Chapter 15

Qual prova maggiore di civiltà che i tanti scrittori? Leggete ilGoverno della famiglia, e sentirete continuo quell’alito dell’economia casalinga, che si briga delle particolarità senza negligere le cose importanti, e risparmia un soldo, ma non si arretra dallo spendere le migliaja di fiorini. L’autore diceva a’ suoi figliuoli: — Tutto l’anno accadono spese, cresce la gioventù, apparecchiansi le doti; e volendo colla possessione soddisfare, non basterebbe. E però è da intraprendere qualche esercizio civile, utile, comodo a voi, atto ai vostri, col quale guadagnando possiate supplire al bisogno. Potrebb’essere la mercatura; ma per mio riposo eleggerei cosa più certa, e mi darei più volentieri a quegli esercizj, ne’ quali si adoprano molte mani, e nei quali il denaro in molte persone si sparge, e a molti bisognosi ne viene utilità. È officio del mercante avere sempre la penna in mano; imperocchè indugiando lo scrivere, le cose si dimenticano e invecchiano, e il fattore ne prende ardire e licenza d’essere cattivo, vedendo il superiore negligente. Niuna cosa tanto giova, niuna fa tanto buoni fattori, quanto la provvidenza e sollecitudine del principale: stolto è veramente colui il quale non saprà favellare de’ fatti suoi se non per bocca d’altri, e cieco colui il quale non vedrà se non pegli occhi altrui... Le spese io le considero necessarie o no. Chiamo volontarie quelle senza le quali si può onestamente vivere, com’è avere bei libri, nobili corsieri, argenterie, arazzi. Ora quel ch’è necessario, mi piace subito averlo fatto, non fosse altro che per avermiscarico quel pensiere: epperò fo le spese necessarie presto, e le volontarie con modo buono ed utile, ch’è d’indugiare quando posso, per vedere se quella voglia cessasse in quel mezzo, e non cessando, ho spazio di meglio pensare in che modo spenda meno, e meglio mi soddisfaccia». E con che senno virile, con che bontà senza sdulcinature, con che superiorità senz’arroganza non tratta egli la donna! — Il marito e la moglie devono fare come quelli che fanno la guardia sulle mura per la patria loro; se alcuno si addormenta, colui non ha a male se il compagno lo desta. Così l’uomo deve avere molto per bene se la donna, vedendo in lui mancamento, ne lo avvisa. Quando io menai moglie, le dissi:Donna mia, sopratutto a me sarà a grado che tu faccia tre cose: la prima, che qui in questo letto tu non desideri altr’uomo che me solo;ella arrossì ed abbassò gli occhi:la seconda, che abbi buona cura della famiglia, e la tenga con onestà e pace; la terza, che provveda che le cose famigliari non si trasferiscano male. E fui avvertente nel persuaderla di mostrarsi ne’ suoi portamenti onesta, nè d’altra qualità o colore che naturalmente ella si fosse:La onestà della madre, le dissi, sempre fa parte di dote alle figliuole; piace una bella persona, ma un disonesto cenno subito la rende vile e brutta. Donna mia, tu non hai da piacere se non a me: pensa non poter piacermi volendomi ingannare, mostrandomiti quella che tu non fossi. Tutte le mogli sono a’ mariti obbedienti quando eglino sanno essere mariti. A me non piacque mai sottomettermi alla donna mia; nè mi sarebbe paruto potermi far da lei obbedire avendole dimostrato d’esserle servo».

V’era persone di buona casa che scriveano d’agricoltura come il Vettori, o d’arti come il Neri, o del vivere civile come il Palmieri; e chi sfogliasse iRicordidi cose famigliari, i Quaderni de’ conti, iPrioristi, come chiamavano una specie di mastro sul quale annotavano i priori di quell’anno e insieme i principali accadimenti, stupirebbe d’incontrare tanto estesa la maturità del buon senso e l’acume del vedere. L’educazione pubblica era compita dalla domestica, poichè il babbo o la nonna insegnavano al figliuolo a leggere, e il latino allora necessario, e gli affari e la storia del paese; la servente vi aggiungeva i racconti di fate e di ladri; tutto mescolato di proverbj, non senza grossolanità e offese al costume. Faceasi musica a orecchia, col flauto, il clarinetto, la mandòla accompagnando le canzoni per istrada, o i rispetti e le ballate; spesso novellavasi, e si ridiceano i proprj viaggi e quelli di Marco Polo.

Fin gente digiuna di lettere poetava, e nella barberia di un tal Burchiello in Calimala convenivano fior di cittadini a discorrere, celiare, improvvisare: ed egli fra loro sempre in buon tempo e sulle burle, facea versi, tutti riboboli popoleschi e idee or da trivio or da bordello, ma che si rileggono per quella naturalezza, che tanto scarsa incontrasi fra i nostri. Gli accoppieremo Dino di Tura, anch’egli poeta alla carlona; e Antonio Pucci campanaro, contemporaneo del Sacchetti, che nelCentiloquioridusse in terzine la storia del Villani, ogni canto facendo di cento terzine, e acrostica la prima lettera di ciascun canto. Alquanto più tardi il Lazzero barbiere, bel capo e bizzarro, stendea componimenti di scelto e pulito parlare.

E questo è particolare ai Toscani, che, mentre tutt’altrove non accade quasi menzione se non della vita signorile, fra essi il notajo, il mercante hanno storia in siffatti libri, a tacere anche qualche vita, estesa per famigliare onoranza. Moltissime di quelle carte giacquero dimentiche, molte furono edite, e ci porgono lapiù schietta dipintura del vivere domestico d’allora. Ed erano talvolta opera di gente minuta, che si gloriava del proprio mestiere, come altri farebbe del blasone. Uno scrive: — Io ebbi un avolo, e fu maniscalco, e fu tenuto il sommo della città sua; ebbe tre figliuoli. Cristofano appresso il padre tenne il pregio della mascalcìa, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano dell’arte in sua vita; onde, volendo il padre che appresso sè uno de’ figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della grammatica, come piacque a lui, e venire all’arte. Onde dinanzi a me furono di mia gente sei l’un presso all’altro, ciascuno maniscalco; ed io fui il settimo»[205].

Guido dell’Antella, cominciando dal 1298, scriveva i casalinghi suoi ricordi, e come principiò a lavorare sotto negozianti, e per essi stette in Provenza, in Francia, a Napoli, in Acri, poi divenne loro socio, e tiene nota delle varie scritte relative a’ negozj e ai possessi suoi, o a’ matrimonj. I figliuoli continuano quelle note: or che si mena moglie con fiorini settecentotrenta d’oro, fra dote e doni; or che si compra una casa per fiorini ducentodieci; or che si prende una fante per fiorini sei l’anno, ovverouna schiavaper lire trenta; or una balia per fiorini sedici d’oro che stia in casa; ovvero, se va fuori, le si dà cinquanta soldi il mese, e per corredo una zana, un mantellino con sedici bottoni a scodelline d’argento, un mantellino cilestro, una cioppolina mischia, cinque pezze lane, cinque fascie, quattordici pezze line, una coltricina, un guanciale con due foderuzze. Se s’appigiona una bottega, s’aggiunge al fitto un’oca grassa per l’ognissanti o per pasqua di Natale. Nei poderi si trova già introdotta quella società fra padroni e contadini che dicesi mezzeria, e che assicuraal colono una protezione, e lo mette col padrone in comunanza d’interessi, d’affetti, quasi di famiglia: il padrone, oltre dare il fondo, si obbliga anticipare al villano il denaro per comprare buoi.

