58.Lami,Memor. Eccl. florentinæ, tom.IV.59.Monum. hist. patriæ, Scriptorum,III. 1569. 1614.60.Storia di Imola, inserita in quella di Lugo, lib.III. c. 15.61.Atti dell’Acc. di Lucca, tom.X. E nel 1195 vacando la chiesa parrochiale a Montopoli, i consoli e il gastaldo supplicarono il vescovo di Lucca,loro signore, ad eleggerlo, come fece,quia sum pro episcopatu patronus ejusdem ecclesiæ, et dominus illius terræ. Mem. lucchesi,IV. 2.62.Antiq. M. Æ.,IV. 40.63.Ghilini,Annali. Milano 1666.64.Così il Villani e il Malaspina; ma gli eruditi arruffano.65.Flaminio Dal Borgo, nellaRaccolta di diplomi pisani, 1765, pag. 186, reca una formola della conferita cittadinanza, che tradotta suona così:«Parendo giusto e salutevole che, quando uomini di buona fama desiderano associarsi al consorzio della città di Pisa, e farsi cittadini pisani, siano ricevuti con equa benignità dopo prestato il giuramento di cittadinanza, e godano degli onori e privilegi dei Pisani, in ogni luogo, io Opizzino, figlio di Sano di Bientina, giuro sui santi vangelj di Dio che non sarò in consiglio od atto perchè la città pisana perda l’arcivescovado, nè i suoi vescovi, nè il primato, nè la legazione di Sardegna, nè l’onore e gli onori che ora ha o è per avere. E se abiterò nella città o no, qualunque cosa mi sarà ingiunta dal potestà, dai rettori, dal pretore, dai consoli, o da qualche delegato o capitano per l’onore della città, o per le persone o per le cose, sia direttamente o per nunzj o per lettere, senza frode lo farò e osserverò. Quando sappia che alcuno voglia sminuir l’onore della città, se lo potrò senza grave spesa, l’impedirò; se non potrò, lo significherò ad alcuni dei predetti al più presto. Le persone e cose de’ Pisani in terra, in acqua e dovunque possa difenderò. Le credenze che da alcuno de’ suddetti per giuramento mi siano imposte, non manifesterò. Queste cose per coscienza, senza frode osserverò, secondo la consuetudine degli altri cittadini di Pisa; e n’ho rogato Stefano giudice e notaro e cancelliere di Pisa.«Fatto a Pisa fuor porta ecc. l’anno 1198 dell’incarnazione, indiz.XV, alVdagli idi d’aprile».E incontinente, alla presenza de’ medesimi testimonj rogati, il signor conte Tedicio podestà del Comune e della città di Pisa, investì detto Opizzino di tutti gli onori e privilegi, di cui godono i cittadini pisani nella città e fuori, ne’ fondaci, nelle botteghe, nelle navi e in qualunque luogo di terra e d’acqua, talchè ne goda come gli altri cittadini pisani; e lo costituì e confermò cittadino pisano; e lui e gli eredi e i beni suoi liberò da tutti i pesi rusticani, sicchè più non sia tenuto fare servizj rusticani, nè dare la data, ecc.Altri di tali giuramenti sono nel Muratori,Antiq. M. Æ., diss.XLVII; e per esempio Guicellone da Camino e Gabriele suo figlio il 1183 facendosi cittadini di Treviso giuravano:«Abiteremo in essa città d’ogni anno due mesi in tempo di pace, e tre in tempo di guerra; qualora non ne siamo dispensati: ma in modo che, standovi l’uno, non sia obbligato l’altro; faremo giustizia e ragione sotto ai consoli o al podestà; apriremo tutte le borgate in pace e in guerra ai Trevisani per far guerra ai loro nemici; con buona fede e senza frode, custodiremo e salveremo i Trevisani e le cose loro in tutt’i borghi e le ville nostre, in piano e in monte; faremo oste e cavalcata, coi nostri uomini che sono dalla Livenza sin qua, liberi e servi; se si farà colletta o boateria (tassa sui bovi) fuor di città sopra i campagnuoli, vogliamo che vi obbediscano anche i nostri; daremo opera e consiglio affinchè quelli di Conegliano vengano a pace col Comune di Treviso, e prestino giuramento che noi prestiamo; faremo giurare dieci uomini di ciascuna nostra parrochia (curia), ad elezione dei consoli o del podestà, di seguirli e render ragione, e guardare e salvare gli uomini di Treviso e le cose loro.Il podestà e i consoli e il Comune di Treviso di rincontro giuravano, salvare e mantenere essi da Camino, come qualunque cittadino di Treviso, e i loro paesi e gli abitanti liberi o servi; se il comune di Treviso distruggerà alcun loro castello, lo riedificheranno; non osteranno a che ottengano ragione in qualunque lite o querela; non impediranno le guerre private già in corso, quand’anche le parti volessero fare il duello innanzi ad essi consoli o ai loro successori; non s’intrometteranno delle liti di libertà, mosse dagli uomini del loro contado; dan piena rimessione de’ danni e delle ingiurie passate, e delle pene e multe e dei bandi; e non si brigheranno degli uomini loro, abitanti di là della Livenza e in Cadubria; che se mancassero in alcuna di queste promesse, pagheranno lire quattromila venete, obbligando in sicurtà i beni comunali, di modo che possano occuparli e prenderne i frutti; e tutto ciò sarà giurato ogni dieci anni da cento militi e ducento pedoni.Nel 1199 Alberto e Magninardo de’ conti Guidi cedevano ai Fiorentini il castello di Semifonte, giurando sui vangeli di salvare, custodire, difendere ogni persona della città di Firenze e dei borghi e sobborghi, far carta di vendita del poggio di Semifonte, quale è contenuto coi muri e le fossa, elasciar copiaredal podestà e dai consiglieri le carte che vi sono; faran guerra quando ne siano domandati con lettere portanti il sigillo del Comune, nè faran pace o tregua o accordo co’ nemici senza consenso del podestà o de’ consoli; abiterà ogn’anno un di loro un mese in Firenze; faranno dazio al Comune di Firenze, sicchè possa mettere accatto su tutti i beni e le persone loro; del quale accatto metà andrà alla città di Firenze, metà al conte Alberto e sua discendenza; di qualunque strada passi sulla loro terra e giurisdizione non toglieranno pedaggio ad alcun cittadino o mercante di Firenze; non faranno alcun castello, nè incastelleranno alcuna terra nel poggio fra Virginio e l’Elsa, se non con permissione del magistrato di Firenze.Lami,Memor. Eccl. florent., pag. 389.Di simili patti n’ha molti nel II volume delle Carte neiMonum. Hist. patriæ. Così nel 1181 Ansaldo di Valenza giura la cittadinanza di Vercelli, promettendo comprarvi una casa di cinquanta lire pavesi ed abitarvi, difendere i Vercellesi, far guerra e pace con essi, dare ai consoli il fodro di quattrocento lire susine. Nel 1183 Obizzo marchese Malaspina e suo figlio Obizzino ai consoli di Piacenza consegnano il castello, il dongione, la torre e tutta la fortezza di Oramala. Nel 1185 Giacomo Zabolo e Pietro Bello di Cavaglià giuravano la cittadinanza di Vercelli, e comprerebbero una casa, la quale obbligavano ai consoli; l’anno seguente Guglielmo di Quarenga e Ansaldo; poi altri, sempre obbligandosi a comprare una casa e sottostare ai pesi comuni. Nel 1198, 22 aprile, si rogano i patti che gli Astigiani impongono ai signori di Manzano, Sarmatorio, Montefalcone, obbligandoli specialmente a far guerra ai marchesi di Monferrato e ai conti di Biandrate. Altri giuramenti al comune d’Asti vi sono alle pagine 1320, 1321, 1354, 1357, 1358, 1360. Ai 13 febbrajo 1190 Alba riceve per cittadini gli uomini di Magliano, Monticelli, Mango.* Il Comune di Vercelli fu de’ primi e più operosi a fondare borghi franchi, che furono sin 22 nel piccolo territorio. Sul che vediMandelli,Il Comune di Vercelli nel medioevo, 1858.66.Ex quo fit ut tota illa terra(Lombardia)intra civitates ferme divisa, singulæ ad commanendos secum diœcesanos compulerint; vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suæ non sequatur imperium.Otto Frisingensis, lib.II. cap. 3.67.Omnium civitatum homines, maxime principalium, omnia civiliter et honeste agere oportet et decet. Est enim civitas conversatio populi assidua ad jure vivendum collecti.Esordio d’un documento lucchese del 1124.68.Un documento del Dragoni, illustrato dall’Odorici nell’Arch. Storico,II. 21, parla di moneta cremonese nell’807; un altro dell’835 di soldi d’oro cremonesi, che farebbero presumere una zecca cremonese fin da Carlo Magno, e quel ch’è rarissimo allora, moneta d’oro e d’argento. È certo una soperchieria, come altre di quel codice.69.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 204.70.Bartoli,St. di Perugia, tom.I. p. 216.71.Cumque tres ordines, idest capitaneorum, valvassorum et plebis esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis consules eliguntur.Otto Frising., ii.13. Il poeta bergamasco Mosè dice:Tradita cura viris sanctis est hæc duodenis,Qui populum justis urbis moderatur habenis;Hi sanctas leges scrutantes nocte diequeDispensant æquo cunctis moderamine quæque.Annuus hic honor est, quia mens humana tumoreTollitur assiduo cum sublimatur honore.Il Muratori, nella prefazione ad esso poema, crede che solo del 1184 cominciassero i consoli a Bergamo: ma già nel 1109 si trova nominato Ripaldo dei Capitani di Scalve console; poi altri in una carta del 1117. Una lite nel 1114 fu decisa da quindici consoli di Como: ma qui si tratta di consoli de’ placiti, come sono forse i diciotto nominati in un documento del Giulini al 1117. Più importante è un altro presso il Lupo,II, 945, dove sono annoverati tutti i consoli:Nomina quorum consulum sunt, Arialdus Vesconte, Arialdus Grasso, Lanfrancus Ferrarius, Lanfrancus de Corte, Arnaldus de Rode, Arnaldus de Sexto, Azofonte, Mainfredus de Setara, Albericus de la Turre, Anselmus Avocatus; capitanei istius civitatis. Joannes Mainerii, Ardericus de Palazzo, Guazzo Arrestaguida, Malastrena, Otto de Fenebiago, Ugo Crivello, Guibertus Cotta, valvassores jam dictæ civitatis. Ugo Zavetarius, Alexius Lavezarius, Paganus, Ingovartus, Azo, Martinoni, Maxaso; cives ipsius civitatis.Sono dunque sette cittadini, sette valvassori, e nove capitanei, forse perchè a questi vanno uniti il visconte, rappresentante dell’arcivescovo, e l’avvocato. Per Firenze vediG. Villani, v.32.72.Pergamena nell’archivio diplomatico di Firenze.73.Nei contratti, anche di chiese, trovasi tuttora menzione di aldj, di mundio, d’altre forme di legge longobarda. NeiMonum. Hist patriæ, Chart.II, p. 1170, trovo al 1195 la vendita d’un fondo fatta al capitolo di Santo Stefano di Biella dalla marchesa Guala,viro et mundualdo suo consentiente. Nell’istromento di nozze del beffato pittore Domenico Calandrini, al 24 febbrajo 1320 in Firenze, si stipulòconsensu Benedicti mundualididella sposa,quem eidem ad hoc in mundualdum constitui.Manni,Veglie piacevoli,II. Lo statuto di Benevento del 1207, approvato da Innocenzo III, vuole chesecundum consuetudines approbatas et legem longobardam, et eis deficientibus, secundum legem romanam judicetur.Borgia, Mem. di Benev.,II. 182. 413. NelLiber consuetudinum Mediolanidel 1216 è una rubricaQuando de crimine agitur criminaliter. Punitur in rebus et persona secundum legem municipalem nostræ civitatis, vel legem Langobardorum, vel legem Romanorum... Si is cui maleficium factum invenitur, jure Langobardorum vivebat, sicuti nonnulli nostræ jurisdictionis vivunt. Idemque erit si extraneus lege romana vivit. Nello statuto di Como del 1281:Lombarda non servetur nisi in pugnis et in illis casibus de quibus fit mentio in statutis. Lo statuto di Pisa del 1186 ha una rubricaDe legibus seu titulis ex lege longobarda in nostro jure retentis et approbatis; e nel prologo di quello rifatto il 1281 si ha:Pisana civitas a multis retro temporibus vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda, sub judicio legis etc.L’antichissimo statuto pistojese, alle rubriche 8 e 9, determina le varie multe per ferite fatte con ferro e legno, al modo longobardo.La contessa Matilde ora professa vivere a legge salica, ora a longobarda; del che non seppero render ragione nè il Lupo, nè il Muratori, nè il Savigny. Noi pensiamo che tali professioni riguardassero non la persona, ma la natura de’ possessi pei quali si stipulava, o del feudo di cui si trattava. Potrebbe darsi anche oggi che un medesimo possedesse un feudo di ragione longobarda, cioè divisibile fra tutti i figli, e uno di salica, cioè trasmesso per primogenitura, e un benefizio ecclesiastico da conferirsi per voti.Essa Matilde, nel documento del settembre 1079, professaex natione mea legem vivere Langobardorum; pro parte suprascripti Gottifredi qui fuit viro meo, legem vivere videor salicam; poi in un documento del 9 dicembre 1080 dice:quæ professa sum ex natione mea lege vivere salica. Ap.Fiorentino,Documenti, pag. 128, e in un altro delMuratori,Ant. It., tom.II, pag. 277.Anche nelleAntichità Estensitrovansi Bugiardo, Scotto e Buggeri che professanoex natione nostra lege vivere Langobardorum; eppure Ottone loro padre professavaex natione mea lege vivere romana.A conferma di quanto altri asserì, che non è vero i preti vivessero a legge romana, qui mi vien in taglio di notare che nella splendida donazione che il vescovo Rozio di Padova faceva nell’871 all’ospedale di Santa Giustina da lui fabbricato, professavivere secundum legem salicam; e nel suddettoIIvolume di Carte deiMonum. Hist. patriæ, pag. 161, al 1069 Alessandro prete di Biella fa testamento professandoex nacione mea legem vivere Langobardorum.E nel vol.IChartarum, col. 299, è nominatoAdalbertus presbiter filius quondam Gorzano, qui professus sum ex nacione mea legem vivere Langobardorum.74.Nel 1151:Nos Sirus archiepiscopus et consules Januæ præcipimus tibi, Philippo Lamberti, ut ab hac die in ante non sis consul Januæ, nec guida osti Januæ, nec conciliator Januæ, nec legatus Januæ, et præcipimus tibi ut, per sacramenta quæ homines Rassæ adversus te fecerunt, non reddas eis vel alicui eorum illum malum meritum.L’arcivescovo di Pisa ebbe il pedaggio della dogana del sale e del ferro dell’isola d’Elba; un altro pedaggio a Castel del Bosco; e nel 1286 aveva già da gran tempo lite cogli Anziani per la giurisdizione temporale sopra i castelli di Meli, Riparbella, Beliora, Pomaja, Santa Luce, Lorenzana, Collalberti, Nugola, Filettole, Avane, Bientina, Usigliano, Collemontanino.I vescovi di Fiesole mandavano il loro visdomino alla Rufina; ma gli uomini di questa doveano aver licenza dalla Signoria di Firenze prima di giurargli fedeltà.Il vescovo di Torino, come quel di Luni, avea diritto a una parte di tutti i pesci che si pescassero. Nel 1170 Pipino vescovo di Luni consentiva ai Sarzanesi, i quali già si reggevano per consoli, di trasferire il loro borgo in riva alla Macra, ove dicesi Asiano, dando egli il terreno e i casamenti, e ricevendo tributo e giuramento e le antiche consuetudini quanto ai giudizj, ai bandi, ai macelli, ai cambisti, ai mercati, alle curatele, alle fosse, ai mulini, ai forni. Nel 1183 esso vescovo emancipò affatto i Sarzanesi.