Ora si va con motti e con iscedeA predicare; e pur che ben si rida,Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.
Ora si va con motti e con iscedeA predicare; e pur che ben si rida,Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.
Ora si va con motti e con iscede
A predicare; e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.
I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante scempiaggini di un Andrea vescovo di Firenze che mostrava in pulpito un granello di seme di rapa,poi se ne traeva di sotto la tunica una grossissima, e diceva: — Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì piccol seme trae sì gran frutto». Poi:O domini et dominæ, sit vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam[68].
Que’ modi erano certo men dignitosi, però più efficaci che non le esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza coraggio dei tempi d’oro. Ma se a persone semplici e credenti servivano d’edificazione, tornavano a scandalo dacchè vi si applicassero la critica e la negazione; e i predicatori usandone esageratamente, davano appiglio ad accuse, alla lor volta esagerate. Il fervore, non sempre disinteressato per certe devozioni nuove, come il rosario de’ Domenicani e lo scapolare de’ Carmeliti, faceva proclamarle quale rimedio sufficiente a tutti i peccati, i quali perdevano l’orrore quando annunziavasi così facile il redimerli, e ne veniva presunzione a chi le osservasse, e confidenza d’una buona morte dopo vita ribalda.
Giacomo, arcivescovo di Téramo poi di Firenze, scrisse varie opere, tra cui è rinomata una specie di romanzo col titoloConsolatio peccatorumoBelial: suppone che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l’ultimo, sostiene la sua causa con finezzadiabolica; pure ha decisione contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe, se non che Belial preferisce scegliere degli arbitri; e sono Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I passi più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne’ cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad ambe le parti captare trionfo.
Così la credulità univasi alla miscredenza per dare fomite alla corruttela, tanto più pericolosa, in quanto che «il maggior padre ad altra opera intendeva» (Petrarca). Gregorio XI aveva autorizzati i cardinali ad eleggergli il successore a semplice pluralità di voci, senza aspettare i fratelli assenti, per abbreviare al possibile la vacanza: e poichè di sedici radunati quattro soli erano italiani, il popolo di Roma, timoroso che l’eletto non tornasse ad Avignone, circondò il conclave d’armi schiamazzando — Lo volemo romano», toccando le campane a martello, e minacciando entrarvi di forza. Dopo tempestosissima discussione, questi, per ripiego e con riserve tacite o espresse d’una più libera elezione, diedero i voti (1378 9 aprile) a Bartolomeo Prignano di Napoli, arcivescovo di Bari; ma temendo che il popolo lo disgradisse perchè non romano, fu gridato dal terrazzo andassero a San Pietro e saprebbero chi era l’eletto. Il popolo intese che l’eletto fosse il cardinale di San Pietro, vecchione di casa Tebaldeschi; onde si cominciò a gridargli Viva e saccheggiarne il palazzo secondo l’usanza, e adorar lui, che invano ingegnavasi a far comprendere il vero. Di questo scompiglio s’avvantaggiarono gli altri cardinali per fuggire nelle varie fortezze e ne’ feudi; l’arcivescovo di Firenze presentò il Prignano ai pochi rimasti, con un sermone sul testoTalis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus;e questi sul testoTimor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebræ, cominciò a dissertare sulla dignità del posto e l’indegnità propria, finchè l’arcivescovo gli fece intendere si trattava ora solo di dichiarare se accettasse o no; ed egli disse di sì, e prese il nome di Urbano VI.
