Chapter 32

380.Nelle accennate lettere, Cola pretende essere generato da Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Romaministrabat, nec forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas exstitit ministratum.381.Ep. famil., lib.XIII. 6.382.Ep. famil., lib.XIII. 6.383.Epistolæ sine titulo, ep. 4. Ho molto compendiato.384.Et nihilominus prorsus mandamus angelis paradisi, quatenus animam illius, a purgatorio penitus absolutam, in paradisi gloriam introducant. Bolla ap.Baluzio, che vuol crederla falsa, come altre asserzioni a carico di questo papa.385.Della morte del Moriale assai lodavano Cola i Fiorentini, il 4 settembre 1354 scrivendo al Comune di Perugia:Fidedigna relatione didicimus, magnificum dominum almæ urbis senatorem illustrem, tamquam justitiæ zelatorem notorium, divinitus inspiratum, virum nequam fratem Monregalem de Albanio, dudum iniquum compagniæ capitaneum et nefarium conductorem, homicidiorum, robariorum, incendiorum ac maiorum omnium nefarium patratorem, die sabati præteriti proxime, in urbe, quæ omnibus comunis est patria, fecisse ultimo puniri supplicio; primo, sicut juris ordo expostulat, vista, lecta, ac promulgata solemniter sententia in Campitolio contra eum. Archivio storico, app. N. 24, p. 397.386.Nel trattato, riferito dal Dumont, sono nominati più di quaranta signori ghibellini.Di questo Giovanni d’Oleggio poco dicono gli storici milanesi, ma ne discorse De Minicis ne’Monumenti di Fermo, 1857. Schiericatosi, sposò una Benzoni di Crema, fu podestà e capitano in varie città e fazioni; ebbe Bologna, come dicemmo, e la cedette alla Chiesa, ricevendo in ricambio a vita la signoria di Fermo, dove morì nel 1366. Sua moglie gli alzò colà un monumento, scolpito da Tura di Imola, artista che non si conosce per altra opera.387.Sono le ragioni lungamente esposte da Matteo Villani, lib.IV. c. 77.388.Epistolæ famil.,IX. 1.X. 1.389.Anche il Boccaccio nellaVEgloga:I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus.390.Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria fiorentina il 27 giugno 1355. VediArch. storico, app. Nº 24, p. 408.391.Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre 1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo, che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi ai fratelli di Schlick e loro discendenti.Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli sopravvissero.Schoell.392.«Scioccamenteavea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti capipopolo, tanto più se frati.393.Matteo Villani, vii. 69; il quale conchiude: — Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».394.Vita b. Petri Tommasii. Fu poi patriarca di Costantinopoli.VedasiSepulveda,Hist. de bello administrato in Italia a cardinali Egidio Albornotio.395.Filippo Villani, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l.IV.c. 1, dice che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un pezzo con l’altro s’annestava».396.Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per le aste. Tali eranoli Cavreiin val Brembana sul Bergamasco, dove i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino, e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso preparavano i tamburi.G. Matteo Cicogna,Trattato militare, 1567;Cibrario,Studj storici.397.Arch. storico,XV. p. 41.398.Corioal 1367.399.Una lancia costava da tredici a sedici fiorini il mese, cioè circa lire centottanta, che oggi varrebbero il quadruplo: e appartenevano al cavaliere l’armi e i cavalli. Quattro per lancia era obbligato darne il magnifico cavaliere messer Colluccio de Grisis di Calabria, che il 6 di novembre 1475 fu condotto da Violanta di Francia duchessa di Savoja per un anno co’ patti seguenti: — In primamente che lo dito mesiro lo caualero se conduca cun armati vintezinque, videlicet lanzeXXVa quattro cauali per lanza, infra le quali sia un homo d’arme armato imbardato cum la testera de azelle in ordine, a uso talliano, cum uno sachomano et uno ragazzo, el quale sachomano auerà la balestra, en utrio (inoltre) la zellata e lo corseto cum la lanza o sia pertesana, o un altro sachomano appresso a lo caualo cum la lanza in mane. Item per ogni lanza et homo d’arme cum quatro cauali in modo sopradicto li sia dato per suo soldo e pacto fl.XXde Savoja per zarcheduna lancia e per zascheduno mese, pagando lo suo soldo da tre mesi in tre mesi sanza alcuna difficultà. Item la ferma sua se intende de un anno del dì conducto, comenzando lo termine facta la mostra».Fu ancora pattuito che avesse la paga di trenta lancie, e non fosse tenuto che alla mostra di venticinque, e quelle cinque la signora gliele donava per la sua persona ed il suo piattello; egli promise di stare e andare dove piacerà a madama, in Italia e fuori, e offendere e difendere come gli sarà comandato. Pigliando uomo di Stato e caporale di guerra, lo lascerebbe a disposizione dell’excelsa madama, e così pure ville e castella.Conto d’Alessandro Richardon tesoriere generale, fol. 383, ap.Cibrario.Nel 1386, allorchè i Padovani osteggiavano i Veronesi, così erano composti gli eserciti, secondo il Gataro. Quel di Padova era in otto schiere: 1ª Giovanni Acuto con cinquecento cavalli e seicento arcieri tutti inglesi; 2ª Giovanni degli Ubaldini con mille cavalli; 3ª Giovanni da Pietramala con mille cavalli; 4ª Ugolotto Biancardo con ottocento cavalli; 5ª Francesco Novello con millecinquecento cavalli; 6ª Broglia e Brandolino con cinquecento cavalli; 7ª Biordo e Balestrazzo con seicento cavalli; 8ª Filippo da Pisa con mille cavalli. Questa era alla guardia delle bandiere, e con essa erano anche i consiglieri del campo. Da ultimo venivano mille fanti provvigionati, spartiti in due bande, sotto il Cermisone da Parma. L’esercito di Verona era distinto in dodici schiere: 1ª Giovanni Ordelaffi, capitano del campo, con mille cavalli; 2ª Ostasio da Polenta con millecinquecento; 3ª Ugolino Del Verme con cinquecento cavalli; 4ª il vecchio Benetto da Marcesana con ottocento; 5ª il conte di Erre con ottocento; 6ª Martino da Besuzuolo con quattrocento; 7ª Francesco da Sassuolo con ottocento; 8ª Marcardo dalla Rôcca con quattrocento; 9ª Francesco Visconti con trecento; 10ª Taddeo Del Verme con seicento; 11ª Giovanni Del Garzo e Ludovico Cantello con cinquecento; 12ª Raimondo Resta e Frignano da Sesso con milleottocento. Venivano di poi mille fanti palvesati, divisi in due schiere, e milleseicento arcieri e balestrieri tra forestieri e del paese. Marciava alla coda un grosso di popolo sotto il pennone della Scala, fin in sedicimila persone. Terminato lo scompartimento e fatte le schiere, tutti i condottieri si raccolsero presso il capitano del campo, che gli esortò a combattere virilmente, e a non dar quartiere.Dal Sanuto (Vita del Foscari,Rer. It. Script.,XXII) abbiamo il nome de’ condottieri e il numero de’ lor soldati nella guerra de’ Veneziani e Fiorentini contro Milano il 1426. Il Carmagnola ducentrenta lancie; Gian Francesco Gonzaga quattrocento; Pietro Gian Paolo cennovantasei; il marchese Taddeo cento; Ruffino da Mantova ottantotto; Falza e Antonello sessantatre; Rinieri da Perugia sessanta; Lodovico de’ Micalotti settanta; Battista Bevilacqua cinquanta; altrettante messer Marino, Blanchin da Feltro, Buoso da Urbino; quaranta Scariotto da Faenza; trenta Lombardo da