Chapter 22

Fu dunque egli il primo, non che scrivesse bene in prosa, ma che scrivesse bene di proposito, sapendo quel che faceva e conservando l’arte dal principio al fine, senza quelle mescolanze di rusticità che offendono in tutti gli altri. Nè verun prosatore fin allora avea posto industria allo stile, bastando esprimere i proprj sentimenti, non ornati che della loro semplicità, a guisa d’amici schiettamente parlanti; forma tanto più conveniente, in quanto i libri allora erano men cosa pel pubblico, che confidenze domestiche e cittadine. Il Boccaccio volle attribuire allo stile la magnificenza che prima non conosceva, configurarlo ai diversi soggetti, e spurgatolo di quanto tenea di vieto e sgraziato, maestare il periodo e darvi numero e movenza variata, e pastosità econtorno e leggiadria al possibile. Lodevole divisamento: se non che mal distinse la natura degli idiomi, e appigliatosi al latino, tondeggiò la frase con arte troppo apparente ed ambiziosa. Ricchezza, abbondanza gioconda, variata armonia, chi n’ebbe altrettanta? ma la nuova prosa, logica e perspicua, quale innamora nel Compagni, nel Villani, nel Passavanti, intralciò cogli incisi, con raggirate trasposizioni, coll’anelante periodare, repugnanti alle moderne favelle, che, sprovviste di desinenze, amano la sintassi diretta; e fece parer vile la sapiente parsimonia, la famigliarità franca e dignitosa, la nobile sprezzatura. Stile ricercato è sempre cattivo; e quel fare pompeggiante s’accomoda ancor meno alla leggerezza delle materie assunte dal Boccaccio, onde ti par dall’acconcia toga romana vedere sporgere il tôcco del trovadore o il battocchio del giullare. Ed anche quel suo intarsiare frasi e sin versi interi di Dante e d’altri, introdusse o scusò un vezzo malaugurato nella prosa nostra sia di mescolarvi locuzioni poetiche, sia di vestire i proprj pensieri colle forme altrui.

Ammirano la varietà di caratteri; direi piuttosto di condizioni: ma fra tante frondi invano cercheremmo il ritratto della vita e dell’indole italiana, nè la curiosità v’è sostenuta. Ha stupenda novità di prologhi, canzoni, descrizioni del mattino, divertimenti varj ad ogni giornata; ha inesauribile dovizia di modi: ma gli manca fantasia pittrice, comunque nettissima sia la sua tavolozza, ed eccellenti i dettagli[362]; colla perifrasi nuoceall’evidenza che otterrebbe colla voce propria; quello scialacquo di parole, elettissime ma non necessarie, quell’inzeppamento di eleganze, quella sinonimia viziosa, impastoiano il racconto; quell’incessante splendore abbaglia più che non riscaldi, colorisce più che non delinei, titilla più che non iscuota. Chi mai versò una lacrima a que’ racconti, che pur sono talvolta mestissimi? Quando gli domandi l’affetto, t’avvedi ch’egli studia solo la parola, il periodo, la cadenza; vero caposcuola di coloro che s’ascoltano da sè.

E perchè questi furono molti, massime nel Cinquecento, non v’ha encomio iperbolico che non siasegli profuso. I suoi imitatori rifuggirono dalla naturalezza de’ pensieri o dell’espressione; una delle cause per cui ci mancarono la commedia ed il romanzo, e per cui tanta fatica occorre ai moderni onde richiamare sul semplice. E fosse solo grammaticale il guasto!

