Celestino IV, dopo appena diciassette giorni di papato, morì di veleno; e tenendo l’imperatore ancora in prigione o a confino i cardinali, più d’un anno passò prima che si potessero unire quanti bastavano per eleggergli un successore, che fu Sinibaldo Fieschi genovese col nome d’Innocenzo IV(1243). Era egli di famiglia e di persona favorevole all’imperatore, onde speravasiun componimento; ma Federico disse: — Ho perduto un amico per acquistare un nemico». Però il vescovo di Porto con Taddeo da Suessa e Pier delle Vigne parve riuscissero a trar Federico a condizioni ragionevoli; e gli ambasciatori di questo il giovedì santo del 1244 in piazza del Laterano giurarono la pace, presenti esso papa, i cardinali, Baldovino II imperatore di Costantinopoli, il senato, il popolo.
Già l’Italia e la Chiesa credeansi rabbonacciate, quand’ecco frammettersi puntigli: Innocenzo pretendeva Federico cominciasse dal rilasciar le terre e gli uomini presi; Federico voleva ch’egli prima lo ricomunicasse, e discernesse la causa sua da quella delle città lombarde, usurpatrici delle regalie, mentre il papa contendeva non fossero obbligate rispondere ai tribunali dell’Impero. Federico, palpato invano il pontefice col cercargli una nipote per isposa a suo figlio Corrado, s’avventa da capo all’armi, e ne occupa tutte le città; il papa, nè tampoco fidandosi (così il conosceva) di rimanere in Roma, fugge a Genova e di là in Francia. Federico, stizzendo che la vittima gli fosse sfuggita, scrisse, mandò, e tanto era potente e riverito, che il papa non trovò asilo da nessuno, neppure da san Luigi. Fortunatamente Lione era città libera, sicchè colà ricoverato, e ricevendo grand’onoranza da gente che affluiva da tutta cristianità, e anche dall’Italia per quanto l’imperatore vigilasse i passi, aprì il XIV concilio generale(1245 — 25 giugno).
Cenquaranta prelati v’intervennero, e fu allora che Innocenzo ornò del cappello rosso i cardinali, per indicarli pronti a versare il sangue per la Chiesa, e v’aggiunse la valigia e la mazza d’argento, ornato regio, quasi a protestare contro di Federico, il quale pretendeva ridurli all’apostolica semplicità. Ai congregati espose le cinque piaghe della Chiesa: lo scisma dei Greci, le eresie crescenti, Terrasanta devastata dai Carismiti,la minaccia dei Mongoli, e le enormità dell’imperatore, eretico, musulmano, bestemmiatore, spergiuro, spogliator delle chiese, persecutore del clero. L’avrebbe però ricevuto a pace, purchè rilasciasse i prigionieri, rendesse le terre alla Chiesa, e compromettesse in lui le sue differenze coi Lombardi; ma Federico stette al niego: finse poi voler condursi in persona al concilio, ma vi andò solo Taddeo da Suessa.
Grand’eloquenza, gran dialettica adoprò costui per menomare le accuse di eretico, d’epicureo, di ateo; ma indarno ripetute le proroghe acciocchè Federico comparisse in persona, fu in contumacia proferita la scomunica contro di esso: — Io vicario di Cristo; e quel che legherò sulla terra fia legato in cielo. Pertanto, deliberato coi cardinali fratelli nostri e col concilio, dichiaro Federico accusato e convinto di sacrilegio e d’eresia, scomunicato e scaduto dall’impero; assolvo per sempre dal giuramento quelli che gli promisero fedeltà; proibisco obbedirgli sotto pena della scomunicaipso facto; comando agli Elettori che scelgano un altro imperatore, riservando a me il disporre del regno di Sicilia». I cardinali gettarono per terra le candele accese, colla rituale esecrazione; Taddeo si picchiava il petto, esclamando: — Giorno di collera, giorno di calamità, di miseria»; ed Innocenzo intonò ilTedeum.
