Talvolta tre o quattro persone con atto pubblico si costituivano in fratellanza, stipulando comunione di beni e reciprocamente difenderli e succedersi. Talaltra alquante famiglie formavano una consorteria, pigliandoun nome comune, fabbricando una torre per difesa e ricovero di tutti, come i Pugliesi e i Maladerra di Sanminiato, che presero il nomignolo di Paraleoni[198]. Forse teneva dell’indole stessa quella delle tredici famiglie di Borgo Sansepolcro, che insieme aveano fabbricato la torre di piazza. In Lucca già nel 1203 esisteva la società di Concordia de’ pedoni (probabilmente detti in opposizione ai cavalieri o nobili) con priori e capitani e giuramento d’ajutarsi a vicenda con armi e senza, rifarsi reciprocamente dei danni; e guaj a chi offendesse alcun di loro: nessuno poteva essere accusato ad altro giudice prima d’informarne i priori[199].
Non di rado i Comuni affidavano il governo, o parte di esso, o un affare, od un’amministrazione, o l’eseguimento d’una condanna a qualcuna di siffatte compagnie; e dove l’una esorbitasse, se ne innalzava una contraria.
In Chieri erano le società de’ Militi e di San Giorgio; e della seconda abbiamo gli statuti, preziosi a qui ricordarsi[200]. Vi si entrava per successione o per nomina:chi ne uscisse per passare in altra, era passibile di cinquanta lire e dell’infamia. La società pagava le imposte di ciascuno; e solo ai membri di essa poteano vendersi le case e le terre. Come il Comune, quella città era ordinata sotto quattro rettori cittadini o un solo forestiero, che duravano quattro mesi, con notaj e massari per le spese ed entrate. Eravi un minor consiglio ed uno maggiore, il quale eleggeva i rettori. Non poteansi proporre per gli uffizj del Comune se non membri della società; non arringare contro il partito preso da questa; e poteva obbligarsi ogni membro a dir nel consiglio pubblico il suo parere; che se per ciò incadesse in una multa, era pagata dalla compagnia. Ai rettori di questa incombeva di difendere i membri, e mantenerli illesi, dovess’anche urtare contro le deliberazioni del Comune. Alcun di essi era insidiato? lo facevano custodire: ferito o percosso? domandavano riparazione e compenso: non l’ottenevano? toccavasi a stormo, e tutti tutti gli accomunati erano tenuti prender le armi, e correre a mettere a ferro e fuoco i beni dell’offensore; e così gli anni successivi, in sino a che non si fossero accordati. A chi rifiutasse obbedire alla chiamata, o non soccorresse al compagno avvolto in contese, multa di cinquanta lire. Niuno praticasse con chi aveva offeso uno della compagnia.
Non è questa una repubblica costituita nella repubblica? e gl’interessi de’ consorti poteano essere in collisione con quelli del Comune, e la loro unione facea che fossero pronti a sorreggere una parte o l’altra nelle insurrezioni, che così invelenivano di ciò ch’era preparatoper loro rimedio. A Siena nel 1371 i lavoranti di lana garriscono coi loro maestri, pretendendo essere tassati secondo le leggi del Comune, non secondo quelle dell’arte; e levano rumore, minacciando sangue: ma la forza pubblica prevale, e presine tre, li mette alla corda; i compagni per liberarli s’avventano alle armi, la città prende partito per essi; la querela diventa politica, gli ordini pubblici ne restano mutati, e gli artigiani dominarono in Siena, fin quando nel 1384 i nobili, unitisi al popolo minuto, li spodestarono, e fin a quattromila ne espulsero: onde la città perdette le arti, e se ne bonificarono l’Anconitano, il Patrimonio, il Regno e Pisa[201].
Le taglie che già si solevano pagare ai re o ai conti, furono forse conservate, pagandole al Comune: ma di esse e del sistema di esazione non si raccoglie soddisfacente concetto; e il variare di qualità e quantità secondo i tempi, a fatica si seguirebbe in una storia municipale, non che in questa generale. La rendita maggiore proveniva da gabelle e dazj che, secondo la scarsa economia d’allora, molto gravavano sulle merci introdotte ed esportate. Da principio quelle che entrassero nelle città o sul distretto pagavano per teloneo un tanto al carro o alla bestia: dipoi più equamente si prefinirono tariffe sul valore. La prima milanese è del 1216, e impone quattro denari per lira del prezzo delle mercanzie, cioè un mezzo per cento: poi nel 1396 fu alzata al dodici per lira, cioè cinque per cento, senza distinzione[202]. Fruttavano pure all’erario lemulte de’ condannati e le confische. Poi il genio fiscale altre imposizioni introdusse, come quella del sale[203], dei forni, del bollo alle misure, del vino al minuto, delle acque di pubblica ragione.
