Un regolamento del 1394 ingiunge ai negozianti di Barcellona di pagar le cambiali entro ventiquattr’ore dalla presentazione, e di attergarne l’accettazione; e pare si conoscessero anche i protesti. Più tardi s’introdussero le girate, che ne formarono la vera comodità. Se dunque gli Ebrei inventarono le cambiali, la vera teorica loro è dovuta agl’Italiani, che le estesero per incassare i fondi, da ogni parte del mondo affluenti alla corte di Roma.
Alle fiere di Champagne, molto frequentate perchè medie fra l’Italia, la Francia meridionale e i Paesi Bassi, breve tempo s’indugiavano i negozianti; laonde i re di Francia statuirono che, contro chi lasciasse scadere una cambiale firmata nella fiera precedente, si procedesse in via sommaria. Di qui il diritto cambiario; e spesso obbligavansi i debitori ad enunziare ne’ recapiti che il debito era stato contratto in tempo di fiera per goderne il privilegio.
Spedientissime trovate furono le banche pubbliche, le quali nelle transazioni di commercio surrogano al denaro sonante i viglietti, cioè raddoppiano i titoli legali del concambio. Fin dal 1171 pare Venezia possedesse un banco di credito; altre città ne istituirono, ma nessuna con tanta ampiezza e fortuna quanto Genova, del cui banco di San Giorgio abbiamo già parlato a disteso (tom.VII, pag. 111).
Affine poi che anche i privati trovassero comodità di prestiti senza cascare negli usurieri, si stabilirono i Monti di pietà. Il primo si vide a Perugia nel 1467[290], per opera di Bernabò medico di Terni, frate francescano, che non esigeva se non quanto bastasse alle spese d’amministrazione. San Bernardino da Feltre e frà Michele da Carcano diffusero quest’istituzione a Mantova[291], a Como e nella restante Lombardia; Sisto IV approvò quello eretto a Viterbo il 1479, e ne pose uno in Savona sua patria; tosto Cesena, Firenze,Bologna, Napoli, Milano, Roma seguirono l’esempio, imitato dalle città industri di Fiandra, e più tardi dai Francesi. A qualche rigoroso moralista odoravano di usura, e accanita disputa si allungò fra teologi e giureconsulti; ma l’utilità che ne derivava indusse a mettervi piuttosto ordine e misura.
Da quanto esponemmo siete chiari come le forze e i capitali si sapessero aumentare col formar compagnie di commercio. Fin dal 1188 è ricordata la società pisana degli Umilj, stabilita a Tiro, e che fra il negoziare non lasciava di soccorrere i Crociati[292]. I Bardi di Firenze aveano quasi il monopolio di tutto il regno di Napoli. Parrebbe anzi che le varie compagnie si abbracciassero in una generale, che costituiva una potenza mercantile, e che per ambasciadori trattava coi re e coi baroni, al modo dell’Ansa tedesca. Certamente uncapitano dell’università de’ mercadanti lombardi e toscanirisedeva a Montpellier, donde il 1276 re Filippo l’Ardito consentì si trasportasse a Nîmes[293], nella carta stessa concedendo che nessun membro d’essa università potesse citarsi ad altro tribunale che al regio; morendo, i loro beni passino agli eredi; non soffrano del diritto di naufragio; vadano esenti dalle guardie,dalle taglie, dai servizj militari. Nel 1293 al Bourget in Savoja stipulavasi una salvaguardia tra Lodovico di Savoja signore di Vaud, e l’università dei mercanti di Lombardia, Toscana, Provenza, rappresentata da procuratori de’ mercanti di Milano, Firenze, Roma, Lucca, Siena, Pistoja, Bologna, Orvieto, Venezia, Genova, Alba, Asti, Provenza (Cibrario). Nè ignota era la società d’accomandita, per cui uno dà a trafficare una somma, partecipando agli utili interi, ma alle perdite soltanto fin all’ammontare del prestato[294]; e con decreto del 1315 Luigi X di Francia dichiarava non trovare usura in società siffatte, da Italiani istituite.
Le società stipulavano comunemente che le gabelle non fossero d’improvviso aumentate ne’ luoghi di passaggio; se qualche nazionale o i conduttori facessero ingiuria ai natìi, si punirebbe l’offensore senza concedere rappresaglie sopra i mercanti; si terrebbero netti i cammini da masnadieri; che se essi od altri danneggiassero, i mercanti ne verrebbero rifatti; non si sballerebbero le merci; le quistioni che insorgessero, sarebbero definite il giorno medesimo. Inoltre aveano chiesa, bagno, piazza, forno, macello, casa, giurisdizione propria, talvolta anche criminale. Nel 1189 Pietro re d’Arborea agli uomini di Genova assegna in Oristanotantam terram, qua fabricari possunt centum botegas; poi nel 92 privilegi amplissimi, fra cui promette, se alcun legno rompe, farà restituire quanto venisse tolto; se alcun uomo muoja, non ne terrà cosa alcuna benchè intestato.
Nel 1169 Boemondo III principe d’Antiochia dona ai Genovesi tutto ciò ch’essi tengono in Antiochia e Laodiceae nel porto di Seleucia: cioè in Antiochia una ruga colla chiesa di San Giovanni; in Laodicea il fondaco e la strada che lo cinge, e terza parte delle rendite del porto; come anche in Seleucia. E se farà altri acquisti, concederà quello stesso che hanno in Laodicea; se qualche ingiuria ricevano, e’ ne vorrà accomodamento e giustizia fra quaranta giorni; sieno licenziati a negoziare in qualunque terra egli acquisti col loro soccorso: il che tutto fa per consiglio de’ baroni suoi, perchè molto ama i Genovesi, e desidera frequentino al possibile la terra di lui e vi dimorino. Pel qual privilegio Lanfranco Alberico, uomo nobilissimo, e legato del senato e de’ consoli, per sè e pel Comune della famosissima città di Genova gli promettono ajutarlo, crescere le sue possessioni e difenderle[295].
In qualche luogo, come a Tiro, i Genovesi partecipavano del diritto di catena che pagavasi da ogni nave entrando o uscendo. Secondo lo spirito d’esclusione d’allora, ciascuna compagnia affaticavasi non meno a vantaggiare se stessa che a deprimere le altre, e col monopolio assicurarsi ingenti guadagni[296]. Di simili trattati una gran quantità troviamo sia delle città fra loro, sia de’ principi, che vi s’affrettavano perchè assicuravano ai loro paesi un lucroso passaggio: ma spesso più che le grida e i tribunali valeva l’opera del papa, che con interdetti e scomuniche puniva i violatori.
La quantità de’ pirati, massimamente barbareschi, cagionava che il commercio non procedesse senz’armi,anzi ogni nave era obbligata uscire ben munita. A Genova per legge del 1291 era multato in dieci lire il mercante che navigasse oltre Portovenere senza buone armi per sè e pei servi, e cinquanta verrettoni nel turcasso. A Venezia ogni marinajo dovea recarsi elmo di cuojo e di ferro, scudo, giaco, coltello, spada e tre lancie; se ricevesse più di quaranta lire di stipendio, vi doveva aggiungere la panciera; ed anche balestra e cento saette il nocchiero[297]. Pertanto vedemmo i nostri negozianti prendere tanta parte alle crociate e far conquiste, od esercitare in mari lontani le ire fratricide della patria.
