologi) e il consenso de’ filosofi antichi s’accordano nel riconoscere un’analogia fra gli anni della vita e i gradi percorsi da ciascun segno sull’eclittica. Per iscoprirla, vuolsi accertare l’effetto degli astri sopra le varie cose naturali, e i computi de’ moti, e certe formole arcane, mediante le quali o crescere le forze della natura, o determinare l’influsso dei pianeti, massime all’istante natalizio, od evocare gli spiriti e i morti. Il sapiente che conosca le occulte proprietà delle cose, non solo indovinerà l’avvenire, ma opererà su di esso, eccitando odio od amore, scoprendo i secreti divisamenti, i tesori occulti, i rimedjai mali, e fin il supremo della scienza, l’arte di far oro.
I fenomeni della natura sono invigoriti dai numeri, attesochè secondo questi è disposto l’universo, e possedono arcana efficacia. Di qui la cabala, che da combinazione di numeri credea divinar le cose arcane, ed acquistare autorità sopra gli spiriti: e ogni astrologo ed alchimista si millantava di qualche demone famigliare obbediente a’ suoi cenni. Così intralciavansi fra sè gli errori, dalla pagana superstizione tramandatici attraverso alle scuole neoplatoniche e al gnosticismo.
Fu l’astrologia onorata di cattedre, e l’università di Bologna ne decretava un professoretamquam necessarissimum, e principi e repubbliche ne teneano uno da consultare ne’ più gravi casi. Ezelino, Buoso da Dovara, Uberto Pelavicino, tiranni formidabili, tremavano davanti alle potenze incognite, e i calcoli della prudenza e dell’ambizione sottoponevano alla decisione degli astri e dei loro interpreti; e nella Vaticana si conservano le risposte che ai loro consulti dava Gherardo da Sabbionetta cremonese. Federico II voleasi attorno il fior degli astrologi, a senno loro mutando divisamenti[333]; e quando nel 1239 udì la ribellione di Treviso, fece dalla torre di Padova osservare l’ascendenteda maestro Teodoro; ma non avvertì (riflette Rolandino) che allora nella terza casa stava lo scorpione, il quale avendo il veleno nella coda, indicava che l’esercito sarebbe offeso verso il fine. Stando in Vicenza, volle che un astrologo gl’indovinasse per qual porta uscirebbe il domani; e quegli la scrisse in un polizzino, che suggellato consegnò a Federico perchè non l’aprisse se non uscito. L’imperatore fece una breccia nella mura, e per quella se n’andò; allora, aperto il foglietto, trovò scritto:Per porta nuova.
Il suddetto Gherardo andò a Toledo per leggere l’Almagestodi Tolomeo, e lo voltò in latino, come il trattato de’ crepuscoli di Al-Gazen e altre opere; inventò lo specillo, e la suaTheoria planetarumleggevasi nelle università[334]. Andalon Di Negro genovese,arricchitosi di cognizioni nei viaggi, ci lasciò un trattato latino della composizione dell’astrolabio.
Guido Bonatto da Forlì diede la quintessenza diquanto gli Arabi n’aveano scritto[335], e coll’ajuto di Dio e di san Valeriano, patrono della sua patria, discorre l’utilità dell’astrologia, la natura de’ pianeti eloro congiunzioni ed influenze, i giudizj che se ne deducono, e varie questioni che si possono risolvere con questa scienza. Mirabile nella pratica di quest’impostura, a Federico II scoperse una congiura ordita a Grosseto; fabbricò una statua che rispondeva oracoli; dirigeva ogni operazione di Guido da Montefeltro; e allorchè questi uscisse a campo, il Bonatto saliva sul campanile di San Mercuriale, e con un tocco della squilla accennava il momento di vestir l’armadura, con un altro quel di montare a cavallo, col terzo la marciata. Pretendeva che Gesù Cristo medesimo si valesse dell’astrologia, e imbizzarrisse contro itunicatiche si opponevano alle sue predizioni.
