CAPITOLO C.Lingua Italiana.
Avvenimento importantissimo nel medioevo è il formarsi, o, dirò meglio, l’apparire delle lingue nuove, e della nostra specialmente, che di buon’ora troviamo svolta a segno, da bastare ai più nobili argomenti. Ne dedussero le voci e i modi chi dal tedesco, chi dal greco, chi dal provenzale, chi dal celtico, e fin dall’arabo e dal persiano: e al vederli tutti sostenere l’assunto con lauta erudizione e spesso con lealtà, tu inclini a credere che nessuno avesse interamente ragione, tutti n’avessero parte. Effetto dell’impicciolire la quistione isolandola, mentre anzitutto bisogna aggruppare le lingue derivanti da ceppo comune, le quali perciò tengono somiglianze grandissime, senza che l’una sia figliata dall’altra.
È abbastanza conosciuto che le lingue si raccolgono sotto tre gruppi, denominati dai tre figli di Noè. Delle giapetiche, una vasta famiglia s’intitola indoeuropea, perchè abbraccia quasi tutte quelle della moderna Europa, insieme col persiano e col sanscrito dell’India; lingue aventi un organismo comune, e maggiori o minori somiglianze fra sè. Appartiene a queste la latina, la quale assai partecipa della greca, ma nonper questo è a credernela figlia; tant’è vero che tiene della sanscrita molto maggior numero di termini che non la greca. Espressioni della società che le adoperava, la sanscrita era lingua sacerdotale, popolare la greca, grave ed aristocratica la latina, avente per carattere speciale lamaestà, di cui persino il nome è ignoto alle altre; lingua singolarmente opportuna ad esprimere il comando, sicchè in essa furono dettate le più insigni legislazioni, poi i canoni del nuovo impero incruento: lingua della civiltà, che si fuse cogli idiomi tutti dei Barbari per redimerli dalla materialità; che fu adottata come universale nella società cattolica, ove tutto doveva esser uno.
Il latino si formò da un fondo indiano derivatole per la Tracia, e dai dialetti delle varie colonie stabilitesi in Italia, e delle genti sottomesse o consociate. I più antichi monumenti lo mostrano vago e incerto, come quello che non era scritto o poco; anzi gli uni differiscono dagli altri talmente, che senza estrinseci argomenti non si arriverebbe a determinarne l’età, e l’epitafio di Lucio Scipione si direbbe più antico che quello di Barbato suo padre (CapitoliIIIeXXXI, e Appendice I, dove le prove di ciò che qui si asserisce).
Regola ed affinamento ricevette mediante la letteratura greca; e mentre appariva rauco ed inculto nelCarme Saliare, sonò breve e marziale in Ennio. Via via si andò ripulendo e fissando; l’assoggettamento del Lazio fece che, se la lingua di Roma andava corrotta da tanto affluir di genti d’ogni favella, ne rimanesse quale tipo la lingua del Lazio, la latinità, distinguendosi Roma soltanto per quell’urbanità, di cui, come dice Cicerone, più si avverte la mancanza in provincia che la presenza in città. Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchitocolle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della romana repubblica aveva nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza e maestà degna d’un popolo re.
La grandezza patria lasciava presumere che in tale eccellenza dovesse persistere lungamente; se non che la durata di ciò ch’è artifiziale non può essere perenne. Marco Tullio, che collocava ai tempi di Scipione e di Lelio il miglior parlare, già all’età sua ne sentiva la decadenza, e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udir quella vecchia loquela incorrotta che gli rammentava Plauto e Nevio; appunto come a noi pare d’udire il Sacchetti o il Firenzuola sulla bocca di una pistojese o d’una ciana. Una sterilità organica non permetteva alla latina d’arricchirsi a modo della lingua greca, mediante la composizione; mancava della parte metafisica e trascendente, la popolare ripudiava; e quando, sbandita dalla tribuna, ricoverò alla Corte, dipendente dal capriccio de’ cesari, e obbligata a saldare l’avvilimento con uffiziali dottrine, ostentò dignità col tono declamatorio; ricorse all’arcaismo, sintomo di decadenza come il rimbambire de’ vecchi; e insieme abusò di voci nuove, non giustificate dal bisogno di esprimere nuove idee o di meglio precisare le filosofiche. Già Augusto derideva ilfetore delle parole reconditee i cercatori d’anticaglie; poi gli ispanici vi insinuavano gonfi neologismi, mentre dal greco accattavansi pedantesche affettazioni.