Galgano Guidini a ventotto mesi restò privo del padre, il quale non gli lasciò che debiti; ma sua madre per allevarlo non si rimaritò più. Il nonno lo tolse in casa, e gl’insegnò a leggere e fin al Donato, poi lo mandò imparar grammatica a Siena: egli ben presto potè mettersi ripetitore, e infine passò notaro. Morto il nonno che aveva fatto un poco d’usura, sua madre fece restituzione. Galgano andò in qualità di notaro coi varj uffizj, e cominciò a guadagnare, far masserizia e comprare. Introdotto presso la beata Caterina, s’infervorò di lei e di Dio, sicchè voleva abbandonare il mondo, se sua madre non si fosse adoperata per fargli invece menar moglie. A Caterina viva e morta conservò sempre devozione, la richiedeva di consigli, tradusse in latino le opere che ella scriveva in italiano, perchè «chi sa grammatica o ha scienza, non legge tanto volentieri le cose che sono per vulgare». Ebbe molti figli, e «al primo (dice) posi nome Francesco, a riverenza di san Francesco mio devoto; e posimi in cuore che, a onore di san Francesco, io il farei frate dell’Ordine suo. E così voglio che sia». De’ figliuoli, i più dette a balia, alcuni la moglietenne a suo petto[206].

Di bizzarre avventure ci è narratore Bonaccorso Pitti, destro quanto un cavaliere di ventura del secolo passato. Ito in Prussia il 1376 a vendere zafferano, passò a Buda, ove s’infermò in un’osteria. Ed ecco una brigata di beoni che straviziavano e ballonzavano in un salotto vicino, ne odono il piagnucolìo, e lo tolgono dalla coltrice, e l’obbligano a ballare con loro; di che egli sudain modo che guarisce. Due giorni dopo giocando guadagna mille fiorini a un Fiorentino direttore della regia zecca, e procacciatisi sei cavalli, quattro servi, un paggetto, rivolgesi alla patria coll’avanzo di cento fiorini. Ivi prende capriccio per madonna Gemma, che stava a porta Pinti, e tanto fa che può entrarle in casa, e dirle l’amor suo; al che ella risponde, — Or bene, va difilato a Roma». Credendo darle prova d’amore coll’obbedienza, e’ va di fatto, traverso ai soldati papalini allora in guerra con Firenze, e dopo un mese ritorna sperando guiderdone. Ma la donna ridendo, — Non sai (gli dice) che a porta Pinti, quando vuolsi mandare uno colla malora, gli diciamo,Va difilato a Roma?»

Militò col re di Francia alle battaglie d’Ypres e di Mons: arricchitosi in Inghilterra, riede a Parigi, e v’impiega diecimila fiorini in lana; ne guadagna al giuoco cinquemila al conte di Savoja, che non glieli pagò mai; e sposata una Albizzi nel 91, spedisce le sue lane da Parigi in due bastimenti, un per Genova pagando il nove per cento d’assicurazione, l’altro per Pisa pagandone il quattordici. Tornò a Parigi come mastro delle stalle del duca d’Orléans, e seppe ripicchiare le valenterie de’ baroni francesi. Fu de’ priori in Firenze nel 99, quando vagavano le processioni de’ Flagellanti. L’anno seguente fu spedito ambasciadore del Comune fiorentino all’imperatore Roberto, cui mise in guardia contro Galeazzo Visconti, e contro i pugnali e veleni che questo sapeva adoperare; di che Galeazzo gli volle tanto male, che bandì una taglia sul capo di esso. Era de’ consoli sopra la fabbrica di Santa Maria del Fiore, quando fu affidato a Brunelleschi il voltarne la cupola. Nel 1422 fece pubblica perdonanza d’ogni ingiuria ai nemici, e specialmente ai Ruscoli, promettendo essi e lor discendenti trattarsi da amici. Nel 23, stando capitano a Castellaro in Romagna, scopre una congiura, e fa decapitaresette complici. Così prosegue il racconto, intarsiando i fatti pubblici co’ suoi personali, avvenimenti europei coi computi mercantili.

Girolamo da Empoli scriveva la vita di Giovanni suo zio, mercante come lui e figlio di mercanti. A sette anni già leggeva il salterio, a tredici sapeva il latino e un po’ di greco, e suo padre gli facea ripetere le lezioni, e gli avea formato un libriccino dov’erano ritratte molte cose della sacra scrittura, e «su quello lo faceva studiare acciò ch’egli avesse notizia e che s’innamorasse delle cose di Dio». Il dì delle feste andava sempre ad una delle compagnie devote che aveva istituite frà Savonarola. Tirato al banco di suo padre, cambiò monete, delle quali assai forestiere conobbe in occasione che mezzo mondo andava al giubileo del 1500: uscì poi per mettersi ne’ negozj di Fiorentini a Lione, a Bruges a Lisbona, e fu inviato da essi a Calicut pel passaggio di mare frescamente scoperto. Quel viaggio ripetè egli tre volte, e ne mandava ragguagli a suo padre; e quando rivedea la patria, si divertiva con quei che sapevano di mappamondo ad indicarne i luoghi, e applicare i nomi de’ paesi veduti. Più volte tornò a Malacca e fin nella Cina, e morì a Canton il 1518.

Sebbene finto per commedia, pure vedo il tipo dei massaj fiorentini nel Nicomaco atteggiato nellaCliziadal Machiavelli. — Soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo; dispensava il tempo suo onorevolmente. E’ si levava la mattina di buon’ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi, se egli aveva faccenda in piazza, in mercato, a’ magistrati, e’ la faceva; quando che no, o e’ si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e’ si ritirava in casa nello scrittojo, dove egli ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente colla sua brigata desinava, e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo,davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl’insegnava a vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l’avemaria lo trovava in casa; stavasi un poco con esso noi al fuoco, s’egli era d’inverno; di poi se n’entrava nello scrittojo a rivedere le faccende sue: alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era un esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare».

Nella portata dei beni che presentava il 1378, messer Francesco Rinuccini fa una lunghissima enumerazione di possessi e case: inoltre doveva avere dal Comune fiorini d’oro quattordicimila cinquecensettantaquattro, che sarebbero oggi più di trentottomila scudi; da varj privati duemila cinquecento; e morendo egli testò per cencinquantamila fiorini d’oro in contanti. Una famiglia così doviziosa componeasi del padre, sei figli maschi, una femmina, tre nuore, quattro figli de’ figli, quattro famigli, due fanti per conciare i cavalli, due fantesche, una balia, una cameriera, un ortolano colla moglie e un figliuolo, e otto cavalli.