Pietro d’Abano, educato a Costantinopoli(1316), fu sì fortunato da cogliere la postura degli astri, designata da Abul-Nasar come quella in cui Dio non può rifiutare domanda che gli sia fatta: e ne profittò per chiedere la sapienza, e subito restò illuminato a conoscere l’avvenire. Moltissime fole si accumularono sul conto di lui; delle sette arti liberali acquistò cognizione per mezzo di sette spiriti; avea facoltà di far tornare i denari dopo spesi; non avendo pozzo in casa, fe portarsi quel del vicino che gliene negava l’uso, o, come altri disse, fe portare in istrada il proprio onde non essere disturbato dagli accorrenti. In realtà nel suoConciliator differentiarum, un de’ migliori libri medici d’allora, insegna il salasso non esser mai sì opportuno come nel primo quarto della luna; che per guarire i dolori nefritici bisogna, al momento che il sole passa pel meridiano, disegnare con cuore di leone sopra una lastra d’oro una figura di quest’animale, e appenderla al collo del malato; che per cauterizzare valgono meglio stromenti d’oro che di ferro, attesa la grande influenza di Marte sulla chirurgia.
Fu professore a Padova ed a Parigi, ove lo accusaronodi magia per cure mediche ben riuscitegli; poi d’eresia a Roma, ma per autorità pontifizia andò assolto. Riferì al corso degli astri i periodi delle febbri; il pubblico palazzo di Padova fece dipingere a costellazioni; e dell’astrologia era persuaso a tal punto, che procurò indurre i Padovani a spianar la loro città per rifabbricarla sotto una combinazione di pianeti allora comparsa, tanto fortunata che niuna più. Forse queste son ciancie di Pier da Reggio, che, vinto da lui in dottrina, tentò perderlo nell’opinione; onde con accuse contraddittorie Pietro d’Abano fu imputato da una parte di non credere al diavolo, dall’altra di tenerne sette in un’ampolla ad ogni suo cenno; per le quali accuse e per altre più serie l’Inquisizione lo processò. Venuto a morte, disse agli amici: — A tre nobili scienze io ho dato opera, delle quali una m’ha fatto sottile, una ricco, la terza menzognero; filosofia, medicina, astrologia». Nel testamento si protesta buon cattolico, e aveva implorato d’essere sepolto ne’ Domenicani; ma l’Inquisizione gli continuò il processo, e ne turbò le ossa. L’illustre medico Gentile da Foligno, entrando nella scuola di lui, s’inginocchiò, e levate le mani sclamò: — Ave, santo tempio»; poi, visti alcuni suoi manoscritti, se li pose sul seno e li baciava con riverenza[336].
Sebbene la Chiesa vi si opponesse, vescovi e prelati non rimasero incontaminati da queste follie, che durarono ben oltre i tempi che descriviamo. Conseguente a tali falsità fu il ripigliare le classiche credenze in folletti, spettri, fantasmi, vampiri; credenze fatte energiche come i tempi, e che acquistarono maggior fede allorchè si videro perseguitate con regolari processi: l’immaginativa fingeva avvenimenti ch’essa medesima credea poi veri; e uomini di bollente fantasia si isolavano, dispettandoil mondo reale per uno fantastico, e mescolando l’impostura, l’allucinamento e il fanatismo. La legislazione dovette intervenire a reprimere gente che destava le procelle, mutava le forme de’ corpi e degli uomini, produceva malattie; e gli assurdi processi traviarono gran tempo la giustizia, siccome avremo a deplorare nel secolo che chiamano d’oro.
Non alle vite, ma alle sostanze recò danni la ricerca del come improvvisamente arricchire. A ciò due strade offerivano le scienze occulte; trovare tesori, e tramutare i metalli. Intorno ai tesori, stupendi fatti raccontano le cronache, e gli assegnano perfino ad Alberto Magno e a papa Silvestro II[337]. In Apulia era una statua di marmo con una corona d’oro iscritta:A calen di maggio, sole nascente, ho il capo d’oro. Nessuno intese il motto, sinchè Roberto Guiscardo ne strappò il secreto ad un prigioniero saracino; e fissato ove cadeva l’ombra della testa al primo maggio, trovò tesoro.
La chimica degli antichi teneva che i corpi risultino dalla combinazione de’ quattro elementi, e che l’armonia di questi produca la perfezione nei corpi. Chi dunque scopra le migliori combinazioni, potrà non solo ridonar la sanità e prolungare indefinitamente la vita, ma anche trasformare corpi e metalli. Sentimentosublime, comunque erroneo, della potenza dell’uomo e della perfettibilità di tutto il creato. E poichè l’uomo vede nell’oro il rappresentante universale dei godimenti, la scienza s’industriò in ispecial modo a tramutare in esso lo stagno e il mercurio, mediante lapietra filosofalee lapolvere di projezione; e non riuscendovi coi mezzi semplici, ricorse allo spirito universale, all’anima generale del mondo, all’influsso delle stelle per raggiungere l’opera grande. Di qui la scienza arcana e tenebrosa dell’alchimia, che tanti spiriti occupò.