Anche le compagnie di commercio terrestre provvedeano colle armi alla propria sicurezza, e talora le adopravano in guerra. Alberto Scotto, famoso tiranno di Piacenza, era alla testa di una grossacompagnia degli Scotti, che nel 1299 ottenne di negoziare cogli agenti del re di Francia sulle fiere della Brie e della Sciampagna; la qual compagnia, composta di quattrocento cavalli e millecinquecento pedoni, poco poi guerreggiava a’ servizj d’esso re[298].
La maggiore importanza consistette sempre nel commercio di mare. Lo scadimento di Roma crebbe vita a Costantinopoli, la quale stendendo la destra verso l’Arcipelago, la sinistra al Ponto Eusino e alla palude Meotide, coll’Asia Minore in faccia e l’Europa alle spalle, pare destinata centro ai negozj di tutto il nostro emisfero. Le merci d’Oriente vi erano condotte dall’Egitto, o iBisantini medesimi andavano cercarle nell’India, nella Persia, fors’anche nella Cina. Il primo irrompere degli Arabi divenuti maomettani non potea che rovinare il commercio: ma poi essi medesimi vi si applicarono dovunque estesero la conquista; fondarono Bàssora, che tolse il vanto ad Alessandria; coll’occupare l’Egitto, interclusero ai Bisantini il mar Rosso, obbligandoli a provvedere da loro le ormai indispensabili derrate dell’India, o a questa rivolgersi per una traccia lunghissima, salendo fino a Kiof in Russia.
Le crociate, cominciando a far guardare l’Europa come una sola nazione, unirono gli uomini a concordi imprese, gli avvicinarono ai paesi delle derrate preziose, guadagni e privilegi e occasioni accrebbero alle città marittime, che collo stendardo della croce protessero le speculazioni. Poi le frazioni feudali agglomeravansi in nazioni; e i Comuni sorgevano a quella libertà, che dà coraggio a cercare i miglioramenti; e Amalfitani e Pisani in prima, poi Genovesi e Veneziani si resero i principali, se non gli unici fattori del traffico europeo[299]. Dal settentrione per la Piccola Tartaria vettureggiavano canapa, legname, gòmene, pece, sego, cera, pelli, molti trattati conchiudendo coi Mongoli successori di Gengis-kan e di Oktai, che aveano conquistato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Moldavia, e da cui compravano il bottino e schiavi. Impediti d’andare nell’India per l’Egitto, vi si spingeano pel mar Maggiore, come chiamavano il Nero, nel quale il Tanai, il Boristene, il Dniester, il Danubio portano le variatissime produzioni di estesissime contrade, mal accessibili perterra. Ivi principale posatojo era la Tana, cioè Azof, all’imboccatura del Don, ove da un lato si aveva la Moscovia, dall’altro l’Armenia, l’Arabia, la Persia, per cui poteasi arrivare al Mogol e alla Cina; e vi teneano cànove Genova, Venezia, Firenze e altre città. I Veneziani per giungere dalla Tana a Catai doveano lasciarsi crescere le barbe, e avere un buon interprete e servigiali che sapessero di tartaro; ordinariamente un mercante portava seco in denari e merci per venticinquemila ducati d’oro; e trecento a trecencinquanta bastavano al viaggio fino a Peking, compresi i salarj degl’inservienti (Pegolotti).
Costantinopoli, oziosa e corrotta capitale d’uno Stato senza industria, considerava il commercio men tosto come elemento di pubblica prosperità, che come rendita fiscale; onde le speculazioni di quell’immenso mercato rimanevano a stranieri. Perciò Veneziani e Genovesi, dapprima tollerati, presto furono trovati utili, infine necessarj; e i deboli imperatori, per mantenersene la vacillante amicizia, non conoscevano altro spediente che rinnovare e spesso estendere i loro privilegi. Ne rampollarono calde rivalità fra Genova e Venezia, che vedemmo combattute nei mari nostri e negli orientali. La conquista di Costantinopoli pei Crociati dava la prevalenza ai Veneziani? i Genovesi favorivano Michele Paleologo a distruggere l’impero latino; ed esso in compenso privilegiò la loro colonia di Galata, che spesso giovò, spesso incusse timore all’impero greco.
Genova, posta quasi nel mezzo della costa che archeggia dalla Sicilia allo stretto Gaditano, avendosi dinanzi il Mediterraneo, da un lato la Provenza e la Francia, dall’altro l’Italia meridionale, a spalle la pingue Lombardia, a fronte Corsica e Sardegna, Spagna ed Africa, con poco ed ingrato terreno, con mare scarso di pesci, mostrasi predisposta al commercio, che difatto vi è antico quanto lei. Le emulazioni con Pisa, con Venezia, coi Catalani ne svilupparono la marittima abilità ed il caratteristico coraggio: marinaj più intraprendenti de’ suoi dove trovare? molti per proprio conto assumevano spedizioni e conquiste, talora approvati dal Governo, talaltra abbandonati alle forze particolari, secondo portava il pubblico interesse o la fazione dominante. I dossi erano ancora vestiti di pini e d’abeti, e nel 1822 dal solo bosco di Bajardo presso Triora bastò legname per trentotto galee; da quello di mont’Ursale a Pareto per dieci ogni anno (Serra). E preti e nobili negoziavano; molteplici le società, ove i ricchi mettevano denari, i poveri l’opera: se non che l’infellonire delle fazioni tolse a quella repubblica di cogliere tutti i vantaggi che le avrebbero procurato tanta abilità degli ammiragli, tanta intrepidezza delle ciurme, tanto spirito intraprendente, tanti capitali.
L’acquisto più famoso di Genova in Levante fu la Gazarìa. Sulla penisola della Tauride, bagnata dal Ponto Eusino e dalla palude Meotide o mare delle Zabacche, nel giro di ben settecencinquanta miglia, e per l’istmo di Perekop, largo un miglio, unita ai paesi del Boristene e del Bog e alle steppe della Tartaria Nogaja, già per l’opportunità gli antichi Greci aveano piantato colonie, vinte da Mitradate, poi dai Romani. Fu occupata da successive genti barbare, e massime dagli Slavi Cazari, dai quali il nome di Gazarìa. Soggiogata dai Tartari nel 1237, un loro principe la vendette ai Genovesi nel 61, che vi assisero colonie per tutto, e principalmente a Caffa. Questa, situata sul lembo orientale della penisola, a piè de’ monti che fanno cintura alla medesima, già era colonia greca, poi illustre col nome di Teodosia, finchè non cadde in ruine, fu ristorata e munita dai nuovi padroni, i quali con titolo di magazzini fecero case basse, poi le fortificarono senza farmostra, siccome gl’Inglesi a Bengala. Ivi preso buon avvio, le alture vicine roncarono a viti, insegnarono a depurare la soda dalle ceneri dell’atrepice laciniato, ivi abbondantissimo, ed estesero i vantaggi del commercio. Il vecchio Crim, che sedeva sull’opposto pendìo, e dove i Tartari recavano le loro prede, salì per questi vicini in tale aumento, che a tutta la penisola venne il nome di Crimea, e da trecentomila abitanti arrivò ad un milione.