Nel 1460 Cino di Filippo Rinuccini sposava Ginevra d’Ugolino di Nicolò Martelli, d’anni sedici, ricevendo in dote mille quattrocento fiorini d’oro, mille dei quali stavano sul Monte delle fanciulle, con altri ducento d’interesse, oltre le donora di fiorini ducento. Esso le regalò un vezzo di centotto perle, sei nel pendente, un rubino in tavola, un frenello di dugensessantuna perla, che si chiamava vespajo, da mettere in capo, il tutto in un astuccio di cuojo di Fiandra. Un’altra volta le portò venti perle da fare fruscoli per il capo, che eran once tre, e costarono fiorini dieci l’oncia; e in più volte gliene portò altre assai. Prese egli poi ad uso per sei mesi una collana d’oro con perle e rubini,per cui diede sicurtà di fiorini duecento. Regalò pure alla sposa un fermaglio da testa, un pajo di coltellini col manico d’argento dorato e smaltato alla parigina, un dirizzatojo d’argento colla guaina pur fornita d’argento. Al desinare di nozze furono trenta convitati, e la sposa ebbe in dono otto anelli con gioje che in tutto poteano valere cinquanta fiorini d’oro. Non manca neppur la nota delle donora recate dalla Ginevra[207].

Con tali reggimenti, e col tenersi unite, le famiglie aumentavano di ricchezze, e di queste faceano comodità alla patria, o fabbricavano palazzi che poi divennero residenze di principi. Largheggiavasi pure assai nelle beneficenze, e alla distribuzione d’una limosina a Firenze nel 1330 si presentarono diciottomila mendichi «senza i poveri vergognosi e quelli degli spedali e religiosi mendicanti, che in disparte ebbero la loro parte di limosina, che furono più di quattromila»[208]. Sarà incredibile tanta quantità a chi non rammenti certedistribuzioni che oggi ancora si fanno tra noi per antico istituto, dove non il pitocco soltanto si presenta, ma tutti.

D’altra parte in Firenze stessa troviamo una gioventù scapestrata, sciupona, disonesta, che logora la vita a bere e stripare, e mena a burle e strapazzo chi più ama la quiete. Alcuni s’erano messi insieme per molestare le persone tranquille; andarono da un medico fingendo che Cosmo de’ Medici lo chiedesse, e come fu a un ponte, lo snudarono e gli fecero sconcezze. A un prete collo stesso titolo fecero portare il viatico, accompagnandolo colle torce, poi spentele, il lasciarono al bujo. Il cavaliere del podestà fu preso da costoro, e tuffato in Arno, e legato nudo a una colonna, ove la mattina fu trovato[209]. Chi troppe più volesse sudicerie e frodi, non ha che a scorrere la seconda storia di Giovan Cavalcanti, che prologa dall’inveire contro «la perversa condizione, la insaziabile avarizia e la fastidiosa audacia de’ malvagi cittadini».

Vero è che ciò avveniva quando la repubblica soffogava sotto l’incubo principesco; ma conviene conchiudere che in ogni tempo fu nugolo e sereno. Nè sobrj e pudichi erano i costumi di altre repubbliche; e Venezia, se non osiamo dire che fomentasse, tollerava la corruttela, tanto appiccaticcia in paese di estesi traffici e di accorrenti forestieri: per allettare questi si moltiplicavano le feste, e la maschera porgeva incentivo agli intrighi. Gli storici di Genova deplorano il lusso delle case, tutte a vasi d’argento e d’oro, e delle suntuose villeggiature nelle valli di Polcévera e di Bisagno. Un poeta astigiano, capitatovi verso il 1415, entrando di domenica rimase stupito del pubblico passeggio, le persone di qualità gli somigliarono tanti senatoriromani in porpora, le donne tante Veneri col cinto dei vezzi: si scandolezzò d’alcune zitelle che stavano galantemente ai balconi delle case, motteggiando chi passava, presenti le madri. D’inverno e di primavera balli continui, e sin le fornaje vi portavano scarpe di seta guarnite a perle. L’estate uscivano tutti alla campagna, non ritenuti nè da impieghi nè da negozj; ma al fresco orezzo, alla serenità marina davansi all’ozio e alla gola. Anche i poveri volevano scialare i dì festivi; accattavan dal rigattiere un abito vecchio di seta, e per le colline dell’intorno sbevazzavano le limosine raccolte e le mercedi[210]. Il Comune di Torino nel 1436 appigionava una casa a un Ginevrino per tenervi postribolo, esente da alloggi e servizio militare e dalla tassa pel vino che vendeva: le donne non uscissero senza licenza di lui, e non fosse aperto che a sportello: esse doveano portare per distintivo un’aguglietta sulla spalla sinistra, e tutti i giorni andare a messa in San Dalmazzo[211].

Di rozzi sentimenti, vale a dire senza rispetto alla dignità dell’uomo, ci sono prova i feroci supplizj, consueti siccome sa chi appena scorse una storia o cronaca qualunque. Nei registri della Camera dei conti di Torino è notato che Giovanni Gujoto falsomonetiere fu tenuto in cattura per ventun giorno, poi bollito e morto: e pel nolo della caldaja, il ferro posto attraverso di essa per legarlo, le corde, l’olio, la legna, il carbone, gli si dà debito. Filippo di Vigneulles, che dimorò a Napoli nel 1487, vi vide bruciare uno per delitto contro natura; mozzar le mani a un altro che avea battuto un sergente; impiccato uno per aver tagliato monete; tre impiccati e arsi per moneta falsa, i quali sarebbero stati cotti nell’olio se non fossero intervenutepreghiere istantissime[212]. Se pigliamo una delle cronache più modernamente pubblicate, quella del Graziani, in solo poche carte troviamo che nel 1441 a Perugia ad un tal Luca per istromento falso venne ficcato nella lingua un uncinetto di ferro, legato a uno spago in modo che dovesse tenerla sporgente; e così sopra una carretta colla mitera in capo fu condotto al luogo dell’esecuzione: la lingua che già gli si era stracciata, ivi gli fu mozza, e così le mani, e i moncherini gli vennero stretti fra due carrucole; una mano fu affissa sulla porta del palazzo, l’altra e la lingua sotto una gran pietra del chiostro di San Lorenzo. L’anno seguente, uno che aveva morto un suo compagno con un’accetta, poi gettatolo nel Tevere con una pietra al collo, fu menato al supplizio con al collo la pietra stessa; poi tre manigoldi col cappuccio in capo, uno gli diè tre colpi in fronte coll’accetta, l’altro gli segò le vene della gola, il terzo lo sparò e cavogli le interiora; poi squartato fu sospeso in quattro luoghi.