Le sue ricette erano positive: se non che spiegavasi l’arcano con termini non meno arcani. Volete, intonavano, fare l’elisir de’ sapienti? prendete il mercurio dei filosofi, trasformatelo successivamente colla calcinazione in leon verde e leon rosso, fatelo digerire in bagno di sabbia con spirto acre di vite, e distillate il prodotto; ma il lambicco sia coperto dalle ombre cimerie, e al fondo si troverà un drago nero che mangia la propria coda... Inoltre la scienza ermetica ajutavasi della verga di Mosè, del sasso di Sisifo, del vello di Giasone, del vaso di Pandora, del femore aureo di Pitagora; se nulla profittassero, ricorrevasi al diavolo barbuto, specialmente incaricato di tali ministeri.
A questo delirio di classica origine[338], continuatoancora secoli e secoli, alcuni si prestavano di buona fede; e la testimonianza altrui o le apparenze illusorie li persuasero potersi trovare questa polvere di projezione: onde vi si affaticarono con passione, faceano lunghi viaggi massime al Sinai, all’Oreb, all’Atos. Più spesso era un lacciuolo ai creduli, per trarne l’oro necessario a far oro; ma a Giovanni Augurello, che gli presentò un poema sull’arte di far l’oro (Crisopeia), papa Leone X diè per unico regalo una borsa vuota, nella quale potesse riporlo.
Facile è il deridere le ignoranze o stranezze de’ nostri maggiori, massime a chi perda di vista quelle che in noi derideranno i nostri nipoti. La scienza seria anche in questi traviamenti indaga i progressi dell’intelletto e della società, e riconosce nell’errore un aspettofallace della verità, ma nuovo e progressivo. Il disputare nelle università al cospetto di tutto il mondo erudito d’allora, e fra una gioventù che vivamente parteggiava, conduceva a ricorrere a sottigliezze, quando la pessima sventura per un dottore sarebbe stata il rimanere accalappiato in un’argomentazione da cui non sapesse strigarsi: onde i dibattimenti diventavano non uno sforzo verso la verità, ma un’arena di capiglie; e la filosofia, come già la teologia, ebbe martiri ostinati d’indicifrabili enigmi. Pure se sbriciolavasi il pensiero, veniva anche analizzato; acuivasi il raziocinio, che dell’errore e della verità è veicolo, non mai causa; in quella ginnastica gl’intelletti si foggiavano allo stretto ragionamento, all’ordine ed all’economia delle idee, alla costanza del metodo, e si poterono svolgere i concetti morali e metafisici di cui la Scolastica avea posto i germi, conservandone il fondo, cangiando la forma. Della Scolastica è merito l’andamento analitico delle moderne favelle, che per la stretta relazione delle parole colle cose svelano il logico procedere della ragione odierna, dovuto a quella comunque malaccorta educazione. L’astrologia e l’alchimia portarono a meditare sopra il sistema del mondo e la composizione dei corpi.
Nè le matematiche, la parte più rilevante dello scibile dopo la lingua, erano perite, e basterebbero ad attestarlo i progressi della meccanica e dell’architettura. Resta nella cattedrale di Firenze un calendario scritto nell’813, con bellissime traccie d’osservazioni celesti, per le quali l’autore si era accorto dello spostamento de’ punti equinoziali dopo il concilio Niceno I, stando al computo giuliano. D’un geografo di Ravenna abbiamo una rozza descrizione del mondo, cui può servire di schiarimento una mappa del 787 che sta nella biblioteca di Torino in un commento manoscritto dell’Apocalisse. La geografia dovea vantaggiarsi dai tanti viaggidi devozione, per guida dei quali stendevansi itinerarj; ma come scienza ben poco progredì.
San Tommaso intendeva addentro nelle matematiche, e scrisse degli acquedotti e delle macchine idrauliche. Campano novarese commentò Euclide, studiò alla quadratura del circolo e alla teorica de’ pianeti, e indicò la genesi de’ poligoni stellati: Urbano IV lo teneva frequente alla sua tavola con altri, da cui godeva sentire spiegate le quistioni che proponesse. Paolo Dagomeri da Prato, detto l’Abbaco per la sua perizia nell’aritmetica e nella geometria, rappresentava in macchine tutti i moti degli astri: fu il primo a pubblicare un almanacco. Biagio Pelacani da Parma spiegò le apparenze prodigiose dell’atmosfera mediante la riflessione delle nubi.