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 1021.Il vescovo di Modena pretendeva dal Comune la giurisdizione e giudicatura nella città e per tre miglia in giro, tanto del civile come del criminale, e nelle emancipazioni, tutele, curatele, duelli, e nelle cause mercantili; inoltre l’acquedotto della Secchia e della Scultenna; la giurisdizione nel civile e nel criminale, e nell’elezione de’ consoli o del podestà, nelle emancipazioni e tutele e duelli in castel Razzano, Savignano, Vignola, Porcile, ecc., oltre alcuni possessi. I Modenesi rispondevano, tali diritti e giurisdizioni e possessi spettare a loro per concessione imperiale e per la pace fatta a Roncaglia (sic) tra l’imperatore e i Lombardi; inoltre posseduti da tempo immemorabile. Per molti anni se ne litigò, finchè, stanchi delle noje e delle spese, nel 1227 le parti vennero a transazione, concedendo al vescovo alquanti possessi e canali ed altri comodi, e duemila libbre imperiali, mediante le quali recedeva dalle restanti prestazioni. Solo restavagli di pronunziar le sentenze contro gli eretici, le quali poi il Comune obbligavasi di far eseguire.Antiq. M. Æ.,VI. 254.Del 1162 papa Alessandro III confermava i beni e le giurisdizioni dell’arcivescovo di Milano, tante che ne mostrano la potenza. Dipendevano da lui primieramente assai chiese, monasteri, pievi in commenda: cioè nel vescovado di Torino la badia di San Costanzo colle sue cappelle; in quello d’Asti la chiesa di San Pietro di Mazano; in Albenga la chiesa di Santa Maria; nel vescovado d’Alba la pieve di San Michele di Verduno; in Burgulio il monastero di San Pietro, le chiese di San Giovanni e di Santo Stefano; nel Vercellese la pieve di Sant’Ambrogio di Frassineto, sempre colle loro cappelle; nel Tortonese la badia di San Pietro di Mola; quella di San Salvadore nel Piacentino; nel Milanese il monastero di San Calocero di Civate; la Santissima Trinità di Buguzate (Codelago); il monastero dei Santi Felino e Gratiniano in Arona; il monastero di Cremella, quel di Bernaga, quel di San Salvadore in Monza. Nel vescovado d’Acqui il monastero di San Quintino di Spigno, e quel di Santa Cristina presso l’Olona nel Pavese. Seguono terre con giurisdizione e giuspatronato; Sesto Calende con molte cappelle; il marchesato di Genova, e un palazzo e cappelle in questa città; Pontecurone nel Tortonese, Coirana nel Pavese, Casale non so quale, Burgulio dove fu fabbricata Alessandria; Lecco e suo contado, Monza e suo distretto, le rive dell’Adda da Brivio a Cavanago, quelle del Ticino da Sesto a Fara, Palanzo sul lago di Como; cui potrebbero aggiugnersi, benchè non nominati, il castello d’Angera, quel di Brebia e sua Pieve, e Cassano d’Adda; inoltre la zecca (VediGiulini). Sotto il 1210, Galvano Fiamma stima l’entrata degli arcivescovi di Milano ottantamila fiorini d’oro, che il Giulini ragguaglia a dieci milioni.75.Cibrario,Economia pol. del medio evo, pag. 135.76.L’autore de’SaturnalichiamavasiTeodosio Ambrosio Macrobio Sicetino; il consigliere di Teodorico,Flavio Anicio Manlio Torquato Severino Boezio.77.Nel catalogo d’una confraternita troviamo sei Pietro, altrettante Marie, tre Andrea, due Cristine, due Ingelberghe, quattro Martini, dieci Giovanni, e così altri, senza verun criterio per discernere gli uni dagli altri.Antiq. M. Æ., diss.XLI.78.Atela, Adela, Adeligia, Adeligida, Adalasia, Atelasia, Aidia, son varie forme del nome di Adelaide imperatrice: Adelchi, Aldechisio, Adelgiso, Algiso è il nome del figlio di re Desiderio: Obizo, Oberto, Adalberto, Alberto; Cuniza e Cunegonda; Adam e Amizone, ecc. sono identici.79.In una carta dell’archivio casauriense:Ideo constat me Artaberto, qui supranomenfratellovocatur; in una presso l’Ughelli, tom.VIII. p. 43:Joannes qui supranomineWalteriivocatur; in un’altra del 954, lib.V. 1359;Petro viro magnifico, qui et supranomen vocaturPazii,seuGregorii. Così nelleAnt. ital.,III. p. 747, a un atto dell’882 sottoscrivonsi Joannesqui vocaturClario,Leo qui vocaturPipino,Joannes qui vocaturPeloso,JoannesRusso,Urzulo quiMazucovocatur, Lupus qui diciturBonellus,Bonellus qui diciturMagnano: e altrove Giovan Rosso, Giovan Peloso, maestro Guglielmo, Martin Diacono, Lupo da Via, Ugo da Porta Ravennate, ecc.80.Bardellone, Taino, Bottesella, Butirone, Petracco, Passerino, Scarpetta, Carnevario, Cane e Mastino: poi Garzapane, Pandimiglio, Tornaquinci, Belbello, Menabò, Megliodeglialtri, Bracacurta, Soffiainpugno, Rubacastello, Animanigra, Buccadecane, Bellebono, Bragadelana, Nosaverta, Tantidanari, Basciacomari, Tettalasini, Bencivenne, Mezzovillano, Assainavemo, Seccamerenda, Segalorzo, Benintese, Ranacotta, Scannabecco, Mangiatroja, Brusamonega, Cavazocco, Codeporco, Coalunga, Ristoradanno, Datusdiabolo, Capodasino, Cagatossico, Cagainos, Mattosavio, Malfilioccio, Moscaincervello, Passamontagne, Castracani, Tosabue, Calzavegia, Cavalcasela, Guido Ajutamicristo, ecc. Anche case principali conservarono i nomi di Malaspina, Pelavicini, Maltraversi, Malatesta, Cavalcabò, Gambacurta...81.Anichino di Bongardo dissero i nostri il capitano di Baumgarten; di Awcwood fecero Giovanni Acuto, e di Hohenstein Ovestagno. Reciprocamente i nostri Arrighetti fiorentini furono in Francia trasformati in Riquetti; i Giacomotti in Jaquemot, ecc.82.Muratori,Ant. Ital., diss.XVI.83.Subrogatum(come prefetto d’Amalfi)Ursum Marini comitis de Pantaleone comite filium Canucci Marci post sex menses quoque ejecerunt Successit Ursus Cabastensis, Joannes Salvus, Romani Vitalis filius.Pansa, St. della Repubblica d’Amalfi,I, 33.84.Orderico Vitale, cap. 3, dice cheRodolphus, quintus frater, clericus cognominatus est, quia peritia litterarum, aliarumque rerum apprime imbutus est. Clericuspure chiamavasi it segretario, onde l’epitafio di Guglielmo Ambiense (ap.Moreri)Clericus angelici fuit hic regis Ludovici: dal che ilclercrimasto ai Francesi per indicare lo scrivano. Una cronaca milanese, neiRer. ital. Script.,III. 60, dice che Stefano da Vimercatofuit in sæculo valde honorabilis clericus. E Giovan Villani,IV. 3:E’ fu molto chierico in scrittura. Per avverso, Matteo Villani,III. 60, scrive:Il Comune fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciatori, de’ quali niuno si potè incolpare, che eranosecolarie uomini che non sapeano quello che i titoli de’ giudici portassero.85.La contessa Matilde aveva moltissimi servi, e ne donò a varie chiese; nominatamente al canonico di Mantova regalò quelli che possedeva alla Volta; e l’atto del 1079 (ap.Fiorentini,Documenti concernenti Matilde, pag. 122) porta i nomi di parecchi, dove notiamojugales cum filiis et cum peculiis eorum, e concede ad essi canoniciquod faciant de jam dictis servis et ancillis, seu de peculiis quicquid voluerint. In testamento poi ordinò fosser liberati innumerevoli servi, come attesta Donnizone:Innumerosque suos famulos jubet hæc hera cunctosIngenuos, vitæ post ipsius fore finem.86.Cronaca Bolognese, 1283.Comune Bononiæ fecitfumantescomitatus, et emit omnes servos et ancillas ab omnibus civitatis Bononiæ, pro pretio unius stari frumenti pro quolibet qui habeat boves, et unius quartarolæ pro quolibet de zappa.—C. F. Rumhor,Ursprung Besitzlosigkeit der Colonen des innerern Toskana. Amburgo 1830.87.Cum libertas, qua cujusque voluntas non ex alieno sed ex proprio dependit arbitrio, jure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et popoli ab oppressionibus defenduntur, et ipsorum jura tuentur et augentur in melius, volentes ipsam et ejus species non solum manutenere sed etiam augmentare, per dominos priores artium civitatis Florentiæ etc. et alios sapientes et bonos viros ad hoc habito... provisum ordinatum exstitit salubriter, et firmatum, quod nullus, undecumque sit et cujusque conditionis dignitatis vel status existat, possit, audeat vel præsumat per se vel per alium tacite vel expresse emere, vel aliquo alio titulo, jure, modo vel causa adquirere in perpetuum vel ad tempus aliquos fideles, colonnos perpetuos vel conditionales, adscriptitios vel censitos, vel aliquos alios cujuscumque conditionis existant, vel aliqua alia jura, scilicet angharia vel proangharia, vel quævis alia contra libertatem personæ et conditionem personæ alicujus in civitate, vel comitatu, vel districtu Florentiæ etc.Osservatore fiorentino, tom.IV.88.Daru,St. di Venezia, lib.XIX. § 7.89.«In nome de Dio amen: in mille e triscento eLXVadiVXIIde feurer, in la strouilea in caxa mia de mi Symon da Imola e de Marco Bon de Viniexia e de Zorzi Fustagner da Coron, e de mi Symon noder infrascripto, lo sauio et discreto homo ser Andriolo Bragadin, fyolo de mis. Jacomo Bragadin de Viniexia de la contrada de sento Zemignan, se eno qui convegnudi insembre cum mis. Tantardido de Mezo da Viniexia in honorando consylier de Coron, et ali uendudo uno so sclauo lo quale elo aueua comprado in la Tana da uno Sarayni per cento e cinquanta aspri de arzento cum lazo (agio), segondo la confession del dito sclauo, et a dato infrascripto mis. Tantardido a lo sourascripto ser Andriolo in pagamento per lo dito sclauo ducati de oro uinti et uno in moneda cum lazo, lo quale sclauo a nome Piero Rosso et in presencia de li sourascripti testimoni e de lo dito sclauo fo fatto lo pagamento, e siando pagado e contento lo dito ser Andriolo dal dito mis. Tantardido, lo dito ser Andriolo pygla per la man lo dito Piero Rosso so sclauo e si lo de in man de lo sourascripto mis. Tantardido e de tutto questo fe contento lo dito sclauo Piero Rosso et inclinato per so signor lo dito mis. Tantardido. Oblegandose lo dito sclauo de auerlo per so signor cusi como elo aueua lo dito ser Andriolo, lo dito ser Andriolo se oblega de defenderlilo in tute le parti del mondo e in ogni zudixio, et lo dito mis. Tantardido per lo sclauo de ogno dano et interesse che interuegnisse a mis. Tantardido infrascripto per lo pagamento de lo dicto sclauo quando elo podesse prouar che elo non fosse so sclauo, lo dito ser Andriolo se oblega de refarli lo dito pagamento a ducati de oroXXIde bon pexo.«Et io Symon figliolo mis. Jacomo de li Bruni da Imola per la imperiale autoritate not. publico e zudexe ordenario fui presente a tutto. Una cum li sourascripti testimonj mmss».Il notajo non segna il luogo dove rogò l’istromento; ma puossi arguire si facesse appunto in Corone o nelle sue vicinanze.Serie degli scritti in dialetto veneziano, diBartol. Gamba, pag. 35.90.Fontanini,Diss. de masnadis.91.Quod sclavi super navigiis non leventur; quod aliqua persona januensis non possit deferre mamaluchos mares et fœminas in Alexandriam ultra mare vel ad aliquem locum subditum soldano Babiloniæ(cioè del Cairo).92.Lib.II. 20. 55. 93. Nel succitato volume II deiMonum. Hist. patriæoccorrono moltissimi ricordi di vendite e d’emancipazione di schiavi a Genova, fra cui ne scegliamo alcuni:Nel 1156 Guglielmo Zulenio vende per otto lire la sua serva Agnesenon fugitivam, neque furem, sed boni moris. — L’anno stesso, Simone di Mongiardino emancipa Girardo figlio di Ubaldo suo servo, pel prezzo di lire otto pavesi, senza ritener nulla del peculio che abbia o possa avere.1158, 16 agosto. Mosso e sua moglie Marsibilia per lire cinquanta danno a Frederzone loro servoomnimodam facultatem vivendi, standi, agendi et faciendi quod velit utpote liber homo.1159, 12 maggio. Malovrieretum amore Dei, tum pro solidis vigintiquinquelibera Alvarda sua serva; pena dieci libbre d’oro se egli o i suoi eredi vi attentino.1160, 25 novembre. Guglielmo da Castenollo vende un servo Saracino per cinquantanove soldi.1161, 23 febbrajo. Amico di Mirto dona a Lanfranco la porzione di proprietà che ha sopra Angelica sua serva e la figlia di lei. — 10 giugno seg. Guglielmo Moraga di Narbona vende per cinquantacinque soldi a prezzo finito un suo Saracino. — 28 luglio. Filippo Aradello libera il suo servo Giovanni per amore dell’anima sua: e gli dice:Proficiscere liber in Deo; e Giovanni in ricambio promette stare al suo servigio per quattro anni. — 17 settembre. Ribaldo de Curia libera il servo Pasquale col suo peculio per venticinque lire e per salute dell’anima.1162, 9 ottobre. Senebaldo regala a suo figlio Alberto metà de’ proprj beni feudali e allodiali,excepta tantum Boneta ancilla mea et filiam ejus. — 19 novembre seg. Ogerio Vento nel testamento dichiara liberi tutti i servi e le ancelle sue se il Signore lo chiami a sè in quella malattia. Non morì, e un altro testamento fece l’11 maggio seg., colla stessa clausola, eccettuando però il peculio d’essi servi.1163, 4 agosto. Giulia Bulferico per mercede dell’anima sua e del marito manomette l’ancella Adelusia e il suo peculio.1164, 1º maggio. Pier Cappellano e Stanfilla jugali manomettono Guglielmo servo con venti libbre di suo peculio. — Nell’inventario dell’eredità abbandonata da Guglielmo Scarsuria, del 17 giugno seg., è noverataSaracenam unam cum libertatis condicione testamento defuncti insercta.1165, 21 giugno. Lanfranco Arzema per quattro lire e mezzo libera e manomette Aidelina sua ancella. Luca, figlia emancipata di lui, rinunzia pure ogni diritto che v’avesse. Giovanni Tossico, a un cui servo la Aidelina erasi unita (adhesisset), dichiara liberi i due primi figli che ne nascessero.1192. Pietro re d’Arborea promette ai Genovesi che, se si ottenga di porre una chiesa in Oristano, darà al vescovo di Genova una curia con tanti possessi eserviquanti ne ha in Arborea il vescovo di Pisa.Luigi Cibrario produsse carte genovesi di più tarde vendite di schiavi. Nel 1378 Benvegnuda vendequandam servam suam sclavam de progenie Tartarorumper ventidue lire di Barcellona,sanam ab omnibus magagnis occultis. Una purede progenie Tartarorumè venduta il 1389 da Antonio di San Pier d’Arena; un’altra il 1391; un’altra di venticinque anni nel 1484, per sessanta lire di genovini, che sarebbero oggi fr. 1033.Nel 1851 Giovanni Zucchetti pubblicava a