A Caffa i Genovesi trovavansi in casa propria, esenti dai capricciosi dazj de’ Barbari cui erano esposti alla Tana, e a milletrecencinquanta miglia dalla patria aveano un porto nazionale ove deporre le merci e raddobbarsi, mentre desse luogo la stagione malvagia. Coi soliti vantaggi de’ popoli colti fra i Barbari, annodarono relazioni di commercio e di politica, ai cittadini diedero magistrati proprj e statuti e moneta, e piantarono una missione. Il console Donadeo Giusti la fe cingere di mura; nel 1383 Leonardo Montaldo doge vi faceva una seconda cinta; e tanto ingrandì, che i Turchi la denominavano Costantinopoli di Crimea (Krim Stamboul); vent’anni appena dopo fondata, spediva tre galee a soccorrere Tripoli di Soria; nel 1318 vi era insediato un vescovo, con giurisdizione dalla Bulgaria al Volga, dalla Russia al mar Nero.
A mezzodì e a settentrione del seno di Caffa due altri se n’addentrano. Nel primo è Sodagh o Soldaja, con poggi a viti preziose, e terebinto, e pietre da macine. I Genovesi vi fabbricarono una torre di difficilissimo accesso, e attorno a quella le proprie case e mura. Avanzando ancora a meriggio si volta il capo d’Ariete (Kriu-metopon), oggi Ajù; poi piegando a ponente è il Portus Symbolorum, detto Cimbalo dai nostri, ed oggi Balaklava, dove i Genovesi posero colonia, opportuno ricovero alle navi del ponente. Dietro a Cimbalo, traLusen e la Lombarda, la Gozia ricordava col nome i Goti, e quivi, dove le strade vengono a incrociarsi, i Genovesi eressero l’inespugnabile Mankup. A settentrione si scende in un piano irrigato dall’Alma, ove i kan della Crimea fabbricarono Bakciserai; e tutt’intorno vi rimangono vestigia di case e villaggi genovesi.
Da Caffa volgendo a settentrione, si trova Cerco alle falde del monte ove stava Panticapea, camera dei re del Bosforo, sporgendosi fra l’Europa e l’Asia; e i Genovesi non trascurarono di fortificarlo, chiudendo quel varco tra il mar Nero e quello delle Zabacche. Di colà si spinsero entro le foci del Danubio, presso Chiliavecchia posero un castello, e profittavano della pesca dello storione; alle foci del Dniester aveano in Ackerman stabilimenti pel sale e la pesca, e per ricevere grani dalla Polonia; sul lido opposto, a Sinope pescavano il palamide, che seccato fa vece di baccalare. Giunsero poi anche a farsi padroni della Tana, in fondo alla palude Meotide[300]; ma nessuno storico accenna il quando e il come di sì importante acquisto. Forse quella città posseduta dai Tartari fu, nelle sconfitte di questi, distrutta da Tamerlano, e i coloni genovesi da Caffa vi accorsero e la rialzarono verso il 1400.
Chi vide testè (1855) tutta Europa combattersi pel possesso di quel mare e per voler aperto il passo dei Dardanelli, comprenderà l’importanza che allora v’annetteano i Genovesi; tanto più che allora ignoravasi la via più diretta alle Indie.
La repubblica genovese, fiaccata dal continuo traspeggio, cedette la Gazarìa al banco di San Giorgio, del cui senno restano bel monumento glistatutiche le diede. Ordinata a sembianza della metropoli, presedevaall’amministrazione un console annuo con un cancelliere, nominati a Genova, e che prestavano cauzione. Rappresentava la colonia un consiglio di ventiquattro, rinnovato ogni anno dai membri uscenti, e che sceglieva un piccolo consiglio di sei, fuori del suo grembo; non più di quattro borghesi di Caffa potevano aver parte nel primo, due nel secondo; alcuni posti pei nobili, altri per i plebei. Il console arrivando dava ai ventiquattro il giuramento, e tosto facea procedere alla loro rinnovazione; governava col piccolo consiglio, senza cui non poteva imporre taglie nè fare spese straordinarie; non avere traffici per proprio conto, nè ricever doni. Il cancelliere, scelto dal Governo fra i notari di Genova, rogava gli atti e apponeva il suggello. L’uffizio della campagna rendeva giustizia ne’ contratti de’ coloni coi liberi confinanti.
Così da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana, Genova esercitava il commercio col Levante mediante una sequela di scali, che giungevano fino alla Cina da una parte, dall’altra all’India lungo il golfo Arabico, sul quale sembra le fosse interdetto veleggiare. Altri n’aveva in tutta la Romania, la Macedonia e l’Arcipelago; e nominatamente a Scio, una delle isole Sporadi, che perduta, fu recuperata da Simon Vignoso con galee fornite da nove famiglie, unitesi poi nellamaonao ditta de’ Giustiniani, dal nome della famiglia ch’era creditrice di trecentomila scudi d’oro; la repubblica ne lasciò loro il dominio, che conservarono fino al 1556. Scio avea ben centomila abitanti; e il mastice che geme dai lentischi, e che si masticava per tener belli i denti e grato l’alito, dava esercizio a ventidue villaggi, se ne vendeva un milione e mezzo di libbre l’anno, e il decimo che toccava all’erario era valutato dall’imperatore Cantacuzeno ventimila bisanti, o vogliam dire zecchini. Da esso e dalle gabelle provenivano annui cenventimilascudi d’oro (sei milioni d’oggi), che si ripartivano fra le famiglie compadrone a misura del capitale impiegato; al quale si proporzionavano pure i voti nel governo. In un trattato del 1431 i Genovesi assentirono al soldano di trarre da Caffa schiavi; e La Brouquière ne’ suoi viaggi in Asia incontrò un Genovese che trafficava di quest’esecrabile merce.
Nell’Anatolia possedevano Smirne, produttrice di sete, cotoni, ciambellotti, olj, scamonea; e Focea nuova e la vecchia, donde veniva l’allume. Da Cipro traevano legname, canape, ferro, grano, zuccaro, cotone, olj, oltre le derivazioni dall’Oriente. In Italia due magazzini a Mutrone erano stati donati a Genova dai Lucchesi, per deporvi il sale e le lane; cave d’allume attivò presso a Portercole; dall’alta Italia richiedeva produzioni e manifatture da barattare; dominava anche in Corsica, Sardegna, Malta, Sicilia; e la prima le dava eccellente legname, cacio, vini, pescagione, soldati; l’altra grani, sardoniche, tonni, sardine, oro e argento; Malta frumento, agrumi, cotoni; la Sicilia sale, seta, cotone, oro, e ogni ben di Dio[301]: dalle Baleari toglieva sale; e di due borse che avea Majorca, l’una era comune a tutte le nazioni, l’altra speciale de’ Genovesi.
Savona, Oneglia, Albenga, Monaco, Ventimiglia, altre città della Riviera formavano Stati indipendenti: pure Genova esercitava fino a Nizza un protettorato, che le procurava relazioni abituali con Marsiglia per mare e per terra, e coi porti della Linguadoca, principalmente con Aiguesmortes, che posta fra la Provenza e la Linguadoca,col Rodano, colle saline, colle vicinanze di Ales e di Sant’Egidio, rinomati per la coltivazione del chermisi, prosperava più che Marsiglia finchè le alluvioni non la separarono dal mare. Raimondo di Tolosa che n’era signore, donò ai Genovesi casa e fondaco in Sant’Egidio, una strada di Arles, il castello di Torbìa, la metà di Nizza, parte di Marsiglia, metà delle dogane, e il commercio esclusivo ne’ suoi porti. Sulle popolose fiere di Sciampagna, Genova spacciava le droghe e raccoglieva lane[302]. Case avea pure sulle coste dell’Oceano, del Belgio, dell’Inghilterra; e documenti del 1316 e 35 attestano che portava mercanzie, e specialmente allume, in quell’isola: così colla Spagna, a malgrado de’ Catalani, i soli che in mare reggessero a concorrenza co’ nostri; e dall’Andalusia traeva frutti, da Siviglia biade, olio, liquori, dalla Castiglia piombo, lane, allume, dalla Catalogna vino, frumento, sparto da tessere stuoje. Fin dal 1236 facea trattati coi Barbareschi della costa africana per garantire i naufraghi e proteggere il proprio commercio; teneva una cancelleria di lingua arabica per agevolare le corrispondenze con quel litorale, e nel 1274 fu assoldato Asmeto di Tunisi perchè insegnasse il parlar arabo[303]. Tunisi era il suo scalo primario, come per l’Europa occidentale Nîmes, Aiguesmortes, Majorca.
