Chapter 28

393.Regesta Clementis IV, lib.I, nº 548.394.In recognitionem veri dominii eorumdem regni et terræ.Il giuramento che diede diceva:Papæ, ejus successoribus, ac romanæ ecclesiæ ligium homagium facimus pro regno Siciliæ, ac tota terra quæ est citra Pharum, usque ad confinia terrarum, excepta civitate Beneventana cum toto territorio et omnibus districtibus et pertinentiis suis, nobis et heredibus nostris a prædicta Ecclesia romana concessis etc.Le ottomila once eranoad generale pondus, il che indicava che se ne riteneva il dieci per cento, cioè riducevansi a settemiladucento: valutandole lire 63.30, il censo sarebbe stato di lire 453,760, che oggi s’avvicinerebbero a due milioni. Nel 1276 Carlo trovandosi a Roma, e sollecitato a pagare questa somma, nè avendola, scrisse a’ suoi tesorieri impegnassero la sua corona grande e le gioje per ottenerla in prestito.Giannone, lib.XIX. cap. 2.395.«Con tutto questo stettemo con gran paura».Spinelli.396.Misit in Siciliam et Lombardiam ut inde arcesseret duos astrologos: is enim incredibile est quantam fidem haberet astrorum posituris.Malaspina.397.Reddite vos attentos, ut potius equos quam homines offendatis.Lo stesso.398.Potius hodie volo mori rex, quam vivere exul et miser.Ricobaldo Ferrarese. — Ch’ei fosse portato attorno da un ribaldo s’un asino, è smentito dalla lettera di Carlo che dice:Contigit quod die dominica corpus inventum est nudum penitus inter cadavera peremptorum... Ego, naturali pietate inductus, corpus ipsum cum quadam honorificentia sepulturæ, non tamen ecclesiasticæ, tradi feci.Ap.Tutini. Manfredi erasi già preparata la sepoltura nel famoso santuario di Monte Vergine, ove tuttora, nella cappella a destra dell’altare maggiore, è il sarcofago antico destinatogli e un gran crocifisso da lui regalato.Un ossesso in Puglia, interrogato se Manfredi fosse in luogo di salvazione, rispose: — Cinque parole lo salvarono, le quali ti dirà il conte Enrico». Ed eranoDeus propitius esto mihi peccatori, che proferì morendo.Chronicum imaginis mundi, 1595.Dante incontra Manfredi nel Purgatorio, supponendo siasi pentito in morte, ma deve restare in aspettazione tanto tempo quanto stette in contumacia della santa Chiesa:Biondo era e bello e di gentile aspetto,Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso..... Io son ManfrediNipote di Costanza imperatrice....Poscia ch’io ebbi rotta la personaDa due punte mortali, io mi rendeiPentito a quei che volentier perdona.Orribil furon li peccati miei,Ma la bontà divina ha sì gran braccia,Che prende ciò che si rivolve a lei...Per lor maledizion sì non si perdeChe non possa tornar l’eterno amoreMentre che la speranza ha fior di verde....... L’ossa del corpo mioOr le bagna la pioggia e move ’l ventoDi fuor del Regno quasi lungo ’l VerdeOnde le trasmutò a lume spento.VedasiDavanzati,Della seconda moglie di Manfredi. Tra i più fedeli a costui era stato Matteo da Termini, leggista reputato, e da quello fatto consigliere e giudice della grancorte. Rotto il signor suo, nel cui esercito combattè, fuggì in Sicilia, e caduto in grave infermità, fece voto, se guariva, consacrarsi a Dio. Di fatto entrò agostiniano, col nome di Agostino Novello celando la primitiva grandezza fra studj e penitenze. Si ricoverò agli eremi di Siena, ma quivi il generale dell’Ordine lo volle compagno, poi in Roma fu ordinato sacerdote, e da Nicola IV scelto confessore e sacrista. Assunto generale dell’Ordine, dopo due anni riuscì a liberarsene e tornare alla devota solitudine. Bonifazio VIII il voleva alla sua corte, ma egli ritirato nell’eremo di San Leonardo presso Siena, venne in grand’odore di santità, e quando morì nel 1309, fu ascritto fra i beati. VediCapecelatro.399.«A vita mia non vidi la chiù bella vista».Spinelli.400.Cruorem eliciunt et medullas.Malaspina.401.Ap.Martène,Thes. Anecd., tom.II. pag. 524.402.Quietem quæsivit, et ob hoc a vulgo ignominiam multam suscepit; nam de eo carmina prava decantaverunt.Joh. Vittodur. ap.Eccard,Corpus Hist.,I. 5.403.Così un suo manifesto nella biblioteca dell’Accademia di Torino, D. N. 38 f. 70. Pel resto vediLunig,Codex it. dipl.,II. 41.Protestatio Conradini; e altri documenti dell’11 gennajo 1267, e 7 luglio 1268.404.Cont. del Baronio, al 1268.405.Ne fu testimonio il Malaspina, che particolareggia appienissimo questi fatti, tutto compassione per i soccombenti: egli pretende che i signori napoletani congiurassero con Enrico per farlo re di Sicilia dopo vinto Carlo col nome di Corradino, il quale co’ suoi fedeli sarebbe stato tolto di mezzo. Anche lo Spinelli scrisse in dialetto pugliese il suo diario fino alla giornata di Tagliacozzo, ove forse morì. Voglionsi aggiungere ilChronicon Cavense, pubblicato dalPertz; laCronaca ineditadelSalimbene; e varj documenti nuovi, prodotti daSaint-PriestnellaHistoire de Charles d’Anjou, daRaumer,Gesch. der Hohenstaufen, daHuillard Bréholles,Recherches sur les monuments de la maison de SouabeeNouvelles Recherches sur la mort de Conradin, daJager,Conradins Geschichte, daDi Cesare,La colonna di Corradino, ecc.* Il sig.Minieri Riccio(Alcuni fatti riguardanti Carlo I d’Angiò dal6agosto1252al30dicembre1270,tratti dall’Archivio angioino di Napoli, 1874) chiarì quei tempi, e come per Corradino parteggiassero nel regno i Ghibellini e i Saraceni, e massime Reggio, che fu sottomessa a forza.406.Illa strage quæ in campo Beneventano facta fuit, hujus respectu valde modica fuit, scriveva Carlo al papa,ap.Martène, N. 690.407.Sunt qui dicunt per pontificem et cardinales, ut Conradus et cæteri in eorum potestatem et carcerem venirent, fuisse decretum. Quod ne accideret, Carolus sategit.Ricobaldo Ferr.ePipinoneiRer. It. Scrip.,VIII. 137.IX. 684.Dicono che il papa, interrogato dal re che dovesse farne del prigioniero, rispondesse: — La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino». Se il Giannone, nella sua servilità ai re, che poi doveano ripagarlo di tal moneta, bevette questa brutalità colla sua solita irriflessione, la trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo in tutto ciò che denigri i pontefici. Anche il sardo cronista di Pisa e ghibellino scrive che Carlo mandò al papa chiedendo «ciò che di loro dovesse fare», e che il papa rispose che «non era consiglio di prete che altri andasse alla justizia». Secondo ilChron. imaginis mundi, la risposta di Clemente fu:De Conradino filio iniquitatis vindictam non querimus, nec justitiam denegamus; neiMonum. Hist. patriæ.408.Presso i Bollandisti,Acta SS. martii, tom.III. p. 190.409.Ut faciat rex de vitulo superstite victimam, Conradinum recognoscentem sæpius contra matrem Ecclesiam deliquisse, nec minus contra regem ipsum vehementer errasse, procuravit per quosdam Ecclesiæ cardinales illuc propterea per sedem apostolicam destinatos absolvi.Malaspina.410.Nell’archivio di Stuttgard esiste il testamento di Corradino, o piuttosto codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, dettato il 29 ottobre, presenti Giovanni Bricaudi sire di Nangey, e quell’Erardo di Valery che avea dato a Carlo il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Provvede al pagamento d’alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d’ambo i sessi a lui appartenenti ne’ paesi germanici o ne’ latini», e raccomanda loro Corrado e Federico d’Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della sua fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d’un erede a’ suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del nemico suo.È tradizione destituita di fondamento che Elisabetta di Baviera (la quale erasi rimaritata in Mainardo conte del Tirolo della casa di Gorizia) venisse in persona, sovra una galea tutta nera, a raccogliere il corpo del figlio, per farlo sepellire nella chiesa del Carmine da lei fondata; e che in memoria di ciò que’ frati ponessero una statua colla borsa in mano, statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del museo degli Studj. L’iscrizione che or accenna quel fatto, fu posta il secolo passato per cura di Michele Vecchione.Sotto Giovanni I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell’infelice che i parenti principeschi aveano dimenticato, e dalla regina si fe cedere il terreno dove era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella ed una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita de’ cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nelle solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. La colonna vedesi ancora al vestibolo della sacristia nella moderna chiesa delle Anime del Purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sovra un altare.Ricordano Malaspini e dietro lui altri annalisti raccontano come al supplizio assistesse Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, s’avventò al protonotaro esclamando: — Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?» e lo trafisse. Colpo da francese: ma, per disgrazia de’ romanzieri, in unMemoriale del podestà di Reggio, inserito nel tom.VIII.delRer. Ital. Scrip., si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo d’Angiò, pervenne a Reggio e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino; poi nel lib. iii. p. 215 delSummonte,Istoria di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte cancelliere e Roberto di Bari protonotaro del regno.Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d’Aragona, al quale fu portato da Giovanni di Procida o da Enrico di Waldburg. Questo fatto non appare in alcuno storico napoletano avanti il Collenuccio; ma prima ne avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca sin al 1344; autorità lontana di tempo e di luogo. Del resto, come c’entrava Pietro d’Aragona? Costui avea sposato Costanza figlia di Manfredi, da Corradino ritenuto per usurpatore e spergiuro; possibile ora volesse designarlo come erede? Per giustificare l’assalto della Sicilia, Pietro non cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto nè la successione di Corradino, bensì quella di Manfredi. Da Federico II era nata legittimamente Margherita di Svevia maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avrebbe potuto competere l’eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n’avesse già disposto la spada, e lei in fatti aveva il re Corrado indicata erede ove si estinguesse la linea mascolina; e suo figlio Federico non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia, e ne prese il titolo, sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule.411.Ep. Rodulphi, ap.Raynaldi.412.Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat.Ep. di Gregorio IX, ap.M. Paris.413.Villani, lib.VI.36.414.Giaciono negli archivj massimamente di Genova i contratti dei signori francesi che davano in pegno le loro terre; e per cura di re Luigi Filippo ne fu tratta la serie de’ signori che parteciparono a quelle imprese, e i cui nomi e gli stemmi ornarono poi la sala delle crociate nel palazzo di Versailles.415.Lettera del 27 maggio 1267, ap.Martene, nº 471.416.Carlo d’Angiò e suo nipote Filippo re di Francia erano andati a Viterbo per sollecitare i cardinali a nominare il nuovo papa. Ivi stava pure Enrico figliuolo di Ricardo di Cornovaglia imperatore eletto; e vi capitò anche Guido di Monforte, vicario di Carlo in Toscana. Per vendicare il conte Simone suo padre, ucciso in Inghilterra come ribelle, costui entrò in chiesa, mentre dicevasi messa, scannò Enrico ed uscì. Ma alcuno gli disse: — Non ti ricordi che tuo padre fu anche strascinato per le vie?» Ed egli rientrato prese pe’ capelli il cadavere, e lo trasse fuori; e i due re stettero a vedere, senza impedire nè risentirsi. Più tardi l’omicida fu côlto, e terminò la vita nelle carceri di Sicilia.417.Da Canale,Cronaca veneta, in francese,CLIX.418.Istorie pistolesiad ann.;Biliotti,Cron., cap.XXXV.419.Quaresmius,Elucidatio Terræsanctæ. — Gli atti di re Roberto sono riferiti nella bollaGratias agimusdata da Clemente VI il 2 dicembre 1342 da Avignone.420.— Se la santità vostra (dic’egli al papa) volesse informarsi quanto costerà ogni bisogno, e quali pratiche da imprendersi coi Tartari, rispondo che in tre anni quella spesa ascenderebbe a ventuna volte centomila fiorini, contando il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; cioè settecentomila fiorini di rimbuono ogni anno per stipendj, munizioni, e mantener buono accordo coi Tartari; e per vascelli, armamento, castrametazione, rimonte, trecentomila fiorini in tre anni; in tutto settecentomila fiorini all’anno».Secreta, lib.II.p. i. c. 4.Questo cenno ajuta a conoscere i valori d’allora. Poniamo che l’uomo a cavallo costi tre volte il pedone: se un esercito di quindicimila fanti e trecento cavalieri costa 600,000 fiorini annui, uno di diecimila fanti con millequattrocento cavalli deve costarne 535,849: aggiungi 300,000 fiorini per le prime spese della spedizione, saranno 835,849 fiorini. Il Sanuto ragguaglia il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; onde questa spedizione dovea costare 1,671,789 soldi di grossi. Il soldo era la ventesima parte della lira, e la lira valeva dieci ducati, i quali allora doveano conguagliare a diciassette franchi d’oggi. Tale esercito dovea dunque costare 14,210,282, cioè ogni uomo annui mille franchi.Si può avere la riprova di questa stima comparandola ai valori fissi delle grasce. Il Sanuto ce ne porge il mezzo, dicendo: — La libbra di biscotto costa quattro denari e un terzo. La razione giornaliera di un uomo essendo una libbra e mezzo, costerà denari sei e mezzo; quarantacinque libbre consumate da un uomo in trenta giorni costeranno sedici soldi e tre denari, moneta piccola: e in dodici mesi, cinquecentoquaranta libbre di biscotto saranno costate sei soldi di grossi, un grosso e quattro denaretti». Quest’ultima somma dunque rappresentava a que’ tempi 540 libbre di pane; 1,671,790 soldi dovevano rappresentarne 149,218,334. Tale quantità equivaleva a 17,177,145 libbre metriche. Ponendo quel pane a 20 centesimi, darebbero 14,235,409. I due computi servono dunque di riprova un all’altro.Potrebbe tentarsi lo stesso calcolo sul vino, le carni salate, i legumi, e così via; ma la variabilità di valore di tali comestibili e l’incertezza sulle misure antiche renderebbero troppo ipotetica la stima. Al sommar dei conti però avremo che per nutrire un uomo a pane, vino, carne salata, fave, cacio voleansi l’anno dodici soldi di grossi, cioè lire 102.421.Thesaurus regis Franciæ acquisitionis Terræsanctæ de ultra mare, nec non sanitatis corporis ejus, et vitae ipsius prolungationis, ac etiam cum custodia propter venenum.422.Ad Nicolaum V pontificem strategicon adversus Turcas.423.Par.,IX.126; e nelXV,Dietro gli andai incontro alla nequiziaDi quella legge, il cui popolo usurpa,Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.424.Sta negli archivj di corte a Torino il conto del viaggio di esso duca in Oriente.Amedeo III di Savoja nel 1147 volendo crociarsi, prese a prestito dal monastero di San Maurizio d’Agaceno una tavola doro del peso di sessantacinque marchi, guarnita di pietre preziose.425.Ghirardacci,St. di Bologna, lib.IV.426.Maffei,Notizie generali sopra Verona.È nota la storiella dell’asino che condusse Maria in Egitto, e infine capitò a Verona, o chi dice a Genova.Lo statuto di Verona del 1228 porta che il podestà giura:Eum peregrinorum post crucem, qui ivit vel ibit ultra mare, defendam in suis possessionibus rerum mobilium et immobilium vel sese moventium, quas detinuit vel detinebit sine litis inquietudine usque ad crucem susceptam; si tamen reliquerit procuratorem, qui possit agere et conveniri de quasi re mobili... De rebus vero immobilibus eis absentibus jus non dicatur.427.NellaStoria d’Incisa e del celebre suo marchesato(Asti 1810) è riferita una carta del 1204 fatta colà, ove dicesi che Bonifazio marchese di Monferrato regalò al Comune un pezzo della santa croce e l’ottava parte d’uno stajo d’un grano color d’oro e parte bianco, non prima usato e portato dalla Natolia, e dettomelica. Il documento dev’essere spurio, nè del grano turco appare memoria prima della scoperta dell’America. Però nell’archivio vescovile di Bergamo trovo un atto rogato da Montenario de’ PapidieIVexeunte octobridel 1249, ove Alberto di Terza vescovo investe a titolo di perpetua enfiteusi i sindaci del comune di Sorisole di tutta la decima appartenente al vescovado ne’ territorj di Sorisole e Poscante, un sestario di vino, unacorbam de loa panici quæ extimatur duo sextaria, etc. Anche oggi chiamasiloalo spigone del turco, il quale pure è dettopanicoin molti luoghi. Questo documento, da niuno osservato, ch’io sappia, merita dunque qualche attenzione.428.Delle navi spedite da Venezia in ajuto di san Luigi una era lunga centotto piedi, larga settanta; una centodieci per settanta; nessuna meno di ottanta.Marin Sanuto.429.L’Iter siriacumdel Petrarca è una descrizione del viaggio a Gerusalemme, diretta a Giovanni da Milano, che probabilmente era un Mandelli.Lionardo di Nicolò Frescobaldi fiorentino (il cui viaggio fu edito dal Manzi il 1817) nel 1384 passava in Palestina, per tutto venerando e cercando reliquie, e noverando quelle che vide a Venezia, in Egitto, poi in Palestina; finchè «in capo d’undici mesi e mezzo rientrammo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie. Trovammo a Vinegia molti pellegrini franceschi e alquanti viniziani, fra’ quali fu messer Remigi Soranzi di Vinegia, il quale convitò una sera a cena tutti quelli che doveano andare al Sepolcro, e fecesi grande onore, e la sua casa parea una casa d’oro, ed avvi più camere che poco vi si vede altro che oro e azzurro fino; e costògli da duemila ducati, e bene tremila ve ne spese poi lui». Andò con lui Simone Sigoli, del quale pure fu nel 1822 trovato il viaggio, di schiettissima dettatura, e col lungo catalogo di tutti i perdoni che si aveano in Terrasanta. Del 1431 vi tornò la terza volta fra Mariano da Siena, del quale parimenti teniamo la descrizione: — In sulla terza, col nome dello sviscerato ed innamorato Gesù entrammo nella santa città, e nella prima entrata, chi vi va in atto di peregrinazione confesso e pentito, si ha plenaria indulgenza e remissione di tutti i peccati; e chi vuole piaceri e consolazioni spirituali, faccia questo cammino. Io per me lo dico, che mai non seppi che consolazione spirituale si fosse se non qui, e passa tutti i cammini, sia qual si vuole». Egli assicura che «il mezzo del mondoad literamviene in mezzo fra ’l luogo dove Cristo fu crocifisso e dove resuscitò... Rimpetto alla natività, scendendo tre scaglioni, si è quello santo presepio, nel quale la dolcissima Madre riposò il suo dolcissimo Figliuolo Gesù piccolino; e qui il bue e l’asino l’adorarono, e feciongli buona compagnia. Questo è il più devoto luogo che io mai vedessi; ogni cosa è un sasso; la mangiatoja è tutta foderata di bellissimi marmi; allato si ha un altare. Dissivi messa... ed ebbine la maggior consolazione del mondo. Tuttavia mi parea avere quell’amoroso Bambino dinanzi gli occhi nella mangiatoja; e così tutti gli altri peregrini si comunicano. Tutta la notte non possono stare i peregrini in chiesa nè nessun cristiano, perchè vi stanno que’ Saracini che ci accompagnano, ed hanno grandissima devozione al luogo della natività di Cristo».Francesco Baldelli nel 1551 tradusse in italiano laPrima Crociatadi Roberto Monaco; ed è commovente l’entusiasmo de’ pellegrini al primo vedere la città santa: — O quante lagrime, pietosissimo Dio e giustissimo Signore, sparsero gli occhi dell’esercito tuo fedelissimo, allorachè per loro si videro le mura della terrena Gerusalemme! Quindi tosto chinandosi verso la terra, con la bocca e col capo salutarono divotamente il santissimo sepolcro del corpo suo sacratissimo, ed appresso adoraron te, che morto in esso giacesti, come quello che siedi alla destra del Padre, come quel giudice che venir dèi a giudicar le cose tutte. Ora sì che si può veramente dire che per te fosse addolcito il cuore di ciascuno, e che dove prima era di pietra, da te levato, fu dato loro di carne; e nel mezzo di loro mandasti lo Spirito Santo».