Mantova una carta dell’archivio Arconati di Milano, secondo la quale, nel 1434, il nobile Giacomo de’ Bigli di Milano vendeva al nobile Giovanni da Castelletto, pur di Milano, una Tartara di anni diciannove per cinquantotto ducati d’oro; l’atto fu rogato a Recanati.Nel testamento del famoso Filippo Strozzi, 14 maggio 1491, si legge: «Item a Giovanni Grandenero, mio schiavo, lascio e lego la liberatione, e che lui sia libero e franco da ogni servitù dopo la vita mia, et per detto effetto et per a quel tempo da hora lo libero et absolvo da la mia potestà et da ogni servitù a che lui mi fosse tenuto; et bisognandoli, per effecto di dicta sua liberatione o per cautela alcuna sua intorno a ciò, voglio che gli heredi mie gliene faccino quella cautela che lui vorrà, per potere dicta sua liberatione sempre mostrare et farne fede». NellaCronaca fiorentinadel Cambi trovo che nel 1529, quando Genova fu presa, i Franzesi ebber l’arte di togliere tutti gli schiavi, i quali rivelarono dove stessero riposte le ricchezze dei padroni.Melchior Gioja (Nuovo prospetto delle scienze economiche, par.III) asserisce che «non è la religione che abbia fatto sparire la schiavitù dalla maggior parte dell’Europa, ma il lento progresso delle arti e del lusso». Guglielmo Libri (Histoire des sciences mathém. en Italie) s’arrabatta a provare che la Chiesa non fece nulla per la liberazione dei servi, anzi il contrario. L’argomento suo contro la Chiesa equivale precisamente a quest’altro: «Non è vero che il codice Albertino proibisca il furto, giacchè ladri vi ha dov’esso è in vigore». Fra i libri che costui dovette compulsare per la sua storia, sono quelli di Girolamo Cardano, del quale noi parliamo più avanti. Nel vol.Xdell’edizione di Lione sta il trattatoDe arcanis æternitatis, che a pag. 31 vuol sostenere la legittimità degli schiavi naturali, confutando la Chiesa che dichiara gli uomini eguali. «Questo genere di servi, acciocchè nessuno potesse riguardarlo come propagato dalla natura, e perciò legittimo, fu tolto affatto da la religione nostra, ossia da quelli che pubblicarono costituzioni, interpretando quel detto cheappo Dio non v’è nè servo nè libero. Sarebbe come se alcuno, interpretando quel di CristoIn quel giorno nè sposeranno, nè saranno sposati, dicesse inutile il matrimonio. Che una servitù moderata e giusta sia utile allo Stato, è così certo, che anche la ingiusta e smodata è più utile che il non esserne alcuna; giacchè i paesi dei Gentili furono più felici, ed ora quei de’ Maomettani, che non i Cristiani». Questo passo è decisivo a mostrare le due influenze sempre in contrasto, del paganesimo con Aristotele, e della religione col Vangelo.93.Anno DominiMXCVIIIcepit guerra de Cremona, magnum frixorium Cremonensium.Sicardus.94.Quæque meis oculis vidi, potius reserabo.Anon. Cumanus, neiRer. it. Script., V.95.Mittunt ad cunctas legatos agmina partesDucere; Cremonæ Papiæque mittere curant;Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totasDucere jussa suas simul et Liguria gentes;Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,Et comitissa suum gestando brachia natum;Sponte sua tota cum gente Novaria venit;Aspera cum multis venit et Verona vocata;Docta suas secum duxit Bononia leges;Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;Parma suos equites conduxit Garfanienses.Anon. Cumanus.96.Gli sono confermati in un diploma di Federico I, 29 settembre 1164.97.Ap.Baluzio,Miscel., lib.V. p. 64.98.Ildeberto, vescovo di Reims nell’XIsecolo, cantava:Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;Quam magni fueris integra, fracta doces.Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignumMoliar, hoc potero dicere, Roma fuit.Non tamen annorum series, non flamma, nec ensisAd plenum potuit hoc abolere decus.Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stansÆquari possit, diruta nec refici.....99.Che nei secoli dell’ignoranza e del fanatismo si facesse colpa a costui di discendere da Ebrei, e san Bernardo stesso il chiamassejudaica soboles, poca meraviglia. Ma Voltaire, accoppiando al solito la leggerezza e l’intolleranza, non rifina di ridere di unpapa ebreo. La storia, se avesse voluto consultarla, gli avrebbe detto ch’e’ non eraebreoe non fupapa.100.Questo fatto si rappresentò in un quadro del palazzo di Laterano, ove Lotario riceve la corona di man del papa, colla leggenda:Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam.101.Con queste insegne sono effigiati re Ruggero nel tempio di Monreale e Guglielmo nella Martorana a Palermo: il cadavere di Federico II si trovò rivestito di abiti pontificali. Sin a Filippo II le suppliche per affari ecclesiastici dirigeansi al re col titolo dibeatissimo padre.102.Concedimus, donamus et auctorizamus tibi, filio tuo Rogerio, et aliis filiis tuis secundum tuam ordinationem in regno substituendis, et hæredibus suis, coronam regni Siciliæ et Calabriæ et Apuliæ etc. Tu autem et hæredes tui censum, videlicet sexcentos schifatos, annis singulis Romanæ Ecclesiæ persolvere debes etc.103.Ep.31. lib.V.104.......Arnoldus, quem Brixia protulit ortuPestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu.........assumpta sapientis fronte, disertoFallebat sermone rudes, clerumque procaciInsectans odio, monachorum acerrimus hostis,Plebis adulator, gaudens popularibus auris,Pontifices, ipsum que gravi corrodere linguaAudebat papam.....Articulos etiam fidei, certumque tenoremNon satis exacta stolidus pietate fovebat,Impia mellifluis admiscens toxica verbis.GuntheriLigur. Carmina, lib.III.Vedi la nota 7 del capo seguente.105.San Bernardo diresse a Eugenio III i suoi libriDe consideratione, nelIVde’ quali gli dice: — Qual cosa è più nota ai secoli, che la protervia e il fasto de’ Romani? gente disavvezza dalla pace, avvezza al tumulto; gente immite e intrattabile finora, che non sa star sottomessa se non quando non vale a resistere. Quest’è la piaga, e a te spetta il curarla. Ridi forse di me, credendola incurabile? non diffidare».106.Otto Frising.,De gestis Frid., lib.I. cc. 27. 28. — Le proposizioni de’ Romani a Corrado furono compendiate in questi versi:Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostesImperium teneat; Romæ sedeat; regat orbemPrinceps terrarum, ceu fecit Justinianus;Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,Ut Christus jussit Petro solvente tributum.
58.Lami,Memor. Eccl. florentinæ, tom.IV.
58.Lami,Memor. Eccl. florentinæ, tom.IV.
59.Monum. hist. patriæ, Scriptorum,III. 1569. 1614.
59.Monum. hist. patriæ, Scriptorum,III. 1569. 1614.
60.Storia di Imola, inserita in quella di Lugo, lib.III. c. 15.
60.Storia di Imola, inserita in quella di Lugo, lib.III. c. 15.
61.Atti dell’Acc. di Lucca, tom.X. E nel 1195 vacando la chiesa parrochiale a Montopoli, i consoli e il gastaldo supplicarono il vescovo di Lucca,loro signore, ad eleggerlo, come fece,quia sum pro episcopatu patronus ejusdem ecclesiæ, et dominus illius terræ. Mem. lucchesi,IV. 2.
61.Atti dell’Acc. di Lucca, tom.X. E nel 1195 vacando la chiesa parrochiale a Montopoli, i consoli e il gastaldo supplicarono il vescovo di Lucca,loro signore, ad eleggerlo, come fece,quia sum pro episcopatu patronus ejusdem ecclesiæ, et dominus illius terræ. Mem. lucchesi,IV. 2.
62.Antiq. M. Æ.,IV. 40.
62.Antiq. M. Æ.,IV. 40.
63.Ghilini,Annali. Milano 1666.
63.Ghilini,Annali. Milano 1666.
64.Così il Villani e il Malaspina; ma gli eruditi arruffano.
64.Così il Villani e il Malaspina; ma gli eruditi arruffano.
65.Flaminio Dal Borgo, nellaRaccolta di diplomi pisani, 1765, pag. 186, reca una formola della conferita cittadinanza, che tradotta suona così:«Parendo giusto e salutevole che, quando uomini di buona fama desiderano associarsi al consorzio della città di Pisa, e farsi cittadini pisani, siano ricevuti con equa benignità dopo prestato il giuramento di cittadinanza, e godano degli onori e privilegi dei Pisani, in ogni luogo, io Opizzino, figlio di Sano di Bientina, giuro sui santi vangelj di Dio che non sarò in consiglio od atto perchè la città pisana perda l’arcivescovado, nè i suoi vescovi, nè il primato, nè la legazione di Sardegna, nè l’onore e gli onori che ora ha o è per avere. E se abiterò nella città o no, qualunque cosa mi sarà ingiunta dal potestà, dai rettori, dal pretore, dai consoli, o da qualche delegato o capitano per l’onore della città, o per le persone o per le cose, sia direttamente o per nunzj o per lettere, senza frode lo farò e osserverò. Quando sappia che alcuno voglia sminuir l’onore della città, se lo potrò senza grave spesa, l’impedirò; se non potrò, lo significherò ad alcuni dei predetti al più presto. Le persone e cose de’ Pisani in terra, in acqua e dovunque possa difenderò. Le credenze che da alcuno de’ suddetti per giuramento mi siano imposte, non manifesterò. Queste cose per coscienza, senza frode osserverò, secondo la consuetudine degli altri cittadini di Pisa; e n’ho rogato Stefano giudice e notaro e cancelliere di Pisa.«Fatto a Pisa fuor porta ecc. l’anno 1198 dell’incarnazione, indiz.XV, alVdagli idi d’aprile».E incontinente, alla presenza de’ medesimi testimonj rogati, il signor conte Tedicio podestà del Comune e della città di Pisa, investì detto Opizzino di tutti gli onori e privilegi, di cui godono i cittadini pisani nella città e fuori, ne’ fondaci, nelle botteghe, nelle navi e in qualunque luogo di terra e d’acqua, talchè ne goda come gli altri cittadini pisani; e lo costituì e confermò cittadino pisano; e lui e gli eredi e i beni suoi liberò da tutti i pesi rusticani, sicchè più non sia tenuto fare servizj rusticani, nè dare la data, ecc.Altri di tali giuramenti sono nel Muratori,Antiq. M. Æ., diss.XLVII; e per esempio Guicellone da Camino e Gabriele suo figlio il 1183 facendosi cittadini di Treviso giuravano:«Abiteremo in essa città d’ogni anno due mesi in tempo di pace, e tre in tempo di guerra; qualora non ne siamo dispensati: ma in modo che, standovi l’uno, non sia obbligato l’altro; faremo giustizia e ragione sotto ai consoli o al podestà; apriremo tutte le borgate in pace e in guerra ai Trevisani per far guerra ai loro nemici; con buona fede e senza frode, custodiremo e salveremo i Trevisani e le cose loro in tutt’i borghi e le ville nostre, in piano e in monte; faremo oste e cavalcata, coi nostri uomini che sono dalla Livenza sin qua, liberi e servi; se si farà colletta o boateria (tassa sui bovi) fuor di città sopra i campagnuoli, vogliamo che vi obbediscano anche i nostri; daremo opera e consiglio affinchè quelli di Conegliano vengano a pace col Comune di Treviso, e prestino giuramento che noi prestiamo; faremo giurare dieci uomini di ciascuna nostra parrochia (curia), ad elezione dei consoli o del podestà, di seguirli e render ragione, e guardare e salvare gli uomini di Treviso e le cose loro.Il podestà e i consoli e il Comune di Treviso di rincontro giuravano, salvare e mantenere essi da Camino, come qualunque cittadino di Treviso, e i loro paesi e gli abitanti liberi o servi; se il comune di Treviso distruggerà alcun loro castello, lo riedificheranno; non osteranno a che ottengano ragione in qualunque lite o querela; non impediranno le guerre private già in corso, quand’anche le parti volessero fare il duello innanzi ad essi consoli o ai loro successori; non s’intrometteranno delle liti di libertà, mosse dagli uomini del loro contado; dan piena rimessione de’ danni e delle ingiurie passate, e delle pene e multe e dei bandi; e non si brigheranno degli uomini loro, abitanti di là della Livenza e in Cadubria; che se mancassero in alcuna di queste promesse, pagheranno lire quattromila venete, obbligando in sicurtà i beni comunali, di modo che possano occuparli e prenderne i frutti; e tutto ciò sarà giurato ogni dieci anni da cento militi e ducento pedoni.Nel 1199 Alberto e Magninardo de’ conti Guidi cedevano ai Fiorentini il castello di Semifonte, giurando sui vangeli di salvare, custodire, difendere ogni persona della città di Firenze e dei borghi e sobborghi, far carta di vendita del poggio di Semifonte, quale è contenuto coi muri e le fossa, elasciar copiaredal podestà e dai consiglieri le carte che vi sono; faran guerra quando ne siano domandati con lettere portanti il sigillo del Comune, nè faran pace o tregua o accordo co’ nemici senza consenso del podestà o de’ consoli; abiterà ogn’anno un di loro un mese in Firenze; faranno dazio al Comune di Firenze, sicchè possa mettere accatto su tutti i beni e le persone loro; del quale accatto metà andrà alla città di Firenze, metà al conte Alberto e sua discendenza; di qualunque strada passi sulla loro terra e giurisdizione non toglieranno pedaggio ad alcun cittadino o mercante di Firenze; non faranno alcun castello, nè incastelleranno alcuna terra nel poggio fra Virginio e l’Elsa, se non con permissione del magistrato di Firenze.Lami,Memor. Eccl. florent., pag. 389.Di simili patti n’ha molti nel II volume delle Carte neiMonum. Hist. patriæ. Così nel 1181 Ansaldo di Valenza giura la cittadinanza di Vercelli, promettendo comprarvi una casa di cinquanta lire pavesi ed abitarvi, difendere i Vercellesi, far guerra e pace con essi, dare ai consoli il fodro di quattrocento lire susine. Nel 1183 Obizzo marchese Malaspina e suo figlio Obizzino ai consoli di Piacenza consegnano il castello, il dongione, la torre e tutta la fortezza di Oramala. Nel 1185 Giacomo Zabolo e Pietro Bello di Cavaglià giuravano la cittadinanza di Vercelli, e comprerebbero una casa, la quale obbligavano ai consoli; l’anno seguente Guglielmo di Quarenga e Ansaldo; poi altri, sempre obbligandosi a comprare una casa e sottostare ai pesi comuni. Nel 1198, 22 aprile, si rogano i patti che gli Astigiani impongono ai signori di Manzano, Sarmatorio, Montefalcone, obbligandoli specialmente a far guerra ai marchesi di Monferrato e ai conti di Biandrate. Altri giuramenti al comune d’Asti vi sono alle pagine 1320, 1321, 1354, 1357, 1358, 1360. Ai 13 febbrajo 1190 Alba riceve per cittadini gli uomini di Magliano, Monticelli, Mango.* Il Comune di Vercelli fu de’ primi e più operosi a fondare borghi franchi, che furono sin 22 nel piccolo territorio. Sul che vediMandelli,Il Comune di Vercelli nel medioevo, 1858.