In maggiori strettezze ricorrevasi a prestiti, dando in pegno qualche preziosità, come i Milanesi diedero più volte il tesoro di Monza. Quel Comune, per combattere Federico II, supplì alla carezza del denaro con carta monetata, prefiggendo potessero con essa scontarsi le pene pecuniarie; il creditore privato non fosse tenuto riceverla in pagamento, ma il debitore non restasse esposto al sequestro se in cedole avesse tanto da spegnere il suo dovere. Per togliere di giro questa carta monetata si pensò formare il catasto de’ beni, neppure eccettuati gli ecclesiastici, misurati da geometri, e prezzati dall’uffizio degli inventarj. Con tale provvedimento il debito fluttuante restò rimborsato nel 1248; ma per fare il Naviglio grande, poi per uno o per altro titolo la tassa venne prolungata[204].
I Milanesi lagnavansi che i nobili, abitando in campagna, si sottraessero ai carichi dello Stato; nella concordia del 1225 questi soli, e non la plebe, si volle soggetti alle taglie. A Firenze, il 1362, non trovandosichi prestasse al cinque per cento, ser Piero di Grifo, uomo molto saputo in tali materie, suggerì che, a chi prestasse cento fiorini, gliene fosse scritto trecento; onde quel monte fu dettodell’uno tre. Poi, per altra guerra, a chi prestava cento si scrisse ducento, e chiamossi il montedell’uno due. Nel 1380 fu ridotto tutto al cinque per cento, e il capitale nominale al reale; dal che nacque grandissima confusione a motivo di quelli che aveano venduto e comprato.
Il catasto sovra dichiarazione giurata del possessore e di testimonj si eresse a Genova nel 1214, a Bologna il 1235, a Parma il 1302. In Firenze al 1336, secondo Giovan Villani, i tributi erano, la gabella della mercanzia, del sale, de’ contratti, il vin minuto, le bestie, la macina, el’estimo del contado, fruttanti in tutto trecentomila fiorini. Pare da ciò che solo il contado fosse colà sottoposto a taglia, forse per conguagliare le gravezze particolari ai cittadini: e in fatto l’estimo della città non potè farsi stabilmente che per opera di Giovanni Medici nel 1427, obbligando a descrivervi tutti i beni mobili od immobili che ciascuna famiglia possedesse dentro o fuori del dominio fiorentino, compresevi le somme di denaro, i crediti, i traffichi, le mercanzie che avevano,gli schiavi e le schiave, i bovi, i cavalli, le gregge d’altri animali, regolando al sette e mezzo per cento, sicchè ogni sette fiorini di rendita se ne poneva cento di stima. Sottraevansi le spese e i carichi, poi dell’avanzo si riscoteva la decima. Chi non pagasse metteasi a specchio, cioè si registrava in un libro, e rimaneva escluso dalle magistrature.
Chiese, monasteri, ecclesiastici andavano immuni, coi loro contadini e livellari, e fin coi beni di nuovo acquisto, per quanto le Repubbliche tentassero aggravezzare almeno questi; e a malincuore i preti s’inducevano a pagare pei beni patrimoniali, non però in manodi laico, ma del vescovo, cui per tale occorrente comunicavano il registro dei loro beni[205].
Le imposte moderate, tali cioè che il gravato creda poterle sostenere col crescere di operosità, servono di stimolo; scoraggiano allorchè costringono a mutare le abitudini; giudicate importabili, svogliano dagli sforzi, e uccidono l’industria. I Comuni nostri mostravansi al fatto persuasi che ogni spesa fatta dal Governo al di là di quel che occorre a conservare e proteggere l’ordine sociale, è un dissipamento e un’ingiustizia oppressiva: ma per questo vorremo noi misurare la felicità d’un paese dai centesimi dell’estimo?[206].
Il valutare le rendite è difficilissimo, prima perchè di lor natura sono variabili, poi perchè la scarsezza del denaro faceva se ne esigesse gran parte in derrate; oltrechè le forme della contabilità erano troppo diverse dalle odierne.
