CAPITOLO XCV.Toscana.

CAPITOLO XCV.Toscana.

La salda dominazione degli antichi marchesi Bonifazj aveva impedito alla Toscana di ridursi libera come le città lombarde ma estinti quelli colla contessa Matilde (1115), le dispute che intorno alla costei eredità si agitarono fra i pontefici e gl’imperatori, offrirono ai Comuni il destro d’emanciparsi, e agli uni o agli altri appoggiandosi acquistar privilegi, o nella lotta usurparli[15]. Federico II, erede dell’ultimo duca di Svevia fratello del Barbarossa, vi tenne de’ vicarj, ma ognora più scadenti d’autorità, e ricoverati in qualche terra castellata, come Sanminiato, che perciò fu detto al Tedesco.

Del territorio rimanevano in dominio signori forestieri; o longobardi, come i marchesi di Lunigiana, i conti Guido, quei della Gherardesca; o franchi, come i marchesi Oberto, quei del Monte Santa Maria, i conti Aldobrandeschi, gli Scialenga, i Pannochieschi, gli Alberti del Vernio, della Bevardenga, dell’Ardenghesca, e così via.

Fiesole, avanzo delle città onde gli Etruschi aveano coronato le alture italiche, già da Cicerone notata per gran lusso e spese d’imbandigione, deliziosi poderi, fabbriche suntuose, mutati i tempi, avea ridotto a battistero un bellissimo avanzo di antichità pagana; eretto il duomo, ove nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro trasportò le reliquie di san Romolo patrono della città; e di lassù le famiglie patrizie minacciavano gli uomini del piano. Ma era giunto il tempo che questi a quelle prevalessero; e Firenze, inferiore per postura a Fiesole come a Pisa per opportunità di commercio, maturava la libertà, che a lungo dovea poi custodire e sempre amare. La prima adunanza generale di popolo vi si tenne il 1105 per istanza del vescovo Ranieri: la prima impresa che se ne rammenti è la spedizione del 1113 contro Ruperto vicario imperiale, il quale, postato a Montecáscioli, bicocca dei conti Cadolingi, molestava i Fiorentini, finchè essi non l’ebbero scovato e ucciso, e spianata la sua rôcca.

Trascinata da Pisa nella briga contro Lucca, Firenze conosce le proprie forze, e le usa a sottomettere i castellani; «perocchè in tutte le terre sono molti nobili uomini, conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in pace, e ubbidisconla più per paura che per amore» (Dino Compagni); abbatte i castelli, che impacciano il traffico e ricoverano i prepotenti; obbliga le famiglie antiche a scendere dalla minacciosa Fiesole[16], e i popoletti ad accettare le sue leggi, come fece coi cattani di Montorlandi e con quei di Chiavello, che, riscattatisi dai conti Guido, s’erano collocati in un belpratosul Bisenzio, donde prese nome la lieta cittàche vi fabbricarono[17]. Dai Buondelmonti, che nel castello di Montebuono esigeano pedaggi da chiunque passasse, non potendo ottener ragione, Firenze li vinse (1143), ed obbligò a venire in città. Dal conte Uggero volle promessa di non far male ad alcun Fiorentino, anzi ajutarli, esser con loro in guerra, abitare tre mesi in città, dando in pegno i castelli di Collenuovo, Sillano, Trémali. I signori di Pogna, che non posavano di molestare il Valdelsa, furono domi coll’arme, e demolite quella e le torri di Certaldo e quante n’erano sin a Firenze, che che strepitasse il Barbarossa di questa che a lui pareva lesione del potere imperiale. Nel 1197 comprava il castello di Montegrossoli in Chianti: nel 99 squarciava quel di Frondigliano, poi con lungo assedio Semifonti e il castello di Combiata, riottosi al Comune: nel 1220 disfece Mortenana castello degli Squarcialupi, e in appresso quelli di Montaja, di Tizzano, di Figline, di Poggibonzi, di Vernia, di Mangona: abbattè le famiglie dinastiche dei Cadolinghi di Capraja, degli Ubaldini di Mugello, degli Ubertini di Gaville, dei Buondelmonti nel Valdambria: fabbricò una terra dove potessero rifuggire quelli di Castiglion Alberti, della badia d’Agnano, della pieve di Prisciano, di Campannoli, di San Leolino, di Monteluci, di Cacciano, di Cornia, ville signorili che così restavano deserte.

Più poderosi di tutti erano gli Alberti; ma essendosi divisi per stipiti, poterono dalla città essere sottomessi a patti o a forza. Nel 1184 il conte di Capraja di quella famiglia colla moglie e i figliuoli si dava in accomandigia alla Repubblica fiorentina, obbligandosi consegnare ai consoli di essa una delle torri di Capraja, da custodire o distruggere a voglia; e subito troviamo i membri di quella famiglia rettori e consoli nella città. Mapoi guastatisi con essa, malmenavano i passeggieri e i villani, sicchè i Fiorentini v’andarono a oste, e distrutto il loro castello di Malborghetto, costruirono quel di Montelupo per tenerli in freno. Invano il conte Guido Borgognone cercò opporsi istigando a guerra i Pistojesi, cui erasi giurato fedele (1204): vinto, dovette co’ suoi figli e cogli uomini di Capraja prestare omaggio al Comune di Firenze, sottoponendogli quella terra, pagando ventisei denari per ogni focolare, e promettendo far guerra a volontà de’ consoli contro chiunque, eccetto i Lucchesi per tre anni, e l’imperatore per sempre: i consoli di Firenze a vicenda prometteano difenderli dai Pistojesi e da ogni altro nemico, e non diroccare il castello di Capraja[18]. Non però quei conti stettero così ai patti, che Firenze non fosse costretta più volte osteggiarli: certo rimasero potenti a segno, che molti ajuti poterono dare ai Pisani per ricuperare l’isola di Sardegna.