65.Flaminio Dal Borgo, nellaRaccolta di diplomi pisani, 1765, pag. 186, reca una formola della conferita cittadinanza, che tradotta suona così:
«Parendo giusto e salutevole che, quando uomini di buona fama desiderano associarsi al consorzio della città di Pisa, e farsi cittadini pisani, siano ricevuti con equa benignità dopo prestato il giuramento di cittadinanza, e godano degli onori e privilegi dei Pisani, in ogni luogo, io Opizzino, figlio di Sano di Bientina, giuro sui santi vangelj di Dio che non sarò in consiglio od atto perchè la città pisana perda l’arcivescovado, nè i suoi vescovi, nè il primato, nè la legazione di Sardegna, nè l’onore e gli onori che ora ha o è per avere. E se abiterò nella città o no, qualunque cosa mi sarà ingiunta dal potestà, dai rettori, dal pretore, dai consoli, o da qualche delegato o capitano per l’onore della città, o per le persone o per le cose, sia direttamente o per nunzj o per lettere, senza frode lo farò e osserverò. Quando sappia che alcuno voglia sminuir l’onore della città, se lo potrò senza grave spesa, l’impedirò; se non potrò, lo significherò ad alcuni dei predetti al più presto. Le persone e cose de’ Pisani in terra, in acqua e dovunque possa difenderò. Le credenze che da alcuno de’ suddetti per giuramento mi siano imposte, non manifesterò. Queste cose per coscienza, senza frode osserverò, secondo la consuetudine degli altri cittadini di Pisa; e n’ho rogato Stefano giudice e notaro e cancelliere di Pisa.
«Fatto a Pisa fuor porta ecc. l’anno 1198 dell’incarnazione, indiz.XV, alVdagli idi d’aprile».
E incontinente, alla presenza de’ medesimi testimonj rogati, il signor conte Tedicio podestà del Comune e della città di Pisa, investì detto Opizzino di tutti gli onori e privilegi, di cui godono i cittadini pisani nella città e fuori, ne’ fondaci, nelle botteghe, nelle navi e in qualunque luogo di terra e d’acqua, talchè ne goda come gli altri cittadini pisani; e lo costituì e confermò cittadino pisano; e lui e gli eredi e i beni suoi liberò da tutti i pesi rusticani, sicchè più non sia tenuto fare servizj rusticani, nè dare la data, ecc.
Altri di tali giuramenti sono nel Muratori,Antiq. M. Æ., diss.XLVII; e per esempio Guicellone da Camino e Gabriele suo figlio il 1183 facendosi cittadini di Treviso giuravano:
«Abiteremo in essa città d’ogni anno due mesi in tempo di pace, e tre in tempo di guerra; qualora non ne siamo dispensati: ma in modo che, standovi l’uno, non sia obbligato l’altro; faremo giustizia e ragione sotto ai consoli o al podestà; apriremo tutte le borgate in pace e in guerra ai Trevisani per far guerra ai loro nemici; con buona fede e senza frode, custodiremo e salveremo i Trevisani e le cose loro in tutt’i borghi e le ville nostre, in piano e in monte; faremo oste e cavalcata, coi nostri uomini che sono dalla Livenza sin qua, liberi e servi; se si farà colletta o boateria (tassa sui bovi) fuor di città sopra i campagnuoli, vogliamo che vi obbediscano anche i nostri; daremo opera e consiglio affinchè quelli di Conegliano vengano a pace col Comune di Treviso, e prestino giuramento che noi prestiamo; faremo giurare dieci uomini di ciascuna nostra parrochia (curia), ad elezione dei consoli o del podestà, di seguirli e render ragione, e guardare e salvare gli uomini di Treviso e le cose loro.
Il podestà e i consoli e il Comune di Treviso di rincontro giuravano, salvare e mantenere essi da Camino, come qualunque cittadino di Treviso, e i loro paesi e gli abitanti liberi o servi; se il comune di Treviso distruggerà alcun loro castello, lo riedificheranno; non osteranno a che ottengano ragione in qualunque lite o querela; non impediranno le guerre private già in corso, quand’anche le parti volessero fare il duello innanzi ad essi consoli o ai loro successori; non s’intrometteranno delle liti di libertà, mosse dagli uomini del loro contado; dan piena rimessione de’ danni e delle ingiurie passate, e delle pene e multe e dei bandi; e non si brigheranno degli uomini loro, abitanti di là della Livenza e in Cadubria; che se mancassero in alcuna di queste promesse, pagheranno lire quattromila venete, obbligando in sicurtà i beni comunali, di modo che possano occuparli e prenderne i frutti; e tutto ciò sarà giurato ogni dieci anni da cento militi e ducento pedoni.
Nel 1199 Alberto e Magninardo de’ conti Guidi cedevano ai Fiorentini il castello di Semifonte, giurando sui vangeli di salvare, custodire, difendere ogni persona della città di Firenze e dei borghi e sobborghi, far carta di vendita del poggio di Semifonte, quale è contenuto coi muri e le fossa, elasciar copiaredal podestà e dai consiglieri le carte che vi sono; faran guerra quando ne siano domandati con lettere portanti il sigillo del Comune, nè faran pace o tregua o accordo co’ nemici senza consenso del podestà o de’ consoli; abiterà ogn’anno un di loro un mese in Firenze; faranno dazio al Comune di Firenze, sicchè possa mettere accatto su tutti i beni e le persone loro; del quale accatto metà andrà alla città di Firenze, metà al conte Alberto e sua discendenza; di qualunque strada passi sulla loro terra e giurisdizione non toglieranno pedaggio ad alcun cittadino o mercante di Firenze; non faranno alcun castello, nè incastelleranno alcuna terra nel poggio fra Virginio e l’Elsa, se non con permissione del magistrato di Firenze.Lami,Memor. Eccl. florent., pag. 389.
Di simili patti n’ha molti nel II volume delle Carte neiMonum. Hist. patriæ. Così nel 1181 Ansaldo di Valenza giura la cittadinanza di Vercelli, promettendo comprarvi una casa di cinquanta lire pavesi ed abitarvi, difendere i Vercellesi, far guerra e pace con essi, dare ai consoli il fodro di quattrocento lire susine. Nel 1183 Obizzo marchese Malaspina e suo figlio Obizzino ai consoli di Piacenza consegnano il castello, il dongione, la torre e tutta la fortezza di Oramala. Nel 1185 Giacomo Zabolo e Pietro Bello di Cavaglià giuravano la cittadinanza di Vercelli, e comprerebbero una casa, la quale obbligavano ai consoli; l’anno seguente Guglielmo di Quarenga e Ansaldo; poi altri, sempre obbligandosi a comprare una casa e sottostare ai pesi comuni. Nel 1198, 22 aprile, si rogano i patti che gli Astigiani impongono ai signori di Manzano, Sarmatorio, Montefalcone, obbligandoli specialmente a far guerra ai marchesi di Monferrato e ai conti di Biandrate. Altri giuramenti al comune d’Asti vi sono alle pagine 1320, 1321, 1354, 1357, 1358, 1360. Ai 13 febbrajo 1190 Alba riceve per cittadini gli uomini di Magliano, Monticelli, Mango.
* Il Comune di Vercelli fu de’ primi e più operosi a fondare borghi franchi, che furono sin 22 nel piccolo territorio. Sul che vediMandelli,Il Comune di Vercelli nel medioevo, 1858.
66.Ex quo fit ut tota illa terra(Lombardia)intra civitates ferme divisa, singulæ ad commanendos secum diœcesanos compulerint; vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suæ non sequatur imperium.Otto Frisingensis, lib.II. cap. 3.
66.Ex quo fit ut tota illa terra(Lombardia)intra civitates ferme divisa, singulæ ad commanendos secum diœcesanos compulerint; vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suæ non sequatur imperium.Otto Frisingensis, lib.II. cap. 3.
67.Omnium civitatum homines, maxime principalium, omnia civiliter et honeste agere oportet et decet. Est enim civitas conversatio populi assidua ad jure vivendum collecti.Esordio d’un documento lucchese del 1124.
67.Omnium civitatum homines, maxime principalium, omnia civiliter et honeste agere oportet et decet. Est enim civitas conversatio populi assidua ad jure vivendum collecti.Esordio d’un documento lucchese del 1124.
68.Un documento del Dragoni, illustrato dall’Odorici nell’Arch. Storico,II. 21, parla di moneta cremonese nell’807; un altro dell’835 di soldi d’oro cremonesi, che farebbero presumere una zecca cremonese fin da Carlo Magno, e quel ch’è rarissimo allora, moneta d’oro e d’argento. È certo una soperchieria, come altre di quel codice.
68.Un documento del Dragoni, illustrato dall’Odorici nell’Arch. Storico,II. 21, parla di moneta cremonese nell’807; un altro dell’835 di soldi d’oro cremonesi, che farebbero presumere una zecca cremonese fin da Carlo Magno, e quel ch’è rarissimo allora, moneta d’oro e d’argento. È certo una soperchieria, come altre di quel codice.
69.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 204.
69.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 204.
70.Bartoli,St. di Perugia, tom.I. p. 216.
70.Bartoli,St. di Perugia, tom.I. p. 216.
71.Cumque tres ordines, idest capitaneorum, valvassorum et plebis esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis consules eliguntur.Otto Frising., ii.13. Il poeta bergamasco Mosè dice:Tradita cura viris sanctis est hæc duodenis,Qui populum justis urbis moderatur habenis;Hi sanctas leges scrutantes nocte diequeDispensant æquo cunctis moderamine quæque.Annuus hic honor est, quia mens humana tumoreTollitur assiduo cum sublimatur honore.Il Muratori, nella prefazione ad esso poema, crede che solo del 1184 cominciassero i consoli a Bergamo: ma già nel 1109 si trova nominato Ripaldo dei Capitani di Scalve console; poi altri in una carta del 1117. Una lite nel 1114 fu decisa da quindici consoli di Como: ma qui si tratta di consoli de’ placiti, come sono forse i diciotto nominati in un documento del Giulini al 1117. Più importante è un altro presso il Lupo,II, 945, dove sono annoverati tutti i consoli:Nomina quorum consulum sunt, Arialdus Vesconte, Arialdus Grasso, Lanfrancus Ferrarius, Lanfrancus de Corte, Arnaldus de Rode, Arnaldus de Sexto, Azofonte, Mainfredus de Setara, Albericus de la Turre, Anselmus Avocatus; capitanei istius civitatis. Joannes Mainerii, Ardericus de Palazzo, Guazzo Arrestaguida, Malastrena, Otto de Fenebiago, Ugo Crivello, Guibertus Cotta, valvassores jam dictæ civitatis. Ugo Zavetarius, Alexius Lavezarius, Paganus, Ingovartus, Azo, Martinoni, Maxaso; cives ipsius civitatis.Sono dunque sette cittadini, sette valvassori, e nove capitanei, forse perchè a questi vanno uniti il visconte, rappresentante dell’arcivescovo, e l’avvocato. Per Firenze vediG. Villani, v.32.
71.Cumque tres ordines, idest capitaneorum, valvassorum et plebis esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis consules eliguntur.Otto Frising., ii.13. Il poeta bergamasco Mosè dice:
Tradita cura viris sanctis est hæc duodenis,Qui populum justis urbis moderatur habenis;Hi sanctas leges scrutantes nocte diequeDispensant æquo cunctis moderamine quæque.Annuus hic honor est, quia mens humana tumoreTollitur assiduo cum sublimatur honore.
Tradita cura viris sanctis est hæc duodenis,Qui populum justis urbis moderatur habenis;Hi sanctas leges scrutantes nocte diequeDispensant æquo cunctis moderamine quæque.Annuus hic honor est, quia mens humana tumoreTollitur assiduo cum sublimatur honore.
Tradita cura viris sanctis est hæc duodenis,
Qui populum justis urbis moderatur habenis;
Hi sanctas leges scrutantes nocte dieque
Dispensant æquo cunctis moderamine quæque.
Annuus hic honor est, quia mens humana tumore
Tollitur assiduo cum sublimatur honore.