Il turbine divenne sempre più vorticoso quando cittadini di Roma furono i Barbari di tutto l’orbe conosciuto, sicchè con pari diritto introducevano le voci native quelle poche volte che al popolo od in senato favellassero: e quando ai gradi supremi e fin al seggio imperiale salivano capitani stranieri al Lazio e all’Italia, era egli a pretendere purità di favella? Eppure fu allorache le conquiste la portarono alle estremità dell’Oriente e dell’Europa, e che col cristianesimo riformata, divenne lingua universale, e veicolo della scienza e della civiltà, sicchè i limiti di questa sono là dove il latino è inteso.
Chiunque abbia meditato sulla natura delle lingue, sarà convinto che il vulgo romano doveva averne una propria, diversa da quella che scrivevano Livio e Cicerone, più analitica, trascurante delle desinenze, alla cui varietà suppliva colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi, e le relazioni meglio determinava mediante gli articoli. I bei parlatori aveano forbito la lingua coldelectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia rimovendo le parole troppo usuali ed aspre, per attenersi alle dolci, tornite e numerose. I grammatici con Fortunaziano insegnavano chelongioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti comeinaurare, aggregare, apparere, extinguere, observare, exprimere, non i loro semplici, i quali dovettero però restare nella lingua del popolo. Di fatto raccogliamo che questo diceascopare, stopa, sufolo, bellus, caballus, dove gli aristocrati usavanoverrere, linum, tibicen, pulcher, equus: anellusescutellaabbiamo in Cicerone,adjutarein Pacuvio,minacciasin Plauto, in Lucreziobene sæpe, comebene impudentemin Cicerone; e negli scrittori agrarj raccolti dal Goes,botonesper mucchi di terra,brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, planuria, quadrum, e ben altri vocaboli ignoti al parlar letterario. Donde ci si fa persuaso che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini prevalevano nella rustica, adoperata da’ plebei, la quale noi, per annunziarci senza ambagi, crediamo sia la stessa che oggi parliamo, collemodificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.
Le prove di tutto ciò noi le adducemmo altrove: e certamente Plauto discerne la linguanobilisdallaplebeja; la prima dicevasi ancheurbanaoclassica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola, dal nome dei servi domestici (vernæ), e anche da Vegeziopedestris, da Sidoniousualis, quotidianada Quintiliano, il quale move lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridar voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsidue, tre, cinque, quattordice, e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto. Che v’avessero maestri del bel parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il saper di latino, quanto vergogna l’ignorarlo; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume. Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’impararelinguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere alle amanti in lingua pura e usitata: un purista censurò ilcujum pecusdi Virgilio, come parola di contado. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e continuò a seguir l’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna.
Nè le lingue prische erano spente ne’ paesi conquistati della restante Italia. Quando Bruto veniva proconsole nelle Gallie, Cicerone l’avvertiva che v’udrebbe parole poco usate a Roma (parum trita): a Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi. Tito Livio fu tacciato di patavinità. In lingua osca i giovani romani rappresentavanole Atellane, e il popolo ne andava pazzo. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui avea dedotto il nome. E i così varj dialetti nostri attestano antichissime differenze di idiomi, ben anteriori all’invasione dei Barbari.
Viepiù doveano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente. Le legioni nostre che per le provincie accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, doveano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori.
Aggiungansi le varietà di pronunzia. Il vecchio latino era aspro, quanto lo prova ilrozzonumero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento d’eufonia, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori, teneva, cred’io, ai prischi idiomi o dialetti italici, nei quali quanto si amasse la terminazione in o appare dalle monete della bassa e media Italia, dal famoso senatoconsulto de’ Baccanali, e dagli epitafi degli Scipioni. Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col volger de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver conservato le parole che escono in vocale (acqua, stella, porta...), mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo l’ablativo (fronte, ardore, arbore, libro...). Dappertutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: e che di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine?