Ne’ porti di Marocco e dell’Andalusìa rinfrescavano le navi prima di uscire nell’Oceano per calarsi fino al capo Non, o salire alle rade belgiche o britanne[304].Dal Baltico le nostre bandiere erano escluse dalla lega Anseatica, gelosa di conservare il monopolio delle derrate di Russia: le tele, i merletti, l’acciajo, il salnitro, i fornimenti di cavalli, le mercerie di Germania andavano a caricare sul Reno, per deporle ne’ magazzini di Bruges e d’Anversa. Al tempo della guerra di Chioggia un ammiraglio veneto nelle acque di Rodi diede la caccia ad un naviglio genovese carico di mussoline, drappi di seta, d’oro e d’argento, del valsente di quindicimila ducati; un altro prese due navi catalane, cariche per conto di Genovesi, delle quali l’una portava per ventimila ducati veneti, l’altra per quarantamila.
Genova dunque teneva le tre grandi vie del commercio dell’Asia centrale e dell’India; di cui la prima sboccava al mar Nero pel Caspio e il Volga; la seconda a Lajazzo, l’antica Isso, pel golfo Persico, Aleppo e l’Armenia; la terza ad Alessandria pel mar Rosso e l’Egitto; e per quelle cambiava le seterie della Cina, le spezie, i legni tintorj, il cotone, le gemme dell’India, i profumi dell’Arabia, i tessuti di Damasco, i panni di Tarso, lo zuccaro, il rame, le tinture di Levante, l’oro e le piume dell’Africa interna, le pelli, il canape, il catrame, il caviale, il pelo di castoro, le antenne, i legni di costruzione dell’Europa settentrionale, i grani di Tunisi, della Sicilia, della Lombardia, cogli olj, i vini, i frutti secchi delle Riviere, con armi di lusso, coi coralli lavorati a Genova, colle tele di Sciampagna, con lacca, piombo, stagno d’Inghilterra, coi prodotti insomma di tutta Europa. Aveano (dice press’a poco il Serra) traffico e dominio in tutta la Liguria marittimada Corvo a Monaco, e nell’isola di Corsica: provvedevano di sale i Lucchesi; la parte occidentale della Sardegna riceveva le loro leggi o quelle de’ principi loro amici; visitavano Civitavecchia e Corneto, emporj di vettovaglie nello Stato ecclesiastico; nel Regno, lor principale abitazione dopo Napoli era Gaeta; e se non vennero a capo de’ loro disegni sopra la Sicilia, furono sempre in gran numero a Messina, Palermo, Alciata. Nel mare orientale d’Italia frequentarono Manfredonia, Ancona, e negli intervalli di pace anco Venezia. In Ispagna, i conti Berengarj di Catalogna divisero seco la città di Tortosa; i re di Castiglia, quella d’Almeria, e poichè ebbero perdute od alienate ambedue, onorevoli convenzioni tanto co’ regni cristiani della Spagna, quanto co’ Mori aprirono loro tutti i porti marittimi e i mercati mediterranei della ricca penisola. Ne’ Paesi Bassi, Bruges poi Anversa accolsero onorevolmente le loro compagnie, le quali non solo v’accumulavano roba, ma l’avviavano ancora in Danimarca, Svezia, Inghilterra, Russia, Germania: i loro navigli entravano nel Reno carichi di merci orientali.
L’Egitto era più frequentato dai Veneziani; tuttavolta i Genovesi non lasciavano di far mercato in Alessandria, in Rosetta, in Damiata, di stabilirsi anche al Gran Cairo, e di stringere paci favorevoli con que’ soldani. Nel Levante la colonia di Pera soprantendeva mediante i suoi magistrati alle parti meno distanti, quella di Caffa alle più lontane. Sotto la prima erano la marca de’ Zaccaria, la Focide de’ Gattilussi, l’Acaja de’ Centeri, un tempo la Canea in Candia, poi molte isole e porti nell’Arcipelago, Famagosta e Limisso con altri luoghi in Cipro, Cassandria, Ainos, Salonichi, la Cavalla nella Macedonia, Sofia, Nicopoli e altre in Bulgaria, Suczava in Moldavia, Smirne e Fochia vecchia e nuova nell’Asia Minore, Altoluogo e Setalia ne’ Turchi, Kars, Sisi, Tarso,Lajazzo nelle due Armenie, e finalmente Eraclea, Sinope, Castrice ed Ackerman nel mar Nero. Dipendeano dal governo di Caffa i possessi di Gazarìa, Taman colla sua penisola, Copa in Circassia, Totatis in Mingrelia, Kubatscka nel Daghestan, il castello vicino a Trebisonda, il fondaco in Sebastopoli, il gran mercato della Tana, e tutte le carovane indirizzate verso il settentrione ed il centro dell’Asia. Il consolato di Tauris in Persia, forse indipendente dagli altri, dovea promovere e reggere il traffico dell’Asia meridionale; ove il provvedimento più notabile era, che i mercatanti genovesi non facessero società con forestieri.
Principalmente l’Inghilterra tenevasi legata co’ Genovesi, e i più bellicosi suoi re Edoardo III ed Enrico V ne mostrarono speciale benevolenza, adoprandoli in luminosi impieghi, rifacendoli delle offese dei corsari. Enrico VI avea proibito d’asportare le lane d’Inghilterra e Irlanda se non per Calais, città francese allora acquistata all’Inghilterra, e ch’egli voleva ingrazianire con tal privilegio; ma ne tenne eccettuati i mercanti genovesi, veneti e fiorentini. Quando si sottopose ai re di Francia, Genova si trovò chiusa quell’isola, nemica a questi; pure vi mandò ambasciadore Giovanni Serra, il quale vide le contese fra gli York e i Lancaster, e ammesso all’udienza, sì bene esaltò la pace e i vantaggi del commercio fra le nazioni colte, e la benevolenza dell’Inghilterra verso Genova, che i grandi proruppero in applausi, e il re volle fosse scritto quel discorso, e messo come proemio della nuova pace, dove ai Genovesi concedeva d’approdare con fattori e servigiali, purchè francesi non fossero, e d’introdurre ed estrarre mercanzie colle antiche norme, purchè nè di forze nè di consigli sovvenissero ai nemici d’Inghilterra, come questa farebbe coi nemici di Genova. Presto quel regno, secondo i meschini concetti d’allora, credendo prosperareil proprio col restringere il commercio altrui, vietò di asportar lane o d’importare seterie; eppure le cinture di Genova rimasero eccettuate, e pei panni fu mestieri cercare il guado dai Genovesi.