Federico trovavasi in Torino quando lo seppe; e chiesta la corona, se la calcò in capo, dicendo come un altro ai nostri giorni: — Guaj a chi me la tocca! guaj al pontefice che spezzò i legami che a lui mi avvincevano, nè mi lascia più altri consigli che dello sdegno!» E scrisse ai principi, lagnandosi d’essere stato condannato prima che convinto, negando al papa il diritto di deporre i re[372]: — Come mai voi soffrited’obbedire ai figli dei vostri sudditi? Vedete come si impinguano di limosine, e tronfj d’ambizione sperano che tutto il Giordano coli nella loro bocca. Quanto denaro risparmiereste sbarazzandovi da questi scribi e farisei! quando voi tendete loro la mano, essi pigliano tutto il braccio. Presi nelle loro ragne, somigliate all’uccello che, cercando fuggire, viepiù s’accalappia. Nostra intenzione fu sempre di voler colla forza tornare la Chiesa alla primitiva purità, e togliere a costoro i tesori di cui sono satolli». Così chiarivasi eretico nella lettera stessa ove di questa imputazione voleva scagionarsi.
Ma la voce del concilio era ascoltata e diffusa, e il papa scriveva a’ Siciliani: — A molti fa meraviglia che voi, oppressi da vergognosa servitù, gravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi le dolcezze della libertà, come fecero le altre nazioni. Il terrore che occupò il cuor vostro sotto al giogo d’un nuovo Nerone, vi è scusa presso la santa Sede, la quale per voi sentendo pietà e paterno affetto, pensa come alleviare le vostre sofferenze, e fors’anche portarvi ad intera libertà. Su, spezzate le catene della schiavitù, e prosperi nel vostro Comune la libertà e la pace. Vada voce tra le nazioni che il vostro regno, tanto famoso per nobiltà e per abbondanza di prodotti, ajutante la divina Provvidenza, potè a tanti altri vantaggi unire quello d’una stabile libertà»[373].
I Siciliani porsero ascolto a questi incitamenti, e,mal per loro, tesserono congiure contro la vita di Federico, che ne tolse ragione di versare sangue illustre. Anche in Germania la corona fu data ad Enrico Raspon(1246-47), landgravio di Turingia, che, favorito dalle dissensioni, e dal denaro e dai brevi del papa, vinse il re Corrado di Svevia: ma poi rivinto, morì di crepacuore.
Non per questo migliorò la causa di Federico, il quale troppi titoli aveva onde bramarsi a riva. San Luigi di Francia, cui era sembrato un eccesso il condannare inascoltato il maggiore principe della cristianità, e che d’altra parte struggeasi di vedere i Fedeli in pace per ripigliare la crociata, s’interpose più volte, rammentando al pontefice la mansuetudine che conviensi al vicario di Cristo, e quante migliaja di pellegrini in Oriente implorassero l’armonia fra’ principi cristiani ond’essere redenti dal giogo: ma Innocenzo stava saldo, imponeva decime al clero, estorceva denaro in ogni modo, sollecitava i principi lontani, spediva ciascun giorno frati a predicare contro l’imperatore. Questi erasi accorto quanta potenza avessero le riforme portate dalla istituzione dei nuovi frati, riforme che toccarono alle viscere della società, cui ai tiranni giova lasciar corrotte, e perciò gli odiava. Pier delle Vigne scagliavasi contro costoro, che «nel principio parendo calpestare la gloria del mondo, assunsero poi il fasto che disprezzavano; non avendo nulla, possiedono tutto, e son più ricchi dei ricchi stessi. Frati Minori e frati Predicatori (soggiungeva) si elevarono contro di noi in ira, pubblicamente riprovarono la vita e la conversazione nostra, spezzarono i nostri diritti, e ci ridussero al nulla... E per affievolirci ancora più e toglierci la devozione dei popoli, crearono due nuove fraternite, che abbracciano gli uomini e le donne tutte; appena uno od una si trova, che a questa o quella non sia aggregato»[374].