Pietramala; dieci Jacopo da Venezia; otto Cristoforo da Fuogo, oltre centredici lancie libere. Altri capi stavano nelle guarnigioni: Bernardo Morosini con sessanta lancie; Jacopo da Castello con ventisei; Antonello di Roberto con cinquanta; Testa da Moja con venti, Jacopo da Firminato con tredici; Giovanni Sanguinazzo con sessantatre; Antonio degli Ordelaffi con dieci; Bolachino da Cologna con quarantatrè; il conte d’Ulenda con quarantacinque; Luigi Del Verme con ducensessanta; Orsino degli Orsini con cenventi; Pietro Pelacane con cento; Giovanni da Pomaro con trentotto. Arroge le compagnie di fanteria. Ciascuno avea patti diversi colla repubblica, e diversi gradi d’obbedienza e disciplina.400.Nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze (filza 23. c. 65) è sotto il 1326, 11 febbrajo, questa provvigione, pubblicata dal Gaye, ii. 8:Item possint dicti domini priores artium, et vexillifer justitie, una cum dicto officio duodecim bonorum virorum, eisque liceat nominare, eligere et deputare unum vel duos magistros in offitiales et pro offitialibus ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Comunipilas seu palloctas ferreas et cannones de metallo pro ipsis cannonibus et palloctis,habendis et operandis per ipsos magistros et offitiales et alias personas in defensione Comunis Flor. et castrorum et terrarum, quæ pro ipso Comuni tenentur, et in damnum et prejuditium inimicorum pro illo tempore et termino, et cum illis offitio et salario, eisdem per Comune Flor. et ipsius Comunis pecunia per camerarium camere dicti Comunis solvendo illis temporibus et terminis, et cum ea immunitate et eo modo et forma, et cum illis pactis et conditionibus, quibus ipsis prioribus e vexillifero et dicto offitioXIIbonorum virorum placuerit.Ne’ libri pubblici di Lucca è notato al 1382, 23 agosto:Cum per commissarios Lucani Comunis ordinatum fuerit quod pro munitione et tuitione civitatis Lucanæ fierent quatuor bombardæ grossæ, et sic per Johannem Zappetta de Gallicano jam duo fabricataæ sint, et in civitate Lucana ductæ, et denariis egeat præfatus Johannes pro fabricatione et constructione reliquarumetc.Il 27 ottobre 1470 Paolo Nicolini domandava di poter fare a Petrajo un edifizio a acqua per trapanare le spingarde.Mem. Lucchesi,II. 221.401.Est bombarda instrumentum ferreum cum tromba anteriore lata, in qua lapis rotundus, ad formam trumbæ, habens cannonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba, sed exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificialis cum salnitrio et sulphure et ex carbonibus salicis per foramen cannonis prædictis versus bucam etc.De bellicis machinis, mss. — Moschetto diceasi nel medio evo un projettile che si lanciava con una balista più forte.V. Ducange. Giovan Villani, lib. x, c. 21, dice che in una battaglia data dal fratello del re Roberto «molti furono fediti e morti di moschetti di balestri di Genovesi». E nelleStorie pistoiesial 1326: «M. Simone fu fedito d’una moschetta al ginocchio».402.Al 1441 nel castello di Nizza marittima v’avea venticinque palle di pietra da centrentasei libbre.403.Rer. It. Script.,XXIII. 794.404.All’assedio di Zara, nel 1346, lanciaronsi pietre da libbre tremila (metriche 1431): a quello di Cipro nel 1373, che costò alla repubblica più di tre milioni di ducati (15 milioni di nostre lire) i Genovesi ebbero un trabocco che lanciava da dodici a diciotto cantari, da libbre cencinquanta (metriche 1287).Non di rado fu usato il fuoco greco, composizione arcana; e pare che questo nome si applicasse a tutti i mezzi d’incendiare. Il Valturio chiama fuoco greco una composizione di carbon di salice, nitro, acquavite, solfo, pece, incenso, con filo di lana molle d’Etiopia.405.Nel 1405 il Sanuto (Rer. It. Script.,XXII. 817) parla di bombarde che scagliavano palle di quattrocento in cinquecento libbre; da cinquecentotrenta libbre ne cita al 1437 Neri Capponi (XVIII. 1285); d’una nel 1420 di sei cantari genovesi Giovanni Stella (XVII. 1282); nel 1453 molte di mille e milleducento libbre sono accennate inMartène,Thes. Nov. Anecd., 1820. I Genovesi lanciarono pietre da Pera fino a Costantinopoli.406.Così un sacro dell’arsenal veneto aveva:Chiamata son la fiera serpentinaChe ogni fortezza spiano con ruina.1508,Opus Thome D. Fr.;e una spingarda,Il nome mio possente; una colubrina,Non mi aspettare; un’altra,Non più parole. Ad Algeri nel 1831 fu trovato un grosso cannone colla scritta:Quand’io mi nutrirò di polve e foco,Ogni terrena possaContro ai vomiti miei cederà il loco.407.A torto dunque si dicono adoperate la prima volta all’assedio di Wachtendonk nel 1588. L’ambasciadore veneto Andrea Gussoni scrive che «il duca Cosmo di Toscana si diletta di fuochi artifiziali, e ha modo di fare una palla di così grande artifizio, che uscita dal pezzo, si fa rompere ove l’uomo vuole, o vicino a trenta braccia d’uscita, o a mezza strada: e dove dà ed è volta, fa grandissima mortalità di gente».L’Archivio mediceo, filza 45, contiene originale questa lettera di Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico (ap. Gaye):«Rex Siciliæ, magnifice vir, amice mi carissime,«Avendo noi presentito che in lo arsenale de questa Signoria è un capomastro, nominato mastro Joanni, lo quale noviter ha trovato certa natura de navili, quali chiamaarbatrocti, che teneno bumbarde supra quali tirano preta deCCLlibbre, ne è stato piacere intendere la invenzione, ed havevamo assai de caro vederne l’effecto. Pertanto vi pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Joanni quale monstrarà lo modo di taglio de dicti navilii ad questi nostri, acciò che ne possiamo o ad lui o ad li nostri far costruere uno per satisfatione dell’animo nostro, che de ciò ne farete piacere etc. etc.Datum in civitate Calvi,XIIIjan.1488.Rex Ferdinandus.Joannes Pontanus.408.Relazioni d’ambasciadori veneti. Firenze, serieII, vol.II, p. 135.409.NegliStatuti de’ pittori fiorentiniverso il 1400, rubrica LXXXIX, si legge: — Conciosiacosa che socto l’armadure da cavagli di cuojo o di ferro gli uomini si difendino e fidino le loro persone a vita, e di fuori della città di Firenze sieno portati, e portansi alla città di Firenze armadure di cuojo debili e vili e falsamente facte, sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona e la vita: stabilito e ordinato è che larmadure da cavallo di cuojo si faccino e far si debbino di cojame di bue, di vaccha, di toro o di bufalo, come di consuetudine nella città di Firenze sopradetta, o non di niun altro cuojo, ovvero d’altre bestie o dalcuna altra bestia. E che niuno dipintore o alcunaltra persona dell’arte predetta, o niunaltra persona possa, ardisca o presuma tenere o far tenere nelle loro botteghe armadure da cavallo facte contro la forma predetta nella città di Firenze o fuori della città di Firenze, nè esse dipingere o far dipingere, nè facte contro la forma predetta raconciare o far aconciare, sotto la pena di lire cinque di f. p. per ogni armadura e tante volte; e l’armadura s’intenda testiera per sè, fiancali per sè, pectorali per sè. E non di meno tali armadure così contro la predetta forma facte, s’ardino e ardere si debbino. La pena dell’ardere abbia luogo nell’armadure facte contro la forma predetta, che si trovassero nelle botteghe e appresso alcuno dipintore e alcun’altra persona della detta arte».