Accuratissima politica si voleva per reggere in pace con nazioni di così varia civiltà eppur farsi rispettare; e vedemmo come i Genovesi destreggiassero in faccia ai Musulmani. Sulle coste di Barberia le frequenti mutazioni di dinastie o di tribù dominanti sospendeano le buone relazioni, ma tutti s’affrettavano a rannodarle. Si parve sul punto d’aprir guerra con essi allorchè Filippo Doria ammiraglio prese e saccheggiò Tripoli, portandone via settemila schiavi e un milione ottocentomila fiorini d’oro, poi la vendette a un Saracino; ma il Governo genovese dichiarossi estraneo a quel fatto, e lo disapprovò.
Fortunata Genova se di tanta prosperità avesse saputo vantaggiare! Ma incessanti accozzaglie interne toglievano di provvedere con saviezza al commercio; non per pubblica utilità, ma per emulazione di parti si cresceva il debito pubblico, e l’uffizio di San Giorgio, che dovea porvi rimedio, diveniva anzi una comodità a crescerlo: siccome incontra nelle gravi malattie che i medicamenti riescano pregiudicevoli. Pure quel banco attestava che la parte più sana dell’irrequietissima repubblica furono sempre i negozianti, rimanendo esso una delle più notevoli istituzioni finanziarie del medioevo; oltre rendere servigi eminenti allo Stato, potè accomodare nazionali e stranieri, privati e principi; da papi e imperatori ne erano confermati i privilegi, che ogni senatore entrando in carica giurava mantenere; gli otto protettori delle compere erano sempre dei cittadini migliori, troppo importando godessero ottima reputazione coloro a cui e nazionali e stranieri affidavano le proprie fortune; davano parere in tutte ledisposizioni di governo e di utilità comune, allestivano navi per conto del banco, conquistavano e governavano, quanto fino ai dì nostri la compagnia delle Indie, e ad essi furono cedute le colonie di Levante e la Corsica.
Il sinistrare degli stabilimenti di Levante nocque tanto più a Genova, perchè le sue riviere non bastavano a provvederla di marinaj. Altre nazioni entrarono seco in gara di mercati, e fu tutto a scapito di essa l’incremento di Firenze. Pure molti profitti facevano ancora i Genovesi: Bartolomeo Pellegrini coll’allume e col mastice divenne il mercante più poderoso in Levante, e Bajazet I l’accettò mallevadore per riscatto del conte di Nevers e di ventiquattro altri signori francesi, rimasti prigioni nella battaglia di Nicopoli[305]; Antonio Sauli sull’appalto del sale in Genova e in Lucca talmente lucrò, che potè a Carlo VIII prestare novantacinquemila scudi d’oro; i suoi discendenti fabbricarono la magnifica chiesa e il ponte di Carignano.
Venezia, dopo l’infausta guerra coi Genovesi, avea dovuto umiliarsi a un trattato, che per tredici anni le proibiva di penetrare con navi armate nello stretto dei Dardanelli, per modo che vedevasi quasi intercise le vie del commercio per l’Alta Asia e i paesi del Caucaso: ma presto si tolse di sotto il rasojo, e l’ammiraglio Giustiniani, assalita Costantinopoli, ottenne nuovi privilegi. Ai Genovesi fu apposto di essere rimasti indifferenti spettatori di quella lotta, sebbene l’imperatore avessero lusingato di soccorsi: in realtà essi pensarono trar partito dal terrore di questo, e gli fecero veduto che, per metterli in grado d’ajutarlo efficacemente in nuovi frangenti, era d’uopo conceder loro maggiore estensione di territorio. Un atto di delimitazione del 1303 ed un trattato del 1304 ampliarono di fatto i privilegidella colonia di Gàlata, situata così da comandare il passaggio al mar Nero; e la dogana de’ Dardanelli fruttava all’impero greco trentamila pezzi d’oro, ducento settantamila ai Genovesi.
Questi diedero mano all’imperatore contro gli avventurieri Catalani, i quali osarono fin assalire la capitale e piantarsi a Gallipoli, dond’essi riuscirono a snidarli: lo sorressero pure contro i Turchi, che si faceano sempre più vicini. L’incessante squarciarsi di Genova pregiudicava anche allo stabilimento di Gàlata, le guerre impedivano d’approvvigionarla, e fu volta che i Ghibellini fecero intesa coi Turchi per sinistrare quei loro compatrioti.
Sempre aveano Veneziani e Genovesi gareggiato a chi ottenesse maggiori privilegi dall’imperatore di Costantinopoli, perciò palpeggiando e favorendo ora un competitore or l’altro. Venezia non faceva che rinnovare i trattati precedenti, che col nome di tregue duravano cinque o dieci anni[306]: ma i Genovesi, padroni di Gàlata a fianco di Costantinopoli, aveano mezzo di farsi rispettare; onde ogni nuovo trattato fruttava una concessione nuova. In quello del 1382 stipularono non essere tenuti a servire in armi l’impero greco, nè tampoco per recuperare fortezze prese o assediate dai Turchi; volendo con questa neutralità sfuggire l’inimicizia di que’ nuovi potenti.
Ad Enrico Dandolo doge e storico di Venezia fanno gloria di aver riaperto l’Egitto con un’ambasciata spedita a quel soldano, offrendosi mediatore di una discordia suscitatasi coi Tartari. I Veneziani s’impancarono principalmente ad Alessandria, ove le merci dell’India giungeano sui camelli traversando il dosso che divide il golfo Arabico dal Nilo, un cui canale agevolavale comunicazioni col mar Rosso e col Cairo. A questo annue carovane dall’Africa interna portavano gomme, denti d’elefante, tamarindi, papagalli, penne di struzzo, polvere d’oro, Negri: di là partiva quella per le città sante d’Arabia, e l’altra pel monte Sinai, occasioni di utili permute: colle carovane molti Europei attraversavano l’Egitto; ma i negozianti che afferrassero ad Alessandria, erano tenuti ben d’occhio, levate le vele e il timone delle navi, registrati i nomi. I Mamelucchi, unica entrata avendo le gabelle, favorivano i Veneti; e di rimpatto ne riceveano ogni riguardo: ma venivano urti? ecco i nostri apparir sulle coste in minaccioso apparato, come oggi costuma l’Inghilterra.
Dispensati dalla scomunica contro chi portasse ai nemici della fede legname da costruzione, grani ed armi, i Veneziani continuarono sempre regolari comunicazioni coi Musulmani, tenendo console ad Alessandria, banchi nella Siria, trattati coi Barbareschi[307]. Dai quali anche altri de’ nostri ottennero privilegi e franchigie; i Pisani dal bey di Tunisi ebbero l’isola di Tabarca, dove pescare il corallo, e altri mandritti dall’imperatore di Marocco.
Anche in Armenia soli i Veneziani introducevano i camelotti ed estraevano il pelo delle capre d’Angora, con esenzione da gabelle, magistrati proprj, assoluta franchigia per le merci che, tratte da Tauris e dalla Persia, traversavano il paese. Di questo tragitto profittava Trebisonda per popolarsi di numerose colonie, trafficanti di spezierie. I Veneziani v’ebbero un quartiere con propria giurisdizione, donde spingeansi alla Persiae alla Mesopotamia, privilegiati di libero passo, e di banchi per giro di cambj e traffico di vino.