Nel 1273 il consiglio generale dei Trecento e lo speciale dei Novanta approvavano si comprasse dal conte Guido Salvatico gli uomini, le terre, i castelli di Montemurlo, di Montevarchi, Empoli, Monterappoli, Vinci, Cerreto, Collegonzi, Musignano, Colledipietra, pagando ottomila fiorini piccoli; la qual somma verrebbe somministrata dai Comuni redenti a proporzione della lira, cioè dell’estimo[19].

Alcuni signori mantennero negli aviti castelli una sovranità locale, come i Pazzi nel Valdarno, i Ricásoli nel Chianti. Una consorteria di Longobardi o Lambardipadroneggiava la Versilia, cioè la valle di Seravezza. Gli Ubaldini diramavansi in tanta parentela, da dominare quasi un principato[20]. I Pulci, i Nerli, i Gangalandi, i Giandonati, i Della Bella avevano inquartato alle loro armi quella d’Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana al tempo di Ottone III, dal quale aveano ricevuto la nobiltà; e il giorno di san Tommaso festeggiavano nella badìa di San Settimo il nome di quel barone[21]. Altri casati si elevarono in città pel traffico, come i Cerchi, i Mozzi, i Bardi, i Frescobaldi, poi gli Albizzi e i Medici; e talora vennero assaliti nelle proprie case, come i vassalli nelle rôcche.

Aggiungansi le signorie ecclesiastiche; perocchè, siccome i monaci Santambrosiani a Milano, così gli abati di Agnano, di Montamiata, del Trivio, di Passignano, di Monteverde erano principi sui loro beni; massime quelli di Sant’Àntimo in val d’Orcia, cui Lodovico Pio avea concesso quasi tutto il territorio fra l’Ombrone, l’Orcia e l’Asso, tanto che sopra il patrimonio d’essa badìa Lotario II assegnò mille mansi per regalo nuziale ad Adelaide. Gli abati dell’Isola presso Staggia nel Volterrano furono baroni su tutta l’isola e sul popolo di Borgonuovo; e Castelnuovo dell’abate, Gello dell’abate, Vico dell’abate e tant’altri nomi consimili ricorrenti segnano villaggi nati per opera di questi monaci toparchi.

Eguale avviamento, chi cercasse, troverebbe in tutti i Comuni della Toscana. Montegémoli dei conti Guido si sottoponeva al monastero di Monteverde, da cui fu ceduto a Volterra il 1208; e così Querceto e Castelnuovo da Montagna. Nel 1221 i conti Aldobrandeschi si accomandavano ai Sanesi, dando in pegno i castelli di Radicóndoli e Belforte; altrettanto i signori di Montorsajo e i Cacciaconti di Montisi, e varie famiglie nobili di Chiusdino. Agli abati di Sant’Antimo fu tolto Montalcino, paese cominciato s’un colle vestito di elci, e allora cinto di mura.

Siena combattè gli Scalenghi; nel 1212 comprava le appartenenze di Asciano; fin poi dal 1151 Palteniero Forteguerra le aveva sottomesso le sue castella, fra cui San Giovanni d’Asso. Così le si sottomisero i Salimbeni di Belcaro, i visconti di Campagnatico ed altri. Ma Omberto di Campagnatico verso il 1250 aggrediva sulla strada quanti erano amici a Siena, finchè alcuni Senesi travestiti da frati s’introdussero nel suo cassero e l’uccisero. Anche gli Ubaldini molestarono lungamente le valli del Santerno e della Sieve: i Pannochieschi continuavano a dominare Montemassi, che Castruccio nel 1328 fece ribellare a’ Senesi, i quali pertanto coll’armi e la fame lo vinsero e fecero distruggere, e tal fatto dipingere nel palazzo del concistoro da Simone Memmi. I Salimbeni, perchè decapitato uno e imprigionati altri di loro consorteria, nel 1374 mossero guerra al Comune di Siena, e ripresero Montemassi: ne nacque guerra; infine si compromise la cosa nella Signoria di Firenze, e la rôcca rifabbricata fu resa a quel Comune[22].