380.Nelle accennate lettere, Cola pretende essere generato da Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Romaministrabat, nec forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas exstitit ministratum.

380.Nelle accennate lettere, Cola pretende essere generato da Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Romaministrabat, nec forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas exstitit ministratum.

381.Ep. famil., lib.XIII. 6.

381.Ep. famil., lib.XIII. 6.

382.Ep. famil., lib.XIII. 6.

382.Ep. famil., lib.XIII. 6.

383.Epistolæ sine titulo, ep. 4. Ho molto compendiato.

383.Epistolæ sine titulo, ep. 4. Ho molto compendiato.

384.Et nihilominus prorsus mandamus angelis paradisi, quatenus animam illius, a purgatorio penitus absolutam, in paradisi gloriam introducant. Bolla ap.Baluzio, che vuol crederla falsa, come altre asserzioni a carico di questo papa.

384.Et nihilominus prorsus mandamus angelis paradisi, quatenus animam illius, a purgatorio penitus absolutam, in paradisi gloriam introducant. Bolla ap.Baluzio, che vuol crederla falsa, come altre asserzioni a carico di questo papa.

385.Della morte del Moriale assai lodavano Cola i Fiorentini, il 4 settembre 1354 scrivendo al Comune di Perugia:Fidedigna relatione didicimus, magnificum dominum almæ urbis senatorem illustrem, tamquam justitiæ zelatorem notorium, divinitus inspiratum, virum nequam fratem Monregalem de Albanio, dudum iniquum compagniæ capitaneum et nefarium conductorem, homicidiorum, robariorum, incendiorum ac maiorum omnium nefarium patratorem, die sabati præteriti proxime, in urbe, quæ omnibus comunis est patria, fecisse ultimo puniri supplicio; primo, sicut juris ordo expostulat, vista, lecta, ac promulgata solemniter sententia in Campitolio contra eum. Archivio storico, app. N. 24, p. 397.