Eppure il Boccaccio sapeva gustare le dolcezze campestri, e a Pino de’ Rossi descrive come tornò a Certaldo, e «qui ho cominciato con troppo men difficoltà che non mi pensava a confortar la mia vita, e già principianmi li grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non veder le spiacevolezze, le finzioni, li fastidj de’ nostri cittadini mi è di tanta consolazione nell’animo, che se io potessi far senza udirne alcuna cosa, credo che il mio riposo crescerebbe d’assai. In iscambio de’ solleciti continui avvolgimenti de’ cittadini, veggio campi, colli, arbori di verdi fronde e di fiori varj vestiti, cose semplicemente da natura prodotte;dove ne’ cittadini son tutti atti fittizj: odo cantar usignuoli ed altri uccelli con non minor diletto, che fosse più la noja di udire gl’inganni e le difficultà de’ cittadini nostri. Co’ miei libricciuoli, quante volte mi piace, senza alcun impaccio posso liberamente ragionare: e in poche parole vi dico che mi crederei qui, mortale come sono, gustare e sentire della eterna felicità se Dio mi avesse dato un fratello».

Già di sette lingue s’era a quell’ora impadronita la letteratura nuova; la castigliana, la portoghese, la valenziana o provenzale, la francese, la tedesca, l’inglese e l’italiana: le altre si abbandonavano all’istinto, anzichè studiassero l’arte; nessuna può offrire capolavori; le opere di quelle son rivangate solo per istudio filologico, le nostre rimasero classiche, non soltanto per noi, ma e per gli altri popoli. Ed è gran prova d’incivilimento questo apparire quasi contemporaneo di tre genj, così differenti l’uno dall’altro, e ciascuno inventore o tipo di generi, di cui doveano restare modelli insuperati. Ma Dante si proponeva una poesia nazionale e religiosa; come i veri ingegni, ha più franchezza che arte; tormentato da grandi pensieri, fatica ad esprimerli in una lingua già formatasi, ma non educata ad esporre poeticamente tanta dottrina; e col suo cantare eccita, anzi obbliga il lettore a pensare da sè. Petrarca forbì poi quella lingua, dandole una rigogliosa gioventù, che nulla perdè fin ad oggi della natìa freschezza. L’uno e l’altro fissarono il linguaggio poetico, bellissima veste, che bastò al lepore dell’Ariosto come alla gravità del Tasso, alle dolcezze di Metastasio come ai fremiti dell’Alfieri. Quanto alla prosa, forse è colpa di Boccaccio o de’ suoi idolatri se ancora non n’abbiamo una nazionale, colta insieme e popolare, corretta e sicura, ferma ed ingenua, più candida che azzimata, più viva che compassata, acconsentita dai dotti, e insiemeaffabile al popolo, il quale vi incontri le sue forme ma ingentilite, i suoi vocaboli ma artisticamente disposti; atta ad esprimere tanto la famigliare ingenuità, quanto i grandi bisogni e i grandi sentimenti.

Da principio tutti corsero dietro a Dante; Petrarca gli porta invidia pur negandola, e lo imita; Boccaccio ne tessella la sua prosa, ne farcisce la sua poesia[363]. Cecco Stabili d’Ascoli nell’Acerba[364], poema filosofico nè bello di poesia nè dotto di scienza, denticchia l’Alighieri colla stizza dell’impotente, e fu poi per mago bruciato a Firenze. Fazio degli Uberti nelDittamondoespone un viaggio che fa dietro al geografo Solino, tela mal ordita e peggio tessuta. Federico Frezzi da Foligno nelQuadriregiodescrive in terza rima i quattro regni dell’amore, del demonio, dei vizj, delle virtù, dove Minerva viene a diverbio con Enoc ed Elia profeti. Francesco da Barberino leggista neiDocumenti d’amoretratta di filosofia morale, politica, civiltà, perfino tattica, in metro vario e stile nè facile nè elegante, non ajutando tampoco la cognizione de’ costumi quanto il titolo prometterebbe. Scrisse ancheDel reggimento e dei costumi delle donne, ove in versi stiracchiati misti a prosa, se pur tutta prosa non sono, ammanisce precetti alle donne delle diverse condizioni ed età: prolisso, stucchevole, ma con buon intento e bellalingua[365]. Giusto de’ Conti canta labella manodella donna sua[366], sbiadito imitatore del Petrarca. Nè gloria nè compiacenza alla patria; sol ricordati perchè vecchi.

