CAPITOLO CXXI.Gli eruditi.

CAPITOLO CXXI.Gli eruditi.

Non potremmo meglio che dal nome dei Medici principiar a discorrere dei dotti di quel tempo. I quali da taluni sono vantati come dirozzatori dell’Italia e dell’Europa, da altri accusati d’aver traviato la coltura originale, e precorso a que’ pedanti, che sempre dappoi imbrattarono il nostro paese, surrogando allo studio delle cose lo studio delle parole. Chi non conosce progresso se non nel tornare indietro, nè bellezza se non nell’imitazione dell’antico, dovette professare che, come i Greci l’aveano anticamente dirozzata, così l’Italia dovesse a loro anche il risorgimento moderno. I nostri lettori si rassegneranno essi a credere che la patria di Dante deve la sua coltura ai lotolenti grammatici fuggiti da Costantinopoli?

Per quanto il sangue e la civiltà slava si fossero trasfusi nell’ellenica, i cittadini di Costantinopoli parlavano ancora la lingua in cui Pindaro e Anacreonte aveano cantato, arringato Demostene e san Giovanni Crisostomo. Con quanto profitto non avrebbero dunque potuto applicarla alla intelligenza de’ classici, che tutti possedevano? tanto più che il clero, non cacciato ai governi e alle guerre come il feudale d’Europa, poteva requiare nelle lettere e nell’istruzione; e che la sottigliezza della discussione filosofica e teologica portava a scrupoleggiare sulla parola.

Ma la parola e null’altro essi curarono; dagli autori profani li sviavano le dispute di scuola; e in generale custodivano la letteratura classica come scienza morta;unico merito valutavano l’erudizione, unica sapienza il ricordare. La fredda analisi loro, la critica ciarliera, impertinente, sterile, non produssero verun’opera che meritasse la posterità; sempre terra terra, limitandosi a raccogliere, commentare, postillare, compilare, strepitare, prendendo la pazienza per talento, la memoria per giudizio. Nella nuova efflorescenza che ebbero in Italia, qual fu mai che trovasse, anzi neppur cercasse i mezzi per cui tante bellezze erano state prodotte? o i capolavori presentasse col confronto di fatti e d’uomini, coll’influenza dei tempi, col mutuo coadjuvarsi dell’azione e del pensiero?

In modo ben più franco aveva esordito la letteratura italiana; e la vedemmo lanciarsi gigante, bisognosa di originalità, s’una via propria, non segregata, pure distinta dall’antica. Ma poco vi durò; e invaghitasi degli antichi autori, non solo credette migliore ciò che a quelli maggiormente s’accostasse, ma barbaro ciò che ne differisse; la spontaneità bizzarra e scorretta rinnegò per un gusto severo e canonico; l’entusiasmo dell’erudizione soffogò quell’originalità, che non può rinvenirsi se non in verità nuove vivamente sentite e naturalmente espresse nella lingua di tutti.

Il vago sentimento di ammirazione pei grandi nomi dell’antichità classica mai non era venuto meno in Italia, e Dante l’avea consacrato col farsi guidare da Virgilio a vedere il regno delle ombre, e col professare di aver dedotto da lui lo bello stile. Esso Dante però quasi solo di nome conobbe i classici; ma Petrarca e Boccaccio aveano sudato a resuscitare la letteratura antica; e se il loro gusto certamente ne restò raffinato, è a deplorare il Petrarca s’aspettasse immortalità dai versi latini, e il Boccaccio introducesse un periodare esotico; donde si ebbe un’altra fonte del linguaggio, l’imitazione de’ classici. Il latino del Petrarca, comunque scorrevole,tien troppo del medioevo; più disavvenente è quello del Boccaccio, che nelle etimologie greche vagella, sino a formare un nuovo dio Demogorgone.

Albertino Mussato, Giovan da Cermenate notajo milanese, il Ferreto storico degli Scaligeri, diedero opera a sfangare la lingua latina. Felice Osio postillò passo passo la storia del Mussato, rivelando quel che imitò da Simmaco, da Macrobio, da Sidonio, da Lattanzio, tanto che a sedici linee d’originale sottopose ottantasei di note, singolare documento della cura che cominciavasi a mettere allo stile: ma chi sostenne l’improba fatica del leggerle, ne arguì che gli autori della bassa latinità erano studiati più che non Livio e Cicerone.

Qui non era mancato mai chi conoscesse il greco, se non altro come lingua liturgica ne’ pontificali di Roma e nell’ordinaria uffiziatura de’ monaci di San Basilio; e a tacer l’uso che dovettero farne le città commerciali, il vescovo Liutprando da Cremona affetta di lardellarne la sua legazione; Gunzo cherico da Novara, in una disputa grammaticale coi monaci di San Gallo nelXsecolo, cita perfino il testo dell’Iliade; poi di proposito fu tolto a studiare il greco quando si trattò del riconciliare la Chiesa orientale colla nostra. Dal monaco calabrese Barlaam, venuto da Costantinopoli ambasciatore, ricevette lezioni il Petrarca senza grande profitto. Leonzio Filato, patrioto e scolaro di quello, ebbe in Firenze tavola e quartiere dal Boccaccio, che l’impegnò a tradurre Omero, tirandone di Levante un esemplare a grande spesa; poi fece per lui dai Fiorentini istituire la prima cattedra di quella lingua. Con maggior fortuna dettò colà e altrove Manuele Crisolara, venuto nunzio dell’imperatore Manuele. Ambrogio camaldolese, al principio del 1400, trovava in Mantova fanciulli e fanciulle istruiti nel greco, tra cui la figliuola del marchese, di otto anni. Giovanni Aurispa siciliano portò di Greciaducentrentotto manoscritti, e ne insegnò la lingua in molte città, servì di secretario ad Eugenio IV, e finì la vita a Ferrara sotto la protezione degli Estensi. Gregorio da Tiferno napoletano nel 1458 domandò e ottenne la prima cattedra di greco all’Università di Parigi, con cento scudi d’assegno.

Una folata di Greci qui trasse, man mano che le loro patrie cadevano a’ Musulmani, quali Teodoro Gaza di Tessalónica, Giorgio da Trebisonda, Giovanni Argiropulo, Demetrio Calcóndila, Giovanni Láscari prosapia reale. Altro viatico non portando che la cognizione dei classici, ne esageravano l’importanza, dichiarando barbaro ciò che a quelli non somigliasse; onde il secolo delle creazioni fece luogo a quello de’ retori e grammatici, e, come al fine dell’Impero romano, non s’immaginava possibile il fare alcuna cosa bella diversamente dai classici.

Gente di maggior conto era venuta al concilio di Firenze; e il Bessarione, abbandonato lo scisma e nominato cardinale, qui accolse Greci avveniticci, e ravvivò l’amore per Platone. Questo filosofo fu letto in Firenze da Giorgio Gemistio Pletone (1400) peloponnesiaco, che dedito affatto alla scuola alessandrina, eclettica tra il vangelo e i filosofi antichi, proclama la morale dell’Accademia, la politica di Sparta, fin la personificazione simbolica degli attributi di Dio nelle divinità dell’Olimpo. Nel libroDe platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiaversando beffe sopra Aristotele, accannì gli ammiratori di questo, e principalmente Teodoro Gaza e Genadio, il quale considerava i Platonici d’allora come anticristiani. Il Bessarione assunto arbitro, mostrò che Pletone eccedeva: ma Giorgio da Trebisonda, abborracciatore di traduzioni, gli avventò uno sconcio libercolo, flagellando Platone fin a posporlo a Maometto come legislatore, ed imputare ad esso tutti i vizj, allasua scuola tutte le sciagure. E di qua e di là s’infervoravano, liti strepitose fra tant’altro strepito: ma gl’Italiani, l’avesser letto o no, propendevano per Platone.