Variissimi erano i modi dell’esazione, i tesorieri, i deputati alle grasce e all’annona, eletti parte dal pubblico consiglio, parte dal podestà, parte a sorte, e da’ feudatarj nelle proprie giurisdizioni, ma sempre sottoposti al sindacato. Spesso la riscossione affidavasi a qualche monaco, od a corpi religiosi, come più disinteressati; e per renderla più sicura ordinavasi perfino a chi non l’avesse ancor pagata non venisse resagiustizia[207]; del quale ripiego si valeano principalmente per tassare anche i cherici. Nel contado a ciascuna pieve si assegnava una quota da ripartire fra le ville ed esigere: al qual uopo v’avea consigli o adunanze; dove sussistevano ancora i visconti vescovili, questi presedevano a tal bisogna insieme coi consoli di campagna.
Le case costituivano quasi la garanzia del cittadino in faccia al Comune. Pertanto il venderle equivaleva a perdere la qualità d’accomunato; per ciò stesso di chi fosse espulso veniva demolita l’abitazione, e al forestiere non si permetteva di possederne; e i nobili di campagna, quando fossero accettati in città, per prima cosa vi fabbricavano un palazzo. Ad Ivrea si considerava cittadino chi vi abitasse, possedesse pel valore di dieci lire, fosse scritto nel libro dell’imposta del Comune[208].
Zecche ebbero già i Longobardi a Pavia, a Milano, Verona, nel Friuli, a Lucca, e forse a Spoleto e Benevento; e possiam credere continuasse così sotto ai Franchi e agli imperatori tedeschi: ma presto conti e marchesi domandarono o pretesero moneta propria.Per privilegio dell’imperatore Lotario I a Manasse, gli arcivescovi soli poteano coniarne a Milano; diritto che conservarono finchè la repubblica il trasse a sè. Altrettanto sarà addivenuto nell’altre città, e ci restano monete di più di cento zecche nostrali: anche alcune famiglie n’aveano il diritto, come in Piemonte i discendenti di Aleramo, marchesi di Monferrato, di Saluzzo, di Ceva, di Busca, di Savona, del Carretto; e alcuni feudatarj dell’Impero, quali i conti di Desana, di Crescentino, di Cocconato, ecc. Per lo più quelle monete aveano corso soltanto nel paese.
Tentò il Barbarossa ritrarre a sè questa regalia, e fece battere i soldi imperiali nei villaggi dove avea distribuito i cittadini della distrutta Milano; ma poi la dovette consentire alle città federate, le quali ben presto all’effigie dell’imperatore surrogarono i santi patroni[209]. Cadute le repubbliche ai tiranni, AzzoneVisconti a Milano diede il primo esempio di stampare del proprio nome le monete: Genova ne battea prima del 1139, quando ne chiese e ottenne privilegio da Corrado II di Germania. A imitazione del genoino, i Fiorentini nel 1252 batterono il ducato, che da una parte recava il Battista, dall’altra il giglio, donde il nome di fiorini che si propagò in tutta Europa, con oro di ventiquattro carati, e il peso d’un ottavo d’oncia, o un sessantaquattresimo di marco, e divideasi in venti soldi[210]. Subito gl’imitarono Francesi, Ungheresi ed altri popoli, e fra noi i re di Napoli, i conti di Savoja, i marchesi di Monferrato, i Veneziani; e molto accreditato fu in commercio lo zecchino veneto, battuto primamente nel 1284, sul quale si conservarono sempre la rozza impronta primitiva del doge che riceve lo stendardoda san Marco, e la barbara e devota iscrizioneSit tibi, Christe, datus quem tu regis iste ducatus.
Dacchè la lira cessò d’equivalere veramente al peso d’una libbra d’oro o d’argento, variò senza limite la proporzione, solo sussistendo la divisione in venti soldi, e del soldo in dodici denari. Non entreremo nel pecoreccio degli avvicendati valori delle monete e del conguaglio fra l’oro e l’argento; e basti dire che quest’ultimo era principalmente adoperato nel commercio di Levante e che in generale vuolsi fare stima che la scoperta dell’America ne ridusse il valore a un sesto, e a un terzo quel dell’oro.
Monete di rame non si conoscono de’ tempi barbari, onde o mancavano al giornaliero commercio, o si dovea coniarne di argento troppo sottili, o peggiorare la lega.
È argomento dell’opulenza italiana che Venezia, all’entrare del secolo xv, battesse l’anno un milione di zecchini; e Firenze quattrocentomila fiorini in oro, e più di ducentomila libbre d’argento; e dal 1365 al 1415 vi si erano coniati undici milioni e mezzo di zecchini d’oro. Se vogliansi lodare come manifatture e come lusinga alla nazionale vanità che tanto lega i cittadini, ognun però vede quanta confusione dovesse derivare da tanta varietà. Il disordine introduceva il solito morbo de’ cambisti, che soli tenendo il filo di quel labirinto, vantaggiavano alla grossa.