393.Regesta Clementis IV, lib.I, nº 548.

393.Regesta Clementis IV, lib.I, nº 548.

394.In recognitionem veri dominii eorumdem regni et terræ.Il giuramento che diede diceva:Papæ, ejus successoribus, ac romanæ ecclesiæ ligium homagium facimus pro regno Siciliæ, ac tota terra quæ est citra Pharum, usque ad confinia terrarum, excepta civitate Beneventana cum toto territorio et omnibus districtibus et pertinentiis suis, nobis et heredibus nostris a prædicta Ecclesia romana concessis etc.Le ottomila once eranoad generale pondus, il che indicava che se ne riteneva il dieci per cento, cioè riducevansi a settemiladucento: valutandole lire 63.30, il censo sarebbe stato di lire 453,760, che oggi s’avvicinerebbero a due milioni. Nel 1276 Carlo trovandosi a Roma, e sollecitato a pagare questa somma, nè avendola, scrisse a’ suoi tesorieri impegnassero la sua corona grande e le gioje per ottenerla in prestito.Giannone, lib.XIX. cap. 2.

394.In recognitionem veri dominii eorumdem regni et terræ.Il giuramento che diede diceva:Papæ, ejus successoribus, ac romanæ ecclesiæ ligium homagium facimus pro regno Siciliæ, ac tota terra quæ est citra Pharum, usque ad confinia terrarum, excepta civitate Beneventana cum toto territorio et omnibus districtibus et pertinentiis suis, nobis et heredibus nostris a prædicta Ecclesia romana concessis etc.Le ottomila once eranoad generale pondus, il che indicava che se ne riteneva il dieci per cento, cioè riducevansi a settemiladucento: valutandole lire 63.30, il censo sarebbe stato di lire 453,760, che oggi s’avvicinerebbero a due milioni. Nel 1276 Carlo trovandosi a Roma, e sollecitato a pagare questa somma, nè avendola, scrisse a’ suoi tesorieri impegnassero la sua corona grande e le gioje per ottenerla in prestito.Giannone, lib.XIX. cap. 2.

395.«Con tutto questo stettemo con gran paura».Spinelli.

395.«Con tutto questo stettemo con gran paura».Spinelli.

396.Misit in Siciliam et Lombardiam ut inde arcesseret duos astrologos: is enim incredibile est quantam fidem haberet astrorum posituris.Malaspina.

396.Misit in Siciliam et Lombardiam ut inde arcesseret duos astrologos: is enim incredibile est quantam fidem haberet astrorum posituris.Malaspina.

397.Reddite vos attentos, ut potius equos quam homines offendatis.Lo stesso.

397.Reddite vos attentos, ut potius equos quam homines offendatis.Lo stesso.