In fatto essi resistettero intrepidi alla tirannia di Federico, e nell’andare a mettere pace faceano giurare obbedienza al papa. I Pagani da Nocera irrompendo nella valle di Spoleto, giunsero un dì fin sotto Assisi: al pericolo, le monache di San Damiano si stringono attorno alla malata lor madre santa Chiara; ed ella si alza, prende l’ostensorio, lo colloca sulla porta, e inginocchiata al cospetto dei Musulmani, supplica Dio a proteggere la città: e Dio per sensibile voce la rassicura, gl’Infedeli voltansi in fuga, e da quel punto la santa è dipinta coll’ostensorio alla mano. Un’altra volta Vitale di Aversa, capitano dell’imperatore, menava sue masnade contro Assisi, sperperando i contorni: Chiara ne restò compunta, e radunate le suore, — Noi riceviamo sostentamento quotidiano da questa città; è ben giusto che la soccorriamo a poter nostro»; e si spargono di cenere, e supplicano, finchè Dio le esaudisce e sbratta il paese dagli Imperiali.
Il beato Giordano, generale de’ Predicatori, andò all’imperatore, e statogli avanti alcun tempo silenzioso, proruppe: — Sire, varie contrade io giro, secondo è l’uffizio mio; or come non mi chiedete qual fama corra di voi? — Io tengo gente a tutte le corti e provincie, e so quanto accade in tutto il mondo», rispose Federico. E il frate: — Gesù Cristo sapeva tutto, e pur domandava a’ discepoli che cosa si dicesse di lui. Voi siete uomo, ed ignorate assai cose che vi gioverebbe sapere. Si dice che opprimete le chiese, sprezzate lecensure, date fede agli augurj, favorite Giudei e Saracini, non onorate il papa vicario di Gesù Cristo. Ciò è indegno di voi»[375].
Federico rispondeva colle crudeltà(1247); prese e distrusse Benevento città papale; e facendo criminali le parole e il pensiero, infieriva contro i sudditi; scriveva al re d’Inghilterra che i frati Minori combattevano contro di lui a lancia e spada, e assolvevano d’ogni peccato chi lo combattesse; accusava il papa di raccogliere i nemici suoi e rimunerarli; a quanti frati cogliesse, faceva in capo una croce col ferro rovente; appiccava qualunque portasse lettere d’interesse papale; rubò e disertò il convento di Montecassino: poi a tratto raumiliando, si faceva esaminare intorno alla fede da cinque prelati italiani.
Nè le città lombarde ristavano: e Federico assalì di nuovo i Milanesi, sempre fidi al papa, e distrutto il monastero di Morimondo, accampò presso Abbiategrasso; ma l’esercito milanese stettegli a fronte sulla sinistra riva del Ticino, impedendogli di varcarlo. Bensì suo figlio Enzo, che coi Cremonesi e con altri Ghibellini assediava i castelli bresciani, tragittò l’Adda a Cassano: ma a Gorgonzola fu sconfitto e preso dal prode Simon da Locarno, il quale lo rese in libertà purchè giurasse non entrare più sul territorio lombardo.
La perseveranza di una città lombarda diede il tracollo a Federico. I Guelfi, capitanati dai Rossi e dai Correggio, sinistrarono in Parma e ne furono espulsi dai Ghibellini, talchè l’imperatore come in città propria vi destinò podestà Arrigo Testa di Arezzo. Ma i fuorusciti pervennero a recuperarla, uccidendo in battaglia quel podestà, e scacciando il presidio imperiale. Questa rivolta noceva grandemente a Federico, perchè Parmaserviva d’anello fra le città ghibelline ch’erano schierate dall’Alpi alla Puglia, cioè Torino, Alessandria, Pavia, Cremona, Reggio, Modena, la Toscana; e ciò che più rileva, con Verona e coi dominj di Ezelino e la Germania. Pertanto egli si propose di recuperarla ad ogni costo: Enzo si postò sul Taro per impedire i soccorsi de’ Lombardi: l’imperatore da Torino vi accorse con diecimila cavalli e molti balestrieri saracini e colle truppe d’Ezelino e degli altri Ghibellini; sostenne quanti studenti o soldati o gentiluomini parmigiani trovò, facendone morire quattro il giorno al cospetto della patria, finchè i Pavesi gli dichiararono: — Noi siamo venuti a combattere i Parmigiani, non a farne il boja». Incontro a Parma alzò egli una gran bastita a guisa di città, col nome di Vittoria: ma mentre egli baloccavasi alla caccia, i Parmigiani che erano soccorsi dai Lombardi, sortiti distrussero le mura e il campo, fecero macello de’ Saracini e de’ Pugliesi(1248), fra i morti lasciando il marchese Lancia e il famoso Taddeo da Suessa, e tolsero a Federico il tesoro, le gioje della corona e la speranza del vincere. La città di Vittoria andò in fiamme, il carroccio de’ Cremonesi ornò il trionfo dei Parmigiani[376].