I castelli del Chianti furono incentivo di guerre fra Siena e Firenze, che ivi confinano; e Montepulciano, dicui s’ignora l’origine, ma già si trova mentovato nel 715, si collocò a devozione de’ Fiorentini, promettendo non imporre gabelle alle merci di questi, e offrire pel san Giovanni un cero di cinquanta libbre, e l’annuo tributo di cinquanta marche d’argento. I Senesi ne mossero richiamo davanti un congresso di nobili del vicinato e di rappresentanti delle città; e dall’esame apparve che da quaranta e più anni non apparteneva al distretto di Siena, ma era dominato da alcuni conti teutonici. Non vi s’accontentò Siena, e più volte ritentò sommettere colle armi Montepulciano, che fu distrutto e rifabbricato, e dopo molte vicende si accomandò a Siena, promettendo avere gli stessi amici e nemici, non levar dazj o gabelle sui Senesi, offrire, il giorno di Maria Assunta, un cero fiorito di cinquanta libbre, ad ogni richiesta mandare due cittadini al parlamento in Siena, eleggere fra i cittadini di quella il podestà e capitano col salario di quattrocento lire ogni semestre, i quali però governassero secondo gli statuti di Montepulciano.

Grosseto, centro della valle del basso Ombrone senese, nacque attorno al Mille, e fu città quando Innocenzo II nel 1138 vi trasferì la sede vescovile di Roselle, antica città etrusca, allora caduta ed esposta alle infestazioni dei ladri. Stette a signoria degli Aldobrandeschi di Sovana, i quali poi s’accomandarono alla Repubblica di Siena, a cui i Grossetani stessi giurarono sommessione, e il tributo di lire quarantotto annue e cinquanta libbre di cera; come il vescovo tributava venticinque lire e un cero di libbre dodici. La sommessione però fu sempre irrequieta, e più volte scossa.

Pistoja, venuta su dopo asciugati i suoi paduli nel 500, ebbe ricche famiglie, tra cui i progenitori dei conti Guido e anche dei Cadolingi; fu governata dal vescovo, dal conte, dal gastaldo; e dopo morta la contessa Matilde si emancipò. I suoi statuti sono i più antichi chesi conservino: nel 1150 già aveva podestà e consiglieri, a’ quali il cardinale Ugo, legato pontificio e discepolo di san Bernardo, scriveva perchè cassassero l’illecito giuramento che faceano, entrando in carica, di non far mai bene agli Spedalinghi nè in vita nè in morte. Quel Comune sottopose i vassalli vescovili di Lamporecchio, i conti Guido di Montemurlo, i conti di Capraja, i conti Alberti di val Bisenzio, i popoli di Artimino e Carmignano.

Cortona componeva il suo Comune di consoli, nobiltà (majores milites), capi mestieri, con un camerlingo e cancelliere: il consiglio di credenza constava di venti nobili; il generale di cento cittadini e artieri. Nel 1213 gli Alfieri le cedettero il castello di Poggioni, promettendo che almeno un di loro terrebbe famiglia in città; i Bandinucci Montemaggio, i Balducchini Castelgherardi, i Mancini Ruffignano, i Bostoli Cignano, i Baldelli Peciana, i Venuti Cigliolo, i Tommasi Cintoja, i Boni Fusigliano, i Cappi Ossaja, i Pancrazj Ronzano, i Serducci Danciano, i Melli Borghetto e Malalbergo sul lago Trasimeno, i Passerini Montalla. Sottopose pure i marchesi di Petrella, di Pierle, di Mercatale, gli Alticozzi, i Semini, i Rodolfini, i Vagnucci, i Camaldolesi del priorato di Sant’Egidio, facendoli entrare in città, sicchè nel 1219 ampliò le mura a chiuder anche il sobborgo di San Vincenzo. Amicizie e guerre avvicendò cogli Aretini, che nel 1269 sorpresala, la saccheggiarono e smantellarono, obbligandola a prender sempre per podestà un Aretino. Alfine v’acquistarono dominio i Casati, fatti vicarj dell’Impero fin quando la repubblica fiorentina non la sottomise.

Ai paesani liberati le città apprestavano nuovi borghi, e se gli amicavano colle franchigie (t. VI, p. 53, 54). Firenze univa al propriocontadotutti quelli datisi spontanei, facendoli partecipi al diritto di cittadinanza,e dividendoli in quartieri; mentre quelli sottoposti a forza o acquistati a denaro formavano ildistretto, ciascuno con patti e condizioni particolari. Comunelli, pievi, popoli aveano stretto leghe per difendersi dalle violenze, obbligandosi a sbrattare il proprio territorio da malfattori e banditi, tener sicure le strade, rifare del danno chi ne soffrisse, avendo all’uopo uffiziali e spese comuni.

Essa Firenze, venuta a libertà più tardi de’ Comuni lombardi, ebbe men lunga lotta e più pronto sviluppo di civiltà, d’arti, di commercio; evitò le guerre col Barbarossa, e potè far senno dell’esperienza altrui. La postura sua e l’indole degli abitanti contribuirono a conservarvi que’ costumi semplici e schietti, de’ quali una descrizione ci è data dal più immaginoso poeta e fedele cronista de’ mezzi tempi, Dante, che canta come, a’ giorni dell’atavo suo Cacciaguida, Firenze, ancora dentro angusto ricinto, si stesse in pace sobria e pudica; non i soverchi ornamenti femminili più che la persona stessa attiravano lo sguardo; non faceva ancora, sin dal nascere, paura la figlia al padre, che pensava già al tempo immaturo e alla grossa dote dei maritaggi; Bellincion Berti[23]ed altri illustri cittadini portavano cintura di cuojo, e stavano contenti a veste di pelle scoverta; le loro donne non si partivano lisciate dallo specchio, ma attendendo al fuso ed alla conocchia, vegliavano a studio della culla, consolando i bambini con quel mozzo parlare che trastulla da prima i genitori;e traendo la chioma alla rocca, colla famiglia ragionavano non di vanità e fole, ma de’ Trojani, di Fiesole, di Roma.

