Chapter 12

Ultima regna canam fluido contermina mundo,Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvuntPro meritis cuicumque suis.

Ultima regna canam fluido contermina mundo,Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvuntPro meritis cuicumque suis.

Ultima regna canam fluido contermina mundo,

Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt

Pro meritis cuicumque suis.

Ma quando pensai la condizione dell’età presente e vidi i canti degl’illustri poeti tenersi abjetti, laonde i generosi uomini, per servigio de’ quali nel buon tempo scrivevansi queste cose, lasciarono ahi dolore! le arti liberali a’ plebei; allora quella piccioletta lira onde m’era provveduto, gittai, ed un’altra ne temprai conveniente all’orecchio de’ moderni, vano essendo il cibo ch’è duro apprestar a bocche di lattanti».

Di fatto l’Alighieri osò adoprare l’italiano a descriver fondo a tutto l’universo; e vi pose il vigore, la rapidità, la libertà d’una lingua viva. Che se egli non la creò, la eresse al volo più sublime; se non fissolla, la determinò,e mostrò ciò che potea. Togli le voci dottrinali, o quelle ch’egli creava per bisogno o per capriccio (avvegnachè vantavasi di non far mai servire il pensiero alla parola, o la parola alla rima)[181], le altre sue son quasi tutte vive. Se, come alcuno fantastica, egli fosse andato ripescandole da questo o da queldialetto, avrebbe formato una mescolanza assurda, pedantesca, senza l’alito popolare che solo può dar vita. Forse le prose e i versi de’ suoi contemporanei, quanto a parole, differiscono da’ suoi? Nato toscano, non ebbe mestieri che di adoperare l’idioma materno; e le voci d’altri dialetti che per comodo di verso pose qua e là, sono in minore numero che non le latine o provenzali, a cui non per questo pretese conferire la cittadinanza. Irato però alla sua patria, volle predicare teoriche in perfetto contrasto colla propria pratica; e nel libroDella vulgare eloquenza(dettato in latino per una nuova contraddizione), dopo aver ragionato dell’origine del parlare[182], della divisione degli idiomi e di quelli usciti dal romano, che sono la lingua d’oc, la lingua d’ouie la lingua disì, riconosce in quest’ultima quattordici dialetti, simili a piante selvaggie, di cui bisogna diboscare la patria. E prima svelle il romagnolo, lo spoletino, l’anconitano, indi il ferrarese, il veneto, il bergamasco, il genovese, il lombardo, e gli altri traspadaniirsuti ed ispidi, ei crudeli accentidegli Istrioti; dice «il vulgare de’ Romani, o per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i vulgari italiani, e non è meraviglia, sendo ne’ costumi o nelle deformità degli abiti loro sopra tutti puzzolenti»; dice che Ferrara, Modena, Reggio, Parma non possono aver poeti, in grazia della loro loquacità[183].Insomma lascia trasparire che quel che meno gl’importa è la questione grammaticale; ma sovratutto condanna i Toscani perchèarrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre, il quale, a dir suo, «è quello che in ciascuna città appare ed in niuna riposa; vulgare cardinale, aulico, il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia in niuna; col quale i vulgari di tutte le città d’Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare». Per disservire questa patria, nedepompail linguaggio; i dialetti disapprova quanto più s’accostano al fiorentino; eppure insulta ai Sardi perchè dialetto proprio non hanno, ma parlano ancora latino: loda invece il siciliano, dicendo che così si chiama l’italiano e si chiamerà sempre; eppure all’ultimo capitolo mette che il parlar nostro,quod totius Italiæ est, latinum vulgare vocatur; e semprechè gli cade menzione del parlar suo o del comune italiano, lo chiama vulgare, o parlar tosco, o latino, e neppure una volta siciliano.

A rinfianco del suo sofisma reca poche voci di ciascun dialetto, prova inconcludentissima; e versi di poeti di ciascuna regione, lodando quelli che si applicarono a cotesta lingua aulica, riprovando quelli che tennero la popolare, massimamente i Toscani. Nulla men giusto che tali giudizj, e basta leggere anche solo le poesie da lui addotte, per vedere che le toscane popolesche sono similissime alle cortigiane d’altri paesi: donde deriva che il cortigiano d’altrove, cioè lo studiato, era il naturale e vulgato di Firenze[184].