L’imperatore pensò rivalersi sulla Lega Toscana dei mali fattigli dalla Lombarda, e mandò suo figlio Federicore d’Antiochia con milleseicento cavalli tedeschi a Firenze, che eccitò la consorteria degli Uberti a prender l’armi; e cavalcata la città, e prese una dopo l’altra le barricate de’ Guelfi, la ridussero a segno ghibellino; abbatterono trentasei palazzi colle torri, fra cui alcune ornate artisticamente, come quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, alta quarantacinque metri; rincacciarono poi i Guelfi ne’ loro castelli forensi; a Capraja l’imperatore stesso venne a porre l’assedio, e presala, moltiuccise, molti accecò, gli altri sepellì nelle prigioni di Puglia.
Ma intanto Corrado suo figlio restava superato da Guglielmo d’Olanda, nuovo anticesare in Germania. Più al vivo l’avea tocco la sventura dell’altro figlio Enzo, bello e colto giovane di venticinque anni e già d’onorato nome in cose di guerra, che essendo venuto contro i Bolognesi, a Fossalto cadde in costoro mano. Essi lo tennero in cortese prigionia, ma per qualunque dire ofare più nol rilasciarono quanto visse. Raccontasi fosse fabbricato per lui il palazzo rimpetto al duomo, e che da Lucia Vendagoli avesse un figliuolo ch’e’ nominò Bentivoglio(1269), donde derivò la famiglia di questo nome[377].
Al dispetto della superbia ammaccata s’aggiunse in Federico il più crudele e consueto flagello che Dio scagli sui tiranni, il sospetto. Le volte del palazzo di Palermo echeggiarono ai gemiti de’ baroni ch’egli vi chiudeva a morire, mentre le donne loro consumavansi di doglia. Che più? Pier delle Vigne, l’uomo cui avea fidate lechiavi del suo cuore, l’uomo che per anni ed anni avea scritto le lettere di lui, senza farsi scrupolo di urtare le idee allora più sacre, e di meritar taccia di servile presso la posterità, anch’esso gli cadde in sospetto. Privato degli occhi, Pietro non seppe tollerare di vedersi calpesto da quello ch’egli aveva tanto esaltato, onde si diede morte da se stesso; e dalle incolpazioni lo assolse il giudizio dei contemporanei espresso da Dante[378].
La parte ghibellina, sostenuta da Pisa e Siena, prevaleva in Toscana; in Lombardia tenevasi in bílico coll’avversa, mercè la fierezza d’Ezelino; trionfi della forza: i Romani stessi minacciavano insorgere se il papa non tornasse. Potea dunque Federico lusingarsi d’un buon accordo, quando morì di sessantasei anni(1250 — 15 xbre). Rosa da Viterbo avea preveduta in visione la morte di lui, e intimatogli tornasse al cuore. Gli astrologi aveangli preveduta fatale una terra che traeva nome dal fiore; lo perchè non era mai voluto entrare in Firenze: ma l’ultima malattia lo colse a Fiorentino, villa della Capitanata. Prima di spirare fu ricomunicato: ma la fama divulgò che suo figlio Manfredi lo soffocasse: uno de’ molti misfatti, di cui quella famiglia fu aggravata dall’odio dei popoli e dei sacerdoti.