E poichè siamo con Perugia, aggiungeremo come il suo statuto del 1342 punisce il fatucchiere col fuoco, se non paga quattrocento lire fra dieci giorni: di fatto nel 1445 una Santuccia,indovina e faturaja, vi fu arsa, menandola al supplizio sopra un asino colla faccia volta alla groppa, e con due demonj a lato che le tenevano una mitera in capo[213]. A Firenze nel 1436 Angiola da Runci fu mandata a morte perchè maliarda, con cappelli di morti in capo, e borsa e moneta e molti brevi (Cambi). Credevasi che gli eretici usassero arti diaboliche: essi allevare e creare serpenti, essi eccitar procelle, essi a cavalcione della scopa recarsi ai sabati, ove godeano banchetti e abbracciamenti coldiavolo chiamato Martino. Eugenio IV, in una bolla data da Firenze il 10 aprile 1439 contro i padri del concilio di Basilea, scagliasi pure contro i Valdesi e gli stregoni che infestavano le provincie di Amedeo VIII di Savoja: e sappiamo che molti processi furono seguiti da sanguinose condanne ne’ paesi montani, della Svizzera principalmente, e in Francia. Avea dunque riacquistato fede, e non solo vulgare, ma legale questa pagana follia del gettare incanti, la quale giganteggiò poi miserabilmente nel secolo xvi.

Gli alchimisti continuavano i loro sperimenti di tramutazione, e nel 1330 Pietro il Buono ferrarese compose a Pola laMargarita pretiosa, combattendo l’alchimia non con fatti ma con argomentazioni, siccome allora si usava. «Nessuna sostanza (dic’egli) può essere tramutata in altra specie se non sia prima ridotta ne’ suoi elementi: ma l’alchimia è scienza positiva. Berigardo da Pisa racconta che la tramutazione non credeva possibile, fintantochè un valentuomo non gli diede un grosso di polvere simile a quella del papavero selvatico, e dell’odore di sal marino calcinato. «Comprai io stesso il crogiuolo, il carbone, il mercurio in botteghe diverse, per impedire che in alcuno si fosse messo dell’oro, come si pratica da’ ciarlatani. Sopra dieci grossi di mercurio aggiunsi una presa di polvere; esposi tutto a fuoco assai vivo; e in breve la massa si trovò convertita in quasi dieci grossi d’oro, riconosciuto purissimo da diversi orefici. Se ciò non mi fosse accaduto fuor della presenza di qualunque estrano, dubiterei di frode: ma posso attestare con asseveranza che la cosa è così»[214].

Più estesa credenza otteneva l’astrologia, poichè la smania di conoscere l’occulto è più vigorosa quanto è men suscettivo di precisione l’oggetto cui si dirige, e ilcampo del meraviglioso è più largo quanto più angusto quel della scienza. Troppi esempj ne vedemmo, e da essa faceano dipendere i loro consigli Filippo Maria non meno che la colta Firenze o la savia Venezia; le Università ne teneano cattedre. Cecco Stabili d’Ascoli ancora giovane professò astrologia in Bologna, e in un commento sopra la sfera di Giovanni di Sacrobosco pose che nelle sfere superiori v’ha generazioni di spiriti maligni, i quali per incantesimi si possono costringere a opere meravigliose: queste ed altre follie lo fecero sospetto all’Inquisizione, che lo mandò al rogo[215]. Il Petrarca recitava nel duomo di Milano l’orazione inaugurale dei nipoti di Giovanni Visconti, quando l’astrologo gliela interruppe, perchè avea scoperto essere quello il punto della più benigna congiunzione dei pianeti. Per osservazione di astri fondaronsi nel 1470 il castello di Pesaro, nel 92 i bastioni di Ferrara, nel 99 la rôcca della Mirandola: nel 94 i Fiorentini conferirono il bastone di capitano generale a Paolo Vitelli nell’ora designata propizia dalle stelle.

Giovan Villani, mercadante positivo e di buon senso, a cui il maneggiare il braccio e le bilance non toglieva d’adoprarsi ne’ primarj uffizj della patria, vedendo la grandezza di Castruccio signor di Lucca minacciare di servitù l’intera Toscana, ne scrisse a frà Dionisio da San Sepolcro, maestro a Parigiin divinitade e filosofia, per sapere cosa gliene preconizzassero gli astri. E quello gli rispose: — Io vedo Castruccio morto». Arrivò larisposta quando Castruccio era nel più vivo della vittoria, onde il Villani la tenne celata, e ne rescrisse al frate; il quale rispose: — Io raffermerò ciò che io scrissi per l’altra lettera. Se Dio non ha mutato il suo giudizio e il corso del cielo, io veggo Castruccio morto e sotterrato». E quando la seconda lettera capitò a Firenze, Castruccio appunto era cadavere; e il Villani la mostrò a’ priori suoi compagni, i quali «convennero che di tutte le sue parti il giudicio di maestro Dionisio fu profezia». Questo frate fu in molta grazia a Roberto re di Napoli, che lo pose vescovo di Monopoli; e in molta stima al Petrarca, che morto lo pianse in versi, lodandogli sovratutto la sapienza del leggere negli astri[216]: il Petrarca, che pur berteggiava i medici e la medecina.

Del suo tempo, un incessante piovale ingrossò le acque dell’Arno per modo, che coprì tutto il Casentino, il pian d’Arezzo, il Valdarno superiore e le campagne attorno a Firenze, e la città stessa credette arrivato l’ultimo suo giorno. Cessato il flagello, i savj posero in disputa se fosse venuto per giudizio di Dio o colpa degli uomini; e il Villani prendendo l’opinione media, che è sempre la più cauta e non di rado la vera, crede «che il corso del sole s’accordasse in ciò a punire i peccati dei Fiorentini». E soggiunge: — La notte che cominciò il detto diluvio, uno santo romito nel suo solitario romitorio di sopra alla badia di Vallombrosa istando in orazione, sentì e visibilmente udì uno fracasso di demonj e di sembianza di schiere di cavalieri armati, che cavalcassero a furore. E ciò sentendo il detto romito, si fece il segno della santa croce, e fecesi al suo sportello, e vide la moltitudine de’ detti cavalieri terribili e neri; escongiurando alcuno dalla parte di Dio che gli dicesse che ciò significava, e’ gli disse:Noi andiamo a sommergere la città di Firenze per li loro peccati, se Iddio il concederà. E questo io autore ebbi dall’abate di Vallombrosa, uomo religioso e degno di fede, che disaminando l’ebbe dal detto romito»[217]. I Fiorentini riconoscendo il giudizio di Dio, pensarono a migliorarsi, lasciando i mali guadagni, l’avarizia, la vanità, i soprusi fatti ai vicini: e conseguenza buona veniva da una cattiva premessa.