Di que’ tempi, e merito degli Italiani fu una comodissima novità. Mentre gli antichi, siano i classici, siano gli Ebrei e gli Arabi, notavano i numeri con lettere, gl’Indiani possedevano una numerazione più ragionata, ove le cifre, oltre il proprio, hanno un valore di posizione, sicchè trasportate al penultimo posto esprimono le decine, al terz’ultimo le centinaja, e così via: da essi l’appresero gli Arabi, e alcun Europeo se ne valse in opere scientifiche. Leonardo Fibonacci di Pisa, stando impiegato nelle dogane a Bugia di Barberia, cercò quanto d’aritmetica sapeasi in Egitto, in Grecia, in Siria, in Sicilia, e in un trattato d’aritmetica e d’algebra del 1202 si valse di queste ch’egli chiama cifre indiane. Gloria sua più certa è l’avere primo fra i Cristiani trattato dell’algebra, e in modo tale che tre secoli di concordi fatiche non aggiunsero un punto a quel ch’egli insegnò. L’applica esso a problemi mercantili, senza un cenno delle operazioni magiche, dietro cui deliravano anche i più valenti. Così un negoziante fiorentino recò all’Europa e il calcolo de’ valori e quello delle funzioni.
Altra invenzione importantissima di quel tempo sarebbero le note musicali, che si attribuiscono a Guido d’Arezzo monaco benedettino(n. 955); ma in che consista il merito di lui, non è ben certo. Imperocchè i righi e i punti già erano conosciuti; non fu lui che introducesse la gamma per imparare il solfeggio; non lui che estese la scala aggiungendo cinque corde alle quindici degli antichi. La tradizione dice soltanto ch’egli trovò note, onde in brevissim’ora imparavasi la musica, che dapprima richiedeva molti anni; e che Benedetto VIII, invitatolo a Roma per farne prova, se ne chiamò soddisfatto. La sua scala è la stessa de’ Greci, solo estesa alquanto aggiungendovi un tetracordo nell’accordo e una corda nel grave[339]; e alcun vuole che allora alle lettere gregoriane si sostituissero punti quadrati o rotondi sopra righi paralleli e negli intervalli, sicchè le relazioni armoniche de’ toni divennero quasi sensibilialla vista, e la facilità del notarle con punti sopra punti (contrappunto) ne rese agevole l’esecuzione.
Sant’Ambrogio e Gregorio Magno aveano redenta la musica dalle pagane profanità e dall’elemento mondano, secondo il quale proponeasi unicamente d’esprimere la durata delle sensazioni, e imitare i movimenti delle impressioni prodotte dalla passione e dal sentimento; abolito il ritmo, sicchè il canto non fosse più capace di esprimere i sentimenti e le passioni, ma restasse affatto spirituale; atteso che, essendo le note tutte di durata eguale, meglio esprimevano, nel vestire le parole sante, l’inalterabile calma dell’onnipotenza. Però si conservarono i modi antichi, che erano toni esprimenti la differenza dal grave all’acuto fra i varj punti di partenza dei sistemi di successione. Ambrogio aveva unito i due tetracordi per formare la scala; e scelto fra i modi greci i quattro che più acconci gli parvero alla maestà del canto e all’estensione della voce, sbandì gli ornamenti introdotti nella melopea, e gran numero di ritmi: insigne semplificazione e barriera alle novità corruttrici, perchè anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritraesse la severa austerità del culto. Gregorio, sull’orme d’Ambrogio, e schivandone gl’inconvenienti, aggiunse quattro nuovi modi, ond’evitare la monotonia.
Restava che la musica cristiana conquistasse l’armonia, ignota ai Greci; e mentre in questi le regole non miravano che a stabilire successioni, ora doveasi introdurre la simultaneità dei suoni. Malgrado gli ostacoli dell’abitudine e della venerazione verso gli antichi, si poterono fare intendere due voci a un tratto: ma quando si cominciasse non si sa. Guido d’Arezzo non diede nuove regole all’arte, ma mostra evidente che già allora conoscevasi la difonia, quantunque ignoriamo a quali regole formata.