Segnalate vestigia n’abbiamo nelle iscrizioni, massime in quelle de’ primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica. Per tali accidenti, sopprimevansi spesso las, lac, lamfinale, stringevasi il dittongoauino, proferivasi l’eper l’oe per l’i, ilvpelb, sicchèmundus, fides, tres, aurum, scribere, sicdiventavanomondo, fede, tre, oro, scrivere, sì; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, anzichè all’uso letterario.
Quando poi la gente meglio stante e la Corte si trapiantarono a Costantinopoli, e ringhiera e senato qui ammutolirono, nè v’ebbe corpo di scrittori o impero di tradizioni che gli conservasse l’aristocratica castigatezza, il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, doveva alterarsi viepiù perchè così sintetico, e perchè non procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.
Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a cercare d’esattamente articolar la parola o di adoprare tutti gli elementi, lusso grammaticale. Adunque, invece della finezza di declinazioni e conjugazioni, adoperò la generalità delle preposizioni e degli ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua latina, forbita dagli scrittori classici, non imbarbariva, come dicono i più, ma tornava verso i principj suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra odierna; sicchè il parlare che chiamano del ferro era un’altra fasi della lingua, ove la scritta accolse in maggior copia voci e forme della parlata, e modificate secondo paesi: donde quel lamento di san Girolamo,che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo.
Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non dirigendosi a corrompere ricchi e ingrazianire letterati, ma recando al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza e perfino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche l’idiota, il quale proferiscainter hominibus; san Girolamo professa voler abusare del parlare, per facilità di chi legge. Chi dunque abbia mente alla purezza ciceroniana, dee nausearsi ai tanti modi che si scontrano ne’ Padri, e fulminarli col nome di barbarismi: ma il fatto era che il cristianesimo, come le altre cose, così trasformava la lingua. Nel tradurre la Bibbia, destinata non ad aristocratico allettamento, ma ad edificazione della plebe, si sbandirono le forme convenzionali e l’artifizioso periodare de’ classici, il quale del resto non s’incontra in coloro che con minore arte scrissero, come nell’inarrivabile Cesare o nelle epistole di Cicerone e de’ suoi amici; ma secondo il parlar comune, si tenne semplice l’andamento, ingenua l’esposizione. I precettori, che la sentenziano di corruzione e barbarie, dovrebbero riflettere che l’antichissima versione dettaitalicafu eseguita nel fiore della latina favella; e in quei salmi l’idioma del Lazio prende un vigore inusato, e per secondare la sublimità dei concetti ripiglia la nobile altezza che dovette avere ne’ sacerdotali suoi primordj, un’armonia, diversa da quella che i prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire persino all’italiano.
Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino, infondendogli l’ispirato vigore dellebelle lingue aramee e la semplice costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un ristoramento della letteratura?
L’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Temistocle fece dannare a morte l’interprete venuto cogli ambasciadori di Persia, perchè aveva profanato il greco coll’esporre in questa lingua l’intimata del fuoco e della terra: ai Cartaginesi fu proibito di studiare il greco: latino parlavano i magistrati romani anche ai Greci, nè altrimenti che in quella lingua poteano darsi gli editti del pretore. Tra le altre servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino; e Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Licia, il quale non seppe così rispondergli. Davanti al senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione piuttosto che diremonopolio. Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti; mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più distanti: e più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma.
Ma che a generare le lingue nostre, detteromanzeperchè uscite dal romano, principal parte avessero i Barbari, a noi sembra tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure non riscontri vocabolo gotico in quell’idioma: Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso d’acque o la cresta d’unmonte frapponevansi a due linguaggi diversissimi, quanto è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari?