398.Potius hodie volo mori rex, quam vivere exul et miser.Ricobaldo Ferrarese. — Ch’ei fosse portato attorno da un ribaldo s’un asino, è smentito dalla lettera di Carlo che dice:Contigit quod die dominica corpus inventum est nudum penitus inter cadavera peremptorum... Ego, naturali pietate inductus, corpus ipsum cum quadam honorificentia sepulturæ, non tamen ecclesiasticæ, tradi feci.Ap.Tutini. Manfredi erasi già preparata la sepoltura nel famoso santuario di Monte Vergine, ove tuttora, nella cappella a destra dell’altare maggiore, è il sarcofago antico destinatogli e un gran crocifisso da lui regalato.Un ossesso in Puglia, interrogato se Manfredi fosse in luogo di salvazione, rispose: — Cinque parole lo salvarono, le quali ti dirà il conte Enrico». Ed eranoDeus propitius esto mihi peccatori, che proferì morendo.Chronicum imaginis mundi, 1595.Dante incontra Manfredi nel Purgatorio, supponendo siasi pentito in morte, ma deve restare in aspettazione tanto tempo quanto stette in contumacia della santa Chiesa:Biondo era e bello e di gentile aspetto,Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso..... Io son ManfrediNipote di Costanza imperatrice....Poscia ch’io ebbi rotta la personaDa due punte mortali, io mi rendeiPentito a quei che volentier perdona.Orribil furon li peccati miei,Ma la bontà divina ha sì gran braccia,Che prende ciò che si rivolve a lei...Per lor maledizion sì non si perdeChe non possa tornar l’eterno amoreMentre che la speranza ha fior di verde....... L’ossa del corpo mioOr le bagna la pioggia e move ’l ventoDi fuor del Regno quasi lungo ’l VerdeOnde le trasmutò a lume spento.VedasiDavanzati,Della seconda moglie di Manfredi. Tra i più fedeli a costui era stato Matteo da Termini, leggista reputato, e da quello fatto consigliere e giudice della grancorte. Rotto il signor suo, nel cui esercito combattè, fuggì in Sicilia, e caduto in grave infermità, fece voto, se guariva, consacrarsi a Dio. Di fatto entrò agostiniano, col nome di Agostino Novello celando la primitiva grandezza fra studj e penitenze. Si ricoverò agli eremi di Siena, ma quivi il generale dell’Ordine lo volle compagno, poi in Roma fu ordinato sacerdote, e da Nicola IV scelto confessore e sacrista. Assunto generale dell’Ordine, dopo due anni riuscì a liberarsene e tornare alla devota solitudine. Bonifazio VIII il voleva alla sua corte, ma egli ritirato nell’eremo di San Leonardo presso Siena, venne in grand’odore di santità, e quando morì nel 1309, fu ascritto fra i beati. VediCapecelatro.

398.Potius hodie volo mori rex, quam vivere exul et miser.Ricobaldo Ferrarese. — Ch’ei fosse portato attorno da un ribaldo s’un asino, è smentito dalla lettera di Carlo che dice:Contigit quod die dominica corpus inventum est nudum penitus inter cadavera peremptorum... Ego, naturali pietate inductus, corpus ipsum cum quadam honorificentia sepulturæ, non tamen ecclesiasticæ, tradi feci.Ap.Tutini. Manfredi erasi già preparata la sepoltura nel famoso santuario di Monte Vergine, ove tuttora, nella cappella a destra dell’altare maggiore, è il sarcofago antico destinatogli e un gran crocifisso da lui regalato.

Un ossesso in Puglia, interrogato se Manfredi fosse in luogo di salvazione, rispose: — Cinque parole lo salvarono, le quali ti dirà il conte Enrico». Ed eranoDeus propitius esto mihi peccatori, che proferì morendo.Chronicum imaginis mundi, 1595.

Dante incontra Manfredi nel Purgatorio, supponendo siasi pentito in morte, ma deve restare in aspettazione tanto tempo quanto stette in contumacia della santa Chiesa:

Biondo era e bello e di gentile aspetto,Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso..... Io son ManfrediNipote di Costanza imperatrice....Poscia ch’io ebbi rotta la personaDa due punte mortali, io mi rendeiPentito a quei che volentier perdona.Orribil furon li peccati miei,Ma la bontà divina ha sì gran braccia,Che prende ciò che si rivolve a lei...Per lor maledizion sì non si perdeChe non possa tornar l’eterno amoreMentre che la speranza ha fior di verde....... L’ossa del corpo mioOr le bagna la pioggia e move ’l ventoDi fuor del Regno quasi lungo ’l VerdeOnde le trasmutò a lume spento.

Biondo era e bello e di gentile aspetto,Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso..... Io son ManfrediNipote di Costanza imperatrice....Poscia ch’io ebbi rotta la personaDa due punte mortali, io mi rendeiPentito a quei che volentier perdona.Orribil furon li peccati miei,Ma la bontà divina ha sì gran braccia,Che prende ciò che si rivolve a lei...Per lor maledizion sì non si perdeChe non possa tornar l’eterno amoreMentre che la speranza ha fior di verde....... L’ossa del corpo mioOr le bagna la pioggia e move ’l ventoDi fuor del Regno quasi lungo ’l VerdeOnde le trasmutò a lume spento.

Biondo era e bello e di gentile aspetto,

Ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

.... Io son Manfredi

Nipote di Costanza imperatrice....

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

Da due punte mortali, io mi rendei

Pentito a quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei,

Ma la bontà divina ha sì gran braccia,

Che prende ciò che si rivolve a lei...

Per lor maledizion sì non si perde

Che non possa tornar l’eterno amore

Mentre che la speranza ha fior di verde....

... L’ossa del corpo mio

Or le bagna la pioggia e move ’l vento

Di fuor del Regno quasi lungo ’l Verde

Onde le trasmutò a lume spento.

VedasiDavanzati,Della seconda moglie di Manfredi. Tra i più fedeli a costui era stato Matteo da Termini, leggista reputato, e da quello fatto consigliere e giudice della grancorte. Rotto il signor suo, nel cui esercito combattè, fuggì in Sicilia, e caduto in grave infermità, fece voto, se guariva, consacrarsi a Dio. Di fatto entrò agostiniano, col nome di Agostino Novello celando la primitiva grandezza fra studj e penitenze. Si ricoverò agli eremi di Siena, ma quivi il generale dell’Ordine lo volle compagno, poi in Roma fu ordinato sacerdote, e da Nicola IV scelto confessore e sacrista. Assunto generale dell’Ordine, dopo due anni riuscì a liberarsene e tornare alla devota solitudine. Bonifazio VIII il voleva alla sua corte, ma egli ritirato nell’eremo di San Leonardo presso Siena, venne in grand’odore di santità, e quando morì nel 1309, fu ascritto fra i beati. VediCapecelatro.

399.«A vita mia non vidi la chiù bella vista».Spinelli.

399.«A vita mia non vidi la chiù bella vista».Spinelli.

400.Cruorem eliciunt et medullas.Malaspina.

400.Cruorem eliciunt et medullas.Malaspina.

401.Ap.Martène,Thes. Anecd., tom.II. pag. 524.

401.Ap.Martène,Thes. Anecd., tom.II. pag. 524.

402.Quietem quæsivit, et ob hoc a vulgo ignominiam multam suscepit; nam de eo carmina prava decantaverunt.Joh. Vittodur. ap.Eccard,Corpus Hist.,I. 5.

402.Quietem quæsivit, et ob hoc a vulgo ignominiam multam suscepit; nam de eo carmina prava decantaverunt.Joh. Vittodur. ap.Eccard,Corpus Hist.,I. 5.

403.Così un suo manifesto nella biblioteca dell’Accademia di Torino, D. N. 38 f. 70. Pel resto vediLunig,Codex it. dipl.,II. 41.Protestatio Conradini; e altri documenti dell’11 gennajo 1267, e 7 luglio 1268.

403.Così un suo manifesto nella biblioteca dell’Accademia di Torino, D. N. 38 f. 70. Pel resto vediLunig,Codex it. dipl.,II. 41.Protestatio Conradini; e altri documenti dell’11 gennajo 1267, e 7 luglio 1268.

404.Cont. del Baronio, al 1268.

404.Cont. del Baronio, al 1268.