Uomo di dottrina e coscienza, ma severo, melanconico, colleroso, immoderato, avventatosi a riformare di colpo, vietò ai prelati d’usare a tavola più d’una pietanza, com’egli stesso ne dava l’esempio; minacciò non solo ai simoniaci, ma a chiunque di essi accettasse doni; proponeasi, con creare cardinali nuovi, togliere la prevalenza che da un secolo avevano i francesi; e ne’ concistori secreti li rabbuffava indiscretamente, ad uno dava sin dello sciocco, a un altro ch’era bugiardo come un calabrese. Queste sconvenienze, e il vedere ch’ei voleva fermamente tenerli a Roma, indisposero i cardinali; e la più parte separatisi da lui, protestarono l’elezione non essersi fatta liberamente, ma sotto la costrizione di un popolo tumultuante; e raccomandando la loro vita alla tutela di Bernardo di Sala, capo degli avventurieri guaschi e bretoni che aveano fatto sì rovinoso governo di Cesena, dichiarano non avere operato che per paura della morte; Urbano essere intruso, apostato e anticristo; e a Fondi eleggono papa (21 7bre) quel Roberto di Ginevra che come legato pontifizio avea data a ruba e strazio la Romagna, e che si chiamò Clemente VII. Urbano fu accettato in Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia e nel settentrione de’ Paesi Bassi; Clemente dalla regina di Napoli, da Francia, Scozia, Savoja, Portogallo, Lorena, Castiglia; gli altri paesi esitavano.
Urbano bandì contro del competitore una crociata colle indulgenze concesse a quelle contro gl’infedeli: ma la compagnia de’ Bretoni, soldata da Clemente, sidifilò sopra Roma, e fece macello de’ cittadini che sortirono per respingerla, ma non osò penetrare in città. Allora i Romani diedero addosso a quanti Francesi cherici o laici colsero in città; mentre gli Orsini e Francesco di Vico devoti a Clemente devastavano i contorni, e Pietro Rostaing dal Castel Sant’Angelo bombardava gli edifizj: una volta (1379) Silvestro di Buda, capitano de’ Bretoni, sorprende i nobili adunati in Campidoglio e trucida sette banderesi, ducento ricchi, innumerevole popolo, poi di nuovo lascia la città.
Urbano solda Giovanni Acuto e Alberico da Barbiano, che secondato dai cittadini, sorte addosso ai nemici, e sconfittili e fatti prigioni i due capi, mena trionfo[69]; Castel Sant’Angelo si rende, e il papa a piè scalzi, seguito da tutta la popolazione, torna in Vaticano. Clemente allora ricovera a Napoli, ben accolto dai re; ma il popolo a tumulto lo respinge, sicchè fugge in Provenza, e postosi ad Avignone, moltiplica i cardinali, largheggia di aspettative, e sì poco contava sullo Stato pontifizio, che volle almeno punire i Romani e deprimere i feudatarj col costituirlo inregno d’Adriaa favore di Luigi I d’Angiò, al quale, per averlo partigiano, prodiga esorbitanti concessioni: tutta la decima in Francia, nel regno di Napoli, in Austria, in Portogallo, in Iscozia; metà delle entrate di Castiglia e d’Aragona, le spoglie de’ prelati che muojono, ogni censo biennale, ogni emolumento della camera apostolica; il papa obbligherà a prestiti gli ecclesiastici, darà in ipotecaAvignone, il contado Venesino ed altre terre della Chiesa; inoltre gli assegna per feudi Ancona e Benevento, e tutto giura sulla croce. Tale spreco facea dei beni di San Pietro nella fiducia d’esser liberato dall’antagonista; mentre Urbano, pien di sospetti, reggevasi con rigiri e sangue e torture, senza riguardo a dignità o danni de’ prelati e cardinali.
Accannito alla regina Giovanna I, contro di lei come signore sovrano del Reame e come scismatica sollecitò Luigi d’Ungheria, che affidò a Carlo di Durazzo l’incarico di punirla. Urbano spogliò chiese e altari per raccogliere ottantamila fiorini, che diede a Carlo, il quale in ricambio promise riconoscere il regno dal papa, e appena coronatone cedere il ducato di Durazzo a Francesco Batillo nipote di esso, e i principati di Capua e d’Amalfi. Vedemmo come la spedizione riuscisse: ma Carlo non pensava mantenere la parola, onde venne in piena rotta col papa, il quale assediato in Nocera, sparnazzava scomuniche scandalose e scandalosi decreti. I prelati sue creature s’erano concertati sul modo di terminare le stravaganze d’un pontefice che prolungava una guerra senza ragione, e farlo il mal arrivato; ma scopertili, Urbano non gliela soffrì impunita (1386), e messi in ceppi l’arcivescovo d’Aquila e sei cardinali, li trasse seco quando potè fuggire da Nocera; perchè il primo non potea cavalcare a paro cogli altri, il fece uccidere e abbandonare insepolto; giunto a Genova, e dicendosi circonvenuto da cospirazioni, malgrado le istanze del doge, fece buttar nel mare i cardinali, salvo un inglese reclamato dal suo re.