Malgrado i commenti di eruditissimi, o forse ingrazia di quelli, io non so se meglio di me altri sia riuscito a cogliere l’assunto preciso di Dante in questo lavoro; tanto spesso si contraddice, tanto esce ne’ giudizj più inattesi. Chi volesse vedervi qualcosa più che un dispetto di fuoruscito, potrebbe supporre che i dotti avesser mostrato poco conto della sua Commedia, perchè scritta nella lingua che egli avea dalla balia, senza i pazienti studj che richiedeva il latino; quindi egli tolse a mostrare che nessun dialetto è buono a scrivere, ma da tutti vuolsi scernere il meglio. E qui v’è parte di verità: chè chi voglia formare un mazzo, non coglie tutti i fiori d’un giardino, ma i più belli; e quest’arte delcrivellaree dello scriver bene non può impararsi se non da chi bene scrive, nè a questi è prefisso verun paese. Ma il giardino dove trovare i fiori più abbondevoli e genuini, qual sarà se non la Toscana? e di fatto egli confessa che fin d’alloranon solo l’opinione dei plebei, ma molti uomini famosiattribuivano il titolo di vulgare illustre al fiorentino; nel che diceimpazzivano, egli che pur credea necessario dare per fondamento alla lingua scritta un dialetto, benchè lo sdegno gli facesse ai Fiorentini,obtusi in suo turpiloquio, preferire sino il disavvenente bolognese; egli che asseriva il latino dovere scriversi per grammatica, ma ilbello vulgare seguita l’uso.

Nella scarsa metafisica d’allora, confondeva la lingua collo stile, giacchè è affatto vero che, adottando quella dei Fiorentini, bisognava poi aggiungervi l’ingegno e l’arte perchè divenisse colta; e poichè a ciò serve non poco l’usare con chi ben parla e ben pensa, Bologna per la sua Università offriva campo a migliorar lo stile, più che non la mercantesca Firenze. L’appunteremo noi se non seppe fare una distinzione, la cui mancanza offusca anc’oggi i tanti ragionacchianti in siffatta quistione? Al postutto egli non argomenta della linguain generale, ma di quella che s’addice alle canzoni: lo che dovrebbero non dimenticare mai coloro che vogliono di Dante fiorentino far un campione contro quel fiorentino parlare, ch’egli pose in trono inconcusso.

Altri versi dettò, e massime canzoni amorose, delle quali poi fece un commento nelConvivio, fatica mediocre, dove maturo tolse a indagar ragioni filosofiche a sentimenti venutigli direttamente da vaghezze giovanili, e vorrebbe che per amore s’intendesse lo studio, per donna la filosofia, per terzo cielo di venere la retorica, terza scienza del trivio; per gli angeli motori di questa sfera, Tullio e Boezio unici suoi consolatori. Ivi esprime di valersi dell’italiano «per confondere li suoi accusatori, li quali dispregiano esso, e commendano gli altri, massimamente quello di lingua d’oc, dicendo ch’è più bello e migliore di questo»: eppure altrove soggiunge «molte regioni e città essere più nobili e deliziose che Toscana e Firenze, e molte nazioni e molte genti usare più dilettevole e più utile sermone che gli Italiani». Locchè vedasi se a que’ tempi potea dirsi con giustizia.

Quella che l’Alighieri creò veramente, è la lingua poetica, che fin ad oggi s’adopera con più o men d’arte, ma sempre la stessa, e per la quale sin d’allora egli era cantato fin nelle strade[185]. La sua prosa invece è povera d’artifizio, pesante, prolissa, con clausole impaccianti, periodi complicati. Quanto più doveva essere ne’ coetanei suoi, eccetto que’ Toscani che s’accontentasserodi usarla nell’ingenuità natìa? Pure la prosa su que’ primordj va più originale che non divenisse in man di coloro i quali di poi vollero applicarvi la costruzione latina.

Doveva l’eloquenza ingrandire fra’ pubblici interessi: ma quel gran sintomo dello sviluppo di un popolo, la potenza politica della parola, il talento applicato a governar le nazioni, non ad esilarare gli spiriti, rimase impacciato dall’inesperienza delle lingue. I pochi discorsi riferiti dagli storici non mostrano aspetto d’autenticità; pure sappiamo che, uniformandosi alle consuetudini scolastiche, gli oratori di tribuna si appoggiavano a un testo, sovente plebeo, e su quello ragionavano senz’arte. Farinata degli Uberti, quando, dopo la battaglia dell’Arbia, si alzò a viso aperto contro la proposta di distruggere Firenze, prese per testo due triti proverbj: — Come asino sape, così minuzza rape. Si va la capra zoppa, se lupo non la intoppa». E san Francesco predicando a Montefeltro, tolse un altro motto vulgare: — Tanto è il ben che aspetto, che ogni pena m’è diletto». Que’ predicatori che traevansi dietro le moltitudini, spingevanle alla guerra e, ch’è più mirabile, alla pace, li trovi rozzi e inordinati raccozzatori di scolastiche sottigliezze o di mistiche aspirazioni, lardellati di testi scritturali e di trascinate allusioni, dividendo e suddividendo a modo dialettico, senz’ombra di genio e rado di sentimento. Predicavano forse in latino rustico, e a tanta folla che a ben pochi era dato di sentirli e a meno d’intenderli, sicchè i cronisti ricorrono al miracolo. E davvero l’efficacia portentosa va attribuita al concetto di loro santità, e alla persuasione con cui parlavano, e che facilmente trasfondesi in chi ascolta.


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