Forse per ciò gli ecclesiastici parvero talora consentire a simili ubbìe, ma le più volte li troviamo rappresentare il buon senso; e il famoso frà Giovanni da Schio disapprovava gli strologamenti, e frà Giordano da Rivalta sulla piazza di Santa Maria Novella a Firenze predicò contro chi prestava fede agli influssi delle stelle[218]. Famoso in questi errori fu Pietro d’Abano, il quale dalla congiunzione de’ pianeti deduceva il cambiar di regni, di leggi, di religioni, e le venute di Nabucco, Mosè, Alessandro Magno, del Nazareno, di Maometto[219]. Il Landino commentando Dante scriveva: — È certo che nel 1483 a’ 25 novembre avrà luogo la congiunzione di saturno con giove in scorpione,lo che annunzia cambiamento di religione; e poichè giove prevale a saturno, il cambiamento sarà in meglio». Per istrana coincidenza, Lutero nacque il 22 di quel novembre. Quando Pico della Mirandola combattè l’astrologia, ne venne scandalo, e Luca Bellanti famoso astronomo tolse a confutarlo, deplorando che un nome sì illustre fosse deturpato col pubblicare quell’opera; e allorchè questi morì giovane come gli aveano predetto, si volle vedervi un castigo alla sua incredulità.

Nuovo malanno fu nel 1322 l’arrivo degli Zingari, gente indiana, che diceva provenir dall’Egitto, e sotto un duca passava di terra in terra mendicando, rubando, dicendo la ventura, e professando volersi recare ai piedi del papa, al quale del resto non credeva meglio che a chicchessia altro, intendendo solo a guadagni, comunque turpi ne fossero i modi. «A dì 18 di luglio venne in Bologna un duca d’Egitto, il quale avea nome il duca Andrea; e venne con donne e putti e uomini del suo paese; e poteano essere ben cento persone... Aveano un decreto del re d’Ungheria ch’era imperadore, per vigor di cui essi poteano rubare per tutti quei sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse esser fatta loro giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono alla porta di Galliera dentro e di fuori; e dormivano sotto i portici, salvo che il duca alloggiava nell’albergo del re. Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al presente, e quanti figliuoli, e se una femina era cattiva o buona, o altre cose. Di cose assai diceva il vero... Pochi vi andavano che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femine. Anche andavano le femine loro per la città a sei e a otto insieme; entravano nelle case de’ cittadini, e davano lorociancie; alcune di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano nelle botteghe, mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro rubava...»[220].

Più si ampliavano i principati e più il lusso; e la calata di Federico III, non accompagnato da armi, diede occasione a grandiose feste, volendo i signorotti far dimenticare le recenti usurpazioni collo sfoggiare suntuosità e regali. Re Alfonso di Sicilia spese in onorarlo cencinquantamila fiorini, diede una caccia numerosissima, un desinare che mai il simile, dove vivande più costose che delicate mangiavansi in piatti d’argento, confetti d’ogni specie si gettavano, le fontane zampillavano di greco e moscatello, e ognuno potea berne in tazze d’argento[221]. Federico ricambiava col profondere titoli, de’ quali d’allora in poi si fece bottega; e più dacchè egli concesse ad altri il diritto di conferirne. Altrettanto fece Renato a Napoli; e questi nuovi titolati amarono lo sfarzo, e credettero dignità il sottrarsi agli uffizj, vivere nell’ozio decorato, far frasche, e stare sul punto del convenevole.

Galeazzo Maria Sforza, appena succeduto duca, di sue ricchezze volle dare spettacolo recandosi a Firenze con Bona di Savoja sua moglie. «Seco avea i principali suoi feudatarj e consiglieri, tutti dal liberalissimo duca presentati di panno d’oro e d’argento; i famigli loro oltramodo a nuove foggie erano in ordine. I cortigiani, provvigionati dal principe, erano vestiti di velluto ed altri finissimi drappi di seta, e similmente i suoi camerieri con risplendenti ricami; e tra questi glie n’era quaranta, ai quali avea donato una collana d’oro, e quella di manco prezzo era di valore di cento ducati.Cinquanta staffieri avea, tutti vestiti con due foggie, l’una di panno d’argento, e l’altra di seta; e infino ai servitori di cucina erano vestiti a diversi velluti e rasi. Cinquanta corsieri faceva condurre seco con le selle di panno d’oro, staffili tessuti di seta e le staffe dorate; e sopra i possenti cavalli erano puliti ragazzi; tutti vestiti con giuppon di panno d’argento, ed una giornea di seta alla sforzesca. Per la guardia di sua eccellenza avea cento uomini d’arme scelti, tutti a modo di capitani in ordine, e cinquecento fanti eletti; ed ognuno dal principe era stato presentato. Per la duchessa avea deputato cinquanta chinee, e tutte con le sue selle e fornimenti d’oro e d’argento, sopra i suoi paggi riccamente vestiti; dodici carrette avea, e tutte con le coperte di panno d’oro e d’argento recamate alle ducali insegne. I materassi dentro e piumacci erano di panno d’oro liccio sopra liccio, alcuni d’argento, ed altri di raso cremisino, e fino a’ fornimenti di cavalli erano coperti di seta. Fu questa comitiva di duemila cavalli e ducento muli da carriaggio, tutti ad una foggia, di coperta ch’era di damasco bianco e morello, ed il ducale in mezzo recamato di fino oro ed argento, ed i mulattieri vestiti di nuovo alla sforzesca. Dietro ancora si faceva condurre il duca cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. I trombetti e i pifferi furono quaranta, molti buffoni avea, ed altri con diversi strumenti a sonare. Si trova questo apparato solo essere costato ducentomila ducati» (Corio).

Giunti a Pontremoli, presero alloggio nella fortezza per onorare l’immagine di Maria Annunziata, che poco avanti era stata posta in venerazione[222]. A Firenze i Medici non vollero restare di sotto, e poterono aggiungervi finezza di belle arti; la città mantenne delpubblico quel corteggio, e offrì tre rappresentazioni sacre, l’Annunziazione in San Felice, l’Ascensione ne’ Carmelitani, la discesa del Paracleto in Santo Spirito, che infelicemente prese fuoco. Ai buoni dolse che quella comparsa introducesse un lusso fra loro inusato; e certo la splendidezza dovette trascendere ogni misura quando vi mettean gara lo Sforza, il magnifico Lorenzo, Sisto IV e i suoi nipoti Pietro e Gerolamo Riario. Borso d’Este pregiavasi di possedere i migliori falconi, i più bravi cani, i più pregiati destrieri; da settecento cavalli avea nelle scuderie, da cento falconieri; e andando a caccia, tutta la presa lasciava a chi l’accompagnasse. Tenea molti buffoni, tra cui uno Scopola ebreo ricreduto, e fors’anche il Gonnella glorioso matto, rimasto in popolare nominanza come il Meliolo, e più tardi frà Mariano e frà Serafino alla corte d’Urbino.