Qui comincia doppia serie di papi paralleli; ma qual era il vero? Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l’uno e per l’altro; prove in favore addussero questi e quelli, per modo che può mettersi fuor di quistione la buona fede d’entrambi i partiti.La Chiesa finora non ha proferito, benchè i nostri abbiano generalmente considerato per antipapi quei che sedettero oltremonte, e il nome d’alcuno di questi sia stato assunto da qualche papa successivo[70].
Per mezzo secolo fu partita la cristianità in due campi ostili, e tra pontefici che rimbalzavansi calunnie e taccia d’intruso e d’eretico. Come le nazioni, così erano divisi i cittadini, gli scolari d’un’Università, i monaci d’un convento; ogni giorno dispute, collisioni fin al sangue; due vescovi eletti dall’uno o dall’altro pontefice si contendevano la medesima sede, aborrivansi le messe degli uni o degli altri. I papi, per conservarsi partigiani, erano costretti a rassegnarsi a minaccia, a importunità, a dissimulare e simulare, intrigare, congiurare, promettere, concedere, guadagnar tempo, fingendo di desiderare una riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo. Le piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono esposte agli occhi di tutti, invelenite dalla collera de’ nemici non meno che dai ripicchi dei pontefici rivali. La santa Sede, scapitando nella venerazione, lasciava baldanza a’ principi di sminuirne l’autorità, ai dotti di chiamarla a severo e passionato esame: le satire contro di essa, che prima erano esercizio letterario, inteso, applaudito e dimenticato, acquistavano peso quando uscivano dalla bocca de’ pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione; indubbio entrava ne’ cuori più sinceri, l’indifferenza ne’ più generosi, la disperazione ne’ più robusti: la beffa trovava di che esercitarsi sulle cose sacre.
Urbano VI non depose mai il desiderio di restare arbitro del regno di Napoli, escludendo e Ladislao eLuigi d’Angiò per mettere in istato quel suo nipote che passava dal carcere alla reggia; intanto scomunicava di qua di là, e mandava bande a devastare. Fra sì deplorabili imprese, minacciato fin della vita dai Romani, miseramente morì (1389 18 8bre), e i quattordici cardinali della sua obbedienza elessero Pietro Tomacelli col nome di Bonifazio IX (5 9bre). Buon parlatore, buon grammatico, non sapea scrivere, nè cantare, nè i costumi della corte romana: onde non capiva di che si trattasse, sentenziava senza conoscenza, e palesava avidità. Sospendendo la folle guerra del suo predecessore, ricevette in grazia Ladislao, e avventò scomuniche ai fautori di Luigi d’Angiò, che scendeva favorito dall’altro papa.
A viva forza dovette occupar Roma e gli altri possedimenti ecclesiastici, straziati dalle fazioni e dalle bande, e colla violenza e i supplizj vi si sostenne. Urbano, accorciando l’intervallo del giubileo, lo bandì pel 1390, ma non v’accorsero che i popoli ubbidienti a Bonifazio, il quale mandò ne’ varj paesi a concedere l’indulgenza a chi pagasse tanto, quanto gli sarebbe costato il viaggio a Roma[71]. I collettori trassero insieme ingenti somme, ma Bonifazio sospettò alcuni d’averne distratte e li punì, altri furono trucidati dal popolo, altri s’uccisero da sè. Sotto quel manto vi fu chi andò trafficando di assoluzioni e dispense, non badando a pentimento o a riparazione o ad abjura; gli abusi fecero fremere i pii, e la prodigalità del papastesso in fatto d’indulgenze recò non lieve scredito a quel tesoro di grazie, di cui faceasi mercimonio; mentre la concessione di giubilei a chiese parziali scemava l’aurifero concorso de’ pellegrini a Roma, svogliati anche dalle bande di Bernardo di Sala, che professavasi fedele a papa Clemente per ispogliare i dissenzienti.