Ai quali versi, che tutti hanno a memoria, commenta il buon Giovanni Villani: — In quel tempo (cioè del 1250) i cittadini di Firenze viveano sobrj e di grosse vivande e con piccole spese, e di molti costumi grossi e rudi; e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con usatti in piedi; e le donne della comune foggia vestivano d’un grosso verde di cambrasio per lo simile modo; ed usavano di dar dote cento lire la comun gente, e quelle che davano alla maggioranza, ducento; e in trecento lire era tenuta sfolgorata; e il più delle pulzelle che andavano a marito avevano venti anni o più. E di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo e tra loro fedeli». E Benvenuto da Imola: — Le fornaje allora non portavano perle nei calzari, come ora fanno ivi ed a Genova e Venezia..... Semplice e parco è il vitto de’ Fiorentini, ma con mirabil mondizia e pulitezza: le genti basse vanno alle taverne, ove sentono si mescia buon vino, senza darsi pensiero, mentre i mercanti servano mediocrità».

Queste descrizioni, esagerate forse, ma sopra un fondo di vero, compiremo col rammentare come, dovendo i Pisani procedere a impresa sopra le isole Baleari, Firenze si esibì di vegliare frattanto alla sicurezza della loro città; poi, offertole un premio, chiese due colonne di porfido. Il fatto e il guiderdone dicono assai di quell’età.

Così Firenze cresceva in riposato vivere di cittadini, quando la privata nimicizia di due case l’appestò colle fazioni de’ Guelfi e Ghibellini. Buondelmonte de’ Buondelmonti, già signori di Montebuono nel val d’Arno,avea fidanzata una figliuola di Oderigo Giantrufetti degli Amedei (1215). Ora cavalcando egli un giorno davanti la casa de’ Donati, Aldruda donna di questi gli fece motto, e mostrandogli la sua figliuola, bellissima e unica ereditiera di lauto patrimonio, gli disse: — Io l’avevo cresciuta e serbata per te». Buondelmonte ne restò invaghito, e ruppe le nozze coll’altra. Vivo sdegno ne concepì Oderigo, ed affiatatosi co’ parenti suoi, Uberti, Fifanti, Lamberti, Gangalandi, deliberarono batterlo e fargli vergogna; ma Mosca de’ Lamberti proferì la mala parola:Cosa fatta capo ha, quasi a dire — Freddiamolo, chè dopo il fatto si rattoppa»; e il giorno che, vestito nobilmente di nuovo di veste bianca in su un bianco palafreno, menava moglie, a piè del Ponte Vecchio l’uccisero. Il popolo diede addosso agli uccisori, e ne cominciarono gravi nimicizie fra i cittadini, ciascuno parteggiando per questo o per quello sotto il nome di Guelfi o di Ghibellini, sicchè la città ebbe sembianza di due campi nemici. A San Pier Scheraggio stavano le case degli Uberti, che seguiti dai Fifanti, Infangati, Amedei, Malespini, combattevano i Bagnesi, i Pulci, i Guidalotti, i Gherardini, i Foraboschi, i Sacchetti, i Manieri, i Cavalcanti, d’intenzione guelfa. Al duomo attorno alla torre dei Lancia restringeansi Barucci, Agolanti, Brunelleschi, contendendo con Tosinghi, Agli, Sizi, Arrigucci. A porta San Pietro i Tedaldini coi Caponsacchi, Elisei, Abati, Galigaj contrastavano i guelfi Donati, Visdomini, Pazzi, Adimari, Della Bella, Cerchi, Ardinghi. La torre dello Scarafaggio de’ Soldanieri in San Pancrazio spiegava la bandiera ghibellina, sostenuta dai Lamberti, Cipriani, Toschi, Migliorelli, Amieri, Pigli, contro Tornaquinci, Vecchietti, Bostichi. Così ne’ restanti sestieri; e anche in Borgo i Buondelmonti guerreggiavano gli Scolari, stando con quelli i Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni guelfi, conquesti i Guidi, Galli, Capiardi, Soldanieri; e oltr’Arno i Gangalandi, Ubriachi, Mannelli ghibellini, guelfi i Nerli, i Frescobaldi, i Bardi, i Mozi: ed a vicenda si cacciavano, e chiedeano alleanza nelle altre città e dai castellani di loro amistade.