Marsiglio Ficino, figlio d’un medico di Firenze, l’avea tradotto in latino chiaro, con fedeltà mirabile pel tempo, e tanta da ajutare a supplir qualche lacuna dove l’originale andò perduto. Più oscuro riesce nel tradur Plotino perchè tale è il testo, e perchè il Ficino aveva acquistato con quel misticismo una famigliarità ch’è di ben pochi. Sopra quei modelli dettò poi una teologia dell’immortalità, asserendo l’affinità della scienza colla religione. Perocchè la gara di scuola erasi portata sui punti cardinali della filosofia e teologia, quale l’immortalità dell’anima e la destinazione umana; e i Peripatetici s’erano divisi tra Alessandro d’Afrodisia che credeva l’anima inseparabile dal corpo e perire con esso, ed Averroe che la faceva tornare a Dio ed esserne assorta. Il Ficino confutandoli sostiene l’anima essere emanata dalla Divinità, e a questa poter ella ricongiungersi mediante la vita ascetica; immortale, perchè altrimenti l’uomo sarebbe l’essere più infelice; ripudia l’opinione dell’anima universale: ma immaginoso più che ragionatore, eclettico senza originalità nè vero spirito filosofico, nel suo entusiasmo confondeva il sapere coll’arte e colla virtù. Una sua lettera, scoperta testè, ad una cugina che avea perduto la sorella, e tutta consolazioni platoniche d’ordine universale, di prigione del corpo, e simili idee; nessuna di Cristo o di fede; anzi dal pulpito raccomandava la lettura del divino Platone, e tentò perfino introdurne dei brani nell’uffiziatura ecclesiastica. Per ordine di Cosmo de’ Medici, cui dovea l’educazione, aprì un’accademia platonica, composta di mecenati, ascoltatori ed allievi, che festeggiavano i natalizj di Platone e Cicerone. Io non so che dire di Paolo II se si sgomentava di questo tornar pagana lascienza, e staccarla dalla tradizione cristiana[130]. All’accusa rispondeano che, quanto al seguir Platone, non faceano che imitar sant’Agostino; che teologi e filosofi tutti allora disputavano di tali quistioni, e le metteano in dubbio per giungere alla verità; che eresia è l’ostinarsi nell’errore; mentre essi non disobbedivano la Chiesa, e seguitavano le pratiche volute.

Col platonismo alessandrino ne rinacquero gli errori, le fantastiche opinioni, la cabala. Giovanni Pico (1494) dei signori della Mirandola, persuasosi che Aristotele e Platone in fondo concordino, tentò ravvicinarne le dottrine, e pensando che il secondo avesse dedotto la sapienza dagli Orientali, si volse a questi, massime ai cabalistici, e di là trasse le più delle novecento tesi che in Roma propose sulla logica, etica, fisica, metafisica, teologia, magia, offrendosi a sostenerle. Egli avea fatto riserva dell’autorità della Chiesa; pure alcune repugnavano all’ortodossia in modo, che ne sorse rumore, e dalla persecuzione a fatica lo salvarono il grado suo e la protesta di adottarle nel senso che il papa decreterebbe. Qui un dilagar di scritture pro e contro, finchè Alessandro VI lo dichiarò irreprovevole, e in fatto a quell’ora avea modificato le opinioni sue, come lasciati gli amori e le facili voluttà.

Scrisse il libro più gagliardo contro l’astrologia; eppure pretendeva colla cabala dar ragione della cosmogonia di Mosè e dell’incarnazione del Verbo, e spiegava la Genesi in modo simbolico, secondo i quattro mondi fisico, celeste, intellettuale e dell’uomo. Ideava un’esposizione allegorica del Nuovo Testamento, una difesa della Vulgata e dei Settanta contro gli Ebrei, un’apologiadel cristianesimo contro tutti gl’infedeli ed eretici, un’armonia della filosofia: ma a trentun anno morì.

Da giovinetto avea fatto stupire l’Italia con una memoria sfasciata. Tale l’ebbe pure Pietro Tommaj di Ravenna, il quale, udita una lezione, la ripeteva cominciando dall’ultima parola; sapeva il Codice e le infinite glosse; replicò centottanta testi, coi quali un frate milanese avea provato l’immortalità dell’anima; e giocando a scacchi mentre un altro faceva a’ dadi, ed egli stesso dettava due lettere, alla fine seppe ridire tutte le mosse degli scacchi, tutte le combinazioni dei dadi, tutte le parole delle due lettere cominciando dal fine. Qual meraviglia se pareagli facilissimo un suo trattato di memoria artifiziale, che gli altri trovano oscuro e scabroso?[131]. Della memoria locale trattò eziandio Tommaso Golferani cremonese attorno al 1340, primo che di filosofia scrivesse in vulgare.

Dietro ai forestieri germogliò una fungaja d’umanisti e grammatici nostri, di alcuno dei quali non parrà superfluo divisare a minuto i casi. Giovanni Malpaghino di Ravenna, allievo prediletto del Petrarca, aperse scuola di latino a Firenze, sceverando i modi degli autori bassi dai classici, con tal frutto che il gusto della correttezza divenne passione e moda. Da costui imparò il latino il Poggio[132], figlio d’un povero Guccio Bracciolini aretino; ma al greco non si pose che di quarant’anni. A Roma fu applicato a scrivere le lettere pontifizie, eseguitò cinquant’anni, senz’obbligo di residenza, ma con sottile assegno che nol sottraeva alla necessità. Con mostrargli le lettere direttegli da Leonardo Bruno, suo condiscepolo a Firenze, indusse Innocenzo VII a procacciarsi anche questa buona penna, e il Poggio gustò le consolazioni d’un’amicizia che può beneficare. Succeduto Gregorio XII, Bruno rimase in uffizio, Poggio andò a riposarsi a Firenze, poi seguì Giovanni XXIII al concilio di Costanza.

Il gusto raffinato volsero di buon’ora i nostri a rintracciare autori perduti, e in Italia o da Italiani si può dire fossero scoperti tutti i classici. Petrarca ad Arezzo trovò alcun che delleIstituzionidi Quintiliano, e delle orazioni di Cicerone, le tre primeDechedi Livio, e cercava le altre, temendo non andassero smarrite con Virgilio per ignavia degli uomini; fanciullo ricordavasi aver veduto i libriDelle cose umane e divinedi Varrone, e lettere ed epigrammi di Augusto, ora a noi sconosciuti. Ne’ suoi viaggi, appena vedesse qualche monastero antico, — Chi sa non vi si celi qualche preziosità?» e v’accorreva con desiderio[133]. Agli amici nulla chiedeva più istantemente che qualche opera di Cicerone, e mandava perciò preghiere e denari in Italia, in Francia, in Germania, in Grecia e fin nella Spagna e nella Bretagna. Qual tripudio allorchè, a Liegi, città tutta traffici, rinvenne due arringhe di quello, e in Verona le epistole famigliari! Poi il Crotto gli spedì da Bergamo leTusculane, Raimondo Soranzo il trattatoDe gloria, ch’egli prestò al Convenevole, e nol riebbe nè egli nè la posterità.

Il Boccaccio arrampicavasi pe’ solaj de’ conventi astanar libri, e gli esemplava di proprio pugno; e narrava a Benvenuto da Imola, che andato a Montecassino, «e avido di veder la libreria, che aveva inteso essere nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente gli aprisse la biblioteca. Quegli rispose secco, mostrandogli un’alta scala,Salite che è aperto.Lieto v’ascese e trovò il ripostiglio di tanto tesoro senza porta nè chiave: entrato, vide l’erba nata per le finestre, e libri e scaffali coperti di polvere. Meravigliato, cominciò ad aprire ora questo libro ora quello, e vi trovò molti volumi d’antichi e rari, dei quali ad alcuno erano strappati quaderni, ad altri recisi i margini, e in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studj d’incliti ingegni fossero venuti a mano di gente ignorantissima, se ne partì colle lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco nel chiostro, gli domandò perchè volumi così preziosi fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose, che alcuni monaci, per guadagnare due o cinque soldi, radevano un quaterno, e ne formavano uffiziuoli da vendere ai bambini; e coi ritagli de’ margini facevano brevi da vendere alle donne. Or va, uomo studioso, e ti rompi il capo per far libri»[134].

Il Poggio della sua dimora al concilio di Costanza profittò per cercare manoscritti nei conventi d’oltralpe, affrontando asprezza di cielo, scomodo di strade, scortesia di rifiuti. Principalmente ne rinvenne nella badia di Sangallo «entro una specie di carbonaja oscura ed umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte»; e tra quelli, otto orazioni di Cicerone, leIstituzionidi Quintiliano, tre libri dell’Argonauticadi Valerio Fiacco, qualche cosa di Lattanzio, l’Architettura di Vitruvio, i commenti d’Asconio Pediano a Cicerone,laGrammaticadi Prisciano, ed altri non più veduti. Esortato dal Bruno, dal Niccoli, dal Barbaro, dal Traversari, proseguì ricerche in Germania e in Francia, e trovò altre arringhe di Cicerone, i poemi di Silio Italico, di Manilio, di Lucrezio, parte di Petronio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Giulio Frontino, le matematiche di Giulio Firmico, Nonio Marcello, dodici commedie di Plauto Columella, il quale era talmente dimenticato, che non lo conobbero nè Vincenzo di Beauvais, autore di un’enciclopedia, nè il nostro Pier Crescenzi, attento raccoglitore di cose rustiche.