Tanto eroe ch’egli era, in cinquantatre anni che stette re di Sicilia, e trentadue che imperò, Federico nulla compì di grande, perchè, com’ebbe a dire san Luigi, fe guerra a Dio coi doni di Dio. Qual divario in fattidal limitare della sua vita, quand’era non solo amico, ma in tutela della Chiesa, e gli ultimi vent’anni in cui durò ritroso e contumace all’autorità spirituale! Acuto a scorgere i difetti e pregiudizj, stizzoso per beffarli, non amorevole per compatirli e correggerli, in un mondo che ancora operava per fede, volle trapiantare la politica materiale, facendo dichiarare da Pier delle Vigne che l’Impero è arbitro delle cose umane e divine; visitò il sepolcro di Cristo come alleato de’ Musulmani; si circondò di zanzeri, di odalische e di Saracini, a lor modo costumando la vita, e parve vagheggiare la coltura orientale a preferenza della cristiana.
Questa rivolta contro la forza vitale del cristianesimo poteva essa tollerarsi da un secolo credente? Con volontà baldanzosa cozzando contro l’opinione, Federico non potette appoggiarsi che sui peggiori uomini che producesse l’Italia, e ricorrere ai mezzi repugnanti alla sua natura; incrudelire contro il proprio figliuolo, tenendolo a vita prigione; trovare o sospettar ribelli i suoi più intimi, vendicarsi ogni giorno con mannaje e capestri, distruggere città, crocifigger preti e frati. Nell’alta Italia non riusci a comprimere nè le città nè i baroni, anzi li fe chiari di quel che loro mancava per sostenersi. Divorò colla speranza il patrimonio di san Pietro, e i papi sopravissero a spargere d’acquasanta la fossa dell’ultimo rampollo di sua prosapia. Nel suo regno di Sicilia attentò le franchigie, quantunque il facesse colla solita canzone de’ tiranni, «Lasciate ogni potere a noi, e noi vi faremo felici»; e così cumulò tesori di memori ire. A maggior diritto lo tacciano i Tedeschi d’avere, per soggiogar l’Italia, trascurato il loro paese quasi una provincia; e mentre avrebbe potuto unire all’Impero tutto il settentrione e l’oriente dell’Europa, diffondendo la civiltà fra la razza slava, cui dappertutto preponderava allora la germanica, percapriccio di soperchiare i papi e per costituire un regno alla propria famiglia permise si eclissasse l’Impero, che più mai non ricuperò il suo splendore.
Testando lasciava il regno a suo figlio Corrado; mancando questo senza prole, gli surrogava il suo figlio naturale Manfredi, che intanto destinava balio in Italia: si rendano in libertà tutti i prigioni, eccetto quelli presi per la congiura contro di lui; anzi a nessuno dei felloni del regno sia permesso tornarvi, e gli eredi suoi siano obbligati a trarne vendetta: alla Chiesa si restituiscano i diritti, se essa restituisca quelli dell’Impero: ai baroni o feudatarj ripristinava i privilegi e le franchigie che godeano al tempo di Guglielmo II, col che annichilava la fatica di tutto il suo regno, cioè il restringimento delle giurisdizioni feudali, quasi credesse che tutta la riazione fosse venuta da loro, e volesse evitarla a’ suoi figliuoli. La storia non dovrebbe ammirare che la grandezza morale; e Federico nulla fondò; operava per passioni personali e intenti domestici, e nè tampoco la propria famiglia potè assodare. Il popolo, guardando tra meraviglia e compassione il suo sepolcro, conchiudeva come il cronista Salimbeni, che sarebbe stato senza pari sulla terrase avesse amato l’anima sua.
Dopo sei secoli di progresso un altro imperatore doveva elevarsi colla medesima assolutezza, la medesima nimicizia alla libertà, il medesimo conto della religione come stromento di politica e ordigno di Stato, la medesima ostilità ai papi; e come lui trionfare colla violenza, e come lui soccombere alla voce di Dio e del popolo.