La scienza amministrativa e finanziera nacque in Italia, o qui prima si pensò a ridurre in un quadro tutte le entrate e le uscite, formandone il bilancio, come si chiamava con nome espressivo[211].
Pisani, Genovesi, Amalfitani, ma principalmente i Veneziani, estesi in tanto commercio, sentirono il bisognodi conoscere le condizioni proprie e dei popoli con cui erano in relazione di traffici e di politica. Fin dal xii secolo Venezia ordinò ne’ suoi archivj i pubblici atti, fe scrivere la storia civile, e stabilì le forme secondo cui gli agenti diplomatici dovessero raccogliere e presentare al senato i ragguagli dei paesi ov’erano spediti[212]. Quindi nessun governo fu altrettanto istruito; e que’ ragguagli su’ principi, sulle forze, sulla potenza de’ varj Stati, allora anticipavano l’esperienza, ora sono miniera di statistiche cognizioni. Anche nell’interno i governanti doveano dare minuto ragguaglio delle provincie loro; poi nel 1338 vi troviamo traccie di anagrafi. Nel 1330 Jacopo Tondi, uno della Signoria di Siena, eseguì una visita uffiziale dello Stato sanese e ne compilò una relazione, che è il primo saggio di quei prospetti statistici, dei quali si fa vanto la nostra età[213]. Le altre repubbliche adopravano a somiglianza, e potrebbero raccogliersi le statistiche dagli storici e dagli archivj, dove pure giaciono gli atti verbali de’ consigli d’allora, ricchissimi d’insegnamento.
Se fra tante disparità vogliamo cercare i fattori comuni, troviamo dappertutto la sovranità del popolo, che ne’ casi più rilevanti la esercitava direttamente, negli ordinarj la delegava a rappresentanti. Erano questi divisi in un consiglio maggiore, specialmente incaricato del potere legislativo; e in un minore, che assisteva il capo dello Stato nell’esecutivo. I pubblici uffizj erano elettivi, di breve durata, e sottoposti a sindacato. Ogni Comune aveva uno statuto, in cui si comprendevano le leggi organiche della repubblica, i diritti e le consuetudini di tutti e de’ singoli, le leggi criminali e i decreti civili, mescolati di romano e di germanico; e dove gran parte aveano le ordinanze censorie e suntuarie. Questi statutiobbligavano in quanto ciascuno li giurava o all’atto di divenir cittadino, o nell’assumere una magistratura; avanzo del diritto feudale, per cui la fede rimaneva un fatto personale. Ciascun quartiere o consorzio o maestranza era responsale della condotta dei consorti; e il reo sottoponevasi alle loro speciali giudicature prima di trasmetterlo al tribunale del Comune. Queste divisioni del Comune stesso in corpi moltiplicavano occasioni di conflitto: lo perchè speciale studio degli statuti era il conservare la pace pubblica.
L’età nuova comincia dunque colla stessa varietà di forme che già trovammo nella prisca. Tante erano quante le città, le quali, costituitesi ognuna indipendentemente dall’altra, aveano provveduto come credevano al proprio meglio; di che infinite varietà, spesso stravaganti, sempre inesperte.
Ma il fatto più appariscente è che esistevano municipi, non provincie, non Stati. Nè qui soltanto, ma in tutta Europa presentavasi allora questa moltiplicità di centri sopra angusto spazio, senza nesso comune; e dove il ben generale terminava ai limiti del territorio, considerando proprio vantaggio il danno del vicino. Quindi diversità di statuti, di pesi, di misure, di dogane; quindi un incomodo succedersi di pedaggi, mentre rimanevano degradate le strade, sia perchè non vi aveva accordo a mantenerle, sia perchè ad ogni rompere di nimicizia venivano guastate. E di nimicizia era seme la vicinanza stessa; e quando ogni Comune costituiva uno Stato, sconnesso dal vicino, le investiture, i privilegi, gli statuti si assimilavano a trattati di pace e di mutua assicurazione.