385.Della morte del Moriale assai lodavano Cola i Fiorentini, il 4 settembre 1354 scrivendo al Comune di Perugia:Fidedigna relatione didicimus, magnificum dominum almæ urbis senatorem illustrem, tamquam justitiæ zelatorem notorium, divinitus inspiratum, virum nequam fratem Monregalem de Albanio, dudum iniquum compagniæ capitaneum et nefarium conductorem, homicidiorum, robariorum, incendiorum ac maiorum omnium nefarium patratorem, die sabati præteriti proxime, in urbe, quæ omnibus comunis est patria, fecisse ultimo puniri supplicio; primo, sicut juris ordo expostulat, vista, lecta, ac promulgata solemniter sententia in Campitolio contra eum. Archivio storico, app. N. 24, p. 397.

386.Nel trattato, riferito dal Dumont, sono nominati più di quaranta signori ghibellini.Di questo Giovanni d’Oleggio poco dicono gli storici milanesi, ma ne discorse De Minicis ne’Monumenti di Fermo, 1857. Schiericatosi, sposò una Benzoni di Crema, fu podestà e capitano in varie città e fazioni; ebbe Bologna, come dicemmo, e la cedette alla Chiesa, ricevendo in ricambio a vita la signoria di Fermo, dove morì nel 1366. Sua moglie gli alzò colà un monumento, scolpito da Tura di Imola, artista che non si conosce per altra opera.

386.Nel trattato, riferito dal Dumont, sono nominati più di quaranta signori ghibellini.

Di questo Giovanni d’Oleggio poco dicono gli storici milanesi, ma ne discorse De Minicis ne’Monumenti di Fermo, 1857. Schiericatosi, sposò una Benzoni di Crema, fu podestà e capitano in varie città e fazioni; ebbe Bologna, come dicemmo, e la cedette alla Chiesa, ricevendo in ricambio a vita la signoria di Fermo, dove morì nel 1366. Sua moglie gli alzò colà un monumento, scolpito da Tura di Imola, artista che non si conosce per altra opera.

387.Sono le ragioni lungamente esposte da Matteo Villani, lib.IV. c. 77.

387.Sono le ragioni lungamente esposte da Matteo Villani, lib.IV. c. 77.

388.Epistolæ famil.,IX. 1.X. 1.

388.Epistolæ famil.,IX. 1.X. 1.

389.Anche il Boccaccio nellaVEgloga:I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus.

389.Anche il Boccaccio nellaVEgloga:

I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus.

I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus.

I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:

Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus.

390.Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria fiorentina il 27 giugno 1355. VediArch. storico, app. Nº 24, p. 408.

390.Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria fiorentina il 27 giugno 1355. VediArch. storico, app. Nº 24, p. 408.

391.Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre 1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo, che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi ai fratelli di Schlick e loro discendenti.Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli sopravvissero.Schoell.

391.Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre 1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo, che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.

I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi ai fratelli di Schlick e loro discendenti.

Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli sopravvissero.Schoell.

392.«Scioccamenteavea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti capipopolo, tanto più se frati.

392.«Scioccamenteavea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti capipopolo, tanto più se frati.

393.Matteo Villani, vii. 69; il quale conchiude: — Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».

393.Matteo Villani, vii. 69; il quale conchiude: — Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».

394.Vita b. Petri Tommasii. Fu poi patriarca di Costantinopoli.VedasiSepulveda,Hist. de bello administrato in Italia a cardinali Egidio Albornotio.

394.Vita b. Petri Tommasii. Fu poi patriarca di Costantinopoli.

VedasiSepulveda,Hist. de bello administrato in Italia a cardinali Egidio Albornotio.

395.Filippo Villani, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l.IV.c. 1, dice che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un pezzo con l’altro s’annestava».

395.Filippo Villani, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l.IV.c. 1, dice che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un pezzo con l’altro s’annestava».

396.Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per le aste. Tali eranoli Cavreiin val Brembana sul Bergamasco, dove i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino, e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso preparavano i tamburi.G. Matteo Cicogna,Trattato militare, 1567;Cibrario,Studj storici.

396.Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per le aste. Tali eranoli Cavreiin val Brembana sul Bergamasco, dove i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino, e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso preparavano i tamburi.G. Matteo Cicogna,Trattato militare, 1567;Cibrario,Studj storici.

397.Arch. storico,XV. p. 41.

397.Arch. storico,XV. p. 41.

398.Corioal 1367.

398.Corioal 1367.