Il Muratori, nella prefazione ad esso poema, crede che solo del 1184 cominciassero i consoli a Bergamo: ma già nel 1109 si trova nominato Ripaldo dei Capitani di Scalve console; poi altri in una carta del 1117. Una lite nel 1114 fu decisa da quindici consoli di Como: ma qui si tratta di consoli de’ placiti, come sono forse i diciotto nominati in un documento del Giulini al 1117. Più importante è un altro presso il Lupo,II, 945, dove sono annoverati tutti i consoli:Nomina quorum consulum sunt, Arialdus Vesconte, Arialdus Grasso, Lanfrancus Ferrarius, Lanfrancus de Corte, Arnaldus de Rode, Arnaldus de Sexto, Azofonte, Mainfredus de Setara, Albericus de la Turre, Anselmus Avocatus; capitanei istius civitatis. Joannes Mainerii, Ardericus de Palazzo, Guazzo Arrestaguida, Malastrena, Otto de Fenebiago, Ugo Crivello, Guibertus Cotta, valvassores jam dictæ civitatis. Ugo Zavetarius, Alexius Lavezarius, Paganus, Ingovartus, Azo, Martinoni, Maxaso; cives ipsius civitatis.Sono dunque sette cittadini, sette valvassori, e nove capitanei, forse perchè a questi vanno uniti il visconte, rappresentante dell’arcivescovo, e l’avvocato. Per Firenze vediG. Villani, v.32.
72.Pergamena nell’archivio diplomatico di Firenze.
72.Pergamena nell’archivio diplomatico di Firenze.
73.Nei contratti, anche di chiese, trovasi tuttora menzione di aldj, di mundio, d’altre forme di legge longobarda. NeiMonum. Hist patriæ, Chart.II, p. 1170, trovo al 1195 la vendita d’un fondo fatta al capitolo di Santo Stefano di Biella dalla marchesa Guala,viro et mundualdo suo consentiente. Nell’istromento di nozze del beffato pittore Domenico Calandrini, al 24 febbrajo 1320 in Firenze, si stipulòconsensu Benedicti mundualididella sposa,quem eidem ad hoc in mundualdum constitui.Manni,Veglie piacevoli,II. Lo statuto di Benevento del 1207, approvato da Innocenzo III, vuole chesecundum consuetudines approbatas et legem longobardam, et eis deficientibus, secundum legem romanam judicetur.Borgia, Mem. di Benev.,II. 182. 413. NelLiber consuetudinum Mediolanidel 1216 è una rubricaQuando de crimine agitur criminaliter. Punitur in rebus et persona secundum legem municipalem nostræ civitatis, vel legem Langobardorum, vel legem Romanorum... Si is cui maleficium factum invenitur, jure Langobardorum vivebat, sicuti nonnulli nostræ jurisdictionis vivunt. Idemque erit si extraneus lege romana vivit. Nello statuto di Como del 1281:Lombarda non servetur nisi in pugnis et in illis casibus de quibus fit mentio in statutis. Lo statuto di Pisa del 1186 ha una rubricaDe legibus seu titulis ex lege longobarda in nostro jure retentis et approbatis; e nel prologo di quello rifatto il 1281 si ha:Pisana civitas a multis retro temporibus vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda, sub judicio legis etc.L’antichissimo statuto pistojese, alle rubriche 8 e 9, determina le varie multe per ferite fatte con ferro e legno, al modo longobardo.La contessa Matilde ora professa vivere a legge salica, ora a longobarda; del che non seppero render ragione nè il Lupo, nè il Muratori, nè il Savigny. Noi pensiamo che tali professioni riguardassero non la persona, ma la natura de’ possessi pei quali si stipulava, o del feudo di cui si trattava. Potrebbe darsi anche oggi che un medesimo possedesse un feudo di ragione longobarda, cioè divisibile fra tutti i figli, e uno di salica, cioè trasmesso per primogenitura, e un benefizio ecclesiastico da conferirsi per voti.Essa Matilde, nel documento del settembre 1079, professaex natione mea legem vivere Langobardorum; pro parte suprascripti Gottifredi qui fuit viro meo, legem vivere videor salicam; poi in un documento del 9 dicembre 1080 dice:quæ professa sum ex natione mea lege vivere salica. Ap.Fiorentino,Documenti, pag. 128, e in un altro delMuratori,Ant. It., tom.II, pag. 277.Anche nelleAntichità Estensitrovansi Bugiardo, Scotto e Buggeri che professanoex natione nostra lege vivere Langobardorum; eppure Ottone loro padre professavaex natione mea lege vivere romana.A conferma di quanto altri asserì, che non è vero i preti vivessero a legge romana, qui mi vien in taglio di notare che nella splendida donazione che il vescovo Rozio di Padova faceva nell’871 all’ospedale di Santa Giustina da lui fabbricato, professavivere secundum legem salicam; e nel suddettoIIvolume di Carte deiMonum. Hist. patriæ, pag. 161, al 1069 Alessandro prete di Biella fa testamento professandoex nacione mea legem vivere Langobardorum.E nel vol.IChartarum, col. 299, è nominatoAdalbertus presbiter filius quondam Gorzano, qui professus sum ex nacione mea legem vivere Langobardorum.
73.Nei contratti, anche di chiese, trovasi tuttora menzione di aldj, di mundio, d’altre forme di legge longobarda. NeiMonum. Hist patriæ, Chart.II, p. 1170, trovo al 1195 la vendita d’un fondo fatta al capitolo di Santo Stefano di Biella dalla marchesa Guala,viro et mundualdo suo consentiente. Nell’istromento di nozze del beffato pittore Domenico Calandrini, al 24 febbrajo 1320 in Firenze, si stipulòconsensu Benedicti mundualididella sposa,quem eidem ad hoc in mundualdum constitui.Manni,Veglie piacevoli,II. Lo statuto di Benevento del 1207, approvato da Innocenzo III, vuole chesecundum consuetudines approbatas et legem longobardam, et eis deficientibus, secundum legem romanam judicetur.Borgia, Mem. di Benev.,II. 182. 413. NelLiber consuetudinum Mediolanidel 1216 è una rubricaQuando de crimine agitur criminaliter. Punitur in rebus et persona secundum legem municipalem nostræ civitatis, vel legem Langobardorum, vel legem Romanorum... Si is cui maleficium factum invenitur, jure Langobardorum vivebat, sicuti nonnulli nostræ jurisdictionis vivunt. Idemque erit si extraneus lege romana vivit. Nello statuto di Como del 1281:Lombarda non servetur nisi in pugnis et in illis casibus de quibus fit mentio in statutis. Lo statuto di Pisa del 1186 ha una rubricaDe legibus seu titulis ex lege longobarda in nostro jure retentis et approbatis; e nel prologo di quello rifatto il 1281 si ha:Pisana civitas a multis retro temporibus vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda, sub judicio legis etc.L’antichissimo statuto pistojese, alle rubriche 8 e 9, determina le varie multe per ferite fatte con ferro e legno, al modo longobardo.
La contessa Matilde ora professa vivere a legge salica, ora a longobarda; del che non seppero render ragione nè il Lupo, nè il Muratori, nè il Savigny. Noi pensiamo che tali professioni riguardassero non la persona, ma la natura de’ possessi pei quali si stipulava, o del feudo di cui si trattava. Potrebbe darsi anche oggi che un medesimo possedesse un feudo di ragione longobarda, cioè divisibile fra tutti i figli, e uno di salica, cioè trasmesso per primogenitura, e un benefizio ecclesiastico da conferirsi per voti.
Essa Matilde, nel documento del settembre 1079, professaex natione mea legem vivere Langobardorum; pro parte suprascripti Gottifredi qui fuit viro meo, legem vivere videor salicam; poi in un documento del 9 dicembre 1080 dice:quæ professa sum ex natione mea lege vivere salica. Ap.Fiorentino,Documenti, pag. 128, e in un altro delMuratori,Ant. It., tom.II, pag. 277.
Anche nelleAntichità Estensitrovansi Bugiardo, Scotto e Buggeri che professanoex natione nostra lege vivere Langobardorum; eppure Ottone loro padre professavaex natione mea lege vivere romana.
A conferma di quanto altri asserì, che non è vero i preti vivessero a legge romana, qui mi vien in taglio di notare che nella splendida donazione che il vescovo Rozio di Padova faceva nell’871 all’ospedale di Santa Giustina da lui fabbricato, professavivere secundum legem salicam; e nel suddettoIIvolume di Carte deiMonum. Hist. patriæ, pag. 161, al 1069 Alessandro prete di Biella fa testamento professandoex nacione mea legem vivere Langobardorum.
E nel vol.IChartarum, col. 299, è nominatoAdalbertus presbiter filius quondam Gorzano, qui professus sum ex nacione mea legem vivere Langobardorum.
74.Nel 1151:Nos Sirus archiepiscopus et consules Januæ præcipimus tibi, Philippo Lamberti, ut ab hac die in ante non sis consul Januæ, nec guida osti Januæ, nec conciliator Januæ, nec legatus Januæ, et præcipimus tibi ut, per sacramenta quæ homines Rassæ adversus te fecerunt, non reddas eis vel alicui eorum illum malum meritum.L’arcivescovo di Pisa ebbe il pedaggio della dogana del sale e del ferro dell’isola d’Elba; un altro pedaggio a Castel del Bosco; e nel 1286 aveva già da gran tempo lite cogli Anziani per la giurisdizione temporale sopra i castelli di Meli, Riparbella, Beliora, Pomaja, Santa Luce, Lorenzana, Collalberti, Nugola, Filettole, Avane, Bientina, Usigliano, Collemontanino.I vescovi di Fiesole mandavano il loro visdomino alla Rufina; ma gli uomini di questa doveano aver licenza dalla Signoria di Firenze prima di giurargli fedeltà.Il vescovo di Torino, come quel di Luni, avea diritto a una parte di tutti i pesci che si pescassero. Nel 1170 Pipino vescovo di Luni consentiva ai Sarzanesi, i quali già si reggevano per consoli, di trasferire il loro borgo in riva alla Macra, ove dicesi Asiano, dando egli il terreno e i casamenti, e ricevendo tributo e giuramento e le antiche consuetudini quanto ai giudizj, ai bandi, ai macelli, ai cambisti, ai mercati, alle curatele, alle fosse, ai mulini, ai forni. Nel 1183 esso vescovo emancipò affatto i Sarzanesi.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 1021.Il vescovo di Modena pretendeva dal Comune la giurisdizione e giudicatura nella città e per tre miglia in giro, tanto del civile come del criminale, e nelle emancipazioni, tutele, curatele, duelli, e nelle cause mercantili; inoltre l’acquedotto della Secchia e della Scultenna; la giurisdizione nel civile e nel criminale, e nell’elezione de’ consoli o del podestà, nelle emancipazioni e tutele e duelli in castel Razzano, Savignano, Vignola, Porcile, ecc., oltre alcuni possessi. I Modenesi rispondevano, tali diritti e giurisdizioni e possessi spettare a loro per concessione imperiale e per la pace fatta a Roncaglia (sic) tra l’imperatore e i Lombardi; inoltre posseduti da tempo immemorabile. Per molti anni se ne litigò, finchè, stanchi delle noje e delle spese, nel 1227 le parti vennero a transazione, concedendo al vescovo alquanti possessi e canali ed altri comodi, e duemila libbre imperiali, mediante le quali recedeva dalle restanti prestazioni. Solo restavagli di pronunziar le sentenze contro gli eretici, le quali poi il Comune obbligavasi di far eseguire.Antiq. M. Æ.,VI. 254.Del 1162 papa Alessandro III confermava i beni e le giurisdizioni dell’arcivescovo di Milano, tante che ne mostrano la potenza. Dipendevano da lui primieramente assai chiese, monasteri, pievi in commenda: cioè nel vescovado di Torino la badia di San Costanzo colle sue cappelle; in quello d’Asti la chiesa di San Pietro di Mazano; in Albenga la chiesa di Santa Maria; nel vescovado d’Alba la pieve di San Michele di Verduno; in Burgulio il monastero di San Pietro, le chiese di San Giovanni e di Santo Stefano; nel Vercellese la pieve di Sant’Ambrogio di Frassineto, sempre colle loro cappelle; nel Tortonese la badia di San Pietro di Mola; quella di San Salvadore nel Piacentino; nel Milanese il monastero di San Calocero di Civate; la Santissima Trinità di Buguzate (Codelago); il monastero dei Santi Felino e Gratiniano in Arona; il monastero di Cremella, quel di Bernaga, quel di San Salvadore in Monza. Nel vescovado d’Acqui il monastero di San Quintino di Spigno, e quel di Santa Cristina presso l’Olona nel Pavese. Seguono terre con giurisdizione e giuspatronato; Sesto Calende con molte cappelle; il marchesato di Genova, e un palazzo e cappelle in questa città; Pontecurone nel Tortonese, Coirana nel Pavese, Casale non so quale, Burgulio dove fu fabbricata Alessandria; Lecco e suo contado, Monza e suo distretto, le rive dell’Adda da Brivio a Cavanago, quelle del Ticino da Sesto a Fara, Palanzo sul lago di Como; cui potrebbero aggiugnersi, benchè non nominati, il castello d’Angera, quel di Brebia e sua Pieve, e Cassano d’Adda; inoltre la zecca (VediGiulini). Sotto il 1210, Galvano Fiamma stima l’entrata degli arcivescovi di Milano ottantamila fiorini d’oro, che il Giulini ragguaglia a dieci milioni.
74.Nel 1151:Nos Sirus archiepiscopus et consules Januæ præcipimus tibi, Philippo Lamberti, ut ab hac die in ante non sis consul Januæ, nec guida osti Januæ, nec conciliator Januæ, nec legatus Januæ, et præcipimus tibi ut, per sacramenta quæ homines Rassæ adversus te fecerunt, non reddas eis vel alicui eorum illum malum meritum.
L’arcivescovo di Pisa ebbe il pedaggio della dogana del sale e del ferro dell’isola d’Elba; un altro pedaggio a Castel del Bosco; e nel 1286 aveva già da gran tempo lite cogli Anziani per la giurisdizione temporale sopra i castelli di Meli, Riparbella, Beliora, Pomaja, Santa Luce, Lorenzana, Collalberti, Nugola, Filettole, Avane, Bientina, Usigliano, Collemontanino.
I vescovi di Fiesole mandavano il loro visdomino alla Rufina; ma gli uomini di questa doveano aver licenza dalla Signoria di Firenze prima di giurargli fedeltà.
Il vescovo di Torino, come quel di Luni, avea diritto a una parte di tutti i pesci che si pescassero. Nel 1170 Pipino vescovo di Luni consentiva ai Sarzanesi, i quali già si reggevano per consoli, di trasferire il loro borgo in riva alla Macra, ove dicesi Asiano, dando egli il terreno e i casamenti, e ricevendo tributo e giuramento e le antiche consuetudini quanto ai giudizj, ai bandi, ai macelli, ai cambisti, ai mercati, alle curatele, alle fosse, ai mulini, ai forni. Nel 1183 esso vescovo emancipò affatto i Sarzanesi.Monum. Hist. patriæ, Chart.,II. 1021.