Crebbero poi di stabilimenti sulle coste della Grecia, nella Propontide, a Adrianopoli, in buona parte del Peloponneso, e in molte isole e porti della Morea sin in fondo all’Adriatico; a loro cittadini investivano come feudo le isole di Lenno, Scopelo, quasi tutte le Cicladi; acquistarono Negroponte; s’interposero con vantaggio nelle discordie domestiche degl’imperatori bisantini, e di questi coi Genovesi di Gàlata. Ma l’antica preponderanza nel mar Nero più non recuperarono, e per avervi accesso patteggiavano cogli Stati in riva al Danubio il dritto di traversarli, talchè il commercio colla Germania, coll’Ungheria, colla Polonia, colla Russia, le alleanze coi Bulgari e coi Danubiani fino alla Tauride, gli scali in tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Fiandra, in Inghilterra, insomma da Astrakan fino all’Africa interiore, offrivano rilevantissimi guadagni, a ristoro del popolo, al quale, dopo la metà del secoloXIV, restava privilegio il commercio, escludendone i nobili, di cui invece era privilegio il governo.
Dappertutto mantenevansi consoli o balii che assicurassero rispetto alla patria, e protezione e pronta giustizia ai concittadini. Quel di Costantinopoli, che era insieme internunzio della repubblica, giudice de’ Veneziani e ispettore del commercio, portava i calzari scarlatti come l’imperatore, usciva colle guardie, esercitava piena giurisdizione sulla colonia, e dopo presa quella città dai Turchi tenne in protezione altre genti, massime Armeni ed Ebrei.
Il doge Renieri Zen fece da Nicolò Quirini, Piero Badoer e Marco Dandolo compilare un codice di navigazione e commercio (Statuta et ordinamenta super navibus et lignis aliis) con egregi provvedimenti, semplicità, esattezza e brevità imitabili; prescrivendoil modo degli armamenti, il giuramento de’ marinaj, i doveri de’ patroni o de’ consoli, il carico, le provvigioni, il prezzo del tragitto, e le armi e bandiere; tipo di tutta la legislazione marittima. Era prefinito il numero delle navi e delle persone, quando prendere il mare, dove sbarcare, quali e quante merci trasportare nell’andata e nel ritorno. Gli oggetti da cambiare con merci asiatiche, non doveano tasse, o moderatissime.
Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi del doge Mocenigo (Cap.CXV); donde ci apparve come, uscente ilXIIIsecolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate, e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104 sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo, poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo bene stare.
Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname: ristretti poi que’ possedimenti, esovratutto dopochè i Turchi occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’ proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.
Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili, le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti; lo che funotevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare, per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi, il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la sete dell’oro»[310].
Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi in giro ogni anno venti o trenta galeedel traffico, capaci di mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani, pelli, cui dal Caspio, dal Volga,dal Tanai recavano Russi e Tartari. L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta, a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola «porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero, destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia. La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno, e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli, Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento, frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi, panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia, toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.
Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia, ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III, dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per la foggia dell’anno.
I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’ legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro, diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli, contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi, oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi, quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.
L’inglese colonnello Cooper assicurava che fin oggi gli Asiatici dal Mediterraneo alla Cina non conoscono altra moneta che lo zecchino veneto, nel Yemen è tenuto in gran conto, e gli sceichi ne fondono per formarne piccole monete, o ne conservano entro vasi di vetro, laonde a Bruce domandarono se soli i Veneziani possedessero miniere d’oro in Europa, e supponeano conoscessero la pietra filosofale. Il qual Bruce, che al fine del secolo passato spingevasi alla estremità dell’Asia e dell’Africa, nel Thama arabico sovra Moka sentiva i nomi dipeso, rotolo, cantara, dramma, oncia,e ripetuti sull’opposto lido africano a Massuah; prova delle relazioni cogl’Italiani, del cui linguaggio è principalmente composto quel parlarefranco, che fin oggi ha corso sul litorale di tutto il Mediterraneo.
Or ci si spiega bene la sontuosità del più magnifico corso del mondo, il Canal Grande. Andrea Vendramin, che nel 1476 fu il primo doge di Venezia non nobile dopo la serrata, era ricco di censessantamila ducati; liberale, di gran parentela, ebbe tre maschi e sei figlie, che maritò con cinque in settemila ducati, mentre la dote legale era di duemila, ma diceva non badare a spesa onde aver generi a suo modo; fu gran mercante in gioventù, e di compagnia col fratello facea carico d’una galea e mezzo in due per Alessandria, e vantaggiò. Quando nel 1499 fallirono i Garzoni, molti ripeteano i loro fondi dal banco Lipomano per più di trecentomila ducati; onde, sebbene la Signoria l’ajutasse di qualche somma, dovette fallire. «È peggior nuova el falimento de questi due banchi, che se fosse perso Brescia». Lo sgomento fu per far gittare a terra i banchi Pisan e Augustini; se non che la Signoria mandò de’ savj che assicurassero sarebber tutti pagati. I Lipomani dovettero rassegnare i loro libri, dai quali appare che una casa dominicale valutavasi da tremiladucati; duemila una a Murano; milleduecento un mulino; e avevano in argenti e gioje per seimila ducati, e ottomila in un cappello di perle e gioje[312].
Tutt’occhi dovevano dunque essere i Veneziani onde mantenersi questi vantaggi, e vi adoperavano buoni mezzi e cattivi. La gelosia li faceva duri coi mercanti forestieri, imponendo doppie gabelle, ritardando la giustizia, escludendoli dalle comandite; pretesero che i sudditi comprassero lane, cotoni, seta, zuccari, saponi soltanto dalla dominante, non rizzassero manifatture fuor della dogana, nè usassero o spedissero merci se non passate per Venezia; talchè, per esempio, Verona dovea mandarvi i panni, che poi la traversavano di nuovo onde dirigersi alla Germania.
Convien dire che i lucri fossero grassi, se i forestieri non badavano agl’impacci; avvegnachè in Venezia troviamo corporazioni d’ogni paese; nella chiesa de’ Frari avevano altare i Milanesi, un altro i Fiorentini, lavoro del Donatello; i Lucchesi una chiesa vicino ai Servi, i Tedeschi e i Turchi fondachi che ancor ne serbano il nome, come la piazza dei Mori, la ruga di Julfa degli Armeni; oltre i Greci che v’ebbero sempre congregazione religiosa. Ciascuna nazione potea regolarsi a leggi proprie; alcuni paesi vi godeano privilegio di qualche arte, Bergamaschi i fornaj, Friulani anch’essi fornaj del pane altrui e sartori e facchini, muratori i Bellunesi, Valtellini gli osti e i facchini pel commercio.
Caduta Costantinopoli ai Turchi, Venezia e Genova dall’eccidio dei loro cittadini, dal saccheggio dei fondachi, dalla successiva distruzione de’ loro stabilimenti, dalle umiliazioni, a prezzo delle quali soltanto ottennero una tolleranza precaria e quasi vergognosa, conobbero la gravezza d’una perdita che con provvidenzae lealtà maggiore avrebbero potuto impedire o ritardare. Non restarono però snidati dall’Oriente, attesochè gli emiri musulmani, stabilitisi lungo la costa settentrionale e orientale dell’Africa e sui golfi Arabico e Persico, non avevano fatto causa comune coi loro fratelli di Siria, nè perciò nimicavano i Cristiani, che poterono continuarvi i traffici.
Anche il soldano d’Egitto divenne più inchinevole agli Europei, e col doge de’ Veneziani Pasquale Malipiero, «possente, e il più apprezzato e onorato fra quei che adorano la Croce, colonna di tutti i Cristiani, amico de’ soldani ed emiri dell’islam», conchiuse un trattato di commercio, consentendo ai Veneziani il monopolio di molte merci, non però del pepe; e donò all’ambasciatore una veste lavorata alla moresca e foderata di pelliccie, e alla Signoria i regali consistenti in trenta rotoli di benzoino, venti di aloe, due paja di tappeti, un ampollino di balsamo, quindici bossoletti di teriaca, quattordici pani di zuccaro di Moka, cinque scatole di zuccari canditi, un cornetto di zibetto, venti pezzi di porcellana.