Niuna podestà sovremineva; giacchè il re vigilava bensì perchè fosse pagato il censo dovuto alla Camera, e dati i doni o i sussidj convenuti; e perchè i giudici del feudo o del Comune non proferissero sui casi riservatiagli uffiziali regj, nè di persone o beni al re solo sottoposti; ma non dovea nè potea mescolarsi dell’interna amministrazione. Ne derivava come difetto generale la debolezza, essendo il Governo diretto da troppi, e spesso dalla piazza, la peggiore delle tirannie e delle miserie. I magistrati (solito effetto del voto universale) non erano tanto solleciti del vero bene, quanto dell’opinione degli elettori; e non tiranneggiavano, ma dove complisse peccavano d’ingiustizia.
Mentre poi ciascuna repubblica studiava a formarsi una legislazione particolare, nessuna seppe prepararsi statuti che garantissero la sua libertà, frenassero i prepotenti, limitassero i depositarj del potere. In sottigliezza di costituzioni mal s’intende il grosso del popolo, mentre di ciascuno è bisogno la giustizia, dalla quale dipendono persone e beni. Solleciti della sicurezza dei contratti, di ordinare le successioni, reprimere i piccoli delitti, non provvidero ad assodare una buona struttura pubblica con quel ch’è primo scopo della politica, un Governo regolato insieme e libero. Adunque non previdenza per l’avvenire, non freno all’ambizione de’ pochi o alle esuberanze della moltitudine, paghi della libertà senza sfuggire l’anarchia, nessuno pensò a combinarla colla sicurezza personale e pubblica, a secondare lo svolgimento delle istituzioni. Le passioni, più impetuose quando non temperate da costumi e da studj, rendevano frequenti i delitti; e quello sminuzzamento di Stati agevolava il sottrarsi al castigo. Quindi incerte idee sulla moralità, un delitto portando pena diversa a pochi passi di distanza: quindi mancato quel ch’è efficacissimo carattere della giustizia, la certezza della punizione, giacchè il delinquente trovava vicinissimo un asilo su terra forestiera: quindi il Governo costretto occuparsi quasi unicamente d’amministrare la giustizia criminale, ed ai magistrati doveva affidarsi un potereillimitato, che facilmente diveniva micidiale della libertà, o che portava per reazione la vita privata a ribellarsi alla pubblica, l’individuo a nuocere al cittadino, cercando l’affrancazione in quell’isolamento che era stato carattere della feudalità.
Così delle singole repubbliche: tutte insieme poi non seppero stabilire una buona federazione, che non solo le avrebbe salvate dai nemici, ma poteva offrire un modello alla restante Europa. La Lega Lombarda, esemplarmente gloriosa ne’ primi effetti, non conobbe altrettanto la civile prudenza; non seppe quel che spesso noi pure dimentichiamo, che non v’è autorità senza unità, e senz’autorità non v’è pace e libertà: e il formare una salda confederazione che avesse centro a Milano, patria dappertutto, e feste ed esercito comune, e tesoro e patti e assemblee determinate; il vedere che il torto fatto ad una era fatto a tutte, minaccia di tutte la morte di una; il rassegnarsi a un male immediato per reprimere un abuso che causerebbe mali remoti, era un troppo aspettarsi da gente abbagliata dal trionfo, e nuova negli accorgimenti politici.
D’unità nazionale neppur nacque il pensiero, tant’era cosa insolita; come a Napoleone non venne l’idea di valersi de’ battelli a vapore o dell’inescazione fulminante. Che le libertà parziali non valgono senza l’indipendenza, chi allora lo capiva? Non ebbero parlamenti savj come l’inglese, non rivoluzioni iniziatrici come la francese: ma questi sarebbero riusciti tali senza la esperienza de’ nostri Comuni? Il reggere ai mali che accompagnano la libertà è difficile, lento il successo; talchè il grosso degli uomini cade per istanchezza o precipita per impazienza. Troppo rari il Cielo suscita di quegli eroi civili che vagliano ad erigere tutta la popolazione alla propria altezza, e che tengano per condizione e per unico mezzo di riuscita il libero concorsodi quella. Le nazioni libere possono aspirare alla vittoria, non al riposo; e i Comuni nostri, nel fervore della lotta, nell’ebbrezza della vittoria e nella fiducia della rinnovata fratellanza, si abbandonarono al buon volere dei collegati e al senno dei rettori, che, qualvolta occorresse, doveano raccogliersi per discutere dell’interesse universale; tutti gli spedienti furono attuali e momentanei, senz’avvisare al tempo in cui sarebbe allontanato il pericolo, sbollito l’ardore, sottentrate le brighe e le gelosie, ahi! troppo pronte seguaci delle vittorie popolari.