405.Ne fu testimonio il Malaspina, che particolareggia appienissimo questi fatti, tutto compassione per i soccombenti: egli pretende che i signori napoletani congiurassero con Enrico per farlo re di Sicilia dopo vinto Carlo col nome di Corradino, il quale co’ suoi fedeli sarebbe stato tolto di mezzo. Anche lo Spinelli scrisse in dialetto pugliese il suo diario fino alla giornata di Tagliacozzo, ove forse morì. Voglionsi aggiungere ilChronicon Cavense, pubblicato dalPertz; laCronaca ineditadelSalimbene; e varj documenti nuovi, prodotti daSaint-PriestnellaHistoire de Charles d’Anjou, daRaumer,Gesch. der Hohenstaufen, daHuillard Bréholles,Recherches sur les monuments de la maison de SouabeeNouvelles Recherches sur la mort de Conradin, daJager,Conradins Geschichte, daDi Cesare,La colonna di Corradino, ecc.* Il sig.Minieri Riccio(Alcuni fatti riguardanti Carlo I d’Angiò dal6agosto1252al30dicembre1270,tratti dall’Archivio angioino di Napoli, 1874) chiarì quei tempi, e come per Corradino parteggiassero nel regno i Ghibellini e i Saraceni, e massime Reggio, che fu sottomessa a forza.

405.Ne fu testimonio il Malaspina, che particolareggia appienissimo questi fatti, tutto compassione per i soccombenti: egli pretende che i signori napoletani congiurassero con Enrico per farlo re di Sicilia dopo vinto Carlo col nome di Corradino, il quale co’ suoi fedeli sarebbe stato tolto di mezzo. Anche lo Spinelli scrisse in dialetto pugliese il suo diario fino alla giornata di Tagliacozzo, ove forse morì. Voglionsi aggiungere ilChronicon Cavense, pubblicato dalPertz; laCronaca ineditadelSalimbene; e varj documenti nuovi, prodotti daSaint-PriestnellaHistoire de Charles d’Anjou, daRaumer,Gesch. der Hohenstaufen, daHuillard Bréholles,Recherches sur les monuments de la maison de SouabeeNouvelles Recherches sur la mort de Conradin, daJager,Conradins Geschichte, daDi Cesare,La colonna di Corradino, ecc.

* Il sig.Minieri Riccio(Alcuni fatti riguardanti Carlo I d’Angiò dal6agosto1252al30dicembre1270,tratti dall’Archivio angioino di Napoli, 1874) chiarì quei tempi, e come per Corradino parteggiassero nel regno i Ghibellini e i Saraceni, e massime Reggio, che fu sottomessa a forza.

406.Illa strage quæ in campo Beneventano facta fuit, hujus respectu valde modica fuit, scriveva Carlo al papa,ap.Martène, N. 690.

406.Illa strage quæ in campo Beneventano facta fuit, hujus respectu valde modica fuit, scriveva Carlo al papa,ap.Martène, N. 690.

407.Sunt qui dicunt per pontificem et cardinales, ut Conradus et cæteri in eorum potestatem et carcerem venirent, fuisse decretum. Quod ne accideret, Carolus sategit.Ricobaldo Ferr.ePipinoneiRer. It. Scrip.,VIII. 137.IX. 684.Dicono che il papa, interrogato dal re che dovesse farne del prigioniero, rispondesse: — La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino». Se il Giannone, nella sua servilità ai re, che poi doveano ripagarlo di tal moneta, bevette questa brutalità colla sua solita irriflessione, la trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo in tutto ciò che denigri i pontefici. Anche il sardo cronista di Pisa e ghibellino scrive che Carlo mandò al papa chiedendo «ciò che di loro dovesse fare», e che il papa rispose che «non era consiglio di prete che altri andasse alla justizia». Secondo ilChron. imaginis mundi, la risposta di Clemente fu:De Conradino filio iniquitatis vindictam non querimus, nec justitiam denegamus; neiMonum. Hist. patriæ.

407.Sunt qui dicunt per pontificem et cardinales, ut Conradus et cæteri in eorum potestatem et carcerem venirent, fuisse decretum. Quod ne accideret, Carolus sategit.Ricobaldo Ferr.ePipinoneiRer. It. Scrip.,VIII. 137.IX. 684.

Dicono che il papa, interrogato dal re che dovesse farne del prigioniero, rispondesse: — La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino». Se il Giannone, nella sua servilità ai re, che poi doveano ripagarlo di tal moneta, bevette questa brutalità colla sua solita irriflessione, la trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo in tutto ciò che denigri i pontefici. Anche il sardo cronista di Pisa e ghibellino scrive che Carlo mandò al papa chiedendo «ciò che di loro dovesse fare», e che il papa rispose che «non era consiglio di prete che altri andasse alla justizia». Secondo ilChron. imaginis mundi, la risposta di Clemente fu:De Conradino filio iniquitatis vindictam non querimus, nec justitiam denegamus; neiMonum. Hist. patriæ.

408.Presso i Bollandisti,Acta SS. martii, tom.III. p. 190.

408.Presso i Bollandisti,Acta SS. martii, tom.III. p. 190.

409.Ut faciat rex de vitulo superstite victimam, Conradinum recognoscentem sæpius contra matrem Ecclesiam deliquisse, nec minus contra regem ipsum vehementer errasse, procuravit per quosdam Ecclesiæ cardinales illuc propterea per sedem apostolicam destinatos absolvi.Malaspina.

409.Ut faciat rex de vitulo superstite victimam, Conradinum recognoscentem sæpius contra matrem Ecclesiam deliquisse, nec minus contra regem ipsum vehementer errasse, procuravit per quosdam Ecclesiæ cardinales illuc propterea per sedem apostolicam destinatos absolvi.Malaspina.

410.Nell’archivio di Stuttgard esiste il testamento di Corradino, o piuttosto codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, dettato il 29 ottobre, presenti Giovanni Bricaudi sire di Nangey, e quell’Erardo di Valery che avea dato a Carlo il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Provvede al pagamento d’alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d’ambo i sessi a lui appartenenti ne’ paesi germanici o ne’ latini», e raccomanda loro Corrado e Federico d’Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della sua fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d’un erede a’ suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del nemico suo.È tradizione destituita di fondamento che Elisabetta di Baviera (la quale erasi rimaritata in Mainardo conte del Tirolo della casa di Gorizia) venisse in persona, sovra una galea tutta nera, a raccogliere il corpo del figlio, per farlo sepellire nella chiesa del Carmine da lei fondata; e che in memoria di ciò que’ frati ponessero una statua colla borsa in mano, statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del museo degli Studj. L’iscrizione che or accenna quel fatto, fu posta il secolo passato per cura di Michele Vecchione.Sotto Giovanni I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell’infelice che i parenti principeschi aveano dimenticato, e dalla regina si fe cedere il terreno dove era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella ed una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita de’ cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nelle solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. La colonna vedesi ancora al vestibolo della sacristia nella moderna chiesa delle Anime del Purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sovra un altare.Ricordano Malaspini e dietro lui altri annalisti raccontano come al supplizio assistesse Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, s’avventò al protonotaro esclamando: — Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?» e lo trafisse. Colpo da francese: ma, per disgrazia de’ romanzieri, in unMemoriale del podestà di Reggio, inserito nel tom.VIII.delRer. Ital. Scrip., si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo d’Angiò, pervenne a Reggio e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino; poi nel lib. iii. p. 215 delSummonte,Istoria di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte cancelliere e Roberto di Bari protonotaro del regno.Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d’Aragona, al quale fu portato da Giovanni di Procida o da Enrico di Waldburg. Questo fatto non appare in alcuno storico napoletano avanti il Collenuccio; ma prima ne avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca sin al 1344; autorità lontana di tempo e di luogo. Del resto, come c’entrava Pietro d’Aragona? Costui avea sposato Costanza figlia di Manfredi, da Corradino ritenuto per usurpatore e spergiuro; possibile ora volesse designarlo come erede? Per giustificare l’assalto della Sicilia, Pietro non cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto nè la successione di Corradino, bensì quella di Manfredi. Da Federico II era nata legittimamente Margherita di Svevia maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avrebbe potuto competere l’eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n’avesse già disposto la spada, e lei in fatti aveva il re Corrado indicata erede ove si estinguesse la linea mascolina; e suo figlio Federico non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia, e ne prese il titolo, sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule.