Le contingenze duravano ancora favorevoli ai traffici dei Veneziani: perocchè i Ragusei correvano molto l’Adriatico, ma poco uscivano da quello, nè d’altro che di derrate trafficavano[313]; la Grecia era caduta sotto la scimitarra turca; a Napoli e Sicilia sarebbe tornata necessaria una flotta per mantenere comunicazioni coll’Aragona e colla Provenza, eppur l’aveano appena bastante alle reciproche guerre, e le vediamo valersi sempre delle genovesi, come faceano spesso Francia eInghilterra, le quali nè l’Olanda non accennavano ancora alla futura grandezza; era un portento se qualche bandiera settentrionale comparisse nelle acque nostre; soli i Catalani veleggiavano il Mediterraneo come l’Oceano.
Però Venezia e Genova erano le principali, non le sole commercianti d’Italia. Amalfi più non rigalleggiò: ma Napoli trafficava nelle variatissime sue produzioni con Costantinopoli, col mar Nero, con Marsiglia; Trani era un vasto emporio di merci asiatiche; Gaeta estendeva relazioni colla Barberia, dove sin dal 1125 teneva un console; la Sicilia colla Catalogna e colla Spagna orientale. In Messina e Palermo affluivano mercanzie di tutti i paesi; ed oltre le relazioni col regno di Napoli e col resto d’Italia, consolidate per mezzo di trattati, con Genova nel 1292, con Pisa nel 1316, con Venezia nel 1365, uno del 1331 con Narbona prova il suo commercio colla Francia, oltre Spagna, Fiandra, Inghilterra, le coste di Barberia, l’Egitto, la Siria, la Morea, Cipro, Rodi, Costantinopoli. Ancona, fiorente per industria, scala al commercio di Firenze coll’Oriente, mandava navi proprie a Costantinopoli, a Cipro, in Barberia, e corrispose con molte città d’Europa; con Genova aveva un trattato fin dal 1276; ma la postura sua la teneva dipendente da Venezia, che poi la sopraffece. Corsica e Sardegna, sì a lungo disputate fra i Pisani, i Genovesi e i re d’Aragona, asportavano i proprj prodotti; e quando la Sardegna passò all’Aragona, strinse maggiori relazioni colla Catalogna.
Anche città mediterranee spedivano per varj paesi d’Occidente, acquistandovi privilegi non per forza ed astuzia, ma per superiorità d’intelligenza. Asti, che di settantamila abitanti popolava il piccolo territorio, aveva negozianti in Francia e ne’ Paesi Bassi, una colonia ad Alessandria d’Egitto; e postasi a prestar denaro in Francia, vi applicò tanti capitali, che avendovi quel refatto arrestare tutti i banchieri astigiani, cinquanta trovaronsi possedere oltre ottocentomila lire di capitale, che si ragguaglierebbe a ventisette milioni[314].
Il Po serviva agl’interni ricambj e per esso fioriva Ferrara, che copiosa di ogni bene, dalle città vicine e dal mare traeva abbondanza di vettovaglie. Per le bocche del Po (narra un cronista) vi arrivavano navi di carico, piene fin al sommo dell’albero di mercanzie d’ogni lido; senza che andasse a Ravenna od a Venezia a cercare quel che le fosse mestieri, ogni anno nel prato comune presso a Po si tenevano due fiere, cui dall’Italia e dalla Gallia moltissimi concorrevano, e tutti guadagnavano mercatando. Sì lauto poi era il fisco, che, soddisfatto ad ogni spesa del Comune, rimaneva che spartire fra i cittadini in ragione del censo. Questa larghezza andò guasta allorchè i Veneziani, aggiudicandosi la padronanza assoluta del Mediterraneo, chiusero le foci di quel fiume, cagione di tanti dissidj. Comacchio avea cominciate lefabbriche del pesce, per cui ora ottantamila pesi d’anguilla escono marinati da quelle valli.
I Pisani, elevatisi a paro de’ Veneziani e Genovesi per industria manifatturiera, per navigazione e commercio, dopo la funesta battaglia della Meloria nel 1284 più non fecero che declinare; la perdita di Terrasanta diradò le loro corrispondenze nella Siria, nè aveano possibilità di sostenere nel mar Maggiore una concorrenza, a cui furono costretti rinunziare col trattato del 1299; il porto che possedevano alla foce del Tanai, cadde probabilmente a’ loro nemici, e infine fu sfasciato dai Tartari. Andate a male le colonie donde traevano legname da costruzione e materie di baratti pel commercio esterno, costretti cedere a Genova laCorsica e la Sardegna, non restarono padroni che delle maremme tuttora abbastanza ubertose, e dell’isola d’Elba importante per ferro. Questa nel 1290 era stata occupata dai Genovesi; poi mercanti pisani la ricuperarono nel 1309 per cinquantaseimila fiorini, e ne traevano vena dalla miniera di Rio.
Nella guerra contro Genova era stato distrutto il Porto Pisano alla foce dell’Arno; onde ridotta quasi alla sola rada di Livorno, esposta a’ nemici, Pisa fece costruire una torre per difenderla, e proteggere la navigazione. Di là continuava relazioni colla Sicilia, con Cipro, colla Barberia; ma non le bastava marina militare per proteggere stabilimenti lontani, nè assicurare gli armatori contro de’ nemici e de’ pirati. Firenze poscia la soggiogò, e per nulla rispettando le memorie d’uno splendore, di un’industria e di una perizia marittima, che formavano uno de’ migliori vanti della Toscana, ne sviò le manifatture e il commercio in grosso.
Già ci è apparsa la commerciale operosità dei Fiorentini. Buon’ora essi erano penetrati nell’Ungheria, le cui miniere d’oro e d’argento s’aveano per le prime del mondo, e vi teneano case i Medici, i Portinari, i Boscoli, i Tosinghi, i Del Nero, i Del Bene, i Da Uzzano. Da Francesco Balducci Pegolotti, che prima del 1350 scriveva sugli usi e le regole da seguirsi dai mercanti nei viaggi[315], raccogliesi che essi Fiorentini stendevano le corrispondenze all’Inghilterra, al Marocco, a tutto il Levante; prendeano spesso in appalto le zecche, e alle inglesi da Edoardo I fu preposto un de’ Frescobaldi: un Bardi nel 1329 godeva le gabelle di tutto quel regno per due sterline il giorno, mentre nel 1282ne avevano reso ottomila quattrocentoundici (Hallam). A Bruges, dove non era permesso che un banco per ciascuna nazione forestiera, collegi distinti formavano i Genovesi, i Lucchesi, i Fiorentini, i Lombardi. Nel 1422 calcolavasi che in Firenze circolassero quattro milioni di fiorini: e delle lettere esterne di quella repubblica le più concernono commercio e mercadanti.