Al tempo di Federico II i Ghibellini prevalsero, e fra essi gli Uberti (1249) impacciavano il commercio di Firenze, e invitato uno stuolo di Tedeschi con Federico d’Antiochia figlio dell’imperatore, snidarono dalla città i Guelfi. Nella mischia era perito Rustico Marignolli, caporione di questa parte; e i suoi, per non lasciarlo all’insulto de’ nemici, tornarono indietro senza curar di pericolo, e portando i ceri e la bara da una mano, dall’altra armi ferocissime, gli fecero esequie singolari. I Ghibellini trionfanti abbatterono le torri de’ nemici, e tentarono fin diroccare San Giovanni dove teneano loro adunanze, li perseguirono pel contado e ne’ castelli di Capraja, Figline, Montevarchi, e avutine alcuni prigioni, li consegnarono a Federico II, che gli uccise, accecò o tenne carcerati.

Rimasti senza competitori, i Ghibellini istituirono in città un governo aristocratico, tutto in aggravio della plebe e dei liberi borghesi. Ma questi presero riscossa, e rivendicatisi da quelle estorsioni e prepotenze, tennero parlamento in piazza Santa Croce (1250 — 20 8bre), e formarono una confederazione col nome dipopolo, vie più lodevoli perchè seppero temperarsi dalle riazioni. Abolito il podestà de’ nobili, surrogaronvi un capitano che fosse «guelfo e della parte guelfa zelante, fedele e divoto della sacrosanta Chiesa romana, e non ligio ad alcun re, principe, signore o barone avverso a quella»; assistito da una signoria bimensile di dodici anziani, due per sestiere; e divisero la cittadinanza in venti gonfaloni, che costituivano altrettante compagnie di milizia, la campagna in novantasei pivieri. Ad un cenno delcapitano e ai rintocchi dellamartinella, la milizia doveva raccogliersi attorno al carroccio del gonfalone bianco e vermiglio, e in tal guisa più volte corsero addosso ai grandi. Ai quali non fu tolto se non il poter sopraffare, mozzando delle loro torri quanto sorpassava le cinquanta braccia, e colle pietre munendo il sestiere dell’Arno per aver la forza che francheggia la libertà: a foggia pur di fortezza fabbricossi il palazzo del podestà, dove risedessero i membri del Governo.

Con questa nuova forma di stato popolare, Firenze passò dieci anni memorabili per grandi fatti. Appena la morte dell’imperatore Federico l’alleggerì della paura, rimpatriò i Guelfi esigliati, costrinse i nobili delle due fazioni a segnar la pace, obbligò Pistoja, Arezzo, Siena a mutarsi dalla bandiera imperiale alla sua: battè Poggibonzi e Volterra, le cui mura etrusche riparavano i Ghibellini; presso Pontedera sconfisse i Pisani[24]; e in memoria di quest’anno delle vittorieconiò la nuova moneta d’oro di ventiquattro carati e d’un ottavo d’oncia d’oro, detta ilfiorinoperchè portava il fiore, simbolo parlante di essa città.

Gli anni successivi continuarono le prosperità; ma i Ghibellini fecero trama di ricuperare il sopravvento, ecitati a giustificarsi, presero le armi ed eressero barricate. Il popolo gli attaccò, alcuno uccise, gli altri via. Guidati da Farinata degli Uberti, essi ricoverarono a Siena; e poichè questa avea reciproco patto con Firenze di non accogliere i profughi, le fu intimato guerra. Firenze era stata posta all’interdetto per aver fatto sulla pubblica piazzasegar la gorgieraa un Beccaria pavese abate di Vallombrosa, imputato di trame coi fuorusciti, sicchè la guerra vestiva anche apparenze religiose; e i Ghibellini (1258) non si fecero coscienza di chiedere tedeschi ajuti a re Manfredi, che già era stato gridato signore di Siena. Se ne promettevano un esercito, ed egli mandò soli cento uomini; di che i Ghibellini stavano sconfortati: ma l’accorto Farinata disse loro: — Basta ch’ei mandi la sua insegna, e noi la metteremo in sì fatto luogo, che, senz’altro pregare, egli ci darà maggiori ajuti». Ubriacati, li spinse addosso ai Guelfi, di cui fecero strage: ma questi, rannoditisi, li sconfissero ed uccisero fin ad uno. La bandiera dell’aquila nera in campo d’argento fu trascinata pel fango sin a Firenze, dove furono decretate dieci lire a chiunque avesse fatto prigione un cavaliero, metà per un fante cittadino, e tre lire se mercenario, stabilendo simile compenso anche per l’avvenire[25].

Come Farinata avea previsto, Manfredi conobbe impegnato l’onor suo; e spinto anche da ventimila fiorini speditigli, inviò milleottocento cavalieri tedeschi, comandati da suo nipote Giordano d’Anglano; coi quali e coi Senesi e i fuorusciti mise in campo ventimila uomini. Due bugiardi frati promisero ai Fiorentini che i Guelfi senesi aprirebbero loro la città: laonde, per quanto i prudenti sconsigliassero dall’impigliarsi sul territorio nemico, mentre aspettando vedrebbero i Tedeschiben presto sparpagliati per mancanza di paghe, prevalsero gli esagerati che codardia chiamano l’attendere l’opportunità: un cavaliero che suggeriva questo partito, fu multato; a un altro imposto silenzio, pena cento lire, ed esso vi s’assoggettò per parlare; raddoppiata la multa, esso non tacque; nè quando fu portata a quattrocento lire, e sinchè non fu minacciato della testa.