Gran lusso sfoggiavasi pure nelle ambascerie; e quando Luigi XI succedette re di Francia, e tutta Italia mandò a congratularlo, per Firenze v’andò Pietro dei Pazzi, con una suntuosità che mai la maggiore di vesti, gioje, famigli, ragazzi, cavalli, tanto che si volle girasse per la città affinchè il popolo godesse di quella pompa senza eguale. Alla corte «mutava ogni dì una vesta o due, e tutte ricchissime, e il simile la famiglia sua ed i giovani ch’eran con lui... Donò sì per la comunità, come di sua proprietà, a tutti quelli della corte del re in modo, che non vi fu niuno ambasciadore che facesse quello che fece Piero». Nel ritorno «gli vennero incontro tutti gli uomini di condizione; tutte le strade e finestre erano piene. Entrò colla famiglia sua, tutta vestita di nuovo ornatissimamente, in cioppe di seta, e con perle alle maniche ed al cappello di grandissima valuta»[223]. Costui andava da Firenze alla sua villa apiedi, tra via mettendosi a mente la Eneide, i Trionfi del Petrarca, e molte orazioni di Livio.

Allorchè Gian Galeazzo menò moglie Isabella d’Aragona, un Bergonzo Botta ricevette gli sposi a Tortona in magnifici appartamenti, e li servì d’un pasto in luogo ameno, fra dolce armonia, durante il quale comparvero atteggiando e figurando Giasone col vello d’oro, Apollo pastore, Diana cacciatrice, Orfeo cantante, Atalanta col cinghiale caledonio, Iride, Teseo, Vertunno, quante ha insomma divinità la mitologia, ognuno offrendo doni da par suo. Ebe versava nettare e ambrosia; Apicio distribuiva salse sulle vivande; il Po, l’Adda, il Ticino acque mellificate; il Verbano e il Lario abbondanza di cibi. Levate poi le tavole, rappresentossi uno spettacolo di personaggi storici ed allegorici: Semiramide, Elena, Medea, Cleopatra cantavano i loro vanti vergognosi; ed erano messe in isbaratto dalla Fede conjugale, che introduceva Lucrezia, Penelope, Giuditta, Porzia, Sulpicia a celebrare la modestia e il pudore. Infine Sileno ubriaco divertì col suo barcollare e cogli stramazzi[224]. In Milano poi Leonardo da Vinci diresse le feste e formò una macchina figurante il cielo con tutti i pianeti, rappresentati da numi che aggiravansi secondo le leggi loro; e in ciascuno risedeva un musico, il quale cantava le lodi degli sposi.

Nel 1473, passando Eleonora d’Aragona per Roma col concorso di più di quarantamila cavalli, il cardinale Riario diede feste solennissime, coperta d’arazzi la piazza de’ Santi Apostoli, con tre sale d’indicibile splendidezza, e quattordici camere tappezzate una più riccamente dell’altra, con letti di raso, di damasco, di panno d’oro, e lenzuoli di tela rensa d’un solo pezzo, e pelliccie. «A volere scrivere della magnificenza di questoinclito monsignor San Sisto (esclama il Corio) troppo sarebbe lungo, e non frate, ma parea figliuolo di Cesare primo imperatore: qui tutto mi perdo, nè sapria, non che dire, ma, pur anche memorare una minima parte». Le tavole erano servite tutte in argento, nè verun piatto mai si portò via dalla credenza; le vivande figuravano bestie e storie. Vi fece da’ Fiorentini rappresentare la Susanna «coi più veri atti e più attentamente che si potesse stimare»; poi ne’ giorni seguenti san Giovanbattista, san Giacomo, Cristo che vuota il limbo; e più spettacoloso il tributo che tutto il mondo portava a Roma, ove difilaronsi settanta muli carichi, copertati di panno con l’arma[225].

Di molti di siffatti spettacoli (Cap.XCVIII) abbiamo lo scritto, o vogliam dire una tessera, come quella a un bel circa che si costumava testè nelle commedie a soggetto. Nell’adorazione de’ Magi avevano personaggio il bambino Gesù, un angelo, i tre re, Erode, suo figlio, uno scudiere, un coro d’angeli, e pastori, oratori o interpreti, scribi, donne, levatrici, popolo e un cantore col suo coro. Nel mistero della Risurrezione figuravano Cristo, or sotto apparenza di giardiniere, or nella sua propria, due angeli, tre Marie, Pietro, Giovanni, apostoli e popoli: e prima atteggiavano tre monache vestite da Marie, dicendo piano e mestamente certe strofe alternative, che sono imprecazioni contro gli Ebrei[226]; entrate nel coro, dirigevansi alla tomba; un angelo sustante innanzi al sepolcro, in veste dorata, con mitra in capo, nella mano sinistra una palma, nella destra un candeliere col clero, dicea versi rimati.

Facilmente riconoscete in ciò le origini del teatro. Benchè questo fosse ito a fondo colla coltura romana, pure non si cessò affatto di scrivere a modo di rappresentazioni; e l’erudita pazienza trasse fuori alcune composizioni di forma e talora anche di soggetto antico[227], e massime dialoghi a modo delle Bucoliche di Virgilio, da leggersi e forse atteggiarsi alle mense singolarmente de’ vescovi, e drammi per eccitare la devozione o alleviare la noja de’ chiostri. Ma se la musa tragica latina ne’ suoi splendidi giorni nulla avea prodotto di duraturo, poteva sperarsene allora? In effetto sono rozze vesti all’antica, raffazzonate a concetti nuovi, e che basta l’avere accennato. Comparvero poi i trovadori, che nelle sale dei grandi rappresentavano anche commediole. Gli statuti di Bologna vietano ai cantatori francesi di trattenersi su per le piazze a recitare. Una cronaca milanese rammenta il teatro, ove «gli istrioni cantavano, come or si canta di Rolando e Oliviero, e finito il canto, buffoni e mimi toccavano la ghitarra, e con decente moto del corpo aggiravansi»[228]; ed Albertino Mussato cita come vetusto costume di cantare in palco e in teatro imprese di re e di capitani. Anselmo de Faydit provenzale vendeva commedie e tragedie, e per Bonifazio marchese di Monferrato scrisse l’Heresia dels Preyres, che fu rappresentata[229]. Spesso i concilj ne mandarono divieti, come incentivo di profanità; Tommaso d’Aquino disputava se uno, privo d’altro mezzo, potesse esercitare l’istrionato: tant’era lungi che quest’arte fosse perita.

Se rozzi esser dovessero di forme quei teatri e nulla l’arte dello sceneggiare, non domandate; strani anacronismi vi si mescolavano a sconvenienze, ma ogni cosa era sostenuta da un apparato di macchine e di spettacolo che lusingava il vulgo. Scelto un fatto, metteasi in azione un accidente dopo l’altro, senza darsi briga di unità o d’interesse: non bastava un giorno? seguitavasi per due o più. Non erano dunque tragedie o commedie, drammi o farse o di qualsiasi altra classificazione da precettore, ma spettacoli, ed ogni cosa vi serviva, la natura e l’arte, la musica e la pittura, il cantastorie e il banderajo.