Le lungagne delle asportazioni per terra non le erano più sufficienti; e conoscendo che la navigazione offrirebbe un mezzo più economico per commerciare coll’Italia e coll’Europa meridionale, ed il solo praticabile co’ paesi più remoti, fin dal secolo xiii trattò con Pisa onde farla emporio delle mercanzie: e vedendosi contrariata, prese accordo colla repubblica di Siena, onde spedirle pel porto di Telamone; e a questo ricorreva ogniqualvolta si guastasse con Pisa (pag. 248). Della quale poscia insignoritasi, cercò chiamarvi con privilegi ed incoraggiamenti le navi straniere, prese a stipendio gli armatori lasciati liberi dalla decadenza del commercio genovese, legò nuove relazioni e avvantaggiò le antiche[316], istituì la magistratura dei consoli di mare, però da gran tempo conosciuti in Pisa.
In una carta del 1190 che contiene i privilegi del sintraco di Genova[317], Livorno appare già frequentatodai naviganti; e durante la guerra di Chioggia, Carlo Zeno vi ricoverò due volte la flotta veneta. Posto com’è fra porto Pisano e porto Telamone, poteva tener entrambi in soggezione; ma non acquistò importanza che al cadere di Pisa, e i Fiorentini, compratolo dai Genovesi nel 1421, lo privilegiarono in ogni modo. In quell’occasione rinnovarono il patto antico di caricare sopra navi genovesi le merci che traevano di ponente, ma poi cercarono sempre eluderlo, e infine lo abrasero nella pace fatta con Filippo Maria Visconti.
Per siffatta guisa, quantunque mediterranei, i Fiorentini ottennero i vantaggi del mare, e non vi avea città dell’Italia, Francia, Inghilterra, Fiandra, in cui essi non tenessero banchi e non mandassero fattori. Un console inglese risedette a Pisa, e con Enrico VII nel 1490 si pattuì che Fiorentini soli estraessero le lane da quell’isola, eccettuandone soltanto per seicento sacca i Veneziani; premio dell’avervi Lorenzo Medici rizzate molte manifatture di lana con artefici toscani. Un governo mediterraneo non doveva pensare a stabilire banchi e consolati sulle coste dell’Asia e dell’Africa; ma il privato interesse lo fece. Quando si cominciasse a trafficare direttamente col Levante, non consta: ma lacasa Bardi nel secoloXIVotteneva pe’ suoi agenti privilegi significanti in Cipro e nell’Armenia; poi si estese il commercio colle coste della Barberia, coll’Egitto, la Siria, Costantinopoli, l’Asia meridionale, e fino colla Cina traverso all’Alta Asia.
Firenze volle anche armar flotte e spedire periodici convogli pel mar Nero, l’Egitto, la Barberìa, la Spagna, la Fiandra, l’Inghilterra; ma non trovò che scapito, sicchè dopo il 1430 le abbandonò alla privata speculazione. Venezia, che era sempre stata l’amica di Firenze, ne ingelosì quando la vide crescer tanto, e istigò Pisa a scuoterne il giogo: di che Firenze si vendicò col secondare i disegni ostili di Maometto II contro i Veneziani. Ne venneuna velenosa ed attossicata lettera di Venezia,a cui un Fiorentino oppose uno scritto che, in mezzo a una colluvie d’ingiurie, contiene un quadro, esagerato forse, ma vivo del commercio della sua patria[318]. Vi figurano come principali negozianti i Medici, i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Corsini, i Falconieri, i Portinari, che avevano stabilimenti in tutte le tre parti del mondo aperte alla navigazione europea, cinquanta case in Levante, ventiquattro in Francia, trentasette nel Napoletano, nove a Roma, altre in Venezia, in Ispagna e Portogallo. Accertasi che Firenze fosse la prima a interdire in modo efficace il traffico degli schiavi e il somministrare munizioni di guerra a’ Musulmani.
Essendo si può dire concentrato in mano degl’Italiani tutto il commercio che poi fu suddiviso fra Turchi, Inglesi, Olandesi, Francesi, Russi, quanto lauti doveano essere i guadagni! Giovan Villani stima di cenventimila fiorini la rendita che col prestare erasi formata Taddeo Pepoli di Bologna. Nel 1338 un negoziante di Siria,essendo arrivato a Portercole con molte stoffe ad oro e senza, cinture, borse da sposa, frontelle, Coluccio Balardi le comprò per centoquindicimila fiorini, e in capo a un anno le ebbe quasi spacciate. Egli teneva banco a Parigi, e Giovanni Vanno pure toscano a Douvres e a Cantorberì[319]; e già vedemmo i Bardi e i Peruzzi fiorentini essere creditori sopra il re d’Inghilterra d’un milione e mezzo di zecchini, e di centomila zecchini ciascuno sopra il re di Sicilia. Dino Rapondi di Lucca (1350-1414), mercante in Francia, avea case a Mompellieri, a Bruges ed a Parigi; la prima era l’emporio del vasto suo traffico col mezzogiorno d’Europa e gli scali di Levante. Avea palazzo a Parigi meraviglioso; commerciava di banca, cambio, metalli preziosi; servì molto a Carlo VI e Giovanni Senza-paura, secondandoli nelle imprese e nei delitti.
A Siena (popolata di centomila abitanti prima che la peste la restringesse appena a tredicimila, e dove i diarj testimoniano che in un anno si fecero ottanta par di nozze nobili e cento di buone case) i Salimbeni adottarono per stemma la fortuna e il mottoPer non dormire; cavavano anche miniere d’argento e di rame nella maremma; nel 1337 fra sedici casate manteneano un camerlingo comune per amministrare le loro entrate, e per più anni a ciascun casato spartirono centomila zecchini. Un’imposta su quella città del due per mille onde pagare il conte Lando nel 1357, fruttò quarantamila zecchini: lo che manifesta un valore di venti milioni d’allora, rispondenti a ducento d’adesso.
Vuolsi che da commercio di carbone derivassero le smisurate ricchezze di Giovanni Medici, per le quali Cosmo suo figlio divenne il miglior negoziante di Europa.Di quale natura speculazioni fossero le sue s’ignora, ma ci si fa presumere lucrasse col commercio asiatico, coi prestiti e coi giri di banco[320]: e dicesi che quella casa occupasse trentamila persone in traffici e manifatture. Cosmo spese da quattrocentomila zecchini in chiese ed opere pubbliche. Lorenzo fu in procinto di capolevare, a malgrado del lauto suo commercio, per le insensate prodigalità de’ suoi fattori, i quali affettavano di fare il largo e il magno come il loro padrone; laonde sodò grossi capitali in possessi stabili, rompendo molti fili del commercio fiorentino.
Ma era sullo scocco l’ora che gl’Italiani cesserebbero d’essere unici fattori del commercio. Le manifatture che ne’ paesi esteri noi stabilivamo, per quanta gelosia vi si mettesse, servivano di scuola agli emuli. I Medici, invece di continuare a trarre la lana greggia dall’Inghilterra, la fecero filare e tessere colà; allorchè essi usurparono il dominio, i tanti fuoruscititi propagarono i lavorieri di fuori; quando poi Pietro ritirò gl’ingenti capitali d’in sul commercio, i Fiorentini non poterono più reggere la concorrenza de’ forestieri, che aveano anch’essi accumulato capitali, e imparato la magìa del credito. All’estendersi dell’industria cessavano i privilegi, fondati sull’inoperosità degli altri popoli, la gelosia dei quali ritorse contro noi le arti medesime che noi avevamo inventate contro di loro; e Ferdinando il Cattolico di Spagna impose un dieci per cento su quantoasporterebbero i Veneziani, i quali rimasero vittime del sistema esclusivo che essi avevano introdotto.
Danni più durevoli doveano venire dagl’incrementi della navigazione, dovuti ad Italiani.