Col nuovo papa Martino V il Poggio passò a Mantova, poi lusingato con larghe promesse dal ricco vescovo di Winchester, tragittossi in Inghilterra; ma deluso e disgustato dell’ignoranza che vi trovava e della poca stima in cui v’era la bella letteratura, rivenne in Italia. Quivi apprese come Gasparino Barziza avesse rinvenuto l’Oratoredi Cicerone; non si sa chi le epistole ad Attico; Gherardo Landriano a Lodi i libri dell’InvenzioneeAd Erennio; Tommaso Inghirami di Volterra a Bobbio trovava ilViaggiodi Rutilio Numaziano; Alessandro d’Alessandro in un celliere a Napoli il Properzio: da Parigi si ebbero le epistole di Plinio minore, da Germania le egloge di Calpurnio e di Nemesiano.

Qual piacere doveva recare il leggere questi autori man mano che si scoprivano, senza il disgusto che ora ce ne lasciano le scuole, senza l’ottusione prodotta dall’abitudine! «La repubblica letteraria (scriveva Lorenzo Medici al Poggio) ha di che rallegrarsi non solo per le opere che trovaste, ma per quelle che avete a trovare ancora. Qual gloria per voi che sieno resi alla luce gli scritti di sommi autori! I secoli venturi rammenteranno che codici, di cui irreparabile piangeasi la perdita, vostra mercè vennero ricuperati; e come Camillo fu intitolato secondo fondatore di Roma, così voi potreteesser detto secondo autore delle opere per voi ricomparse. Vostra mercè possediamo intero Quintiliano, che dianzi avevamo solo per metà, e questa pure mutila e difettosa. O acquisto prezioso! o inaspettato contento! ed è pur vero ch’io potrò leggere tutto quel Quintiliano, che tanto dilettami comechè mutolo e sformato? Vi scongiuro, mandatemelo al più presto, ch’io possa almeno vederlo prima di morire ». E subito i dotti buttavansi a commentarli, ridurli a buone lezioni, agevolarne l’intelligenza, trarne ajuti allo scrivere corretto; e moltissimi greci tradussero.

Gl’impiegati della cancelleria romana soleano raccorsi in una sala, dove a gara ne sballavano delle grosse, tanto che, da bugia, era chiamata il bugiale; e leggeano sulla cronaca di ciascuno, prete o secolare, mozzo o cardinale, privato o governo. Da questo mondezzajo il Poggio razzolò i suoi motti e racconti (Facetiæ), putidi d’oscenità, le cose e le persone sacre trattando con tale audacia, che i Protestanti vollero poi contarlo tra i loro precursori. Conversazioni più sensate ritrae nellaHistoria disceptativa convivialis, principalmente su punti filologici. Scrisse pure sulla nobiltà, sulla sfortuna de’ principi, sulla varietà della fortuna.

Al suo trattato delleEleganze latineproemiò professando non conterrebbe nulla che fosse già scritto da chichessia: invece è suo merito l’avere utilizzato tutti i vecchi grammatici, per dare riflessioni sullo scrivere, e buone regole intorno alla sintassi, alle inflessioni, principalmente ai sinonimi; e fu ristampato, tradotto, ristretto, compendiato, fin messo in versi. Ma se egli conoscevasi di parole meglio di qualunque contemporaneo, non sapeva collocarle in buono stile, e per iscrupolo di purezza rigettò anche frasi di conio irreprovevole.

Ripristinato Cosmo, e spirando destra l’aura ai Medici, il Poggio ne gustò i favori, e bramava terminaresua vita a Firenze; ebbe una villetta nel Valdarno, modesta, ma abbellita di libri, di statue, di pietre incise, di medaglie e di amici che lo visitavano; man mano che la morte gli portasse via un amico, un protettore, esso gli tributava lodi e lacrime. La Signoria volle gratificarlo dichiarando esente da ogni tassa lui e sua casa; lo invitò poi secretario, ed egli tessè la storia di quella città in otto libri latini dal 1350 al 1455, che non finì e che rimase inedita fino al 1715, sol conoscendosi la traduzione italiana fatta da un suo figliuolo.

E ben quattordici figli aveva egli da un’amica: pure a cinquantacinque anni scrisse un dialogo se convenga o no il matrimonio, sposò una de’ Buondelmonti che avea diciott’anni e seicento fiorini di dote, e visse con lei felice padre. Ebbe sepoltura (1459) in Santa Croce; ritratto di mano del Pollajuolo nel palazzo pubblico, e una statua sulla facciata di Santa Maria del Fiore.

Lorenzo Valla romano, con minor talento del Poggio suo emulo, maggior erudizione filologica e storica qual dimostrò nelleEleganze latine, aveva elevato dubbj rarissimi a quel tempo; dichiarò spurie la donazione di Costantino e la lettera di Cristo ad Abgaro re, nè avere gli Apostoli composto ciascuno un articolo del simbolo; al Nuovo Testamento appose annotazioni abbastanza severe colla vulgata, egli primo fondando le spiegazioni sulla lingua originale. Distici e sarcasmi scaraventava costui a moscacieca contro cardinali e grandi che gli tardassero un favore; e contro l’ambizione della corte romana invettive tali[135], che reputòprudenza ricovrarsi a Napoli, ove aprì scuola d’eloquenza. Ma Nicola V, non che richiamarlo, gli regalò di sua mano cinquecento scudi d’oro per avere tradotto Tucidide, e il titolò canonico e scrittore apostolico. Eppure egli conservò libertà di pensare e di scrivere; nel dialogo sull’avarizia e la lussuria flagella i cattivi predicatori, ma specialmente i frati dell’Osservanza, rimessiticcio de’ Francescani; poi in quello sull’ipocrisia tempesta tutti i frati e il clero in generale.

Quattro libri d’invettive scagliò contro Bartolomeo Fazio, che altrettanti gliene rimbalzò con pettoruta gonfiezza. Già contro Giorgio da Trebisonda, grand’ammiratore di Cicerone, avea sostenuto la prevalenza di Quintiliano con tanto furore, con quanto battagliò col Guarino per anteporre Scipione a Giulio Cesare, e con un giureconsulto bolognese sul punto se Lucio e Arunzio fossero figli o nipoti di Tarquinio Prisco. Era dunque ben addestrato alle lotte quando si accapigliò col Poggio, alle cuiInvettiveopposeAntidotieDialoghi, con un diavolo per pelo. Accusato da costui d’aver rubato denaro e falsato una ricevuta a Pavia, e in conseguenza essere stato messo alla gogna, gli butta in faccia imputazioni che l’onestà neppur consente d’accennare: e Nicola V, non che sopir la lite fra i due suoi dipendenti, accettò la dedica degliAntidoti.

Francesco Filelfo, se volessimo credere al Poggio, fu generato da un prete in una lavandaja; ma gli storici il fanno da buona famiglia di Tolentino: studiò a Padova con tal frutto, che a diciotto anni professava eloquenza colà, poi a Venezia, ove fu dichiarato cittadino, e spedito secretario del balio a Costantinopoli per assecondare il suo desiderio di famigliarizzarsi col greco. Questa lingua v’apprese da Giovanni Crisolara, fratello del famoso Manuele, e l’imperatore Giovanni Paleologo lo volle secretario e consigliere, e lo mandò ministroall’imperatore Sigismondo: in tal qualità assistette in Cracovia alle nozze di Ladislao re di Polonia, e vi recitò un’orazione al cospetto de’ più grandi signori d’Europa. Reduce a Costantinopoli, sposò la figlia del suo maestro, e con lei tornava in Italia; ma trovò Venezia desolata dalla peste, gli amici fuggiti, i suoi libri in contumacia. S’avviò dunque a Bologna dolente e bisognoso: ma quivi trovossi accolto magnificamente, e offerti quattrocento cinquanta zecchini l’anno per una cattedra di filosofia morale e d’eloquenza. Essendosi Bologna ribellata al papa, il Filelfo ricoverò a Firenze, dove instancabilmente propagava l’amore de’ classici. Di gran mattino spiegava le Tusculane o l’Arte oratoria di Cicerone, Tito Livio od Omero; riposatosi alcune ore, ricompariva a leggere Terenzio, le epistole o qualche orazione di Cicerone, Tucidide o Senofonte; poi le feste in Santa Maria del Fiore,senza alcun pubblico o privato premio, commentava Dante. Quattrocento uditori seguivano le sue lezioni, ed era applaudito, careggiato da uomini e donne e da quanto di meglio aveva la città[136].