Drizzatisi gl’ingegni allo studio degli antichi, si tentò calzare il socco e il coturno di essi. Il monumento più antico che resti in Italia è l’Eccerinisdi Albertino Mussato, sul gusto di Seneca, ma misto di racconto e dialogo. Nel primo atto, la madre narra ad Ezelino ed Alberico da Romano averli essa concepiti dal demonio: nel secondo, un messaggere espone i mali della patria e le fortune del tiranno: nel terzo, Ezelino in Verona divisa col fratello altre malvagità da aggiungere alle antiche, poi udita la presa di Padova, accorrono alla riscossa, e il coro espone la spedizione e la vittoria d’Ezelino, il suo ritorno a Verona e il macello de’ prigionieri: nel quarto, un messaggero riferisce la guerra di Lombardia, la crociata e la morte del tiranno: il quinto presenta la morte d’Alberico. Le passioni vi sono espresse non senza forza, ben divisate la storia e il costume, continua l’ispirazione nazionale, e non infelice la latinità. La prevalenza del racconto sopra il dialogo eragli comune colle altre rappresentazioni d’allora, e ci ajuta a comprendere il titolo di commedia applicato da Dante al suo poema: lo scegliere poi argomenti contemporanei e trattarli senza catene d’unità drammatiche, era un altro passodegli originali cominciamenti della nostra letteratura.

Esso Mussato dettò sei altri drammi; di cui ci resta laMorte d’Achille. Citansi di quel torno una commedia sull’espugnazione di Cesena ed una sopra Medea, che a torto vollero attribuirsi al Petrarca. Pier Paolo Vergerio ancora giovane scrisse una commediaad juvenum mores corrigendos; Leon Battista Alberti laPhilodoxeos, laPhilogenia; Ugolino Pisani da Parma; e Gregorio Cornaro veneto una tragedia, laProgne.

Sempre più gl’istinti della letteratura del medioevo soccombeano all’arte erudita; e col solito vezzo di credere barbarie qualunque passo arrischiato fuori del sentiero classico, si volle dire che Pomponio Leto fosse il primo a instaurare il teatro, perchè ne’ cortili dei prelati facea rappresentare commedie di Terenzio e di Plauto. Altre Corti vollero quel lusso, massime i principi di Ferrara, il cui teatro vinse gli altri in magnificenza, e primamente vi si rappresentarono commedie in rima. A Mantova si vide poi una produzione che tolse il grido a tutte le precedenti, l’Orfeodel Poliziano, azione regolare e poesia elettissima, che conserva ancora tutta la ricchezza de’ primitivi componimenti scenici, complesso delle arti tutte. Dopo il prologo, nel quale è esposto il soggetto in ottave, viene un atto pastorale, tutto idillio; ne segue uno ninfale, ove le Driadi lamentano la morte d’Euridice; poi un eroico coi pianti d’Orfeo, e sempre varietà di metri, e fin versi latini, acciocchè niun lacchezzo mancasse allo spirito: il quarto atto necromantico presenta la calata d’Orfeo all’inferno, ove da Plutone e Proserpina ottiene di ricondurre Euridice, ma poi la riperde per aver violato la legge dell’abisso: si chiude con un atto baccanale, pieno dell’esultanza brindante delle Menadi ucciditrici d’Orfeo.

Pure le rappresentazioni teatrali s’atteneano di preferenzaai soggetti sacri, chiamale storie, esempj, spettacoli, misteri, vita, martirio, secondo il contenuto. Le più stendeansi in ottave, non divise in atti e scene ma in giornate, e si recitavano con una specie di cantilena, oltre gl’intermezzi propriamente in canto, e con ricchissimo corredo di macchine, prospettive, comparse, balli, giostre, a studio de’ migliori artisti. Atteggiavano giovinetti ascritti alle confraternite, nelle quali s’affratellavano i gran signori coi più poveri. A Roma si diede laPassione di Cristo, opera di Giuliano Dati, Bernardo di mastro Antonio Romano, e Mariano Particappa; a Firenze laRappresentazione e festa d’Abramo e Isacco suo figliuolo,di Feo Belcari; a Modena iMiracoli di san Geminiano; Bernardo Pulci feceBarlaam e Giosafat, Antonio Alamanni laConversione della Maddalena, Roselli ilSansone, Lorenzo Medici laRappresentazione di San Giovanni e Paolo, dove sono ritratte le lotte del cristianesimo contro l’ipocrisia di Giuliano. Ben sessantasette di siffatti drammi a stampa enumera il Cionelli nelle note alle poesie di esso Lorenzo, e la collezione più copiosa sta nella libreria palatina di Firenze.

Il popolo andava matto di burlette e scede, e man mano che svolgevansi i dialetti nuovi, s’introduceva una caricatura che parlasse in quelli, e personificasse il carattere delle varie genti italiche. Bologna la dotta contribuiva il suo Dottor Ballanzoni, Venezia il Pantalone Onesto negoziante, Bergamo il lepido Arlecchino, Napoli l’arguto Pulcinella e il Coviello e il Pulcariello ed altri[230], che tinta la faccia di fuligine e villescamentecalzati, davano sollazzo al popolo, e faceano ridere le une città a spalle delle altre nemiche o rivali. E le maschere piacquero a lungo perchè usavano il parlare spigliato e spontaneo de’ vulgari, anzichè l’artifiziato de’ letterati, al primo de’ quali sono affisse cento care memorie, nessuna all’altro.

Nè ai nostri avi erano insoliti i giuochi di sorte, passione violenta de’ Germani fin prima che uscissero dalle selve natìe. Indarno la Chiesa vi pose argine, indarno le repubbliche; ma alcune di queste vollero specularvi sopra, dando in appalto il diritto di tener case di giuoco o biscazze; e Venezia ne concedette il privilegio a quel Barattiere che si dice alzasse le colonne sulla Piazzetta.

Del lotto è menzione in un editto del 9 gennajo 1448, quando (invenzione di Cristoforo Taverna banchiere di Milano) si proposero alla fortuna sette borse, la prima con cento ducati, con settantacinque la seconda, e via digradando. Ogni posta costava un ducato; e nell’invito si moveva calda esortazione a profittare di quell’insigne benefizio di Dio, nè lasciarsi scappare il destro d’arricchire con sì poco; — tant’è vecchia l’arte di ciurmare il povero popolo. Siffatta maniera corse per Italia col nome di borse della ventura: poi al 1550 si stabilì regolarmente in Genova, con tanto profitto agli imprenditori, che la repubblica ne volle una tassa di sessantamila lire delle sue, cresciuta poi passo passo, tanto che nel 1730 ne traeva trecensessantamila. Gli altri governi affrettaronsi ad imitarla, acciocchè il denaro non uscisse di paese[231]. Clemente XI escluse conbolla severissima il lotto da’ suoi Stati, dannando alle galere i contravventori, e dicendo voler liberare i popoli da quella maligna sanguisuga; ma sotto Innocenzo XIII s’aggiunse nel lotto di Roma l’aumento del venti per cento sugli ambi, e dell’ottanta per cento sui terni. E l’immorale gabella si propagò, senza che si pensi abolirla, ad un sordido lucro posponendo la depravazione popolana.