399.Una lancia costava da tredici a sedici fiorini il mese, cioè circa lire centottanta, che oggi varrebbero il quadruplo: e appartenevano al cavaliere l’armi e i cavalli. Quattro per lancia era obbligato darne il magnifico cavaliere messer Colluccio de Grisis di Calabria, che il 6 di novembre 1475 fu condotto da Violanta di Francia duchessa di Savoja per un anno co’ patti seguenti: — In primamente che lo dito mesiro lo caualero se conduca cun armati vintezinque, videlicet lanzeXXVa quattro cauali per lanza, infra le quali sia un homo d’arme armato imbardato cum la testera de azelle in ordine, a uso talliano, cum uno sachomano et uno ragazzo, el quale sachomano auerà la balestra, en utrio (inoltre) la zellata e lo corseto cum la lanza o sia pertesana, o un altro sachomano appresso a lo caualo cum la lanza in mane. Item per ogni lanza et homo d’arme cum quatro cauali in modo sopradicto li sia dato per suo soldo e pacto fl.XXde Savoja per zarcheduna lancia e per zascheduno mese, pagando lo suo soldo da tre mesi in tre mesi sanza alcuna difficultà. Item la ferma sua se intende de un anno del dì conducto, comenzando lo termine facta la mostra».Fu ancora pattuito che avesse la paga di trenta lancie, e non fosse tenuto che alla mostra di venticinque, e quelle cinque la signora gliele donava per la sua persona ed il suo piattello; egli promise di stare e andare dove piacerà a madama, in Italia e fuori, e offendere e difendere come gli sarà comandato. Pigliando uomo di Stato e caporale di guerra, lo lascerebbe a disposizione dell’excelsa madama, e così pure ville e castella.Conto d’Alessandro Richardon tesoriere generale, fol. 383, ap.Cibrario.Nel 1386, allorchè i Padovani osteggiavano i Veronesi, così erano composti gli eserciti, secondo il Gataro. Quel di Padova era in otto schiere: 1ª Giovanni Acuto con cinquecento cavalli e seicento arcieri tutti inglesi; 2ª Giovanni degli Ubaldini con mille cavalli; 3ª Giovanni da Pietramala con mille cavalli; 4ª Ugolotto Biancardo con ottocento cavalli; 5ª Francesco Novello con millecinquecento cavalli; 6ª Broglia e Brandolino con cinquecento cavalli; 7ª Biordo e Balestrazzo con seicento cavalli; 8ª Filippo da Pisa con mille cavalli. Questa era alla guardia delle bandiere, e con essa erano anche i consiglieri del campo. Da ultimo venivano mille fanti provvigionati, spartiti in due bande, sotto il Cermisone da Parma. L’esercito di Verona era distinto in dodici schiere: 1ª Giovanni Ordelaffi, capitano del campo, con mille cavalli; 2ª Ostasio da Polenta con millecinquecento; 3ª Ugolino Del Verme con cinquecento cavalli; 4ª il vecchio Benetto da Marcesana con ottocento; 5ª il conte di Erre con ottocento; 6ª Martino da Besuzuolo con quattrocento; 7ª Francesco da Sassuolo con ottocento; 8ª Marcardo dalla Rôcca con quattrocento; 9ª Francesco Visconti con trecento; 10ª Taddeo Del Verme con seicento; 11ª Giovanni Del Garzo e Ludovico Cantello con cinquecento; 12ª Raimondo Resta e Frignano da Sesso con milleottocento. Venivano di poi mille fanti palvesati, divisi in due schiere, e milleseicento arcieri e balestrieri tra forestieri e del paese. Marciava alla coda un grosso di popolo sotto il pennone della Scala, fin in sedicimila persone. Terminato lo scompartimento e fatte le schiere, tutti i condottieri si raccolsero presso il capitano del campo, che gli esortò a combattere virilmente, e a non dar quartiere.Dal Sanuto (Vita del Foscari,Rer. It. Script.,XXII) abbiamo il nome de’ condottieri e il numero de’ lor soldati nella guerra de’ Veneziani e Fiorentini contro Milano il 1426. Il Carmagnola ducentrenta lancie; Gian Francesco Gonzaga quattrocento; Pietro Gian Paolo cennovantasei; il marchese Taddeo cento; Ruffino da Mantova ottantotto; Falza e Antonello sessantatre; Rinieri da Perugia sessanta; Lodovico de’ Micalotti settanta; Battista Bevilacqua cinquanta; altrettante messer Marino, Blanchin da Feltro, Buoso da Urbino; quaranta Scariotto da Faenza; trenta Lombardo da Pietramala; dieci Jacopo da Venezia; otto Cristoforo da Fuogo, oltre centredici lancie libere. Altri capi stavano nelle guarnigioni: Bernardo Morosini con sessanta lancie; Jacopo da Castello con ventisei; Antonello di Roberto con cinquanta; Testa da Moja con venti, Jacopo da Firminato con tredici; Giovanni Sanguinazzo con sessantatre; Antonio degli Ordelaffi con dieci; Bolachino da Cologna con quarantatrè; il conte d’Ulenda con quarantacinque; Luigi Del Verme con ducensessanta; Orsino degli Orsini con cenventi; Pietro Pelacane con cento; Giovanni da Pomaro con trentotto. Arroge le compagnie di fanteria. Ciascuno avea patti diversi colla repubblica, e diversi gradi d’obbedienza e disciplina.

399.Una lancia costava da tredici a sedici fiorini il mese, cioè circa lire centottanta, che oggi varrebbero il quadruplo: e appartenevano al cavaliere l’armi e i cavalli. Quattro per lancia era obbligato darne il magnifico cavaliere messer Colluccio de Grisis di Calabria, che il 6 di novembre 1475 fu condotto da Violanta di Francia duchessa di Savoja per un anno co’ patti seguenti: — In primamente che lo dito mesiro lo caualero se conduca cun armati vintezinque, videlicet lanzeXXVa quattro cauali per lanza, infra le quali sia un homo d’arme armato imbardato cum la testera de azelle in ordine, a uso talliano, cum uno sachomano et uno ragazzo, el quale sachomano auerà la balestra, en utrio (inoltre) la zellata e lo corseto cum la lanza o sia pertesana, o un altro sachomano appresso a lo caualo cum la lanza in mane. Item per ogni lanza et homo d’arme cum quatro cauali in modo sopradicto li sia dato per suo soldo e pacto fl.XXde Savoja per zarcheduna lancia e per zascheduno mese, pagando lo suo soldo da tre mesi in tre mesi sanza alcuna difficultà. Item la ferma sua se intende de un anno del dì conducto, comenzando lo termine facta la mostra».

Fu ancora pattuito che avesse la paga di trenta lancie, e non fosse tenuto che alla mostra di venticinque, e quelle cinque la signora gliele donava per la sua persona ed il suo piattello; egli promise di stare e andare dove piacerà a madama, in Italia e fuori, e offendere e difendere come gli sarà comandato. Pigliando uomo di Stato e caporale di guerra, lo lascerebbe a disposizione dell’excelsa madama, e così pure ville e castella.Conto d’Alessandro Richardon tesoriere generale, fol. 383, ap.Cibrario.