Il vescovo di Modena pretendeva dal Comune la giurisdizione e giudicatura nella città e per tre miglia in giro, tanto del civile come del criminale, e nelle emancipazioni, tutele, curatele, duelli, e nelle cause mercantili; inoltre l’acquedotto della Secchia e della Scultenna; la giurisdizione nel civile e nel criminale, e nell’elezione de’ consoli o del podestà, nelle emancipazioni e tutele e duelli in castel Razzano, Savignano, Vignola, Porcile, ecc., oltre alcuni possessi. I Modenesi rispondevano, tali diritti e giurisdizioni e possessi spettare a loro per concessione imperiale e per la pace fatta a Roncaglia (sic) tra l’imperatore e i Lombardi; inoltre posseduti da tempo immemorabile. Per molti anni se ne litigò, finchè, stanchi delle noje e delle spese, nel 1227 le parti vennero a transazione, concedendo al vescovo alquanti possessi e canali ed altri comodi, e duemila libbre imperiali, mediante le quali recedeva dalle restanti prestazioni. Solo restavagli di pronunziar le sentenze contro gli eretici, le quali poi il Comune obbligavasi di far eseguire.Antiq. M. Æ.,VI. 254.
Del 1162 papa Alessandro III confermava i beni e le giurisdizioni dell’arcivescovo di Milano, tante che ne mostrano la potenza. Dipendevano da lui primieramente assai chiese, monasteri, pievi in commenda: cioè nel vescovado di Torino la badia di San Costanzo colle sue cappelle; in quello d’Asti la chiesa di San Pietro di Mazano; in Albenga la chiesa di Santa Maria; nel vescovado d’Alba la pieve di San Michele di Verduno; in Burgulio il monastero di San Pietro, le chiese di San Giovanni e di Santo Stefano; nel Vercellese la pieve di Sant’Ambrogio di Frassineto, sempre colle loro cappelle; nel Tortonese la badia di San Pietro di Mola; quella di San Salvadore nel Piacentino; nel Milanese il monastero di San Calocero di Civate; la Santissima Trinità di Buguzate (Codelago); il monastero dei Santi Felino e Gratiniano in Arona; il monastero di Cremella, quel di Bernaga, quel di San Salvadore in Monza. Nel vescovado d’Acqui il monastero di San Quintino di Spigno, e quel di Santa Cristina presso l’Olona nel Pavese. Seguono terre con giurisdizione e giuspatronato; Sesto Calende con molte cappelle; il marchesato di Genova, e un palazzo e cappelle in questa città; Pontecurone nel Tortonese, Coirana nel Pavese, Casale non so quale, Burgulio dove fu fabbricata Alessandria; Lecco e suo contado, Monza e suo distretto, le rive dell’Adda da Brivio a Cavanago, quelle del Ticino da Sesto a Fara, Palanzo sul lago di Como; cui potrebbero aggiugnersi, benchè non nominati, il castello d’Angera, quel di Brebia e sua Pieve, e Cassano d’Adda; inoltre la zecca (VediGiulini). Sotto il 1210, Galvano Fiamma stima l’entrata degli arcivescovi di Milano ottantamila fiorini d’oro, che il Giulini ragguaglia a dieci milioni.
75.Cibrario,Economia pol. del medio evo, pag. 135.
75.Cibrario,Economia pol. del medio evo, pag. 135.
76.L’autore de’SaturnalichiamavasiTeodosio Ambrosio Macrobio Sicetino; il consigliere di Teodorico,Flavio Anicio Manlio Torquato Severino Boezio.
76.L’autore de’SaturnalichiamavasiTeodosio Ambrosio Macrobio Sicetino; il consigliere di Teodorico,Flavio Anicio Manlio Torquato Severino Boezio.
77.Nel catalogo d’una confraternita troviamo sei Pietro, altrettante Marie, tre Andrea, due Cristine, due Ingelberghe, quattro Martini, dieci Giovanni, e così altri, senza verun criterio per discernere gli uni dagli altri.Antiq. M. Æ., diss.XLI.
77.Nel catalogo d’una confraternita troviamo sei Pietro, altrettante Marie, tre Andrea, due Cristine, due Ingelberghe, quattro Martini, dieci Giovanni, e così altri, senza verun criterio per discernere gli uni dagli altri.Antiq. M. Æ., diss.XLI.
78.Atela, Adela, Adeligia, Adeligida, Adalasia, Atelasia, Aidia, son varie forme del nome di Adelaide imperatrice: Adelchi, Aldechisio, Adelgiso, Algiso è il nome del figlio di re Desiderio: Obizo, Oberto, Adalberto, Alberto; Cuniza e Cunegonda; Adam e Amizone, ecc. sono identici.
78.Atela, Adela, Adeligia, Adeligida, Adalasia, Atelasia, Aidia, son varie forme del nome di Adelaide imperatrice: Adelchi, Aldechisio, Adelgiso, Algiso è il nome del figlio di re Desiderio: Obizo, Oberto, Adalberto, Alberto; Cuniza e Cunegonda; Adam e Amizone, ecc. sono identici.
79.In una carta dell’archivio casauriense:Ideo constat me Artaberto, qui supranomenfratellovocatur; in una presso l’Ughelli, tom.VIII. p. 43:Joannes qui supranomineWalteriivocatur; in un’altra del 954, lib.V. 1359;Petro viro magnifico, qui et supranomen vocaturPazii,seuGregorii. Così nelleAnt. ital.,III. p. 747, a un atto dell’882 sottoscrivonsi Joannesqui vocaturClario,Leo qui vocaturPipino,Joannes qui vocaturPeloso,JoannesRusso,Urzulo quiMazucovocatur, Lupus qui diciturBonellus,Bonellus qui diciturMagnano: e altrove Giovan Rosso, Giovan Peloso, maestro Guglielmo, Martin Diacono, Lupo da Via, Ugo da Porta Ravennate, ecc.
79.In una carta dell’archivio casauriense:Ideo constat me Artaberto, qui supranomenfratellovocatur; in una presso l’Ughelli, tom.VIII. p. 43:Joannes qui supranomineWalteriivocatur; in un’altra del 954, lib.V. 1359;Petro viro magnifico, qui et supranomen vocaturPazii,seuGregorii. Così nelleAnt. ital.,III. p. 747, a un atto dell’882 sottoscrivonsi Joannesqui vocaturClario,Leo qui vocaturPipino,Joannes qui vocaturPeloso,JoannesRusso,Urzulo quiMazucovocatur, Lupus qui diciturBonellus,Bonellus qui diciturMagnano: e altrove Giovan Rosso, Giovan Peloso, maestro Guglielmo, Martin Diacono, Lupo da Via, Ugo da Porta Ravennate, ecc.
80.Bardellone, Taino, Bottesella, Butirone, Petracco, Passerino, Scarpetta, Carnevario, Cane e Mastino: poi Garzapane, Pandimiglio, Tornaquinci, Belbello, Menabò, Megliodeglialtri, Bracacurta, Soffiainpugno, Rubacastello, Animanigra, Buccadecane, Bellebono, Bragadelana, Nosaverta, Tantidanari, Basciacomari, Tettalasini, Bencivenne, Mezzovillano, Assainavemo, Seccamerenda, Segalorzo, Benintese, Ranacotta, Scannabecco, Mangiatroja, Brusamonega, Cavazocco, Codeporco, Coalunga, Ristoradanno, Datusdiabolo, Capodasino, Cagatossico, Cagainos, Mattosavio, Malfilioccio, Moscaincervello, Passamontagne, Castracani, Tosabue, Calzavegia, Cavalcasela, Guido Ajutamicristo, ecc. Anche case principali conservarono i nomi di Malaspina, Pelavicini, Maltraversi, Malatesta, Cavalcabò, Gambacurta...
80.Bardellone, Taino, Bottesella, Butirone, Petracco, Passerino, Scarpetta, Carnevario, Cane e Mastino: poi Garzapane, Pandimiglio, Tornaquinci, Belbello, Menabò, Megliodeglialtri, Bracacurta, Soffiainpugno, Rubacastello, Animanigra, Buccadecane, Bellebono, Bragadelana, Nosaverta, Tantidanari, Basciacomari, Tettalasini, Bencivenne, Mezzovillano, Assainavemo, Seccamerenda, Segalorzo, Benintese, Ranacotta, Scannabecco, Mangiatroja, Brusamonega, Cavazocco, Codeporco, Coalunga, Ristoradanno, Datusdiabolo, Capodasino, Cagatossico, Cagainos, Mattosavio, Malfilioccio, Moscaincervello, Passamontagne, Castracani, Tosabue, Calzavegia, Cavalcasela, Guido Ajutamicristo, ecc. Anche case principali conservarono i nomi di Malaspina, Pelavicini, Maltraversi, Malatesta, Cavalcabò, Gambacurta...
81.Anichino di Bongardo dissero i nostri il capitano di Baumgarten; di Awcwood fecero Giovanni Acuto, e di Hohenstein Ovestagno. Reciprocamente i nostri Arrighetti fiorentini furono in Francia trasformati in Riquetti; i Giacomotti in Jaquemot, ecc.
81.Anichino di Bongardo dissero i nostri il capitano di Baumgarten; di Awcwood fecero Giovanni Acuto, e di Hohenstein Ovestagno. Reciprocamente i nostri Arrighetti fiorentini furono in Francia trasformati in Riquetti; i Giacomotti in Jaquemot, ecc.
82.Muratori,Ant. Ital., diss.XVI.
82.Muratori,Ant. Ital., diss.XVI.
83.Subrogatum(come prefetto d’Amalfi)Ursum Marini comitis de Pantaleone comite filium Canucci Marci post sex menses quoque ejecerunt Successit Ursus Cabastensis, Joannes Salvus, Romani Vitalis filius.Pansa, St. della Repubblica d’Amalfi,I, 33.
83.Subrogatum(come prefetto d’Amalfi)Ursum Marini comitis de Pantaleone comite filium Canucci Marci post sex menses quoque ejecerunt Successit Ursus Cabastensis, Joannes Salvus, Romani Vitalis filius.Pansa, St. della Repubblica d’Amalfi,I, 33.
84.Orderico Vitale, cap. 3, dice cheRodolphus, quintus frater, clericus cognominatus est, quia peritia litterarum, aliarumque rerum apprime imbutus est. Clericuspure chiamavasi it segretario, onde l’epitafio di Guglielmo Ambiense (ap.Moreri)Clericus angelici fuit hic regis Ludovici: dal che ilclercrimasto ai Francesi per indicare lo scrivano. Una cronaca milanese, neiRer. ital. Script.,III. 60, dice che Stefano da Vimercatofuit in sæculo valde honorabilis clericus. E Giovan Villani,IV. 3:E’ fu molto chierico in scrittura. Per avverso, Matteo Villani,III. 60, scrive:Il Comune fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciatori, de’ quali niuno si potè incolpare, che eranosecolarie uomini che non sapeano quello che i titoli de’ giudici portassero.
84.Orderico Vitale, cap. 3, dice cheRodolphus, quintus frater, clericus cognominatus est, quia peritia litterarum, aliarumque rerum apprime imbutus est. Clericuspure chiamavasi it segretario, onde l’epitafio di Guglielmo Ambiense (ap.Moreri)Clericus angelici fuit hic regis Ludovici: dal che ilclercrimasto ai Francesi per indicare lo scrivano. Una cronaca milanese, neiRer. ital. Script.,III. 60, dice che Stefano da Vimercatofuit in sæculo valde honorabilis clericus. E Giovan Villani,IV. 3:E’ fu molto chierico in scrittura. Per avverso, Matteo Villani,III. 60, scrive:Il Comune fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciatori, de’ quali niuno si potè incolpare, che eranosecolarie uomini che non sapeano quello che i titoli de’ giudici portassero.
85.La contessa Matilde aveva moltissimi servi, e ne donò a varie chiese; nominatamente al canonico di Mantova regalò quelli che possedeva alla Volta; e l’atto del 1079 (ap.Fiorentini,Documenti concernenti Matilde, pag. 122) porta i nomi di parecchi, dove notiamojugales cum filiis et cum peculiis eorum, e concede ad essi canoniciquod faciant de jam dictis servis et ancillis, seu de peculiis quicquid voluerint. In testamento poi ordinò fosser liberati innumerevoli servi, come attesta Donnizone:Innumerosque suos famulos jubet hæc hera cunctosIngenuos, vitæ post ipsius fore finem.
85.La contessa Matilde aveva moltissimi servi, e ne donò a varie chiese; nominatamente al canonico di Mantova regalò quelli che possedeva alla Volta; e l’atto del 1079 (ap.Fiorentini,Documenti concernenti Matilde, pag. 122) porta i nomi di parecchi, dove notiamojugales cum filiis et cum peculiis eorum, e concede ad essi canoniciquod faciant de jam dictis servis et ancillis, seu de peculiis quicquid voluerint. In testamento poi ordinò fosser liberati innumerevoli servi, come attesta Donnizone:
Innumerosque suos famulos jubet hæc hera cunctosIngenuos, vitæ post ipsius fore finem.
Innumerosque suos famulos jubet hæc hera cunctosIngenuos, vitæ post ipsius fore finem.
Innumerosque suos famulos jubet hæc hera cunctos
Ingenuos, vitæ post ipsius fore finem.
86.Cronaca Bolognese, 1283.Comune Bononiæ fecitfumantescomitatus, et emit omnes servos et ancillas ab omnibus civitatis Bononiæ, pro pretio unius stari frumenti pro quolibet qui habeat boves, et unius quartarolæ pro quolibet de zappa.—C. F. Rumhor,Ursprung Besitzlosigkeit der Colonen des innerern Toskana. Amburgo 1830.
86.Cronaca Bolognese, 1283.Comune Bononiæ fecitfumantescomitatus, et emit omnes servos et ancillas ab omnibus civitatis Bononiæ, pro pretio unius stari frumenti pro quolibet qui habeat boves, et unius quartarolæ pro quolibet de zappa.—C. F. Rumhor,Ursprung Besitzlosigkeit der Colonen des innerern Toskana. Amburgo 1830.
87.Cum libertas, qua cujusque voluntas non ex alieno sed ex proprio dependit arbitrio, jure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et popoli ab oppressionibus defenduntur, et ipsorum jura tuentur et augentur in melius, volentes ipsam et ejus species non solum manutenere sed etiam augmentare, per dominos priores artium civitatis Florentiæ etc. et alios sapientes et bonos viros ad hoc habito... provisum ordinatum exstitit salubriter, et firmatum, quod nullus, undecumque sit et cujusque conditionis dignitatis vel status existat, possit, audeat vel præsumat per se vel per alium tacite vel expresse emere, vel aliquo alio titulo, jure, modo vel causa adquirere in perpetuum vel ad tempus aliquos fideles, colonnos perpetuos vel conditionales, adscriptitios vel censitos, vel aliquos alios cujuscumque conditionis existant, vel aliqua alia jura, scilicet angharia vel proangharia, vel quævis alia contra libertatem personæ et conditionem personæ alicujus in civitate, vel comitatu, vel districtu Florentiæ etc.Osservatore fiorentino, tom.IV.