Gli scacchi, invenzione orientale, sono spesso mentovati, e forse ce ne fu portato l’uso dalle crociate[232].Delle carte, non mai mentovate dall’antichità classica, l’uso e le sottilissime combinazioni, che faceano dire a Leibniz in nulla aver gli uomini adoprato tanto ingegno quanto ne’ giuochi, ci arrivarono dall’Oriente per la Spagna. Di buon’ora entrò il lusso in quella vanità, sicchè Filippo Maria Visconti nel 1430 pagava millecinquecento monete d’oro un mazzo di carte dipinto da Marziano da Tortona. Per combinare poi la crescente richiesta col tenue prezzo, si inventò di stamparle con tavolette, le quali furono avviamento alla più importante delle scoperte moderne, la stampa.

Questo nome ci fa dire d’un nuovo genere di occupazioni o passatempi, a cui si volsero gl’Italiani d’allora. Il leggere avea potuto esser diletto di ben pochi, in quella grande scarsità di libri; pure molto desiderati erano i romanzi, i più de’ quali venivano di Francia, e talvolta erano tradotti in nostro vulgare, più spesso imitati. Le persone oneste rifuggivano da quella lettura; Guglielmo Venturi d’Asti in testamento raccomandava a’ suoi figli d’odiarli, come sempre avea fatto lui[233]; Boccaccio appone ad ipocrisia della vedova del Corbaccio l’astenersi da tali racconti; dei quali Dante accennava i pericoli in Francesca e Paolo, tratti a peccare dal leggere per diletto gli amori di Isotta e Lancilotto. Al contrario, se ne dilettava il bel mondo; e Michelangelo Trombetti, in un poema sulle gesta di Ugo conte d’Alvernia nel 1488, manoscritto nella Laurenziana, annovera i romanzi di cavalleria, cui consigliaa leggere, perchèchi non se ne diletta, è uomo senza ragione e bestiale. Crebbe la lettura colla stampa, la quale non si occupò soltanto di libri sacri e di classici: nè è inutile sapere che dal 1473 al 98 uscirono dieci edizioni del Guerin Meschino; e ilMilionedi Marco Polo si stampò nel 1496, e già prima e più in appresso corsero racconti di viaggi.

Come la letteratura, invaghita de’ capolavori antichi che si trovavano, o dalla maggior facilità di possederli, si era gettata interamente sull’imitare, tanto che ogni originalità minacciava scomparire fra gli addobbi del convenzionale classicismo; così non sapevasi ammirare che la società anteriore al cristianesimo, rilassavansi i costumi per imitazione classica, e Gianantonio Campano vescovo di Téramo empie le sue poesie di Silvie e Diane e Suriane, di cui spesso si lagna, talvolta si loda; Ambrogio degli Angeli Traversari, generale dei Camaldolesi, amico di Eugenio IV e suo legato a Basilea, in fama di grand’erudizione non meno che d’onestissimi costumi, non iscrive mai a Nicolò Niccoli senza salutare la sua Benvenuta,donna fedelissima, eppur era una mantenuta, di avventure chiassose[234]; Cosmo de’ Medici accettò la dedica dell’Hermaphroditusdel Panormita, che parea soverchiamente cinico persino al Poggio, sguajato narratore egli stesso, benchè segretario apostolico; Enea Silvio Piccolomini, gravissimo uomo e futuro papa, emulava in una novella la licenza del Boccaccio.

Il senso morale veniva perturbato dal cominciare a vilipendere il passato innanzi d’essersi premuniti per l’avvenire; laonde le coscienze più elevate tentennavano e variavano, l’orgoglio insorgeva contro Dio, la voluttà contro il dovere. Il sentimento religioso permanevanelle moltitudini, sebbene divenisse meno chiesastico; e istillato col latte, potea sugli animi anche fra le passioni: ma i letterati lo vilipendeano e conturbavano, non già per liberi ragionamenti, ma per l’autorità di altri testi, fossero gli antichi classici od i loro commentatori, nel cui nome mettevano bocca perfino nel dogma, professando di farlo per esercizio di logica o d’erudizione. Ser Cambi al 1453 scrive che il medico Giovanni Decani, il quale non credeva la resurrezione de’ morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quell’anno morì Carlo d’Arezzo cancelliere della Signoria, ed ebbe grandissimi doni: «Dio l’abbia onorato in cielo, se l’ha meritato, il che non si stima, perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano». Dove ci risovviene di Lodovico Cortusio giureconsulto, che a Padova morendo il 17 luglio 1418, lasciò per testamento che amici nè parenti nol piangessero, se no rimanessero diseredati, mentre suo legatario universale sarebbe quel che ridesse di miglior cuore: non si parino a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme col clero, cantandoallelujafra viole, trombe, liuti, tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme, e ghirlande di fiori; non lo seguano monaci che han la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia.

Questo parlare di libri e letterati è già uno stacco dalle precorse età; e l’amor della dottrina crebbe fin a passione. Ne vantaggiavano il ben pensare e il retto operare? dubitiamo. Quei dotti (troppo il notammo)non erano nulla meno che tipo di civili costumi: nelle loro lettere o si abjettiscono per domandare, o strisciano ringraziamenti per avere avuto, talora con una sguajata insistenza, quale vediam nel Filelfo, una delle più famose penne; e piuttosto bravazzoni che franchi, aggiogati all’autorità de’ loro classici, eppure intolleranti d’ogni dissenso, anfanavano in tresche, volevansi alle mani un coll’altro, e in sozze baruffe, non ultimo divertimento di quel secolo, s’intaccavano non solo sulla dottrina, ma rinfacciandosi ogni mal mendo[235].

Noi siamo a gran pezza da coloro che ammirano quello stuolo chiassoso e intrigante di pedanti, quasi fossero stati i restauratori del buon gusto in Italia. Già ne’ secoli precedenti i nostri ci si mostrarono insigni in que’ punti ove l’intelligenza loro naturale non era subordinata agli eventi o a tirannie, cioè nelle arti della parola e del disegno. Anzi queste non erano soltanto un ornamento, ma fuse nella vita, e non concepivasi il governo senza eloquenza, non le solennità senza canti, non la religione senza immagini e tempj. Chè a far prosperare le arti non basta nascano genj capaci di creare, ma vuolsi tutto un popolo capace di gustarle; l’artista ha bisogno di chi lo comprenda, delle simpatie del popolo; e il popolo fra noi vi era portato dai meno urgenti bisogni, dall’attitudine al godere, dalla naturale inclinazione al bello. O Firenze, non i Medici ti han fatta così vaga, ma la repubblica; e la libertà dell’arte è anch’essa libertà del pensiero.


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