Francesco Sacchetti fiorentino, uom di toga e di mercatanzia, pel leone coronato al pulpitino di Palazzo vecchio fece questa divisa:

Corona porto per la patria degnaAcciocchè libertà ciascun mantegna;

Corona porto per la patria degnaAcciocchè libertà ciascun mantegna;

Corona porto per la patria degna

Acciocchè libertà ciascun mantegna;

ed era sì reputato, che essendosi esclusi dalle magistrature i padri, figli, fratelli di coloro ch’erano stati sbanditi, si eccettuò lui soloper esser tenuto uomo buono[367]. Mal calcate le orme del Petrarca, dietro a quelle del Boccaccio avviò ducentoquarantotto novelle, di stile dimentico e scorrevole, slegate fra loro, nè per intreccio, vivacità e pompa simili a quelle del Certaldese, ma piuttostoad aneddoti senza idealità, burlevoli e pittoreschi. Lasciam via le sconcezze e le scempie riflessioni, ma fanno ritratto della vita d’allora que’ piacevoli motti scoppiati alla sprovvista; quegli uomini di corte, che coll’improntitudine subbiellano doni; que’ lepidi ostieri, che fanno cronache di chi non usa la parola propria; quelle burle e risa sopra magistrati ignoranti o tirchi; quelle braverie di soldati tedeschi con nomi bisbetici; quella meschinità degl’imperatori, che senza denaro scendevano in Italia; que’ leggisti smaniosi d’azzeccar liti, onde uno di Metz si meraviglia che Firenze non sia disfatta con tanti giudici, mentre un solo era bastato a rovinare la sua patria; insomma quella vita piena, pubblica, vivace, procacciante, di gente che non subì ancora i miasmi della pacifica oppressione.

Purezza di lingua, proprietà di parole e vezzi di stile accostano al Boccaccio ser Giovanni fiorentino (-1375), il quale nel Pecorone finge che Auretto, innamorato di suor Saturnina, vada frate, e divenuto cappellano, s’accordi con lei di passare ogni giorno alcun tempo raccontandosi in parlatorio una novella a vicenda. Con sì misero appicco e senza varietà d’incidenti vanno alle cinquanta, storiche le più, esposte con istile semplice, e velando le sconcezze. E in generale ai narratori di quel secolo mancano la rapidità e la precisione, e lo spirito arguto che s’acquista col lungo frequentare gli uomini e la scelta società.

Così la letteratura accampavasi sotto due bandiere, dietro quei campioni. Petrarca e Boccaccio dovettero l’immortalità a lavori fatti quasi per trastullo o distrazione, di mezzo a studj più gravi; questo obbediva ai comandi d’una principessa, quello non avrebbe maicreduto che sì care fossero le voci dei sospir suoi in rima. Dante applicò tutto sè al poema cheper molti anni lo fece magro; e quando a lui esulante furonoriportati i primi canti del divino poema, — Emmi (disse) restituito lavoro massimo con perpetuo onore»[368], e confidava mercè di quello poter coronarsi poeta sul battistero del suo San Giovanni. Boccaccio e Petrarca nell’età grave si doleano delle inezie e delle lubricità scritte, e quasi si vergognavano della gloria conseguita; Dante confida di aver fama appo coloro che il suo tempo chiameranno antico, e che vital nutrimento deriverà dall’agro de’ versi suoi. Egli aveva dischiuso i tempi nuovi, gli altri due respinsero verso gli antichi; egli inventivo, essi imitatori; egli biblico, essi classici; egli scotendo, essi addormentando la patria. Ed è non ultima colpa del Boccaccio l’avere o incitato o scusato i nostri a moltiplicare in un genere di letteratura affatto immorale come sono i novellieri. Ma egli fu addobbo di corte, corifeo di coloro che appigionano l’ingegno a chi paga, sia principe o plebe: Dante si considerava educatore delle nazioni, e i suoi seguaci credettero tale l’uffizio della letteratura. Anche i Petrarchisti empirono di belati questa povera Italia, la quale ogni qualvolta pensasse a scuotere il letargo, e sviarsi dai torbidi rivi, tornò ai vigorosi difetti e alle incomparabili bellezze dell’Alighieri.


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