Nondimeno, a sentire certuni, avrebbe a credersi che un bel giorno i nostri d’accordo avessero dismesso il parlare romano, e assunto quello dei Barbari. Ma a qual fine? l’Italiano non aveva nulla a chiedere al conquistatore se non misericordia: questi invece bisognando dei vinti per tutte le necessità della vita, era costretto modificare la sua loquela sulle nostre, non il contrario. E che ciò sia vero, voi trovate nella nostra rimasti ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressioni; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino; a ogni modo son meno assai che non le voci latine accettate dai Tedeschi. Anzi alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori adottate furono spesso tratte al peggio senso; eland,che pei Tedeschi èterra, per noi fu un terreno incolto; erossnon espresse un cavallo, ma un cavallaccio; ebaronedivenne sinonimo di paltoniere e birbo; egrossosignificò tutt’altro che grandezza.
Ben troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; di molte la radice non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici non posero mai nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti? Se fossero certe due carte addotte dal Muratori, sino dal 900 i Corsi e iSardi avrebbero usato un vulgare assai simile al nostro; eppure non vi presero dimora le genti tedesche.
Adunque la nostra lingua (e vale a un bel circa lo stesso delle altre romanze) non è che la parlata dagli antichi Latini, colle modificazioni che necessariamente, in qualunque favella, introduce il volgere di venti secoli. Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come vecchi o corrotti, ma che doveano correre tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei.
Più che delle parole vuolsi tener conto delle differenze grammaticali che dicemmo, come il supplire alla varietà di desinenze colle preposizioni, l’anteporre ai nomi l’articolo, il formare coll’ausiliario molti tempi della maniera attiva e tutti quelli della passiva, l’abbandono dell’inutile genere neutro e dell’inesplicabile verbo deponente. Ma è natura di tutte le lingue, nel loro procedere, di farsi più chiare, più analitiche, in ragione che s’impoveriscono di forme grammaticali; e ciò si avvera ben anche nel tedesco e nel persiano, per accennare solo a lingue del gruppo stesso della latina, e a paesi cui non arrivarono immigrazioni della natura delle nostre. Già nel latino de’ migliori tempi si trovano indicate le relazioni per via di segnacasi, non erano ignoti gli ausiliarjavereestare, del qual ultimo ci sopravive il participiostato. L’articolo, proprio della lingua greca e delle germaniche, non era raro fra i Latini, sia il determinanteilleo l’indeterminatounus; e sentendosi il vantaggio di quella precisione nel parlare ordinario, anche nello scrivere siammetteva l’ipseeille, o si surrogava l’articolo a questi prenomi, come oggi si fa; talchè nelle litanie che cantavansi in chiesa al tempo di Carlo Magno, il popolo rispondevaOra pro nos, Tu lo adjuva. In tal modo s’introduceva o confermava l’uso dell’articolo, caratteristico alle lingue dell’Europa latina, differente però da quel de’ Greci e del gotico, i quali non escludono la declinazione. Ed esso e gli ausiliarj vennero a risarcire in chiarezza e analitica precisione ciò che le lingue perdevano in dovizia e simmetria. Il fondo però restava sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine, nel friulano per esempio; si scrissero poesie bilingui, lunghe composizioni sardo-latine.
Nè le parole, dunque, nè il sistema grammaticale fa mestieri derivare dagli invasori: ma poichè monumenti mancano onde seguire storicamente questa trasformazione, siam ridotti cercarla a tentone in qualche parola sfuggita a quei che usavano la lingua letteraria.
Un singolare documento ci rimane nei comandi militari dei tribuni:Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque. Quelbandumpervexillum, quelsequitee quelturbatis, imperativi insoliti, sono i precursori delle contorsioni che in ogni parlare si fanno pel comando delle milizie. Dell’anno trentotto di Giustiniano trovasi un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, comeDomo quæ est ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, baudilos. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansiin carrucis solito altioribus; ecarrociaper carrozza dice oggi il vulgo lombardo. LaStoria miscellariferisce al 583, che, mentre Commentiologenerale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia,Torna, torna fratre; onde gli altri lo credettero un ordine di tornare indietro e fuggirono. Ajmonino racconta che Giustiniano ebbe prigioniero il re di certi Barbari, e fattoselo sedere a lato, gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli risposeNon dabo, l’imperatore replicòDaras; forma nostrale del verbodareal futuro.