Il racconto di queste sue compiacenze ci rivela il maggior suo difetto, una stima di sè, non commensurabile se non al disprezzo di ciò che non fosse lui. Doveva in conseguenza moltiplicarsi nemici, che pubblicamente lo insultavano, sin a ridurlo a far le lezioni in casa[137]. Avendogli un bravaccio tirato un colpo alviso, il Filelfo mostrò crederlo mandato dai Medici, contro i quali parteggiava; e forse con ciò volle scusarsi delle codarde invettive con cui aggravò l’esiglio di Cosmo. Perciò allorchè questi tornò trionfante, egli rifuggì a Siena, donde continuò a bersagliarlo, tanto che la Signoria il proferì esigliato. Ed ecco quel tal bravaccio gli si avventa di nuovo a Siena, ed egli il fa mettere alla tortura sinchè confessi l’attentato. Fu multato in cinquecento lire, ma al Filelfo parvero poche, e ne ottenne la condanna a morte, ch’egli stesso intercedette fosse commutata nel taglio della mano, «preferendo (dic’egli) vivesse mutilo ed infame, anzichè una pronta morte lo liberasse dai rimorsi e dalla vergogna».

Intanto egli medesimo con altri fuorusciti macchinava contro i Medici, e soldò un Greco per assassinare Cosmo. Il sicario fu scoperto, ed ebbe tronche le mani; e sopra la costui confessione il Filelfo fu condannato in contumacia al taglio della lingua e al bando perpetuo. Se al Filelfo non restava che l’ira dell’impotente, Cosmo, sicuro dell’autorità, aveva i mezzi e perciò il dovere d’essere generoso. E il volle, e gli fece proporre la riconciliazione: ma il pedante ostentò generosità col rifiutare e insultare; finse anzi di credersi mal sicuro a Siena, e poichè era cerco dal papa, dal senato veneto, dal duca di Milano, dalla repubblica di Bologna, dall’imperatore di Costantinopoli, accettò di passare sei mesi a Bologna, ottenendovi l’inusato stipendio di quattrocencinquanta ducati, poi si trasferì a Milano. Quivi passò i sette anni meno tempestosi di sua vita, caro alla Corte, dichiarato cittadino, e sempre più incocciandosi di que’ suoi meriti incomparabili.

Nelle commozioni succedute alla morte di Filippo Maria, scrisse proclami e lettere ai principi perchè sostenessero l’aurea repubblica; poi orazioni ed encomjall’oppressore di questa Francesco Sforza, da cui accettò nuovi favori, finchè il magnanimo Alfonso di Napoli mostrò desiderio di vederlo. Mosse a quella volta, e «giunto a Roma (scrive Vespasiano) nel tempo di papa Nicola, fece pensiere alla sua tornata di visitare la sua santità. Inteso papa Nicola che era in Roma, subito mandò a dire che l’andasse a visitare. Intesolo messer Francesco, andò alla sua santità, e le prime parole che gli disse, furono:Messer Francesco, noi ci maravigliamo di voi, che passando di qui non ci abbiate visitato. Messer Francesco rispose come egli faceva pensiero visitare il re Alfonso, e poi venire alla santità sua. Papa Nicola, che sempre era stato amatore degli uomini letterati, volle che messer Francesco conoscesse la sua gratitudine, e pigliò un legato di ducati cinquecento, e sì gli disse:Messer Francesco, questi denari vi voglio io dare, perchè vi possiate fare le spese per la strada. Messer Francesco, veduta tanta liberalità usatagli, ringraziò la sua santità infinite volte di tanta gratitudine usatagli». Il re di Napoli gli uscì incontro fino a Capua, lo ornò cavaliere, e gli concesse di portare l’arma d’Aragona; infine il coronò poeta.

Queste e ben altre particolarità raccolgonsi da trentasette libri di sue lettere che sono alle stampe, e dalle altre opere dove spessissimo parla di sè; e spessissimo ne parlano i pochi amici e molti nemici suoi contemporanei. Egli componeva, traduceva, compilava; or traboccava la bile contro gli avversarj; or filosofava nelleMeditazioni fiorentineo neiBanchetti milanesio nellaMorale disciplina; or commentava il canzoniere del Petrarca, con indecenti allusioni agli amori del poeta, ai papi, ai Medici; or in ventiquattro canti latini celebrava gli Sforza, o in quarantotto italiani san Giovanni Battista; or tesseva arringhe, da recitarsi dai podestà fiorentini quando uscivano di carica, ovvero inproprio nome, e orazioni funebri, e consolatorie, e liriche latine. Forza e calore non gli mancano, ma per purezza latina è lontano troppo, non che dal Poliziano, dal Poggio, e move lo stomaco colle sguajate scurrilità.

Circondato da tanti scolari, tra cui potea contare Pio II, Pietro de’ Medici, Agostino Dati e Bernardo Giustiniani storici di Siena e di Venezia, Alessandro di Alessandro autore deiGenialium dierum,avrebbe potuto godere le compiacenze d’una vecchiaja onorata se il portamento suo bisbetico non l’avesse tratto a sempre nuove contese. Poi alle lusinghe della gloria voleva aggiungere la realtà di ricca casa, codazzo di famigli, cavalli, tavola: col che non solo corrompeva il proprio avvenire, ma si obbligava a chiedere vilmente e vilmente accettare, sin col fingere le nozze di una sua figlia onde avere pretesto a domandare regali; profondeva elogi, e poi querelava d’ingrato chi i doni non proporzionasse all’avidità sua, e svillaneggiava chi tardasse. Eppure quando Anton Marcello, patrizio veneto, d’una consolatoria per la morte d’un figlio il gratificò con un bacino d’argento del valore di cento zecchini, esso lo portò alla Corte, e davanti al consiglio ne fece dono al duca di Milano. Forse che ne sperasse un maggiore ricambio?

S’accapigliò esso pure col Poggio, il quale asserisce che il Filelfo da giovane visse in ribalda amicizia con un prete cui era stato affidato; che a Fano preso a calci e pugni, a stento rifuggì in una bettola, e s’appiattò sotto un letto; che a Padova fu bastonato pubblicamente ed espulso di città per opera d’uno cui avea corrotto il figlio, nè potè sottrarsegli che fuggendo in Grecia; colà avere contaminato la figlia del suo ospite, che poi dovette sposare; e altrettali lepidezze. Nuovi appicci ebbe con Giorgio Mérula già suo discepolo, che avea scrittoturcosinvece diturcas, voce sulla qualenon poteasi appellare all’infallibilità de’ classici; altri per l’interpretazione d’un verso greco, pel quale e il Traversari e il Marsuppini disputarono quanto i teologi sopra un senso scritturale[138].

Galeazzo Maria Sforza non continuò i favori al Filelfo, che, da diciassette anni addetto a quella famiglia, allora si trovò abbandonato e povero, costretto a lottare colle necessità mediante una salute di ferro e un’inconcussa pertinacia al lavoro. Que’ bei tempi ove a gara vedeasi cercato, erano tramontati, ed egli non potea che sfoggiare eloquenza sopra un nuovo tono, lamentandosi dell’abbandono e dell’ingratitudine degli uomini. Da Pio II nulla ottenne, nulla da Paolo II che pur l’aveva altre volte lodato e donato; sicchè egli bestemmia papa e papato, lasciando fin trapelare l’intenzione d’andarsene a Maometto II. Ma Sisto IV il chiamò a Roma ad una cattedra di filosofia con buoni assegni e migliori promesse. V’ebbe accoglienze, da soddisfare qualunque amor proprio; ma tornato a Milano a prendere la sua famiglia, perdette la moglie di trentott’anni mentr’esso toccava gli ottanta; di ventiquattro figli non gli restavano che quattro fanciulle e un maschio, filologo come lui, e come lui presuntuoso, difficile, accattabrighe; ed ebbe l’amarezza di veder morire anche questo, sicchè si trovava isolato alla sera di sua vita. Milano era allora sossopra per l’assassinio di Galeazzo Maria e la minorità di suo figlio; la peste facea pericoloso il ritornare a Roma: onde il Filelfo, che si era rappattumato coi Medici, e tenea da tempo corrispondenza col magnifico Lorenzo, ottenne che la Signoria cancellasse le sentenze contro di lui, e il ponesse su una cattedra di lingua eletteratura greca; ma le fatiche del viaggio lo logorarono, e quindici giorni dopo rimesso nella cara Firenze, morì (1481) di ottantatre anni. Una tale longevità basterebbe a spiegare la sua morte, eppure si volle dire gliel’accelerassero le virulente satire del Merula. Così gli erano ricambiate le contumelie; ma non le aveva aspettate per confessare d’essere trasceso negli sfoghi di sua bile[139].