87.Cum libertas, qua cujusque voluntas non ex alieno sed ex proprio dependit arbitrio, jure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et popoli ab oppressionibus defenduntur, et ipsorum jura tuentur et augentur in melius, volentes ipsam et ejus species non solum manutenere sed etiam augmentare, per dominos priores artium civitatis Florentiæ etc. et alios sapientes et bonos viros ad hoc habito... provisum ordinatum exstitit salubriter, et firmatum, quod nullus, undecumque sit et cujusque conditionis dignitatis vel status existat, possit, audeat vel præsumat per se vel per alium tacite vel expresse emere, vel aliquo alio titulo, jure, modo vel causa adquirere in perpetuum vel ad tempus aliquos fideles, colonnos perpetuos vel conditionales, adscriptitios vel censitos, vel aliquos alios cujuscumque conditionis existant, vel aliqua alia jura, scilicet angharia vel proangharia, vel quævis alia contra libertatem personæ et conditionem personæ alicujus in civitate, vel comitatu, vel districtu Florentiæ etc.Osservatore fiorentino, tom.IV.
88.Daru,St. di Venezia, lib.XIX. § 7.
88.Daru,St. di Venezia, lib.XIX. § 7.
89.«In nome de Dio amen: in mille e triscento eLXVadiVXIIde feurer, in la strouilea in caxa mia de mi Symon da Imola e de Marco Bon de Viniexia e de Zorzi Fustagner da Coron, e de mi Symon noder infrascripto, lo sauio et discreto homo ser Andriolo Bragadin, fyolo de mis. Jacomo Bragadin de Viniexia de la contrada de sento Zemignan, se eno qui convegnudi insembre cum mis. Tantardido de Mezo da Viniexia in honorando consylier de Coron, et ali uendudo uno so sclauo lo quale elo aueua comprado in la Tana da uno Sarayni per cento e cinquanta aspri de arzento cum lazo (agio), segondo la confession del dito sclauo, et a dato infrascripto mis. Tantardido a lo sourascripto ser Andriolo in pagamento per lo dito sclauo ducati de oro uinti et uno in moneda cum lazo, lo quale sclauo a nome Piero Rosso et in presencia de li sourascripti testimoni e de lo dito sclauo fo fatto lo pagamento, e siando pagado e contento lo dito ser Andriolo dal dito mis. Tantardido, lo dito ser Andriolo pygla per la man lo dito Piero Rosso so sclauo e si lo de in man de lo sourascripto mis. Tantardido e de tutto questo fe contento lo dito sclauo Piero Rosso et inclinato per so signor lo dito mis. Tantardido. Oblegandose lo dito sclauo de auerlo per so signor cusi como elo aueua lo dito ser Andriolo, lo dito ser Andriolo se oblega de defenderlilo in tute le parti del mondo e in ogni zudixio, et lo dito mis. Tantardido per lo sclauo de ogno dano et interesse che interuegnisse a mis. Tantardido infrascripto per lo pagamento de lo dicto sclauo quando elo podesse prouar che elo non fosse so sclauo, lo dito ser Andriolo se oblega de refarli lo dito pagamento a ducati de oroXXIde bon pexo.«Et io Symon figliolo mis. Jacomo de li Bruni da Imola per la imperiale autoritate not. publico e zudexe ordenario fui presente a tutto. Una cum li sourascripti testimonj mmss».Il notajo non segna il luogo dove rogò l’istromento; ma puossi arguire si facesse appunto in Corone o nelle sue vicinanze.Serie degli scritti in dialetto veneziano, diBartol. Gamba, pag. 35.
89.«In nome de Dio amen: in mille e triscento eLXVadiVXIIde feurer, in la strouilea in caxa mia de mi Symon da Imola e de Marco Bon de Viniexia e de Zorzi Fustagner da Coron, e de mi Symon noder infrascripto, lo sauio et discreto homo ser Andriolo Bragadin, fyolo de mis. Jacomo Bragadin de Viniexia de la contrada de sento Zemignan, se eno qui convegnudi insembre cum mis. Tantardido de Mezo da Viniexia in honorando consylier de Coron, et ali uendudo uno so sclauo lo quale elo aueua comprado in la Tana da uno Sarayni per cento e cinquanta aspri de arzento cum lazo (agio), segondo la confession del dito sclauo, et a dato infrascripto mis. Tantardido a lo sourascripto ser Andriolo in pagamento per lo dito sclauo ducati de oro uinti et uno in moneda cum lazo, lo quale sclauo a nome Piero Rosso et in presencia de li sourascripti testimoni e de lo dito sclauo fo fatto lo pagamento, e siando pagado e contento lo dito ser Andriolo dal dito mis. Tantardido, lo dito ser Andriolo pygla per la man lo dito Piero Rosso so sclauo e si lo de in man de lo sourascripto mis. Tantardido e de tutto questo fe contento lo dito sclauo Piero Rosso et inclinato per so signor lo dito mis. Tantardido. Oblegandose lo dito sclauo de auerlo per so signor cusi como elo aueua lo dito ser Andriolo, lo dito ser Andriolo se oblega de defenderlilo in tute le parti del mondo e in ogni zudixio, et lo dito mis. Tantardido per lo sclauo de ogno dano et interesse che interuegnisse a mis. Tantardido infrascripto per lo pagamento de lo dicto sclauo quando elo podesse prouar che elo non fosse so sclauo, lo dito ser Andriolo se oblega de refarli lo dito pagamento a ducati de oroXXIde bon pexo.
«Et io Symon figliolo mis. Jacomo de li Bruni da Imola per la imperiale autoritate not. publico e zudexe ordenario fui presente a tutto. Una cum li sourascripti testimonj mmss».
Il notajo non segna il luogo dove rogò l’istromento; ma puossi arguire si facesse appunto in Corone o nelle sue vicinanze.Serie degli scritti in dialetto veneziano, diBartol. Gamba, pag. 35.
90.Fontanini,Diss. de masnadis.
90.Fontanini,Diss. de masnadis.
91.Quod sclavi super navigiis non leventur; quod aliqua persona januensis non possit deferre mamaluchos mares et fœminas in Alexandriam ultra mare vel ad aliquem locum subditum soldano Babiloniæ(cioè del Cairo).
91.Quod sclavi super navigiis non leventur; quod aliqua persona januensis non possit deferre mamaluchos mares et fœminas in Alexandriam ultra mare vel ad aliquem locum subditum soldano Babiloniæ(cioè del Cairo).
92.Lib.II. 20. 55. 93. Nel succitato volume II deiMonum. Hist. patriæoccorrono moltissimi ricordi di vendite e d’emancipazione di schiavi a Genova, fra cui ne scegliamo alcuni:Nel 1156 Guglielmo Zulenio vende per otto lire la sua serva Agnesenon fugitivam, neque furem, sed boni moris. — L’anno stesso, Simone di Mongiardino emancipa Girardo figlio di Ubaldo suo servo, pel prezzo di lire otto pavesi, senza ritener nulla del peculio che abbia o possa avere.1158, 16 agosto. Mosso e sua moglie Marsibilia per lire cinquanta danno a Frederzone loro servoomnimodam facultatem vivendi, standi, agendi et faciendi quod velit utpote liber homo.1159, 12 maggio. Malovrieretum amore Dei, tum pro solidis vigintiquinquelibera Alvarda sua serva; pena dieci libbre d’oro se egli o i suoi eredi vi attentino.1160, 25 novembre. Guglielmo da Castenollo vende un servo Saracino per cinquantanove soldi.1161, 23 febbrajo. Amico di Mirto dona a Lanfranco la porzione di proprietà che ha sopra Angelica sua serva e la figlia di lei. — 10 giugno seg. Guglielmo Moraga di Narbona vende per cinquantacinque soldi a prezzo finito un suo Saracino. — 28 luglio. Filippo Aradello libera il suo servo Giovanni per amore dell’anima sua: e gli dice:Proficiscere liber in Deo; e Giovanni in ricambio promette stare al suo servigio per quattro anni. — 17 settembre. Ribaldo de Curia libera il servo Pasquale col suo peculio per venticinque lire e per salute dell’anima.1162, 9 ottobre. Senebaldo regala a suo figlio Alberto metà de’ proprj beni feudali e allodiali,excepta tantum Boneta ancilla mea et filiam ejus. — 19 novembre seg. Ogerio Vento nel testamento dichiara liberi tutti i servi e le ancelle sue se il Signore lo chiami a sè in quella malattia. Non morì, e un altro testamento fece l’11 maggio seg., colla stessa clausola, eccettuando però il peculio d’essi servi.1163, 4 agosto. Giulia Bulferico per mercede dell’anima sua e del marito manomette l’ancella Adelusia e il suo peculio.1164, 1º maggio. Pier Cappellano e Stanfilla jugali manomettono Guglielmo servo con venti libbre di suo peculio. — Nell’inventario dell’eredità abbandonata da Guglielmo Scarsuria, del 17 giugno seg., è noverataSaracenam unam cum libertatis condicione testamento defuncti insercta.1165, 21 giugno. Lanfranco Arzema per quattro lire e mezzo libera e manomette Aidelina sua ancella. Luca, figlia emancipata di lui, rinunzia pure ogni diritto che v’avesse. Giovanni Tossico, a un cui servo la Aidelina erasi unita (adhesisset), dichiara liberi i due primi figli che ne nascessero.1192. Pietro re d’Arborea promette ai Genovesi che, se si ottenga di porre una chiesa in Oristano, darà al vescovo di Genova una curia con tanti possessi eserviquanti ne ha in Arborea il vescovo di Pisa.Luigi Cibrario produsse carte genovesi di più tarde vendite di schiavi. Nel 1378 Benvegnuda vendequandam servam suam sclavam de progenie Tartarorumper ventidue lire di Barcellona,sanam ab omnibus magagnis occultis. Una purede progenie Tartarorumè venduta il 1389 da Antonio di San Pier d’Arena; un’altra il 1391; un’altra di venticinque anni nel 1484, per sessanta lire di genovini, che sarebbero oggi fr. 1033.Nel 1851 Giovanni Zucchetti pubblicava a Mantova una carta dell’archivio Arconati di Milano, secondo la quale, nel 1434, il nobile Giacomo de’ Bigli di Milano vendeva al nobile Giovanni da Castelletto, pur di Milano, una Tartara di anni diciannove per cinquantotto ducati d’oro; l’atto fu rogato a Recanati.Nel testamento del famoso Filippo Strozzi, 14 maggio 1491, si legge: «Item a Giovanni Grandenero, mio schiavo, lascio e lego la liberatione, e che lui sia libero e franco da ogni servitù dopo la vita mia, et per detto effetto et per a quel tempo da hora lo libero et absolvo da la mia potestà et da ogni servitù a che lui mi fosse tenuto; et bisognandoli, per effecto di dicta sua liberatione o per cautela alcuna sua intorno a ciò, voglio che gli heredi mie gliene faccino quella cautela che lui vorrà, per potere dicta sua liberatione sempre mostrare et farne fede». NellaCronaca fiorentinadel Cambi trovo che nel 1529, quando Genova fu presa, i Franzesi ebber l’arte di togliere tutti gli schiavi, i quali rivelarono dove stessero riposte le ricchezze dei padroni.Melchior Gioja (Nuovo prospetto delle scienze economiche, par.III) asserisce che «non è la religione che abbia fatto sparire la schiavitù dalla maggior parte dell’Europa, ma il lento progresso delle arti e del lusso». Guglielmo Libri (Histoire des sciences mathém. en Italie) s’arrabatta a provare che la Chiesa non fece nulla per la liberazione dei servi, anzi il contrario. L’argomento suo contro la Chiesa equivale precisamente a quest’altro: «Non è vero che il codice Albertino proibisca il furto, giacchè ladri vi ha dov’esso è in vigore». Fra i libri che costui dovette compulsare per la sua storia, sono quelli di Girolamo Cardano, del quale noi parliamo più avanti. Nel vol.Xdell’edizione di Lione sta il trattatoDe arcanis æternitatis, che a pag. 31 vuol sostenere la legittimità degli schiavi naturali, confutando la Chiesa che dichiara gli uomini eguali. «Questo genere di servi, acciocchè nessuno potesse riguardarlo come propagato dalla natura, e perciò legittimo, fu tolto affatto da la religione nostra, ossia da quelli che pubblicarono costituzioni, interpretando quel detto cheappo Dio non v’è nè servo nè libero. Sarebbe come se alcuno, interpretando quel di CristoIn quel giorno nè sposeranno, nè saranno sposati, dicesse inutile il matrimonio. Che una servitù moderata e giusta sia utile allo Stato, è così certo, che anche la ingiusta e smodata è più utile che il non esserne alcuna; giacchè i paesi dei Gentili furono più felici, ed ora quei de’ Maomettani, che non i Cristiani». Questo passo è decisivo a mostrare le due influenze sempre in contrasto, del paganesimo con Aristotele, e della religione col Vangelo.
92.Lib.II. 20. 55. 93. Nel succitato volume II deiMonum. Hist. patriæoccorrono moltissimi ricordi di vendite e d’emancipazione di schiavi a Genova, fra cui ne scegliamo alcuni:
Nel 1156 Guglielmo Zulenio vende per otto lire la sua serva Agnesenon fugitivam, neque furem, sed boni moris. — L’anno stesso, Simone di Mongiardino emancipa Girardo figlio di Ubaldo suo servo, pel prezzo di lire otto pavesi, senza ritener nulla del peculio che abbia o possa avere.
1158, 16 agosto. Mosso e sua moglie Marsibilia per lire cinquanta danno a Frederzone loro servoomnimodam facultatem vivendi, standi, agendi et faciendi quod velit utpote liber homo.
1159, 12 maggio. Malovrieretum amore Dei, tum pro solidis vigintiquinquelibera Alvarda sua serva; pena dieci libbre d’oro se egli o i suoi eredi vi attentino.
1160, 25 novembre. Guglielmo da Castenollo vende un servo Saracino per cinquantanove soldi.
1161, 23 febbrajo. Amico di Mirto dona a Lanfranco la porzione di proprietà che ha sopra Angelica sua serva e la figlia di lei. — 10 giugno seg. Guglielmo Moraga di Narbona vende per cinquantacinque soldi a prezzo finito un suo Saracino. — 28 luglio. Filippo Aradello libera il suo servo Giovanni per amore dell’anima sua: e gli dice:Proficiscere liber in Deo; e Giovanni in ricambio promette stare al suo servigio per quattro anni. — 17 settembre. Ribaldo de Curia libera il servo Pasquale col suo peculio per venticinque lire e per salute dell’anima.
1162, 9 ottobre. Senebaldo regala a suo figlio Alberto metà de’ proprj beni feudali e allodiali,excepta tantum Boneta ancilla mea et filiam ejus. — 19 novembre seg. Ogerio Vento nel testamento dichiara liberi tutti i servi e le ancelle sue se il Signore lo chiami a sè in quella malattia. Non morì, e un altro testamento fece l’11 maggio seg., colla stessa clausola, eccettuando però il peculio d’essi servi.
1163, 4 agosto. Giulia Bulferico per mercede dell’anima sua e del marito manomette l’ancella Adelusia e il suo peculio.