Così la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, sin a formarne due diverse; siccome anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Ma se in altri paesi il vinto gloriavasi di usar la lingua del vincitore come segno d’emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, si serviva di secretarj nostri, e perciò della lingua latina onde scrivere le leggi. In queste sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, trovandosi i signori diffusi ne’ castelli, in contatto cogl’indigeni e non coi nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.
Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; e ciascuna v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio il progressivo mutarsi dell’antica nella nostra favella.
Nel musaico che papa Leone III poneva in Lateranoil 798, cioè nella città più colta del mondo e pel ristoratore degli studj, è scritto:Beate Petrus dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Il testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 908 legge:Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesiae nepote meo et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue. E quattro anni più tardi un altro:Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi seniori meo, animas salutem.E altrove:Foris porte qui Ticinensi vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub tempore domno nostro.... Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dare in fallo, mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, la ineleganza degl’idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso stento di ciascuno nel latinizzare il proprio linguaggio.
Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella, non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari. Nè però noi sogniamo con quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dalla ragione smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma venivano e leggi e magistrati,quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?
Papa Gregorio V nel suo epitafio è lodato perchè
Usus francisca, vulgati et voce latina,Instituit populos eloquio triplici.
Questa lingua vulgare in Italia tenea molta conformità col latino letterale: talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante. Pure que’ notaj o cronisti molte volte si tengono obbligati a spiegare la parola latina con una più conosciuta, la quale si riscontra identica a quella che oggi usiamo; a modo de’ vulgari italiani sono nominate alcune località indicate in esse carte, o persone e mestieri; il vulgo poi attribuendo, come è suo stile, soprannomi di beffa o di qualificazione, lo facea con parole che diremmo italiane. Talvolta ancora lo storico mette voci vulgari in bocca de’ suoi personaggi, o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.
Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformò, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. E come voi oggi vi credete quel di jeri, e di giorno in giorno, restando lo stesso, vi cambiaste pure di bambino in fanciullo, poi in adolescente, in uomo, in vecchio; al modo stesso procede il travaglio delle lingue. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra favella; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato degli affari in dialetti tedeschi; ma quando era da ridurli iniscritto, ricorreano achericinostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli strumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva a svolgere le lingue vulgari. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua tanto diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicòliberaliter et sapienter: Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolomaternaliter, cioè tradusse in vulgare. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per avere aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati,primo literaliter et secundo vulgariter, diligenter, per seriem de verbo ad verbum.
Fanciulleggiarono le lingue finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere de’ proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo ne’ consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi sentimenti.
Non sorgono dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. Alla parte poetica, educatrice di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, acquistarono coltura sull’esempio delle precedenti.
La separazione dei Comuni e dei feudi avea portatoprodigiosa varietà di dialetti: quando si fusero in piccoli Stati, e i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu tolto a raffinare di preferenza, e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.
Ed anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia riducevasi a unità di dominio, e con questa veniva unità di linguaggio; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più d’uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.
Un’opinione da scuola vorrebbe che prima in Sicilia siasi parlato italiano. Se fosse, n’avrebbe rinfianco il nostro assunto sulla poca influenza de’ Barbari: ma altro è parlare, altro scrivere; e immiseriscono la quistione quelli che attribuiscono la formazione della lingua ad alcuni, e fors’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo essa riconosce vita e sovranità. Forse che filosofi o poeti hanno l’intelligenza che inventa, e la possanza che fa adottar le parole? al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino, e per adulazione a Federico II e sua corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale. Ma i pochi frammenti che ce n’avanzano, non differiscono dal toscano che contemporaneamente si usava; e per indurre col Perticari che il buon italiano si parlasse in quell’isola prima che in Toscana, bisognerebbe non avessimo canzoni in dialetto siculo, a gran pezza discosto dalla lingua usata dagli scrittori.
Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano; il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare». Ebbene, noi sfidiamo a trovare che altri mai lo dicesse; e solo il Petrarca per condiscendenzad’erudito scrive che il genere della lingua poetica apudSiculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit.Ove, del resto, s’intende di poesia, non di lingua; e potrebb’essere che Federico, viste in Germania le canzoni che i minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri: ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fiore di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo o il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono.
Dante pone che cose per rima vulgare in lingua d’oc, cioè in provenzale, e in lingua disì, cioè in italiano, non siensi dette se non cencinquant’anni prima di lui, lo che riporterebbe al 1150; e lo rincalza il commento di Benvenuto da Imola. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti; dell’italiano nulla abbiamo di più certa antichità, tardi sentendosi il bisogno di scriverlo, perchè già si possedeva il latino, formato e nazionale. Una lingua che succede ad un’antica, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’auino, non mutare laliniavanti ada b c f p, nè lojing, nè inserire laiavanti ade.
È conforme alla natura dei vulghi che colla lingua a parola finita, adoprata negli scritti, restasse la parlata a parola tronca. Oltre poi il toscano, che fu elevato alingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già allora preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Se il Lombardo pronunzia l’eu, l’ue l’one l’an, nasali a modo francese, e contrae l’auino, forse è debito alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo nostro voci proferite tal quale si fa colle antiche galliche. Anche in altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e che hanno riscontro con provenzali; prova che sono anteriori alla separazione delle due lingue.
Già le carte venete delXIIsecolo mutanoginz(verzene, zorzi); le bolognesi ci offronoaltare sanctæ Luziae, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Mugnamigolo; sull’arco alzato dai Milanesi, quando riedificarono la patria, eran nominatiSettara, Mastegnianega, Prevede, idiotismi odierni; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano; frà Buonvicino da Riva, che scriveva nel secolo seguente, ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:
Chi loga se lumenta lo satanas rumorD’la verzene Maria matre del Salvator;
Chi loga se lumenta lo satanas rumorD’la verzene Maria matre del Salvator;
Chi loga se lumenta lo satanas rumor
D’la verzene Maria matre del Salvator;
e anch’oggi i villani diconochilogaper qua (hoc loco), elumentàper ricordare, rammentare. Altre voci dei dialetti serbano l’impronto delle dominazioni e comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre nei paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti, Marsi e di là dal Tevere, maggiori reliquie sopravivono di romano rustico. Tant’era lontano che tutte le città italicheparlassero il linguaggio stesso; fatto repugnante a natura quand’anche non restassero prove del contrario, e non vedessimo Dante poco di poi riprovare quattordici dialetti, cioè le voci troppo zotiche e troppo municipali, per iscegliere le più acconcealla poesia. Ben merita considerazione che que’ primi scrittori (comunque il lor paese natìo parli trinciato, e squarti e scortichi le parole; o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje quale le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti), di qualunque parte fossero, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi al dialetto toscano. La quale norma generale, se non si fosse voluta disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che già si praticava, avrebbe schivate deh! quante sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per fare avviluppato e controverso ciò che è chiaro e consentito col fatto.
Perocchè il linguaggio è come il diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione, poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il bello, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la fedele espressione del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.
Ma mentre il nostro popolo conservò il titolo di toscana alla lingua, i dotti la chiamarono dapprima vulgare, quasi non conveniente che a vulgo; quando essi l’assunsero, vollero dirla cortigiana, come destinata a blandire le Corti dei signorotti; vergognatine poi, la vollero dotta e letterata, non osando rifondervi la popolare vitalità: di modo che la lingua che, svoltasi prima ne’ paesi meno imbrattati da Barbari e retti a Comune, potè ben presto divenire variata di melodie, dolce dicadenze, ricchissima di passaggi, flessibile ad esporre concetti sublimi con Dante, teneri con Petrarca, vivaci con Ariosto, civili con Machiavelli, ci tocca sentir ancora discutere come nominarla, e quel ch’è più tristo, a quali autorità conformarla.