Nel 1386, allorchè i Padovani osteggiavano i Veronesi, così erano composti gli eserciti, secondo il Gataro. Quel di Padova era in otto schiere: 1ª Giovanni Acuto con cinquecento cavalli e seicento arcieri tutti inglesi; 2ª Giovanni degli Ubaldini con mille cavalli; 3ª Giovanni da Pietramala con mille cavalli; 4ª Ugolotto Biancardo con ottocento cavalli; 5ª Francesco Novello con millecinquecento cavalli; 6ª Broglia e Brandolino con cinquecento cavalli; 7ª Biordo e Balestrazzo con seicento cavalli; 8ª Filippo da Pisa con mille cavalli. Questa era alla guardia delle bandiere, e con essa erano anche i consiglieri del campo. Da ultimo venivano mille fanti provvigionati, spartiti in due bande, sotto il Cermisone da Parma. L’esercito di Verona era distinto in dodici schiere: 1ª Giovanni Ordelaffi, capitano del campo, con mille cavalli; 2ª Ostasio da Polenta con millecinquecento; 3ª Ugolino Del Verme con cinquecento cavalli; 4ª il vecchio Benetto da Marcesana con ottocento; 5ª il conte di Erre con ottocento; 6ª Martino da Besuzuolo con quattrocento; 7ª Francesco da Sassuolo con ottocento; 8ª Marcardo dalla Rôcca con quattrocento; 9ª Francesco Visconti con trecento; 10ª Taddeo Del Verme con seicento; 11ª Giovanni Del Garzo e Ludovico Cantello con cinquecento; 12ª Raimondo Resta e Frignano da Sesso con milleottocento. Venivano di poi mille fanti palvesati, divisi in due schiere, e milleseicento arcieri e balestrieri tra forestieri e del paese. Marciava alla coda un grosso di popolo sotto il pennone della Scala, fin in sedicimila persone. Terminato lo scompartimento e fatte le schiere, tutti i condottieri si raccolsero presso il capitano del campo, che gli esortò a combattere virilmente, e a non dar quartiere.

Dal Sanuto (Vita del Foscari,Rer. It. Script.,XXII) abbiamo il nome de’ condottieri e il numero de’ lor soldati nella guerra de’ Veneziani e Fiorentini contro Milano il 1426. Il Carmagnola ducentrenta lancie; Gian Francesco Gonzaga quattrocento; Pietro Gian Paolo cennovantasei; il marchese Taddeo cento; Ruffino da Mantova ottantotto; Falza e Antonello sessantatre; Rinieri da Perugia sessanta; Lodovico de’ Micalotti settanta; Battista Bevilacqua cinquanta; altrettante messer Marino, Blanchin da Feltro, Buoso da Urbino; quaranta Scariotto da Faenza; trenta Lombardo da Pietramala; dieci Jacopo da Venezia; otto Cristoforo da Fuogo, oltre centredici lancie libere. Altri capi stavano nelle guarnigioni: Bernardo Morosini con sessanta lancie; Jacopo da Castello con ventisei; Antonello di Roberto con cinquanta; Testa da Moja con venti, Jacopo da Firminato con tredici; Giovanni Sanguinazzo con sessantatre; Antonio degli Ordelaffi con dieci; Bolachino da Cologna con quarantatrè; il conte d’Ulenda con quarantacinque; Luigi Del Verme con ducensessanta; Orsino degli Orsini con cenventi; Pietro Pelacane con cento; Giovanni da Pomaro con trentotto. Arroge le compagnie di fanteria. Ciascuno avea patti diversi colla repubblica, e diversi gradi d’obbedienza e disciplina.

400.Nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze (filza 23. c. 65) è sotto il 1326, 11 febbrajo, questa provvigione, pubblicata dal Gaye, ii. 8:Item possint dicti domini priores artium, et vexillifer justitie, una cum dicto officio duodecim bonorum virorum, eisque liceat nominare, eligere et deputare unum vel duos magistros in offitiales et pro offitialibus ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Comunipilas seu palloctas ferreas et cannones de metallo pro ipsis cannonibus et palloctis,habendis et operandis per ipsos magistros et offitiales et alias personas in defensione Comunis Flor. et castrorum et terrarum, quæ pro ipso Comuni tenentur, et in damnum et prejuditium inimicorum pro illo tempore et termino, et cum illis offitio et salario, eisdem per Comune Flor. et ipsius Comunis pecunia per camerarium camere dicti Comunis solvendo illis temporibus et terminis, et cum ea immunitate et eo modo et forma, et cum illis pactis et conditionibus, quibus ipsis prioribus e vexillifero et dicto offitioXIIbonorum virorum placuerit.Ne’ libri pubblici di Lucca è notato al 1382, 23 agosto:Cum per commissarios Lucani Comunis ordinatum fuerit quod pro munitione et tuitione civitatis Lucanæ fierent quatuor bombardæ grossæ, et sic per Johannem Zappetta de Gallicano jam duo fabricataæ sint, et in civitate Lucana ductæ, et denariis egeat præfatus Johannes pro fabricatione et constructione reliquarumetc.Il 27 ottobre 1470 Paolo Nicolini domandava di poter fare a Petrajo un edifizio a acqua per trapanare le spingarde.Mem. Lucchesi,II. 221.

400.Nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze (filza 23. c. 65) è sotto il 1326, 11 febbrajo, questa provvigione, pubblicata dal Gaye, ii. 8:Item possint dicti domini priores artium, et vexillifer justitie, una cum dicto officio duodecim bonorum virorum, eisque liceat nominare, eligere et deputare unum vel duos magistros in offitiales et pro offitialibus ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Comunipilas seu palloctas ferreas et cannones de metallo pro ipsis cannonibus et palloctis,habendis et operandis per ipsos magistros et offitiales et alias personas in defensione Comunis Flor. et castrorum et terrarum, quæ pro ipso Comuni tenentur, et in damnum et prejuditium inimicorum pro illo tempore et termino, et cum illis offitio et salario, eisdem per Comune Flor. et ipsius Comunis pecunia per camerarium camere dicti Comunis solvendo illis temporibus et terminis, et cum ea immunitate et eo modo et forma, et cum illis pactis et conditionibus, quibus ipsis prioribus e vexillifero et dicto offitioXIIbonorum virorum placuerit.