410.Nell’archivio di Stuttgard esiste il testamento di Corradino, o piuttosto codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, dettato il 29 ottobre, presenti Giovanni Bricaudi sire di Nangey, e quell’Erardo di Valery che avea dato a Carlo il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Provvede al pagamento d’alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d’ambo i sessi a lui appartenenti ne’ paesi germanici o ne’ latini», e raccomanda loro Corrado e Federico d’Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della sua fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d’un erede a’ suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del nemico suo.

È tradizione destituita di fondamento che Elisabetta di Baviera (la quale erasi rimaritata in Mainardo conte del Tirolo della casa di Gorizia) venisse in persona, sovra una galea tutta nera, a raccogliere il corpo del figlio, per farlo sepellire nella chiesa del Carmine da lei fondata; e che in memoria di ciò que’ frati ponessero una statua colla borsa in mano, statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del museo degli Studj. L’iscrizione che or accenna quel fatto, fu posta il secolo passato per cura di Michele Vecchione.

Sotto Giovanni I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell’infelice che i parenti principeschi aveano dimenticato, e dalla regina si fe cedere il terreno dove era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella ed una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita de’ cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nelle solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. La colonna vedesi ancora al vestibolo della sacristia nella moderna chiesa delle Anime del Purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sovra un altare.

Ricordano Malaspini e dietro lui altri annalisti raccontano come al supplizio assistesse Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, s’avventò al protonotaro esclamando: — Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?» e lo trafisse. Colpo da francese: ma, per disgrazia de’ romanzieri, in unMemoriale del podestà di Reggio, inserito nel tom.VIII.delRer. Ital. Scrip., si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo d’Angiò, pervenne a Reggio e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino; poi nel lib. iii. p. 215 delSummonte,Istoria di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte cancelliere e Roberto di Bari protonotaro del regno.

Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d’Aragona, al quale fu portato da Giovanni di Procida o da Enrico di Waldburg. Questo fatto non appare in alcuno storico napoletano avanti il Collenuccio; ma prima ne avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca sin al 1344; autorità lontana di tempo e di luogo. Del resto, come c’entrava Pietro d’Aragona? Costui avea sposato Costanza figlia di Manfredi, da Corradino ritenuto per usurpatore e spergiuro; possibile ora volesse designarlo come erede? Per giustificare l’assalto della Sicilia, Pietro non cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto nè la successione di Corradino, bensì quella di Manfredi. Da Federico II era nata legittimamente Margherita di Svevia maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avrebbe potuto competere l’eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n’avesse già disposto la spada, e lei in fatti aveva il re Corrado indicata erede ove si estinguesse la linea mascolina; e suo figlio Federico non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia, e ne prese il titolo, sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule.

411.Ep. Rodulphi, ap.Raynaldi.

411.Ep. Rodulphi, ap.Raynaldi.

412.Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat.Ep. di Gregorio IX, ap.M. Paris.

412.Jactatis inanibus verborum lenociniis, oratorem, quam, rapto contra Tartaros exercitu, Christianum imperatorem agere malebat.Ep. di Gregorio IX, ap.M. Paris.

413.Villani, lib.VI.36.

413.Villani, lib.VI.36.

414.Giaciono negli archivj massimamente di Genova i contratti dei signori francesi che davano in pegno le loro terre; e per cura di re Luigi Filippo ne fu tratta la serie de’ signori che parteciparono a quelle imprese, e i cui nomi e gli stemmi ornarono poi la sala delle crociate nel palazzo di Versailles.

414.Giaciono negli archivj massimamente di Genova i contratti dei signori francesi che davano in pegno le loro terre; e per cura di re Luigi Filippo ne fu tratta la serie de’ signori che parteciparono a quelle imprese, e i cui nomi e gli stemmi ornarono poi la sala delle crociate nel palazzo di Versailles.

415.Lettera del 27 maggio 1267, ap.Martene, nº 471.

415.Lettera del 27 maggio 1267, ap.Martene, nº 471.

416.Carlo d’Angiò e suo nipote Filippo re di Francia erano andati a Viterbo per sollecitare i cardinali a nominare il nuovo papa. Ivi stava pure Enrico figliuolo di Ricardo di Cornovaglia imperatore eletto; e vi capitò anche Guido di Monforte, vicario di Carlo in Toscana. Per vendicare il conte Simone suo padre, ucciso in Inghilterra come ribelle, costui entrò in chiesa, mentre dicevasi messa, scannò Enrico ed uscì. Ma alcuno gli disse: — Non ti ricordi che tuo padre fu anche strascinato per le vie?» Ed egli rientrato prese pe’ capelli il cadavere, e lo trasse fuori; e i due re stettero a vedere, senza impedire nè risentirsi. Più tardi l’omicida fu côlto, e terminò la vita nelle carceri di Sicilia.

416.Carlo d’Angiò e suo nipote Filippo re di Francia erano andati a Viterbo per sollecitare i cardinali a nominare il nuovo papa. Ivi stava pure Enrico figliuolo di Ricardo di Cornovaglia imperatore eletto; e vi capitò anche Guido di Monforte, vicario di Carlo in Toscana. Per vendicare il conte Simone suo padre, ucciso in Inghilterra come ribelle, costui entrò in chiesa, mentre dicevasi messa, scannò Enrico ed uscì. Ma alcuno gli disse: — Non ti ricordi che tuo padre fu anche strascinato per le vie?» Ed egli rientrato prese pe’ capelli il cadavere, e lo trasse fuori; e i due re stettero a vedere, senza impedire nè risentirsi. Più tardi l’omicida fu côlto, e terminò la vita nelle carceri di Sicilia.

417.Da Canale,Cronaca veneta, in francese,CLIX.

417.Da Canale,Cronaca veneta, in francese,CLIX.

418.Istorie pistolesiad ann.;Biliotti,Cron., cap.XXXV.

418.Istorie pistolesiad ann.;Biliotti,Cron., cap.XXXV.

419.Quaresmius,Elucidatio Terræsanctæ. — Gli atti di re Roberto sono riferiti nella bollaGratias agimusdata da Clemente VI il 2 dicembre 1342 da Avignone.

419.Quaresmius,Elucidatio Terræsanctæ. — Gli atti di re Roberto sono riferiti nella bollaGratias agimusdata da Clemente VI il 2 dicembre 1342 da Avignone.

420.— Se la santità vostra (dic’egli al papa) volesse informarsi quanto costerà ogni bisogno, e quali pratiche da imprendersi coi Tartari, rispondo che in tre anni quella spesa ascenderebbe a ventuna volte centomila fiorini, contando il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; cioè settecentomila fiorini di rimbuono ogni anno per stipendj, munizioni, e mantener buono accordo coi Tartari; e per vascelli, armamento, castrametazione, rimonte, trecentomila fiorini in tre anni; in tutto settecentomila fiorini all’anno».Secreta, lib.II.p. i. c. 4.Questo cenno ajuta a conoscere i valori d’allora. Poniamo che l’uomo a cavallo costi tre volte il pedone: se un esercito di quindicimila fanti e trecento cavalieri costa 600,000 fiorini annui, uno di diecimila fanti con millequattrocento cavalli deve costarne 535,849: aggiungi 300,000 fiorini per le prime spese della spedizione, saranno 835,849 fiorini. Il Sanuto ragguaglia il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; onde questa spedizione dovea costare 1,671,789 soldi di grossi. Il soldo era la ventesima parte della lira, e la lira valeva dieci ducati, i quali allora doveano conguagliare a diciassette franchi d’oggi. Tale esercito dovea dunque costare 14,210,282, cioè ogni uomo annui mille franchi.Si può avere la riprova di questa stima comparandola ai valori fissi delle grasce. Il Sanuto ce ne porge il mezzo, dicendo: — La libbra di biscotto costa quattro denari e un terzo. La razione giornaliera di un uomo essendo una libbra e mezzo, costerà denari sei e mezzo; quarantacinque libbre consumate da un uomo in trenta giorni costeranno sedici soldi e tre denari, moneta piccola: e in dodici mesi, cinquecentoquaranta libbre di biscotto saranno costate sei soldi di grossi, un grosso e quattro denaretti». Quest’ultima somma dunque rappresentava a que’ tempi 540 libbre di pane; 1,671,790 soldi dovevano rappresentarne 149,218,334. Tale quantità equivaleva a 17,177,145 libbre metriche. Ponendo quel pane a 20 centesimi, darebbero 14,235,409. I due computi servono dunque di riprova un all’altro.Potrebbe tentarsi lo stesso calcolo sul vino, le carni salate, i legumi, e così via; ma la variabilità di valore di tali comestibili e l’incertezza sulle misure antiche renderebbero troppo ipotetica la stima. Al sommar dei conti però avremo che per nutrire un uomo a pane, vino, carne salata, fave, cacio voleansi l’anno dodici soldi di grossi, cioè lire 102.