Risoluta la spedizione (1260), non vi ebbe famiglia che non mandasse alcuno a piedi o a cavallo. Nella marcia faceano d’antiguardo gli arcieri e balestrieri della città e del contado; seguiva la cavalleria e il popolo di tre sestieri della città, indi la cavalleria e i fanti degli altri; formavano il retroguardo i confederati a piedi o a cavallo. Con loro andavano genti di Bologna, Lucca, Pistoja, Sanminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia, Orvieto e molti mercenarj; in tutto più di trentamila combattenti. La battaglia datasi ne’ colli di Monteaperti (4 7bre) sull’Arbia, a sei miglia da Siena, è de’ fatti più celebri nell’età eroica delle nostre Repubbliche. I Senesi vi si prepararono colle divozioni, «e quasi tutta la notte la gente attendevano a confessarsi e a fare paci l’uno coll’altro. Chi maggiore ingiuria avea ricevuta, quello bene andava cercando il suo nemico per baciarlo in bocca e perdonargli. In questo si consumò la maggior parte della notte»[26]. Avviaronsi poi le schiere: e «quelle valenti donne, che erano rimaste in Siena insieme con messere lo vescovo e con quelli cherici, incominciarono lo venerdì mattina per tempo una solenne processione con tutte le reliquie che erano in duomo e in tutte le chiese di Siena. Così andavano visitando per effetto, sempre i cherici cantando salmi divini, litanie e orazioni: le donne tutte scalze con assai vili vestimentiandavano pregando sempre Iddio che rimandasse chi loro padre, chi loro figliuolo, chi loro fratelli, chi loro mariti; e tutti con grandi lacrime e pianti andavano ad essa processione, sempre chiamando la Vergine Maria. Così andarono tutto il venerdì, e tutto quello dì aveano digiunato. Quando venne la sera, la processione tornò al duomo, e ivi tutti s’inginocchiarono, e tanto stettero fermi, che fur dette le litanie con molte orazioni. Discendendo dal poggio si fecero al piano, e ivi si fe innanzi a tutti il franco cavaliere maestro Arrigo d’Astimbergo, e fe riverenza al capitano e a tutti gli altri, dicendo:Tutti quelli di casa nostra siamo dal sacro imperio privilegiati, che in ogni battaglia che noi ci troviamo, doviamo essere i primi servidori. Pertanto a me tocca avere l’onore di casa nostra; e di ciò vi prego che siate contenti.E gli fu conceduto, come di ragione si doveva.

«Stando così la gente de’ Senesi, fu veduto per la maggior parte della gente (fiorentina) uno mantello bianchissimo, il quale copriva tutto il campo de’ Senesi e la città di Siena..... Alquanti diceano che loro parea il mantello della nostra Vergine Maria, la quale guarda e difende il popolo di Siena..... In questo essendo veduto il mantello nel campo de’ Senesi e sopra alla città di Siena, come alluminati da Dio si inginocchiarono in terra con lacrime invocando la Vergine gloriosa. E tutti dicevano:Questo è un grande miracolo; questo è per li preghi dello nostro vescovo e de’ santi religiosi»[27].

I Ghibellini erano in numero inferiori, ma meglio disciplinati e concordi; e Bocca degli Abbati ed altri, loro fautori secreti, disertarono dai Fiorentini, che ne rimasero scompigliati: la martinella cessò di rintoccare; i primi cavalieri fuggirono e così rimasero salvi, ma de’ pedoni forse tremila furono morti, assaissimi prigionieri; il carroccio preso, e con grandi feste trascinato a ritroso; e sovra un asino e colle mani al dosso un araldo che i Fiorentini, creduli all’intelligenza, aveano spedito a domandare le porte di Siena; e il popolo dietro gridava: — Or venite ed occupate la città, e fabbricatevi un forte»[28]. Il vessillo di re Manfredi sventolava innanzi ai Tedeschi, che con frondi nell’elmo inneggiavano nella lingua del lor paese la vittoria sul nostro. Dal carroccio senese magnificamente addobbato sventolava il gonfalone del Comune, dietro a cui i prigionieri, satolli d’oltraggi: de’ quali non fanno parsimonia neppure i cronisti, che raccontano come fu permesso ai privati di ricevere il riscatto de’ prigioni, ma i magistrati vollero s’aggiungesse un capro per testa, col sangue de’ quali s’impastò la calce per ristorare una fontana che conservò il nomedei Becchi. Anche una chiesa fu eretta a memoria e in onore di san Giorgio, con festa anniversaria; e Margaritone dipinse per Farinata un crocifisso al modo bisantino. Molte famiglie diFirenze sgomentate mutaronsi a Lucca, dove anche i Guelfi di Prato, Pistoja, Volterra, San Geminiano e di altri luoghi.