Ne’ libri pubblici di Lucca è notato al 1382, 23 agosto:Cum per commissarios Lucani Comunis ordinatum fuerit quod pro munitione et tuitione civitatis Lucanæ fierent quatuor bombardæ grossæ, et sic per Johannem Zappetta de Gallicano jam duo fabricataæ sint, et in civitate Lucana ductæ, et denariis egeat præfatus Johannes pro fabricatione et constructione reliquarumetc.

Il 27 ottobre 1470 Paolo Nicolini domandava di poter fare a Petrajo un edifizio a acqua per trapanare le spingarde.Mem. Lucchesi,II. 221.

401.Est bombarda instrumentum ferreum cum tromba anteriore lata, in qua lapis rotundus, ad formam trumbæ, habens cannonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba, sed exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificialis cum salnitrio et sulphure et ex carbonibus salicis per foramen cannonis prædictis versus bucam etc.De bellicis machinis, mss. — Moschetto diceasi nel medio evo un projettile che si lanciava con una balista più forte.V. Ducange. Giovan Villani, lib. x, c. 21, dice che in una battaglia data dal fratello del re Roberto «molti furono fediti e morti di moschetti di balestri di Genovesi». E nelleStorie pistoiesial 1326: «M. Simone fu fedito d’una moschetta al ginocchio».

401.Est bombarda instrumentum ferreum cum tromba anteriore lata, in qua lapis rotundus, ad formam trumbæ, habens cannonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba, sed exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificialis cum salnitrio et sulphure et ex carbonibus salicis per foramen cannonis prædictis versus bucam etc.De bellicis machinis, mss. — Moschetto diceasi nel medio evo un projettile che si lanciava con una balista più forte.V. Ducange. Giovan Villani, lib. x, c. 21, dice che in una battaglia data dal fratello del re Roberto «molti furono fediti e morti di moschetti di balestri di Genovesi». E nelleStorie pistoiesial 1326: «M. Simone fu fedito d’una moschetta al ginocchio».

402.Al 1441 nel castello di Nizza marittima v’avea venticinque palle di pietra da centrentasei libbre.

402.Al 1441 nel castello di Nizza marittima v’avea venticinque palle di pietra da centrentasei libbre.

403.Rer. It. Script.,XXIII. 794.

403.Rer. It. Script.,XXIII. 794.

404.All’assedio di Zara, nel 1346, lanciaronsi pietre da libbre tremila (metriche 1431): a quello di Cipro nel 1373, che costò alla repubblica più di tre milioni di ducati (15 milioni di nostre lire) i Genovesi ebbero un trabocco che lanciava da dodici a diciotto cantari, da libbre cencinquanta (metriche 1287).Non di rado fu usato il fuoco greco, composizione arcana; e pare che questo nome si applicasse a tutti i mezzi d’incendiare. Il Valturio chiama fuoco greco una composizione di carbon di salice, nitro, acquavite, solfo, pece, incenso, con filo di lana molle d’Etiopia.

404.All’assedio di Zara, nel 1346, lanciaronsi pietre da libbre tremila (metriche 1431): a quello di Cipro nel 1373, che costò alla repubblica più di tre milioni di ducati (15 milioni di nostre lire) i Genovesi ebbero un trabocco che lanciava da dodici a diciotto cantari, da libbre cencinquanta (metriche 1287).

Non di rado fu usato il fuoco greco, composizione arcana; e pare che questo nome si applicasse a tutti i mezzi d’incendiare. Il Valturio chiama fuoco greco una composizione di carbon di salice, nitro, acquavite, solfo, pece, incenso, con filo di lana molle d’Etiopia.

405.Nel 1405 il Sanuto (Rer. It. Script.,XXII. 817) parla di bombarde che scagliavano palle di quattrocento in cinquecento libbre; da cinquecentotrenta libbre ne cita al 1437 Neri Capponi (XVIII. 1285); d’una nel 1420 di sei cantari genovesi Giovanni Stella (XVII. 1282); nel 1453 molte di mille e milleducento libbre sono accennate inMartène,Thes. Nov. Anecd., 1820. I Genovesi lanciarono pietre da Pera fino a Costantinopoli.

405.Nel 1405 il Sanuto (Rer. It. Script.,XXII. 817) parla di bombarde che scagliavano palle di quattrocento in cinquecento libbre; da cinquecentotrenta libbre ne cita al 1437 Neri Capponi (XVIII. 1285); d’una nel 1420 di sei cantari genovesi Giovanni Stella (XVII. 1282); nel 1453 molte di mille e milleducento libbre sono accennate inMartène,Thes. Nov. Anecd., 1820. I Genovesi lanciarono pietre da Pera fino a Costantinopoli.

406.Così un sacro dell’arsenal veneto aveva:Chiamata son la fiera serpentinaChe ogni fortezza spiano con ruina.1508,Opus Thome D. Fr.;e una spingarda,Il nome mio possente; una colubrina,Non mi aspettare; un’altra,Non più parole. Ad Algeri nel 1831 fu trovato un grosso cannone colla scritta:Quand’io mi nutrirò di polve e foco,Ogni terrena possaContro ai vomiti miei cederà il loco.

406.Così un sacro dell’arsenal veneto aveva:

Chiamata son la fiera serpentinaChe ogni fortezza spiano con ruina.1508,Opus Thome D. Fr.;

Chiamata son la fiera serpentinaChe ogni fortezza spiano con ruina.1508,Opus Thome D. Fr.;

Chiamata son la fiera serpentina

Che ogni fortezza spiano con ruina.

1508,Opus Thome D. Fr.;

e una spingarda,Il nome mio possente; una colubrina,Non mi aspettare; un’altra,Non più parole. Ad Algeri nel 1831 fu trovato un grosso cannone colla scritta:

Quand’io mi nutrirò di polve e foco,Ogni terrena possaContro ai vomiti miei cederà il loco.

Quand’io mi nutrirò di polve e foco,Ogni terrena possaContro ai vomiti miei cederà il loco.