In cotesti, ve n’accorgete, la letteratura non era una distrazione, ma vita; non istromento, ma fine. Il bisogno e l’abitudine dell’autorità erano dalla teologia e dalla filosofia passati nella letteratura, e tutti miravano alla conoscenza degli antichi, sicchè diventava merito primo l’erudizione, principale opera il compilare e commentare gli antichi o i loro commentatori, alcuni con lucida intelligenza, alcuni senza gusto nè critica, tutti al medesimo intento; ciascuno scegliendo un autore, cui idolatrava, e predicavalo col calore d’un apostolato. L’entusiasmo invadeva persino la critica, e beato chi avesse raddrizzato un passo scorretto, o indovinato un errore in un testo o nell’emulo! poi litigi sull’interpretare qualche passo; la lesa eleganza facea più vergogna che la lesa verità e convenienza; e codeste stizze dei pedanti passionavano e dividevano città e provincie.

Marco Barbo veneziano, nipote di Paolo II, vescovo di Treviso poi di Vicenza, infine cardinale e patriarca d’Aquileja, fu dottissimo in greco, latino, astronomia, geometria, teologia, assai destro negli affari, e perciò adoprato in molte legazioni, e principalmente nel conciliare concordie. E una concordia egli fu chiamato a comporre fra due potentati d’altro genere, Bartolomeo Platina e Rodrigo vescovo di Calagóra, de’ quali il primo avea scritto in favor della pace, l’altro della guerra.

Ma se queste miserabili capiglie sono spesso imitate dalla petulanza odierna, non taciamo almeno di Leonardo Bruno d’Arezzo, che già vecchio famosissimo e cancelliere della Repubblica fiorentina, in non so qual disputa filosofica si trovò contraddetto dal giovane Giannozzo Manetti. Gli applausi prodigati a questo irritarono il Bruno a segno che uscì in parole ingiuriose: ma la calma con cui il Manetti rispose, lo fece ravvedere. La mattina buon’ora fu alla casa del Manetti, domandò che il seguisse, avendo a dirgli qualcosa; e mentre questi aspettava una scena, ad alta voce e in mezzo alla gente gli narrò non aver potuto dormire la notte pel torto fattogli, e volergliene chiedere scusa[140].

Francesco Barbaro senatore veneziano, erudito, eloquente, gran fautore de’ letterati, sostenne molte magistrature e ambasciate, celebre per l’abilità di mettere pace. Singolarmente come capitano di Brescia rappattumò i cittadini dissenzienti, e li sostenne nel duro assedio postovi dal Piccinino: del quale assedio egli scrisse la storia, pubblicata sotto il nome del suo confidente Evangelista Manelino. Brescia riconoscente gli regalò in duomo una bandiera e uno scudo messi a oro, con un panegirico; e lo fece accompagnare splendidamente a Venezia, e quivi di nuovo lodare davanti al doge. L’opera suaDe re uxoriaè forse il solo trattato morale di quel secolo che non calchi servilmente le orme antiche.

Ermolao Barbaro procurò un’edizione di Plinio, correggendovi cinquemila errori: ma quante migliaja ve ne lasciò! Gasparino Barziza bergamasco col buttarsi tutto a Cicerone ne trasse un quasi istintivo sentimento della proprietà ed eleganza, e fa sentire il buon modello nel giro della frase, nella rotondità de’ periodi, nell’acconcio collocamento delle parole. TrapassiamoPier Paolo Vergerio di Capodistria, storico dei Carraresi e maestro di Lionello d’Este; Carlo Marsuppini di Arezzo, segretario della Repubblica fiorentina; Antonio Panormita, che fu laureato poeta da Sigismondo imperatore, e dedicò a Cosmo Medici l’Hermaphroditus, osceni epigrammi, vituperati dai monaci e appetiti dai curiosi. Il Perotti vescovo di Siponto (Cornucopia, sive linguæ latinæ commentarii) spiegò molte voci latine, lavorando su Marziale. Cristoforo Landino, segretario della Signoria di Firenze, scrisse poesie e trattati filosofici, volgarizzò Plinio e laSforziadedi Giovan Simonetta, e a Virgilio, Orazio, Dante appose lunghi commenti, dedotti forse dalle lezioni che pubblicamente ne faceva, dove, ampliando a tutto il poema l’intenzione che l’Alighieri professò in qualche parte, sotto al letterale cercava un senso recondito e morale. Ad imitazione di Platone e di Tullio, nelleDisquisizioni camaldolesidialoga con illustri personaggi, facendo amare la virtù senza troppo sottilizzare sulle teoriche, pure non evitando le fantasticherie platoniche. E il dialogo era adottato dal Valla per difendere l’epicureismo, dal Platina, dal Palmieri, dall’Alberti, dal Pontano, da Matteo Bosso; e Paolo Cortese, imitando quelloDe claris oratoribus, ben caratterizzò i dotti del suo tempo.

Non v’avendo dizionarj nè grammatiche, uno dovea da se stesso nel barbaro latino usuale riscontrare quello che si trovasse o no nei classici; insomma indovinare le lingue, interpretare un autore mediante l’altro, mettersi in traccia dell’oro a costo di perire nella miniera. Noi, ricchi delle faticose lor veglie, li trattiamo con ingrato disprezzo; noi tronfj di possedere quel che non vogliamo fare ad essi gloria d’avere acquistato. E l’erudizione è come il bagaglio ad un esercito, imbarazzante alla marcia, eppure indispensabile.

Storia, mitologia, antichità ridestaronsi per facilitarel’intelligenza dei testi; ma que’ commenti riboccano di frivolezze e insulsaggini; spesso s’appongono al falso, non bene conoscendo il senso, e tanto meno la forza delle parole. La rarità dei testi e la riverenza per l’autorità facea rispettare anche le lezioni più infelici; e non osando correggerle, gli eruditi si limitavano a mostrare d’averle capite col raffrontarle ad altri testi. I nostri non compresero abbastanza quanto potessero trar profitto dal greco, modello e sorgente della letteratura latina, lasciando tal lode principalmente alla scuola olandese. Vennero più tardi e non nostri gli eruditi, che allo studio della forma anteposero quel delle idee, ammirandole nella persuasione che ciò che era pensato dagli antichi dev’essere il più perfetto, ma ancora osservando l’autore come un essere sporadico, separato dai tempi e dai casi. Solo adesso si cerca collocare l’autore nella storia, co’ suoi contemporanei: la bellezza letteraria non è più il fine della critica, ma uno de’ moventi e dei risultati della storia.

Quelle accannite controversie valsero ad accertare la filologia, obbligando gli scrittori a rendere conto d’ogni frase e parola. A grand’ajuto poi vennero i dizionarj, che sono i veri libri iniziatori della filologia. Uno, ad imitazione di Papia, fu compilato da Uguccione vescovo di Ferrara; Buoncompagno diede la disposizione artifiziosa e naturale d’un dizionario; Giovanni da Genova, autore delCatholicon, grosso volume stampato dal Guttenberg nel 1460, che comprende grammatica e dizionario, è poco citato, eppure sa più di quanto potrebbe aspettarsi: avea letto quantità di libri, cita moltissimi classici latini, non ignora il greco[141],e come Papia e gli altri lessicografi, non esclude i santi Padri, la cui intelligenza entrava per sì gran parte negli studj d’allora. Il primo dizionario greco sembra quello del monaco piacentino Giovanni Crestone; seguì il Grande Etimologico (’Ετυμολογικὸν μέγα) di Marco Musuro, anteriori a quelli di Roberto Costantino, di Scapula, di Enrico Stefano. Andrea Guarna palermitano (Grammaticæ opus novum, mira quadam arie et compendiosa, seu bellum grammaticum) pretendeva insegnar la grammatica colle regole della guerra, esponendo le nimicizie fra il nome e il verbo, re del regno di grammatica, le battaglie che si movono, cercando rinforzarsi mediante l’ajuto del participio; infine si rappacificano. L’opera ebbe da cento edizioni, fu ridotta in ottave, fu tradotta in francese.