I Colonna tramarono per togliere al papa la signoria temporale di Roma, invasero la città, ma non furono secondati: trentuno de’ loro masnadieri finirono sul patibolo; Bonifazio avventò contro i Colonna una lunga bolla, dove ne enumera i delitti fin dal tempo di Bonifazio VIII. Anche i Gaetani di Fondi circondavano con bande la città, spogliando i pellegrini che andavano al nuovo giubileo del 1400. E il papa facea denaro con concedere grazie, aspettative, cumuli di benefizj; poi ad un tratto le abolì tutte, ma per aver pretesto a nuove concessioni con guadagno nuovo.
A vicenda i cardinali di Clemente VII a questo diedero successore Pier di Luna aragonese (1394 28 7bre), detto Benedetto XIII, uomo d’astuta ambizione, ed egli, come l’altro, per procacciarsi partigiani scialacquava privilegi, conniveva a traviamenti e usurpazioni, spogliava il basso clero, sicchè i curati erano fin ridotti a mendicare, mentre l’alto riservavasi le migliori grazie e le commende e i benefizj, dandoli in appalto a persone dappoco.
La Chiesa talmente scaduta, sentivasi impotente a ricomporsi da se stessa; e principi, università, giureconsulti, teologi disputavano sui mezzi di ripristinarne l’unità. Il più ovvio sarebbe stato un concilio generale: ma poichè il convocarlo riguardavasi da secoli come attribuzione del papa, a qual dei due spettava? Si dovette ripiegare con sinodi particolari; il re di Francia ne raccolse due, per cui decisione egli mandò a tenere assediato più di quattro anni nel palazzo d’AvignoneBenedetto XII, sinchè non fosse ripristinata l’unione: ma questi trovò modo a fuggire (1403), e per la persecuzione crebbe di partigiani, ed ebbe dalla sua non solo il pio Vincenzo Ferreri, ma i due lumi dell’Università parigina, l’eloquente Clemengis ed il cancelliere Pietro d’Ailly.
Morto Bonifazio IX (1404 1 8bre), il popolo di Roma, diretto dai Colonna e dai Savelli, gridòViva la libertà;e il conclave di non più che nove cardinali elesse Innocenzo VII, già Cosma Meliorati, valente canonista, abile agli affari, intemerato di costumi. Dovette conquistare la propria residenza ajutato da re Ladislao, ma con una capitolazione per cui lasciava a custodia del popolo tutti i ponti e le porte; il senatore sarebbe eletto dal papa ma sovra una tripla offerta dal popolo; i dieci della Camera amministrerebbero le rendite, eccettuato il quartiere del Vaticano. Però ogni giorno nuove pretensioni metteva innanzi il popolo, subillato dai Colonna e dai reggenti Ghibellini, tanto che Innocenzo proruppe: — V’ho concesso tutto; volete che vi dia anche la mia cappa?» E in fatto i tumulti raffittirono, i cardinali dovettero mettersi sotto la protezione d’un capitano di ventura Muscardo, fu trucidato un messo del papa, si combatteva accannito; ed essendo il papa fuggito a Viterbo, Ladislao ne profitta per impadronirsi di Roma.
Il papa fra breve morì (1406 6 9bre), e il veneziano Angelo Correr, detto Gregorio XII, anch’esso giurò prima (30 9bre), professò poi essere disposto ad abdicare tosto che il facesse anche Benedetto XIII: ma com’ebbe assaggiato il comando, se ne inebbriò; alla conferenza stabilita in Savona non comparve; e Benedetto, che era venuto fin a Genova, parve star dal canto della ragione.
Tredici cardinali si raccolsero a Livorno per industriarsi all’unione, protestando non riconoscere nessuno dei due competitori; e assumendo a dirigere gl’interessitemporali e spirituali della Chiesa, convocarono un concilio a Pisa (1409 25 marzo), intimando a ciascun papa venisse ad abdicare, se no procederebbero contro di esso. Ma se consentivasi al concilio l’autorità di deporre il pontefice, non era mutata in repubblicana la costituzione della Chiesa, da secoli monarchica? e a tale cambiamento erano acconci tempi di tanto scompiglio?