1164, 1º maggio. Pier Cappellano e Stanfilla jugali manomettono Guglielmo servo con venti libbre di suo peculio. — Nell’inventario dell’eredità abbandonata da Guglielmo Scarsuria, del 17 giugno seg., è noverataSaracenam unam cum libertatis condicione testamento defuncti insercta.
1165, 21 giugno. Lanfranco Arzema per quattro lire e mezzo libera e manomette Aidelina sua ancella. Luca, figlia emancipata di lui, rinunzia pure ogni diritto che v’avesse. Giovanni Tossico, a un cui servo la Aidelina erasi unita (adhesisset), dichiara liberi i due primi figli che ne nascessero.
1192. Pietro re d’Arborea promette ai Genovesi che, se si ottenga di porre una chiesa in Oristano, darà al vescovo di Genova una curia con tanti possessi eserviquanti ne ha in Arborea il vescovo di Pisa.
Luigi Cibrario produsse carte genovesi di più tarde vendite di schiavi. Nel 1378 Benvegnuda vendequandam servam suam sclavam de progenie Tartarorumper ventidue lire di Barcellona,sanam ab omnibus magagnis occultis. Una purede progenie Tartarorumè venduta il 1389 da Antonio di San Pier d’Arena; un’altra il 1391; un’altra di venticinque anni nel 1484, per sessanta lire di genovini, che sarebbero oggi fr. 1033.
Nel 1851 Giovanni Zucchetti pubblicava a Mantova una carta dell’archivio Arconati di Milano, secondo la quale, nel 1434, il nobile Giacomo de’ Bigli di Milano vendeva al nobile Giovanni da Castelletto, pur di Milano, una Tartara di anni diciannove per cinquantotto ducati d’oro; l’atto fu rogato a Recanati.
Nel testamento del famoso Filippo Strozzi, 14 maggio 1491, si legge: «Item a Giovanni Grandenero, mio schiavo, lascio e lego la liberatione, e che lui sia libero e franco da ogni servitù dopo la vita mia, et per detto effetto et per a quel tempo da hora lo libero et absolvo da la mia potestà et da ogni servitù a che lui mi fosse tenuto; et bisognandoli, per effecto di dicta sua liberatione o per cautela alcuna sua intorno a ciò, voglio che gli heredi mie gliene faccino quella cautela che lui vorrà, per potere dicta sua liberatione sempre mostrare et farne fede». NellaCronaca fiorentinadel Cambi trovo che nel 1529, quando Genova fu presa, i Franzesi ebber l’arte di togliere tutti gli schiavi, i quali rivelarono dove stessero riposte le ricchezze dei padroni.
Melchior Gioja (Nuovo prospetto delle scienze economiche, par.III) asserisce che «non è la religione che abbia fatto sparire la schiavitù dalla maggior parte dell’Europa, ma il lento progresso delle arti e del lusso». Guglielmo Libri (Histoire des sciences mathém. en Italie) s’arrabatta a provare che la Chiesa non fece nulla per la liberazione dei servi, anzi il contrario. L’argomento suo contro la Chiesa equivale precisamente a quest’altro: «Non è vero che il codice Albertino proibisca il furto, giacchè ladri vi ha dov’esso è in vigore». Fra i libri che costui dovette compulsare per la sua storia, sono quelli di Girolamo Cardano, del quale noi parliamo più avanti. Nel vol.Xdell’edizione di Lione sta il trattatoDe arcanis æternitatis, che a pag. 31 vuol sostenere la legittimità degli schiavi naturali, confutando la Chiesa che dichiara gli uomini eguali. «Questo genere di servi, acciocchè nessuno potesse riguardarlo come propagato dalla natura, e perciò legittimo, fu tolto affatto da la religione nostra, ossia da quelli che pubblicarono costituzioni, interpretando quel detto cheappo Dio non v’è nè servo nè libero. Sarebbe come se alcuno, interpretando quel di CristoIn quel giorno nè sposeranno, nè saranno sposati, dicesse inutile il matrimonio. Che una servitù moderata e giusta sia utile allo Stato, è così certo, che anche la ingiusta e smodata è più utile che il non esserne alcuna; giacchè i paesi dei Gentili furono più felici, ed ora quei de’ Maomettani, che non i Cristiani». Questo passo è decisivo a mostrare le due influenze sempre in contrasto, del paganesimo con Aristotele, e della religione col Vangelo.
93.Anno DominiMXCVIIIcepit guerra de Cremona, magnum frixorium Cremonensium.Sicardus.
93.Anno DominiMXCVIIIcepit guerra de Cremona, magnum frixorium Cremonensium.Sicardus.
94.Quæque meis oculis vidi, potius reserabo.Anon. Cumanus, neiRer. it. Script., V.
94.Quæque meis oculis vidi, potius reserabo.Anon. Cumanus, neiRer. it. Script., V.
95.Mittunt ad cunctas legatos agmina partesDucere; Cremonæ Papiæque mittere curant;Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totasDucere jussa suas simul et Liguria gentes;Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,Et comitissa suum gestando brachia natum;Sponte sua tota cum gente Novaria venit;Aspera cum multis venit et Verona vocata;Docta suas secum duxit Bononia leges;Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;Parma suos equites conduxit Garfanienses.Anon. Cumanus.
95.
Mittunt ad cunctas legatos agmina partesDucere; Cremonæ Papiæque mittere curant;Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totasDucere jussa suas simul et Liguria gentes;Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,Et comitissa suum gestando brachia natum;Sponte sua tota cum gente Novaria venit;Aspera cum multis venit et Verona vocata;Docta suas secum duxit Bononia leges;Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;Parma suos equites conduxit Garfanienses.Anon. Cumanus.
Mittunt ad cunctas legatos agmina partesDucere; Cremonæ Papiæque mittere curant;Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totasDucere jussa suas simul et Liguria gentes;Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,Et comitissa suum gestando brachia natum;Sponte sua tota cum gente Novaria venit;Aspera cum multis venit et Verona vocata;Docta suas secum duxit Bononia leges;Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;Parma suos equites conduxit Garfanienses.Anon. Cumanus.
Mittunt ad cunctas legatos agmina partes
Ducere; Cremonæ Papiæque mittere curant;
Cum quibus et veniunt cum Brixia Pergama; totas
Ducere jussa suas simul et Liguria gentes;
Nec non adveniunt Vercellæ, cum quibus Astum,
Et comitissa suum gestando brachia natum;
Sponte sua tota cum gente Novaria venit;
Aspera cum multis venit et Verona vocata;
Docta suas secum duxit Bononia leges;
Attulit inde suas Ferraria nempe sagittas;
Mantua cum rigidis nimium studiosa sagittis;
Venit et ipsa simul quæ Guardastalla vocatur;
Parma suos equites conduxit Garfanienses.
Anon. Cumanus.
96.Gli sono confermati in un diploma di Federico I, 29 settembre 1164.
96.Gli sono confermati in un diploma di Federico I, 29 settembre 1164.
97.Ap.Baluzio,Miscel., lib.V. p. 64.
97.Ap.Baluzio,Miscel., lib.V. p. 64.
98.Ildeberto, vescovo di Reims nell’XIsecolo, cantava:Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;Quam magni fueris integra, fracta doces.Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignumMoliar, hoc potero dicere, Roma fuit.Non tamen annorum series, non flamma, nec ensisAd plenum potuit hoc abolere decus.Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stansÆquari possit, diruta nec refici.....
98.Ildeberto, vescovo di Reims nell’XIsecolo, cantava:
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;Quam magni fueris integra, fracta doces.Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignumMoliar, hoc potero dicere, Roma fuit.Non tamen annorum series, non flamma, nec ensisAd plenum potuit hoc abolere decus.Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stansÆquari possit, diruta nec refici.....
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;Quam magni fueris integra, fracta doces.Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignumMoliar, hoc potero dicere, Roma fuit.Non tamen annorum series, non flamma, nec ensisAd plenum potuit hoc abolere decus.Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stansÆquari possit, diruta nec refici.....
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;
Quam magni fueris integra, fracta doces.
Urbs cecidit, de qua si quicquam dicere dignum
Moliar, hoc potero dicere, Roma fuit.
Non tamen annorum series, non flamma, nec ensis
Ad plenum potuit hoc abolere decus.
Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans
Æquari possit, diruta nec refici.....
99.Che nei secoli dell’ignoranza e del fanatismo si facesse colpa a costui di discendere da Ebrei, e san Bernardo stesso il chiamassejudaica soboles, poca meraviglia. Ma Voltaire, accoppiando al solito la leggerezza e l’intolleranza, non rifina di ridere di unpapa ebreo. La storia, se avesse voluto consultarla, gli avrebbe detto ch’e’ non eraebreoe non fupapa.
99.Che nei secoli dell’ignoranza e del fanatismo si facesse colpa a costui di discendere da Ebrei, e san Bernardo stesso il chiamassejudaica soboles, poca meraviglia. Ma Voltaire, accoppiando al solito la leggerezza e l’intolleranza, non rifina di ridere di unpapa ebreo. La storia, se avesse voluto consultarla, gli avrebbe detto ch’e’ non eraebreoe non fupapa.
100.Questo fatto si rappresentò in un quadro del palazzo di Laterano, ove Lotario riceve la corona di man del papa, colla leggenda:Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam.
100.Questo fatto si rappresentò in un quadro del palazzo di Laterano, ove Lotario riceve la corona di man del papa, colla leggenda:
Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam.
Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam.
Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,
Post homo fit papæ, recipit quo dante coronam.
101.Con queste insegne sono effigiati re Ruggero nel tempio di Monreale e Guglielmo nella Martorana a Palermo: il cadavere di Federico II si trovò rivestito di abiti pontificali. Sin a Filippo II le suppliche per affari ecclesiastici dirigeansi al re col titolo dibeatissimo padre.
101.Con queste insegne sono effigiati re Ruggero nel tempio di Monreale e Guglielmo nella Martorana a Palermo: il cadavere di Federico II si trovò rivestito di abiti pontificali. Sin a Filippo II le suppliche per affari ecclesiastici dirigeansi al re col titolo dibeatissimo padre.
102.Concedimus, donamus et auctorizamus tibi, filio tuo Rogerio, et aliis filiis tuis secundum tuam ordinationem in regno substituendis, et hæredibus suis, coronam regni Siciliæ et Calabriæ et Apuliæ etc. Tu autem et hæredes tui censum, videlicet sexcentos schifatos, annis singulis Romanæ Ecclesiæ persolvere debes etc.
102.Concedimus, donamus et auctorizamus tibi, filio tuo Rogerio, et aliis filiis tuis secundum tuam ordinationem in regno substituendis, et hæredibus suis, coronam regni Siciliæ et Calabriæ et Apuliæ etc. Tu autem et hæredes tui censum, videlicet sexcentos schifatos, annis singulis Romanæ Ecclesiæ persolvere debes etc.
103.Ep.31. lib.V.
103.Ep.31. lib.V.
104.......Arnoldus, quem Brixia protulit ortuPestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu.........assumpta sapientis fronte, disertoFallebat sermone rudes, clerumque procaciInsectans odio, monachorum acerrimus hostis,Plebis adulator, gaudens popularibus auris,Pontifices, ipsum que gravi corrodere linguaAudebat papam.....Articulos etiam fidei, certumque tenoremNon satis exacta stolidus pietate fovebat,Impia mellifluis admiscens toxica verbis.GuntheriLigur. Carmina, lib.III.Vedi la nota 7 del capo seguente.
104.
......Arnoldus, quem Brixia protulit ortuPestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu.........assumpta sapientis fronte, disertoFallebat sermone rudes, clerumque procaciInsectans odio, monachorum acerrimus hostis,Plebis adulator, gaudens popularibus auris,Pontifices, ipsum que gravi corrodere linguaAudebat papam.....Articulos etiam fidei, certumque tenoremNon satis exacta stolidus pietate fovebat,Impia mellifluis admiscens toxica verbis.GuntheriLigur. Carmina, lib.III.
......Arnoldus, quem Brixia protulit ortuPestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu.........assumpta sapientis fronte, disertoFallebat sermone rudes, clerumque procaciInsectans odio, monachorum acerrimus hostis,Plebis adulator, gaudens popularibus auris,Pontifices, ipsum que gravi corrodere linguaAudebat papam.....Articulos etiam fidei, certumque tenoremNon satis exacta stolidus pietate fovebat,Impia mellifluis admiscens toxica verbis.GuntheriLigur. Carmina, lib.III.
......Arnoldus, quem Brixia protulit ortu
Pestifero, tenui nutrivit Gallia sumtu....
.....assumpta sapientis fronte, diserto
Fallebat sermone rudes, clerumque procaci
Insectans odio, monachorum acerrimus hostis,
Plebis adulator, gaudens popularibus auris,
Pontifices, ipsum que gravi corrodere lingua
Audebat papam.....
Articulos etiam fidei, certumque tenorem
Non satis exacta stolidus pietate fovebat,
Impia mellifluis admiscens toxica verbis.
GuntheriLigur. Carmina, lib.III.
Vedi la nota 7 del capo seguente.
105.San Bernardo diresse a Eugenio III i suoi libriDe consideratione, nelIVde’ quali gli dice: — Qual cosa è più nota ai secoli, che la protervia e il fasto de’ Romani? gente disavvezza dalla pace, avvezza al tumulto; gente immite e intrattabile finora, che non sa star sottomessa se non quando non vale a resistere. Quest’è la piaga, e a te spetta il curarla. Ridi forse di me, credendola incurabile? non diffidare».
105.San Bernardo diresse a Eugenio III i suoi libriDe consideratione, nelIVde’ quali gli dice: — Qual cosa è più nota ai secoli, che la protervia e il fasto de’ Romani? gente disavvezza dalla pace, avvezza al tumulto; gente immite e intrattabile finora, che non sa star sottomessa se non quando non vale a resistere. Quest’è la piaga, e a te spetta il curarla. Ridi forse di me, credendola incurabile? non diffidare».
106.Otto Frising.,De gestis Frid., lib.I. cc. 27. 28. — Le proposizioni de’ Romani a Corrado furono compendiate in questi versi:Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostesImperium teneat; Romæ sedeat; regat orbemPrinceps terrarum, ceu fecit Justinianus;Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,Ut Christus jussit Petro solvente tributum.
106.Otto Frising.,De gestis Frid., lib.I. cc. 27. 28. — Le proposizioni de’ Romani a Corrado furono compendiate in questi versi:
Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostesImperium teneat; Romæ sedeat; regat orbemPrinceps terrarum, ceu fecit Justinianus;Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,Ut Christus jussit Petro solvente tributum.
Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostesImperium teneat; Romæ sedeat; regat orbemPrinceps terrarum, ceu fecit Justinianus;Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,Ut Christus jussit Petro solvente tributum.
Rex valeat: quidquid cupit obtineat; super hostes
Imperium teneat; Romæ sedeat; regat orbem
Princeps terrarum, ceu fecit Justinianus;
Cæsaris accipiat Cæsar, quæ sunt sua præsul,
Ut Christus jussit Petro solvente tributum.