Lo studio delle antiche lingue affinò il gusto, ma coll’imitazione spense l’originalità; si pensò a conoscere la civiltà vetusta, più che a perfezionare la moderna; e fra quegli studiosi, immagini, pensieri, leggi poetiche erano d’altri tempi; non un lampo di genio, non un impeto d’eloquenza per compiangere le sventure d’allora, o magnificare la nuova civiltà. Sconcio peggior che letterario, s’insegnò a separare il sentimento dalla parola, la letteratura dall’azione, la forma dal pensiero, e giudicare degli uomini come degli autori non dalla sostanza ma dallo stile. Anche servilità di modi introducevano onde valersi delle frasi di Orazio e di Plinio; e adulazioni, che avrebbero arrossito ad esprimere nella lingua con cui parlavano ai loro amici. Chiamati alle magistrature, e massime in uffizio di segretarj, non valevano (salvo alcuni, come il Salutati e il Piccolomini) se non a recitare orazioni di parata; nelle quali non stringevano sulle positive importanze, ma badavano a ciò che meglio potesse esprimersi in latino. Il Petrarca, incaricato di rispondere ai Genovesi quandovennero offrirsi al signor di Milano, nol seppe perchè non preparato. A un discorso che il Marsuppini a nome della Signoria fiorentina recitò a Federico III, Enea Silvio fe risposta senza retorica ma con domande positive, e quegli non seppe replicare. Insomma erano buoni solo per l’apparato, e perciò amavano le corti, e non poco contribuirono a soffocare le antiche abitudini popolane: perocchè alle repubbliche di magistrati attenti alla domestica sul pubblico bene preferivano le corti ove ottenner protezione e sfoggiare eloquenza; e con belle frasi palliavano la tirannide e scagionavano l’iniquità.

Studj di tal natura non potevano alimentarsi che dalla protezione, e l’ebbero.

L’Università di Bologna conservò la sua altezza, ed Innocenzo VI le concesse la facoltà teologica (t.VI, p. 385): Gregorio XI vi fondò il lauto collegio detto dal suo nome, con ricchissimi doni, fra i quali son notevoli cennovantatre libri. I Trevisani apersero un’Università (1314) procacciandosi nove famosi dottori, fra cui Pietro d’Abano. Pisa nel 1339 ne pose una, mantenendola colla decima sui beni degli ecclesiastici; tutti i libri occorrenti fece immuni da gabelle; ebbe privilegi da papi e imperatori, ma poi ne’ disastri successivi la vide eclissata. I Fiorentini fondarono uno studio (1348), e per illustrarlo invitavano il Petrarca a leggere qual libro gli piacesse. Il senese, aperto nel 1320, poi sciolto, fu riordinato sotto gli auspizj di Carlo IV (1357) (t.VI, p. 392), che ne autorò uno anche a Lucca (1369). L’Università di Piacenza, sorta per opera di Innocenzo IV (1246), poi scaduta, fu ridesta da Gian Galeazzo (1397). In Milano tenevansi pubbliche lezioni di giurisprudenza, venticinque maestri di grammatica e logica, quaranta scrivani, più di sessanta maestri elementari, più di centottanta professori di medicina, efilosofi, e chimici, molti de’ quali salariati per assistere i poveri. L’Università di Pavia, aperta (1362) e prosperata dai Visconti (al dire dell’Azario) perchè v’avea sovrabbondanza di case, e a buon patto il vino, il frumento, la legna, non annichilò le scuole di Milano, giacchè gli statuti concedeano che natii o avveniticci vi potessero studiare leggi, decretali, fisica, chirurgia, tabellionato, arti liberali[142]. Clemente fondò quella di Perugia nel 1307: Bonifazio VIII quella di Fermo nel 1303 ed una a Roma, dove ormai non restavano che scuole d’elementi; ma l’esiglio avignonese la lasciò ricadere: Giovanni XXII ne istituì una in Corsica il 1331; Benedetto XII in Verona il 1339. Il concilio ecumenico di Vienne ordinò che nelle università di Roma, Parigi, Oxford, Bologna, Salamanca v’avesse due maestri di lingua ebraica, araba e caldea. Anche Torino, come che dedita di preferenza alle armi, nel 1353 tenea per otto anni esentati dal militare gli artisti che andassero ad abitarvi; nel 66 chiamò e fece cittadino un maestro di umane lettere; a un altro assegnò dieci fiorini perchè insegnasse medicina; e nel 75 fondò scuole[143]; e la sua Università ebbe ampio privilegio da Lodovico di Savoja nel 1436.

Ai letterati aumentavansi stipendj a gara, concedevansi onori, s’affidavano ambasciate; il loro passaggio per le città era un trionfo, alle esequie loro assistevano i principi: Carlo IV concesse a Bartolo d’inquartare al suo stemma l’arme di Boemia; e questo insigne giureconsulto sostenne che un dottore, dopo insegnato dieci anni diritto civile, è cavaliereipso facto. Tutti i principi faceano il mecenate, da Roberto di Napoli che diceva — Rimarrei più volentieri senza diadema chesenza lettere», fin a Luchino Visconti che scrivea versi lodati dal facile Petrarca, a Giovanni che facea leggere in cattedra Dante, al cupo Filippo Maria, al quale Lucca attestò la riconoscenza col regalargli due codici[144], e al cui segretario Cicco Simonetta moltissime opere si trovano dedicate con elogi pomposissimi. Francesco Sforza accolse l’architetto Francesco Filarete, Bonino Mombrizio professore d’eloquenza, il Filelfo, il Simonetta e il Decembrio storici, Lodrisio Crivelli poeta, Franchino Gaffurio primo che aprisse scuola di musica, Costantino Lascaris che a Milano stampò la prima grammatica greca; e mandava in Toscana chi comprasse per lui tutti i libri degni, e raccogliesse quanti scrittori si potessero avere. Gian Galeazzo cercò trarre a Milano la Cristina di Pizzano che vivea poveramente in Francia, e molti versi compose. A non ripetere d’Alfonso d’Aragona, di Nicola V e d’Eugenio IV, Jacopo di Carrara spedì dodici giovani alle scuole di Parigi, e Francesco il vecchio visitava spesso ad Arquà il Petrarca. L’imperatore Sigismondo coronò poeta a Parma un Tommaso Cambiatore e Antonio Beccatelli panormita; il quale dal Visconti ottenne lo stipendio di ottocento scudi d’oro, da re Alfonso la nobiltà e missioni importanti e doni fin di mille scudi in una volta. Più prodigo Federico III laureò poeti Nicolò Perotti, il Piccolomini, il Cimbriaco, il Bologni, due Amasei, un Rolandello, un Lazarelli. Firenze coronò Ciriaco d’Ancona e Leonardo Bruno; Verona Giovanni Panteo; Roma l’Aurelini e il Pinzonio; Milano Bernardo Bellincioni: glorie d’un giorno.

E ognuno prendea parte a quelle glorie, a quelle dispute; la scoperta d’un codice era un avvenimento clamoroso; le più delle epistole versano sopra la ricercadi manoscritti; il duca di Glocester ringrazia fervorosamente Pier Candido Decembrio d’avergli mandato una traduzione dellaRepubblicadi Platone; Mattia Corvino re d’Ungheria, dalla moglie Beatrice di Napoli invogliato al lusso e ai raffinamenti di corte, si circondò di letterati, procurando dell’Ungheria fare un’altra Italia[145]. Col cercar libri e farne trar copie raccolse una biblioteca di cinquantacinquemila volumi, quanti niun’altra al mondo ne possedeva; e principalmente caro tenne Antonio Bonfini d’Ascoli, che dettò la storia di quel paese. Le miscellanee del Poliziano erano aspettate come il messia, e divorate appena uscissero. L’invidia o le fazioni snidano un letterato? egli è sicuro di trovare onorificenze e stipendj dovunque appaja, col solo patrimonio del proprio merito; quando muore il giureconsulto Giovanni da Legnano, chiudonsi le botteghe; quando l’unico Accolti recita versi, si feria per tutta la città, si fa luminara, e dotti e prelati interrompono cogli applausi la sua declamazione.