Quand’io mi nutrirò di polve e foco,

Ogni terrena possa

Contro ai vomiti miei cederà il loco.

407.A torto dunque si dicono adoperate la prima volta all’assedio di Wachtendonk nel 1588. L’ambasciadore veneto Andrea Gussoni scrive che «il duca Cosmo di Toscana si diletta di fuochi artifiziali, e ha modo di fare una palla di così grande artifizio, che uscita dal pezzo, si fa rompere ove l’uomo vuole, o vicino a trenta braccia d’uscita, o a mezza strada: e dove dà ed è volta, fa grandissima mortalità di gente».L’Archivio mediceo, filza 45, contiene originale questa lettera di Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico (ap. Gaye):«Rex Siciliæ, magnifice vir, amice mi carissime,«Avendo noi presentito che in lo arsenale de questa Signoria è un capomastro, nominato mastro Joanni, lo quale noviter ha trovato certa natura de navili, quali chiamaarbatrocti, che teneno bumbarde supra quali tirano preta deCCLlibbre, ne è stato piacere intendere la invenzione, ed havevamo assai de caro vederne l’effecto. Pertanto vi pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Joanni quale monstrarà lo modo di taglio de dicti navilii ad questi nostri, acciò che ne possiamo o ad lui o ad li nostri far costruere uno per satisfatione dell’animo nostro, che de ciò ne farete piacere etc. etc.Datum in civitate Calvi,XIIIjan.1488.Rex Ferdinandus.Joannes Pontanus.

407.A torto dunque si dicono adoperate la prima volta all’assedio di Wachtendonk nel 1588. L’ambasciadore veneto Andrea Gussoni scrive che «il duca Cosmo di Toscana si diletta di fuochi artifiziali, e ha modo di fare una palla di così grande artifizio, che uscita dal pezzo, si fa rompere ove l’uomo vuole, o vicino a trenta braccia d’uscita, o a mezza strada: e dove dà ed è volta, fa grandissima mortalità di gente».

L’Archivio mediceo, filza 45, contiene originale questa lettera di Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico (ap. Gaye):

«Rex Siciliæ, magnifice vir, amice mi carissime,

«Avendo noi presentito che in lo arsenale de questa Signoria è un capomastro, nominato mastro Joanni, lo quale noviter ha trovato certa natura de navili, quali chiamaarbatrocti, che teneno bumbarde supra quali tirano preta deCCLlibbre, ne è stato piacere intendere la invenzione, ed havevamo assai de caro vederne l’effecto. Pertanto vi pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Joanni quale monstrarà lo modo di taglio de dicti navilii ad questi nostri, acciò che ne possiamo o ad lui o ad li nostri far costruere uno per satisfatione dell’animo nostro, che de ciò ne farete piacere etc. etc.

Datum in civitate Calvi,XIIIjan.1488.

Rex Ferdinandus.Joannes Pontanus.

408.Relazioni d’ambasciadori veneti. Firenze, serieII, vol.II, p. 135.

408.Relazioni d’ambasciadori veneti. Firenze, serieII, vol.II, p. 135.

409.NegliStatuti de’ pittori fiorentiniverso il 1400, rubrica LXXXIX, si legge: — Conciosiacosa che socto l’armadure da cavagli di cuojo o di ferro gli uomini si difendino e fidino le loro persone a vita, e di fuori della città di Firenze sieno portati, e portansi alla città di Firenze armadure di cuojo debili e vili e falsamente facte, sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona e la vita: stabilito e ordinato è che larmadure da cavallo di cuojo si faccino e far si debbino di cojame di bue, di vaccha, di toro o di bufalo, come di consuetudine nella città di Firenze sopradetta, o non di niun altro cuojo, ovvero d’altre bestie o dalcuna altra bestia. E che niuno dipintore o alcunaltra persona dell’arte predetta, o niunaltra persona possa, ardisca o presuma tenere o far tenere nelle loro botteghe armadure da cavallo facte contro la forma predetta nella città di Firenze o fuori della città di Firenze, nè esse dipingere o far dipingere, nè facte contro la forma predetta raconciare o far aconciare, sotto la pena di lire cinque di f. p. per ogni armadura e tante volte; e l’armadura s’intenda testiera per sè, fiancali per sè, pectorali per sè. E non di meno tali armadure così contro la predetta forma facte, s’ardino e ardere si debbino. La pena dell’ardere abbia luogo nell’armadure facte contro la forma predetta, che si trovassero nelle botteghe e appresso alcuno dipintore e alcun’altra persona della detta arte».

409.NegliStatuti de’ pittori fiorentiniverso il 1400, rubrica LXXXIX, si legge: — Conciosiacosa che socto l’armadure da cavagli di cuojo o di ferro gli uomini si difendino e fidino le loro persone a vita, e di fuori della città di Firenze sieno portati, e portansi alla città di Firenze armadure di cuojo debili e vili e falsamente facte, sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona e la vita: stabilito e ordinato è che larmadure da cavallo di cuojo si faccino e far si debbino di cojame di bue, di vaccha, di toro o di bufalo, come di consuetudine nella città di Firenze sopradetta, o non di niun altro cuojo, ovvero d’altre bestie o dalcuna altra bestia. E che niuno dipintore o alcunaltra persona dell’arte predetta, o niunaltra persona possa, ardisca o presuma tenere o far tenere nelle loro botteghe armadure da cavallo facte contro la forma predetta nella città di Firenze o fuori della città di Firenze, nè esse dipingere o far dipingere, nè facte contro la forma predetta raconciare o far aconciare, sotto la pena di lire cinque di f. p. per ogni armadura e tante volte; e l’armadura s’intenda testiera per sè, fiancali per sè, pectorali per sè. E non di meno tali armadure così contro la predetta forma facte, s’ardino e ardere si debbino. La pena dell’ardere abbia luogo nell’armadure facte contro la forma predetta, che si trovassero nelle botteghe e appresso alcuno dipintore e alcun’altra persona della detta arte».


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