420.— Se la santità vostra (dic’egli al papa) volesse informarsi quanto costerà ogni bisogno, e quali pratiche da imprendersi coi Tartari, rispondo che in tre anni quella spesa ascenderebbe a ventuna volte centomila fiorini, contando il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; cioè settecentomila fiorini di rimbuono ogni anno per stipendj, munizioni, e mantener buono accordo coi Tartari; e per vascelli, armamento, castrametazione, rimonte, trecentomila fiorini in tre anni; in tutto settecentomila fiorini all’anno».Secreta, lib.II.p. i. c. 4.

Questo cenno ajuta a conoscere i valori d’allora. Poniamo che l’uomo a cavallo costi tre volte il pedone: se un esercito di quindicimila fanti e trecento cavalieri costa 600,000 fiorini annui, uno di diecimila fanti con millequattrocento cavalli deve costarne 535,849: aggiungi 300,000 fiorini per le prime spese della spedizione, saranno 835,849 fiorini. Il Sanuto ragguaglia il fiorino a due soldi di grossi di Venezia; onde questa spedizione dovea costare 1,671,789 soldi di grossi. Il soldo era la ventesima parte della lira, e la lira valeva dieci ducati, i quali allora doveano conguagliare a diciassette franchi d’oggi. Tale esercito dovea dunque costare 14,210,282, cioè ogni uomo annui mille franchi.

Si può avere la riprova di questa stima comparandola ai valori fissi delle grasce. Il Sanuto ce ne porge il mezzo, dicendo: — La libbra di biscotto costa quattro denari e un terzo. La razione giornaliera di un uomo essendo una libbra e mezzo, costerà denari sei e mezzo; quarantacinque libbre consumate da un uomo in trenta giorni costeranno sedici soldi e tre denari, moneta piccola: e in dodici mesi, cinquecentoquaranta libbre di biscotto saranno costate sei soldi di grossi, un grosso e quattro denaretti». Quest’ultima somma dunque rappresentava a que’ tempi 540 libbre di pane; 1,671,790 soldi dovevano rappresentarne 149,218,334. Tale quantità equivaleva a 17,177,145 libbre metriche. Ponendo quel pane a 20 centesimi, darebbero 14,235,409. I due computi servono dunque di riprova un all’altro.

Potrebbe tentarsi lo stesso calcolo sul vino, le carni salate, i legumi, e così via; ma la variabilità di valore di tali comestibili e l’incertezza sulle misure antiche renderebbero troppo ipotetica la stima. Al sommar dei conti però avremo che per nutrire un uomo a pane, vino, carne salata, fave, cacio voleansi l’anno dodici soldi di grossi, cioè lire 102.

421.Thesaurus regis Franciæ acquisitionis Terræsanctæ de ultra mare, nec non sanitatis corporis ejus, et vitae ipsius prolungationis, ac etiam cum custodia propter venenum.

421.Thesaurus regis Franciæ acquisitionis Terræsanctæ de ultra mare, nec non sanitatis corporis ejus, et vitae ipsius prolungationis, ac etiam cum custodia propter venenum.

422.Ad Nicolaum V pontificem strategicon adversus Turcas.

422.Ad Nicolaum V pontificem strategicon adversus Turcas.

423.Par.,IX.126; e nelXV,Dietro gli andai incontro alla nequiziaDi quella legge, il cui popolo usurpa,Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

423.Par.,IX.126; e nelXV,

Dietro gli andai incontro alla nequiziaDi quella legge, il cui popolo usurpa,Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

Dietro gli andai incontro alla nequiziaDi quella legge, il cui popolo usurpa,Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

Dietro gli andai incontro alla nequizia

Di quella legge, il cui popolo usurpa,

Per colpa de’ pastor, vostra giustizia.

424.Sta negli archivj di corte a Torino il conto del viaggio di esso duca in Oriente.Amedeo III di Savoja nel 1147 volendo crociarsi, prese a prestito dal monastero di San Maurizio d’Agaceno una tavola doro del peso di sessantacinque marchi, guarnita di pietre preziose.

424.Sta negli archivj di corte a Torino il conto del viaggio di esso duca in Oriente.

Amedeo III di Savoja nel 1147 volendo crociarsi, prese a prestito dal monastero di San Maurizio d’Agaceno una tavola doro del peso di sessantacinque marchi, guarnita di pietre preziose.

425.Ghirardacci,St. di Bologna, lib.IV.

425.Ghirardacci,St. di Bologna, lib.IV.

426.Maffei,Notizie generali sopra Verona.È nota la storiella dell’asino che condusse Maria in Egitto, e infine capitò a Verona, o chi dice a Genova.Lo statuto di Verona del 1228 porta che il podestà giura:Eum peregrinorum post crucem, qui ivit vel ibit ultra mare, defendam in suis possessionibus rerum mobilium et immobilium vel sese moventium, quas detinuit vel detinebit sine litis inquietudine usque ad crucem susceptam; si tamen reliquerit procuratorem, qui possit agere et conveniri de quasi re mobili... De rebus vero immobilibus eis absentibus jus non dicatur.

426.Maffei,Notizie generali sopra Verona.

È nota la storiella dell’asino che condusse Maria in Egitto, e infine capitò a Verona, o chi dice a Genova.

Lo statuto di Verona del 1228 porta che il podestà giura:Eum peregrinorum post crucem, qui ivit vel ibit ultra mare, defendam in suis possessionibus rerum mobilium et immobilium vel sese moventium, quas detinuit vel detinebit sine litis inquietudine usque ad crucem susceptam; si tamen reliquerit procuratorem, qui possit agere et conveniri de quasi re mobili... De rebus vero immobilibus eis absentibus jus non dicatur.

427.NellaStoria d’Incisa e del celebre suo marchesato(Asti 1810) è riferita una carta del 1204 fatta colà, ove dicesi che Bonifazio marchese di Monferrato regalò al Comune un pezzo della santa croce e l’ottava parte d’uno stajo d’un grano color d’oro e parte bianco, non prima usato e portato dalla Natolia, e dettomelica. Il documento dev’essere spurio, nè del grano turco appare memoria prima della scoperta dell’America. Però nell’archivio vescovile di Bergamo trovo un atto rogato da Montenario de’ PapidieIVexeunte octobridel 1249, ove Alberto di Terza vescovo investe a titolo di perpetua enfiteusi i sindaci del comune di Sorisole di tutta la decima appartenente al vescovado ne’ territorj di Sorisole e Poscante, un sestario di vino, unacorbam de loa panici quæ extimatur duo sextaria, etc. Anche oggi chiamasiloalo spigone del turco, il quale pure è dettopanicoin molti luoghi. Questo documento, da niuno osservato, ch’io sappia, merita dunque qualche attenzione.

427.NellaStoria d’Incisa e del celebre suo marchesato(Asti 1810) è riferita una carta del 1204 fatta colà, ove dicesi che Bonifazio marchese di Monferrato regalò al Comune un pezzo della santa croce e l’ottava parte d’uno stajo d’un grano color d’oro e parte bianco, non prima usato e portato dalla Natolia, e dettomelica. Il documento dev’essere spurio, nè del grano turco appare memoria prima della scoperta dell’America. Però nell’archivio vescovile di Bergamo trovo un atto rogato da Montenario de’ PapidieIVexeunte octobridel 1249, ove Alberto di Terza vescovo investe a titolo di perpetua enfiteusi i sindaci del comune di Sorisole di tutta la decima appartenente al vescovado ne’ territorj di Sorisole e Poscante, un sestario di vino, unacorbam de loa panici quæ extimatur duo sextaria, etc. Anche oggi chiamasiloalo spigone del turco, il quale pure è dettopanicoin molti luoghi. Questo documento, da niuno osservato, ch’io sappia, merita dunque qualche attenzione.