Signori illustri faceano versi, e ne conserviamo di Luchino Visconti e di Bruzio suo figlio, di Guido Novello da Polenta, di Bosone da Gubbio, di Francesco Novello Carrarese, di Cangrande, di Castruccio, d’Astorre Manfredi di Faenza, di Lodovico degli Alidosi di Imola, tutti gran signori. Aggiungete Lionello d’Este, le cui lettere sono delle migliori del suo tempo; il Malatesta di Rimini, Gian Galeazzo e Lodovico Sforza duchi, e il cardinale Ascanio costui fratello, e molte dame, quali Isabella d’Aragona duchessa di Milano, Bianca d’Este, Domitilla Trivulzi. All’imperatore Sigismondo, a MartinoV pontefice recita orazioni latine la Batista di Montefeltro, moglie di Galeazzo Malatesta da Pesaro, la quale legge filosofia, e disputandone vince alcuni professori. Costanza di Varano, nipote di lei, di quattordici anni pronunzia un discorso latino a Bianca Maria Sforza, e per tutt’Italia è ammirata ed encomiata tanto, che ottiene a’ suoi d’essere rintegrati nella signoria di Camerino, ed è sposata da Alessandro Sforza signore di Pesaro, poeta anch’esso. Un’altra Batista sua figlia e duchessa di Camerino facea stupire principi e prelati coi discorsi latini che improvvisava. Ippolita figlia di Francesco Sforza in Mantova davanti al congresso raccolto perorò onde eccitare alla crociata, e ci rimane esemplato di sua mano il trattatoDe senectutedi Cicerone.

Cosmo padre della patria stipendiò quarantacinque scrivani onde provvedere la sua biblioteca. Lorenzo magnifico scriveva: — Quando l’anima mia è stanca d’affari, e gli orecchi assordati dal cittadin clamore, non mi vi saprei rassegnare se non cercassi refrigerio nelle lettere, pace nella filosofia». Federico duca d’Urbino teneva a Firenze e altrove da trenta a quaranta amanuensi, e spese in copie meglio di trentamila ducati; e oltre la Bibbia che ancor si ammira nella Vaticana, «ebbe altri libri assai (dice il Vespasiano), belli in superlativo grado, coperti di chermisi, forniti d’ariento, miniati elegantissimamente, e tutti iscritti in carta di cavretto; nè tra quelli n’era niuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato».

Tutti i signori raccolgono i profughi di Grecia, gli incorano a cercare e tradur libri, assistono alle lezioni loro. Nicolò Acciajuoli, ito da Firenze a Napoli mercatando, trovò grazia presso la principessa di Taranto, che gli diede stato e cavalleria e ad educare il suo figlio Luigi; presso il quale conservossi in grazia, fufatto siniscalco, e al mutar degli eventi tornato ricchissimo in patria, vi sfoggiò in modo che i Fiorentini se ne adombrarono quasi volesse farsene dominatore, e stanziarono ch’e’ non potesse ottenervi alcuna magistratura. Egli allora sfogò la sua ambizione col mettersi protettore di dotti, quali Zanobio Strada, Francesco Nelli, il Boccaccio. Il qual ultimo volle poi seco a Napoli quando tornò, ma lo teneva a miseria, sebbene l’esortasse continuo a scrivere le sue gesta. Alla magnifica Certosa da lui eretta presso Firenze aggiunse un palazzo a foggia di castello, ove cinquanta giovani doveano esser educati, con biblioteca d’opere rare; disposizione rimasta priva d’effetto. Palla Strozzi, cittadino ricchissimo e potentissimo in Firenze, dove ristabilì l’Università, ebbe in casa Tommaso da Sarzana dappoi papa, chiamò Manuele Crisolara, «mandò in Grecia per infiniti volumi, tutti alle sue spese; la Cosmografia di Tolomeo colla pittura fece venire infino da Costantinopoli; le Vite di Plutarco, le opere di Platone, e infiniti libri degli altri. LaPoliticadi Aristotele non era in Italia, se messer Palla non l’avesse fatta venir lui da Costantinopoli; e quando messer Lionardo la tradusse, ebbe la copia di messer Palla»[146]. Esigliato il 1434, ebbe a sè «con bonissimo salario Giovanni Argiropulo, a fine che gli leggesse più libri greci, di che lui aveva desiderio di udire. Da un altro greco prendea lezioni straordinarie, e traduceva san Giovanni Crisostomo».

Nicolò Niccoli vendette alcune possessioni per aver libri, che poi mise a comodo del pubblico, e fece fabbricare la libreria di Santo Spirito con banche per tenervi quei che erano appartenuti al Boccaccio; ottocento codici lasciò, stimati seimila fiorini. BartolomeoValori gli studj d’umanità «non tralasciò mai del tutto, ancorchè occupato nelle cure domestiche e mercantili, ed implicato negli affari pubblici; se non quando in età matura pervenuto, quel tempo che potè tutto nella sacra Scrittura andò consumando, con partecipare i suoi studj con i teologi di quell’età suoi domestici»[147]. Bernardo Rucellaj, che nelle nozze colla figlia di Pietro de’ Medici spese trentasettemila fiorini, sorresse l’accademia Platonica dopo mancato il magnifico Lorenzo; e fattasi una splendida abitazione con giardini ornati di monumenti antichi, vi tenea adunanze di dotti, che resero rinominati gliOrti oricellarj. Branda Castiglione milanese, gran canonista, e uno de’ migliori ornamenti de’ concilij di Firenze e di Costanza, fatto cardinale, patrocinò munificamente le lettere, pose un collegio a Castiglione con ricca biblioteca aperta a chiunque amasse le lettere, ai quali facea far opere e distribuiva benefizj.

Nè più solo da lizze e da armeggiamenti si prendeva diletto e festa. Quando il dottissimo patrizio veneto Lodovico Foscarini nel 1451 andò podestà a Venezia, Isotta Nogarola sostenne una disputa se dovesse attribuirsi la prima colpa a Adamo o ad Eva. Durante il concilio di Ferrara, Ugo de’ Benzi senese, «tenuto ne’ suoi tempi principe de’ medici, invitò seco a desinare tutti que’ filosofi greci che erano venuti a Ferrara; e dopo il splendido apparato venuto al fine a poco a poco, pian piano cominciò a tirargli piacevolmente in disputa, sendo già presente il marchese Nicolò, e tutti i filosofi che si trovavano in quel concilio. Addusse in mezzo tutti i luoghi de la filosofia, sopra quali par che fieramente contendino e sieno tra loro discordanti Platone ed Aristotele, e disse ch’egli volevadifendere quella parte che oppugnerebbero i Greci, seguissero Platone o vero Aristotele. Non ricusando la contesa i Greci, durò molte ore la disputa; al fine avendo Ugo padrone del convito fatto tacere i Greci ad un ad uno con l’argomentazione e con la copia del dire, fu manifesto a tutti che i Latini, come già avevano superato i Greci con la gloria de l’armi, così nell’età nostra e di lettere e d’ogni specie di dottrina andavano a tutti innanzi»[148].

A Firenze il 1441 fu annunziata, per cura di Lorenzo De’ Medici e di Leon Battista Alberti, una gara pubblica di letterati, dove ciascuno leggerebbe qualche suo componimento intorno alla vera amicizia, e il migliore otterrebbe una corona d’argento in forma d’alloro. In Santa Maria del Fiore, magnificamente parata e coll’intervento delle autorità e di gran popolo, lessero lor composizioni Francesco Alberti, Antonio Alli, Mariotto Davanzati, Francesco Malecarni, Benedetto Aretino, Michele da Gigante, Leonardo Dati, applauditi come si suol essere in tali circostanze: ma i segretarj di papa Eugenio, ai quali per onoranza erasi rimesso il decidere, dichiararono che erano tutte belle quasi del pari, e si trassero d’impaccio col decretare la corona alla Chiesa[149]. Poi esso Lorenzo volle rinnovare dopo dodici secoli la festa di Platone, che si celebrava ai tempi di Plotino e Porfirio; e Firenze e Careggi seguitarono per più anni a festeggiare lo scolaro di Socrate.

Anche fuori venivano cercati i nostri; e Gregorio di Tiferno, allievo del Crisolara, nel 1458 ridestava gli studj classici nell’Università di Parigi; nella quale professarono Tranquillo Andronico, Fausto Andreini, Beroaldo, Balbi, Cornelio Vitelli, forse altri.