Ripresa superiorità, i Ghibellini congregati ad Empoli posero il partito di distruggere Firenze, nido degli avversarj: solo il magnanimo Farinata dichiarò esser venuto in quella confederazione, non per disfare la città, sì per conservarla vincitrice[29]. Siffatta proposizione v’accenna il furore della parte ghibellina, la quale punì, taglieggiò e riformò lo Stato a modo imperiale, levando i privilegi plebei e le gravezze contro gli aristocratici. Il conte Guido Novello, fatto vicario di re Manfredi in Toscana, assalì Lucca, ricovero de’ Guelfi, la quale, invano mandato ad invitare Corradino, non potè salvarsi se non col respingere i rifuggiti, cui non rimase più luogo in Toscana. Malgrado la vittoria di Carlo d’Angiò, Guido potè conservare Firenze ai Ghibellini, e a due frati Gaudenti di Bologna diede incarico di metterli in pace co’ Guelfi, nominandoli podestà con trentasei savj (1266). Con questi, essi distribuirono le arti in dodici corporazioni, parte dette maggiori, parte minori; e ciascuna avea consoli, capitani, stendardo. Di qui principia il vero governo popolare; laonde ben dice ilVillani che «d’allora innanzi non vi fu niuno grande», cioè superiore alla legge.

L’unione è sempre funesta alla tirannide; e ben presto il popolo insorse contro il conte Guido, che stimò bene ritirarsi; e la città si riformò a bandiera guelfa, commettendo la signoria a Carlo d’Angiò per dieci anni. Egli combattè i Ghibellini a Poggibonzi, che resistè quattro mesi, e pigliò molti castelli del Pisano. Il papa avea mandato la bandiera coll’aquila vermiglia in campo bianco e sotto un serpente verde, la quale rimase poi sempre insegna dellamassa guelfa, come si chiamò un magistrato stabilito per amministrare i beni confiscati ai Ghibellini contumaci a vantaggio de’ Guelfi[30]. Indipendente dalla Signoria, essa eleggeva da sè i proprj uffizj e consigli, faceva ordini e leggi, riceveva e spacciava lettere ad altri Stati con proprio suggello, e vigilava che ad onori o benefizj del Comune non si ammettesse verun Ghibellino: perciò fu di gran peso negli avvenimenti, e sopravissuta alla libertà come amministrazione economica, restò abolita soltanto il 1769.

Quegli avvicendamenti moltiplicavano i rancori, le confische, i patimenti, ma insieme la vita e l’ardimentodelle grandi cose. «La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile, che non potrebbe con tutta la fatica dare da vivere agli abitanti... e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare un tempo, e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto il costume delle altre nazioni... e l’uno ha fatto venire volontà all’altro, intanto che, chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto le strane nazioni delle genti e tornato alla patria con avere, non è riputato da niente... ed è tanto il numero, che vanno per lo mondo in loro giovinezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo»[31]. Spesso i mercanti si trovavano soli a sostenere le pubbliche gravezze, e prestavano denaro ai nobili per grandeggiare, alla plebe per comprarsi derrate. Presero dunque animo non solo a voler parte nel Governo, ma ad escludere i possessori; e fu stabilita lasignoriadi sei priori, obbligati a convivere in palazzo senza uscirne pe’ due mesi che duravano; e che uniti ai consigli delle arti maggiori, eleggevano i successori. Doveano appartenere ad un’arte, e perciò vi si faceano immatricolare anche i nobili e le casate di messeri che aspirassero al Governo; onde il Comune non si considerava che di artigiani e popolo. Ai priori presiedeva un gonfaloniere; ed erano serviti da tre grandi uffiziali forestieri, il podestà, il capitano del popolo, l’esecutore degli ordinamenti di giustizia.

Tratto tratto i Fiorentini armavano per far prevalere la fazione guelfa, o si mescolavano nelle controversiedi Lucca, Siena, Pistoja, Cortona, dove aveano luogo gli stessi avvicendamenti, nelle più prevalendo la democrazia. A Siena i Nove, difensori bimensili della comunità e del popolo, doveano essere mercanti: e così a Pistoja gli anziani, esclusi i nobili antichi e quelli che per alcuna colpa fossero registrati fra i nobili. Ad Arezzo s’erano ridotti i Ghibellini da tutta Toscana, sicchè la parte nobile erasi rialzata sotto il vescovo Guglielmo degli Ubertini. I Guelfi di Firenze vollero reprimerli, e avendo tutta Toscana preso parte di qua o di là, scontraronsi a Campaldino presso Bibiena (1289 — 11 giugno). Sul venire alla mischia, solevansi designare dodici paladini, che s’avventassero come perduti contro i nemici a capo della cavalleria, incorandola col loro esempio. A tale impresa il fiorentino Vieri de’ Cerchi, benchè infermiccio, nominò se stesso, poi suo figlio, indi non volle nominar altri; ma tanto bastò perchè a furia si volesse esser del numero, e cencinquanta domandarono d’entrare paladini.

«Il vescovo (d’Arezzo), ch’avea corta vista, domandò:Quelle che mura sono?Fugli risposto:I palvesi dei nemici. Messer Barone de’ Mangiadori da Sanminiato, franco ed esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro:Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere per bene assalire, e non duravano, e pochi uomini vi moriano, chè non era in uso l’ucciderli... Ora è mutata moda, e vinconsi per istar bene fermi: il perchè io vi consiglio che voi siate forti, e lasciateli assalire. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura. Cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi ferì i nemici per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, lapolvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli colle coltella in mano, e sbudellavangli, e de’ loro feritori trascorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì furono vili, ch’erano stimati di grande prodezza; e molti di cui non si parlava, furono stimati»[32].