428.Delle navi spedite da Venezia in ajuto di san Luigi una era lunga centotto piedi, larga settanta; una centodieci per settanta; nessuna meno di ottanta.Marin Sanuto.

428.Delle navi spedite da Venezia in ajuto di san Luigi una era lunga centotto piedi, larga settanta; una centodieci per settanta; nessuna meno di ottanta.Marin Sanuto.

429.L’Iter siriacumdel Petrarca è una descrizione del viaggio a Gerusalemme, diretta a Giovanni da Milano, che probabilmente era un Mandelli.Lionardo di Nicolò Frescobaldi fiorentino (il cui viaggio fu edito dal Manzi il 1817) nel 1384 passava in Palestina, per tutto venerando e cercando reliquie, e noverando quelle che vide a Venezia, in Egitto, poi in Palestina; finchè «in capo d’undici mesi e mezzo rientrammo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie. Trovammo a Vinegia molti pellegrini franceschi e alquanti viniziani, fra’ quali fu messer Remigi Soranzi di Vinegia, il quale convitò una sera a cena tutti quelli che doveano andare al Sepolcro, e fecesi grande onore, e la sua casa parea una casa d’oro, ed avvi più camere che poco vi si vede altro che oro e azzurro fino; e costògli da duemila ducati, e bene tremila ve ne spese poi lui». Andò con lui Simone Sigoli, del quale pure fu nel 1822 trovato il viaggio, di schiettissima dettatura, e col lungo catalogo di tutti i perdoni che si aveano in Terrasanta. Del 1431 vi tornò la terza volta fra Mariano da Siena, del quale parimenti teniamo la descrizione: — In sulla terza, col nome dello sviscerato ed innamorato Gesù entrammo nella santa città, e nella prima entrata, chi vi va in atto di peregrinazione confesso e pentito, si ha plenaria indulgenza e remissione di tutti i peccati; e chi vuole piaceri e consolazioni spirituali, faccia questo cammino. Io per me lo dico, che mai non seppi che consolazione spirituale si fosse se non qui, e passa tutti i cammini, sia qual si vuole». Egli assicura che «il mezzo del mondoad literamviene in mezzo fra ’l luogo dove Cristo fu crocifisso e dove resuscitò... Rimpetto alla natività, scendendo tre scaglioni, si è quello santo presepio, nel quale la dolcissima Madre riposò il suo dolcissimo Figliuolo Gesù piccolino; e qui il bue e l’asino l’adorarono, e feciongli buona compagnia. Questo è il più devoto luogo che io mai vedessi; ogni cosa è un sasso; la mangiatoja è tutta foderata di bellissimi marmi; allato si ha un altare. Dissivi messa... ed ebbine la maggior consolazione del mondo. Tuttavia mi parea avere quell’amoroso Bambino dinanzi gli occhi nella mangiatoja; e così tutti gli altri peregrini si comunicano. Tutta la notte non possono stare i peregrini in chiesa nè nessun cristiano, perchè vi stanno que’ Saracini che ci accompagnano, ed hanno grandissima devozione al luogo della natività di Cristo».Francesco Baldelli nel 1551 tradusse in italiano laPrima Crociatadi Roberto Monaco; ed è commovente l’entusiasmo de’ pellegrini al primo vedere la città santa: — O quante lagrime, pietosissimo Dio e giustissimo Signore, sparsero gli occhi dell’esercito tuo fedelissimo, allorachè per loro si videro le mura della terrena Gerusalemme! Quindi tosto chinandosi verso la terra, con la bocca e col capo salutarono divotamente il santissimo sepolcro del corpo suo sacratissimo, ed appresso adoraron te, che morto in esso giacesti, come quello che siedi alla destra del Padre, come quel giudice che venir dèi a giudicar le cose tutte. Ora sì che si può veramente dire che per te fosse addolcito il cuore di ciascuno, e che dove prima era di pietra, da te levato, fu dato loro di carne; e nel mezzo di loro mandasti lo Spirito Santo».

429.L’Iter siriacumdel Petrarca è una descrizione del viaggio a Gerusalemme, diretta a Giovanni da Milano, che probabilmente era un Mandelli.

Lionardo di Nicolò Frescobaldi fiorentino (il cui viaggio fu edito dal Manzi il 1817) nel 1384 passava in Palestina, per tutto venerando e cercando reliquie, e noverando quelle che vide a Venezia, in Egitto, poi in Palestina; finchè «in capo d’undici mesi e mezzo rientrammo in casa nostra, dando consolazione alle nostre famiglie. Trovammo a Vinegia molti pellegrini franceschi e alquanti viniziani, fra’ quali fu messer Remigi Soranzi di Vinegia, il quale convitò una sera a cena tutti quelli che doveano andare al Sepolcro, e fecesi grande onore, e la sua casa parea una casa d’oro, ed avvi più camere che poco vi si vede altro che oro e azzurro fino; e costògli da duemila ducati, e bene tremila ve ne spese poi lui». Andò con lui Simone Sigoli, del quale pure fu nel 1822 trovato il viaggio, di schiettissima dettatura, e col lungo catalogo di tutti i perdoni che si aveano in Terrasanta. Del 1431 vi tornò la terza volta fra Mariano da Siena, del quale parimenti teniamo la descrizione: — In sulla terza, col nome dello sviscerato ed innamorato Gesù entrammo nella santa città, e nella prima entrata, chi vi va in atto di peregrinazione confesso e pentito, si ha plenaria indulgenza e remissione di tutti i peccati; e chi vuole piaceri e consolazioni spirituali, faccia questo cammino. Io per me lo dico, che mai non seppi che consolazione spirituale si fosse se non qui, e passa tutti i cammini, sia qual si vuole». Egli assicura che «il mezzo del mondoad literamviene in mezzo fra ’l luogo dove Cristo fu crocifisso e dove resuscitò... Rimpetto alla natività, scendendo tre scaglioni, si è quello santo presepio, nel quale la dolcissima Madre riposò il suo dolcissimo Figliuolo Gesù piccolino; e qui il bue e l’asino l’adorarono, e feciongli buona compagnia. Questo è il più devoto luogo che io mai vedessi; ogni cosa è un sasso; la mangiatoja è tutta foderata di bellissimi marmi; allato si ha un altare. Dissivi messa... ed ebbine la maggior consolazione del mondo. Tuttavia mi parea avere quell’amoroso Bambino dinanzi gli occhi nella mangiatoja; e così tutti gli altri peregrini si comunicano. Tutta la notte non possono stare i peregrini in chiesa nè nessun cristiano, perchè vi stanno que’ Saracini che ci accompagnano, ed hanno grandissima devozione al luogo della natività di Cristo».

Francesco Baldelli nel 1551 tradusse in italiano laPrima Crociatadi Roberto Monaco; ed è commovente l’entusiasmo de’ pellegrini al primo vedere la città santa: — O quante lagrime, pietosissimo Dio e giustissimo Signore, sparsero gli occhi dell’esercito tuo fedelissimo, allorachè per loro si videro le mura della terrena Gerusalemme! Quindi tosto chinandosi verso la terra, con la bocca e col capo salutarono divotamente il santissimo sepolcro del corpo suo sacratissimo, ed appresso adoraron te, che morto in esso giacesti, come quello che siedi alla destra del Padre, come quel giudice che venir dèi a giudicar le cose tutte. Ora sì che si può veramente dire che per te fosse addolcito il cuore di ciascuno, e che dove prima era di pietra, da te levato, fu dato loro di carne; e nel mezzo di loro mandasti lo Spirito Santo».


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