Conseguenza della stima allora profusa ai letterati fu l’affidare ad essi l’educazione de’ principi, lasciata in prima a guerrieri e a dame. Il Guarino allevò Lionello d’Este; tre figliuoli e una figlia di Francesco Gonzaga di Mantova Vittorino da Feltre, collocato perciò in un’abitazione da principe, con giardini, appartamenti sontuosi, pitture, giuochi, sicchè a ragione chiamavasi la Giojosa. Vittorino però non la pensava come certi odierni pedagoghi, che deva esser gaja ed agevole l’educazione, mentre avvia ad una vita di triboli; sicchè poco a poco fece sparire le delizie, e l’effeminata magnificenza ridusse a parca severità. Eppure mostravasi padre affettuoso ancor più che abile maestro; a lui accorreasi di Francia, di Germania, di Grecia, e vi si trovava ogni mezzo di istruirsi nelle scienze e nelle arti belle, avendo intorno a sè raccolto maestri d’ogni bel sapere. Da’ suoi scolari pretendeva esatta esposizione; col che avviò alla lettura corretta. Nulla pubblicò, e, mirabil cosa tra que’ dotti iracondi, non si trova chi di lui sparlasse. Francesco Prendilacqua suo discepolo ne scrisse un’elegante vita, conseguendo il più bell’effetto, quello di far amare il suo eroe.

Maffeo Vegio, che ebbe la baldanza di fare seicento versi di supplemento all’Eneide, nel trattato dell’educazione[150]diede buoni consigli ai maestri, deducendoli non solo dagli etnici, ma anche dai santi Padri; bene espose le virtù e i vizj de’ giovani; e all’educazione delle fanciulle applicò molti esempj, tratti da santa Monica madre di sant’Agostino.

È strano che principi, futuri reggitori di popoli, s’affidassero a gente ignara di governo, e sol capace per avventura di formare il prete o l’avvocato. Ma il vezzo si perpetuò: e mentre gli antichi insegnavano nelle scuolela storia e le idee della propria nazione, e lo studiar le straniere fu curiosità o erudizione di pochi; nelle moderne, al contrario, i figli si addestrarono in lingua diversa dalla materna, e leggi e società estranee alla loro propria, onde i sentimenti attinti dalla scuola discordarono da quelli che doveano avere nel mondo.

Molti poetarono latino, fra cui Zanobio Strada fiorentino, che n’ebbe corona dall’imperatore, e del quale non ci rimangono che cinque poveri versi. Il Petrarca loda moltissimi come degni d’alloro; anzi del lor soverchio numero si lagna, «contagio che penetrò fin entro la corte romana, ove giureconsulti e medici non badano ad Esculapio e a Giustiniano, non a litiganti e infermi, ma a Virgilio ed Omero; agricoltori, falegnami, muratori gettano gli stromenti delle arti loro per trattenersi con Apollo e colle Muse. Temo d’avere col mio esempio contribuito a tale farnetico». Battista Mantovano, onorato di statua accanto a Virgilio, al quale Erasmo nol credeva inferiore, oggi chi lo ricorda? Migliore è Giovian Pontano, preside dell’accademia di Napoli, rimasta la più illustre al cadere della romana e della fiorentina: e di fama più estesa Angelo da Montepulciano, col nome di Poliziano. Raccolto giovinetto (1491) da Lorenzo Medici che ne indovinò l’ingegno, a ventinove anni professò greca e latina eloquenza, sapeva d’ebraico, ed ebbe ogni sorta di onori e d’insulti dagli emuli. Le sueMiscellanee, raccolta di cento osservazioni di grammatica, d’allusioni, di costumi sopra autori latini, erano reputate capolavoro, e gloria l’esservi menzionato, come ingiuria il restarne dimentico. Tratta egli que’ soggetti con solida e variata amenità, ben rara agli eruditi, e con purezza superiore ai precedenti, sentendo al vivo le bellezze romane, ben descrivendo, a gran proposito adoperando i classici, comunque ridondi nelle descrizioni, abusi dei diminutivie degli arcaismi, e inciampi in improprietà[151]. Meglio meritò col trasfondere i modi de’ classici nella poesia italiana, siccome il Boccaccio avea fatto nella prosa, richiamandola all’eleganza.

Anche gl’ingegni migliori, a forza di pensar latino, si erano domati alla servitù dell’imitazione; e come in quello si ricalcavano Virgilio e Cicerone, così nell’italiano il Petrarca e il Boccaccio (Dante fu dimenticato), e si cominciarono dispute eterne intorno alla lingua, derivandone l’autorità da questo autore, anzichè ricorrere alla parlata. Ma tristo effetto di quella idolatria per gli antichi era stato il disprezzo per la lingua italiana, abbandonata col titolo di vulgare. «Mi ricordo io (dice Benedetto Varchi) quando ero giovinetto, che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino, nè per bene nè per male, non leggesseno cose vulgare (per dirlo barbaramente come loro): e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella grammatica mio precettore, uomo di duri e rozzi masantissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse dalla scuola».

Ne venne di conseguenza un gergo affettato insieme e rozzo, di barbarismi vulgari mescolati a latinismi eruditi, senza sapore di legamenti, senza scelta di frasi, senza nerbo di sintassi, ma contorto e rabberciato, tutto toppe e rappezzi, simile a quello che poi s’imitò per ischerzo, e si chiamò maccheronico e fidenziano. Chiunque abbia letto qualche libro d’allora, potette averne un saggio; e se non basti qualche passo da noi citato, e singolarmente la lettera del Poliziano (pag. 300), soggiungeremo che il vescovo di Vercelli, il presidente del consiglio, il capitano di Sant’Agata, ambasciadori del duca di Savoja, scrivevano al duca di Milano nel 1484: — La Excellenza del nostro signor duca a recevuto una lettera vostra, della quale el tenore et contenu est che Lojis et Passin de Vimercà hano tractà et conspirà de privare el signor Lodovico vostro degnissimo barba dello governo ecc.»[152]. Frà Jacopo Filippo da Bergamo, autore d’una storia generale col titolo diSupplementum Chronicorum, stampato quattro volte in quel secolo e più altre dappoi, e lodato per rare notizie, scriveva al cardinale Ippolito d’Este nel 1498: — Questi itaque anni passati, havendo me tua Excellenzia mandato a donare una bella mulla per mio usare, la acceptay cum gratiarum actione, et poy statim cognosce me ancora gagliardo di posser caminare a’ piedi, gela remanday. Ma di presente siendo molto invecchiato, et appresso a li settanta anni di etade, non possendo quasi più caminare, cum una indubitata fede me voglio ricorrere a la plentissimavostra signoria, come quella a suo devotissimo oratore gli piaqua donarli una qualche honesta chavalchatura; et questo prima per amore di Dio, et per riconoscimento di tante mie fatiche, che hoe pigliato in ornare tutta la illustrissima casa vostra etc....». E frà Francesco Colonna, autore d’un eruditissimo e lascivo romanzo,Hipnerotomachia Poliphili, ubi humana omnia nonnisi somnium esse docet, finge d’essersi in sogno ritrovato «in una quieta e silente piaggia, di culto diserta, d’indi poscia disaveduto con grande timore intrò in una invia et opaca silva»; e così descrive l’aurora: «Phoebo in quel hora manando, che la fronte di Matula Leucothea candidava, fora già dell’oceane onde, le volubili rote sospese non dimostrava, ma sedulo cum gli sui volucri caballi Pyroo primo et Eoo alquanto apparendo, ad dipingere le lycophe quadrige morava». E di questo tenore prosegue tutto il dottissimo volume.

Se però decadeva l’italiano letterario, il popolare acquistava dovizia e destrezza, e felicemente l’adoprarono alcuni Fiorentini, come Matteo Palmieri nel dignitoso e sobrio trattato dellaVita civile; Feo Belcari, che con cara semplicità stese laVita di Giovanni Colombinie varie poesie divote[153]e rappresentazioni sceniche; e Agnolo Pandolfini, nelGoverno della famiglia[154], dialogo di persone reali intorno a reali soggettie ai bisogni quotidiani, con precetti d’economia e di morale alla mano di tutti, ed esposti con purissima proprietà, vero modello di simil genere di comporre. Alla stessa fonte attinsero Luigi Pulci, il Poliziano, Lorenzo Medici, che saluteremo quali precursori dell’aureo Cinquecento. Esso Lorenzo a diciassette anni s’incontrò con Federico d’Aragona, figlio del re di Napoli, e domandato da questo sui migliori poeti italiani, di propria mano gliene trascrisse molti, insieme con alcune proprie composizioni. Di poi si facea capo delle mascherate che uscivano il carnevale, con sempre nuove invenzioni e addobbi; induceva i poeti a compor canzoni per quelle, e ne componeva egli stesso; e scendeva sulla piazza a menar la danza, a intonar l’aria, ad accordare gli strumenti, facendo arte di governo la letizia d’un popolo ch’era alla vigilia di troppe sventure.


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