I Fiorentini ebbero trionfo, ma nè per questo posarono dai tumulti.

I nobili, confidenti nella pratica delle armi, mal sapeano piegarsi al freno della legge, soprusavano ai popolani, e quando alcuno avea commesso un delitto, tutta la sua famiglia compariva coll’armi allato, per sottrarlo alla giustizia. Il gonfaloniere vedeasi allora costretto armar la gioventù per punire a forza il delinquente. — Molti ne furono puniti secondo la legge, e i primi che vi caddero, furono i Galigaj; chè alcuno di loro fe un malificio in Francia in due figliuoli d’un mercatante, Ugolino Benivieni, che vennero a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli fu ferito da quello de’ Galigaj, che ne morì. E io Dino Compagni (così racconta questo bravo cronista) ritrovandomi gonfaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e dai loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Di questo principio seguitò agli altri gonfalonieri un malo uso, perchè, se disfacevano secondo le leggi, il popolo dicea che erano crudeli; che erano vili, se non disfaceano affatto: e molti sformavano la giustizia per tema del popolo».

Giano della Bella, nobile eppure fattosi capo de’ popolani (1293), de’ quali personificò i risentimenti, «uomo virile e di grand’animo, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva», ebbeil coraggio che mancava alle società popolari per reprimere i grandi, e persuase a scegliere un gonfaloniere di giustizia con mille fanti, acciocchè coll’insegna popolare della croce rossa in campo bianco reprimesse vigorosamente i prepotenti. Sortito egli stesso a quell’illimitato uffizio, e giovandosi dell’essere i nobili in guerra gli uni cogli altri, proclamò ordinanze in costoro aggravio, «ed a vera e perpetuale concordia, unitade e conservamento e accrescimento del pacifico e riposevole stato degli artefici e delle arti e di tutti i popolani, e di tutto il comune e de la cittade e del distretto di Firenze». Fece escludere per sempre dagli uffizj cittadini trentasette casate magnatizie, e alla Signoria diede arbitrio di aggiungervi qualunque famiglia nobile demeritasse; e la legge prefiggeva si potesse arrolare fra i nobili soltantopro homicidio, pro veneno, pro rapina seu robaria, pro furtu, pro incestu. Chi era così notato, dovea dare duemila lire per cauzione dei suoi portamenti, non uscire in tempi di tumulto, non possedere casa vicino a un ponte o ad una porta della città, non appellarsi da’ giudizj criminali, non accusare un plebeo, salvo per delitto contro la persona sua o di uno di sua famiglia; non testimoniare contro un popolano senza consenso de’ priori: ed i suoi parenti fino al quarto grado erano tenuti in solido delle multe impostegli. I borghesi furono divisi in venti compagnie da cinquanta uomini, poi da ducento, affinchè prontamente accorressero alla chiamata dell’armi. Si affezionò il popolo a taliordinamenti di giustizia[33], coldare ne’ consigli generali qualche autorità allecapitudini, cioè ai consoli delle maestranze.

Al tempo stesso la Repubblica estendeva la sua giurisdizione su Poggibonzi, Certaldo, Gambussi, Catignano; ritoglieva quelle che alcuni conti e cattanei teneano da antico, o aveano di fresco ricuperate. I nobili, sdegnatine, tanto più che consideravano Giano qual disertore, ricorsero ad ogni via di perderlo. Non osando l’assassinio per tema del popolo, gli opposero un signore che allegava diplomi dell’imperatore o del papa; ma meglio profittarono d’un artifizio non più disimparato, e pur testè da patrioti nostri non solo messo in pratica, ma insegnato a stampa, qual è di gettare sull’avversario politico la calunnia, affinchè coll’onore gli sia tolta credenza. Posero dunque Giano in sospetto al popolo, la sua severità imputando a tirannide; e poichè nel punire i malvagi (1295) egli volle proteggere il podestà contro un’insurrezione di piazza, fu espulso; e confiscatigli i beni, morì in esiglio.

Non per questo rivalsero i nobili, e trovandosi messi dissotto della legge, ritiravansi dalla città, usando da tirannetti ne’ loro castelli. Per reprimere le due trapotenti famiglie dei Pazzi e degli Ubertini nel Valdarno superiore, i Fiorentini fabbricarono le tre fortezze di Terranuova, San Giovanni e Castelfranco, a lato ai coloro tenimenti, concedendo tante franchigie, che i sudditi di quelli e dei Ricàsoli e dei Conti e d’altri baroncelli vicini accorsero a farsi terrazzani di que’ castelli,per ciò prontamente cresciuti. Egualmente contro gli Ubaldini furono fabbricate Casaglia, Scarperia o Castel San Barnaba, Firenzuola, Barberino, assolto per dieci anni da imposizioni, e colla privativa ai magnati di potervi fare acquisti.


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