Ladislao di Napoli temeva un papa che potesse abolire l’indegna cessione dello Stato, a lui fatta da Gregorio XII, onde s’oppose al concilio di Pisa; i due papi non vi ascoltarono; Gregorio dichiarò apostati e blasfemi que’ cardinali, e intimò il sinodo a Udine; Benedetto l’aprì in Perpignano sua stanza; e così, oltre i due papi, v’ebbe tre concilj. Pensate quanto ne restasse dal fondo sovvertita la società! Morendo un vescovo, ciascun papa vuol dargli un successore, onde scismi diocesani; pretendono potere stronizzare i re, onde un nuovo fomite alla guerra intestina; e Napoli resta disputata fra Luigi d’Angiò e Carlo d’Ungheria, la Castiglia fra il duca di Leon e quello di Lancaster, l’Ungheria fra Carlo della Pace e Maria; il debole imperatore Venceslao lasciava cascarsi di mano le redini della Germania; l’Inghilterra straziava le proprie viscere fra le inimicizie delle case di Lancaster e di York; la Francia durava nella guerra centenne contro l’Inghilterra; nè voce risonava valevole ad imporre la pace. Intanto che nel mondo cristiano cessava l’unità che n’è l’essenza, Bajazet II granturco non solo stringeva Costantinopoli, ma aveva invaso l’Ungheria e la Polonia; e nuovi barbari, i Tartari sotto il terribile Tamerlano minacciavano all’Europa le devastazioni che aveano recate all’Asia.
Gli animi, sgomentati fin alla disperazione, si volgeano a Dio, da lui solo aspettando il termine a tanti guaj. Già nel 1260 vedemmo i Flagellanti diffondersi per Italia. Nel 1334 frà Venturino da Bergamo, «uomodi trentacinque anni, di piccola nazione e di non profonda scienza, ma tanto efficace e ardente ne’ suoi ragionamenti, che traendosi dietro più di diecimila Lombardi, la miglior parte nobili, non era luogo ove arrivasse che non fosse ricevuto a guisa d’uomo divino, e con tanto concorso di limosine, che per quindici dì che si fermò a Firenze, non fu quasi momento di tempo che in sulla piazza di Santa Maria Novella non si vedessono grandissime tavole apparecchiate ove mangiavano quattrocento o cinquecento uomini per volta» (Ammirato), andò ai perdoni di Roma co’ suoi, che portavano gonnella bianca fin a mezza gamba, di sopra un tabarrello perso fin al ginocchio, calze bianche, e stivali di corame fin a mezza gamba, in petto una palomba bianca coll’ulivo in bocca, nella man ritta il bordone, nella manca il rosario[72], e con non mai stanchevoli voci gridando pace e misericordia. Cresciuto forse a trentamila seguaci, e come profeta parlando de’ mali futuri, passò anche alla corte d’Avignone sperando grandi indulgenze; ma al papa sembrò scorgervi ambizione o leggerezza, e frà Venturino fu messo al tormento e in carcere: donde poi mosse colla crociata, e morì a Smirne.
Quella devozione andarina rinfervorò nel 1399, avendola la Madonna indicata in Irlanda ad un villano, come il miglior preservativo da pesti e guerre: onde in veste bianca, coperti di cappucci in modo che non distinguevansi donne da uomini se non per una croce rossa, si posero in via tre a tre, ognuno confessato, chiesto perdono agli offesi, perdonato agli offensori, restituito il maltolto. Così giravano per nove giorni almen tre chiese al giorno, e venendo in un paese, intonavano orazionie loStabat mater, poi treMiserereentrando in chiesa. Per quella novena faceano vita quaresimale, non dormendo in letto, non isvestendosi, molti andavano scalzi; finivano col mandare alle prossime città, invitandole per parte di Maria Vergine ad assumere la stessa devozione.
D’Irlanda varcarono in Inghilterra, in Francia, poi in Piemonte, e da una parte piegarono alla Lombardia, dall’altra in numero di cinquemila a Genova. I cittadini di questa s’avvolsero in lenzuoli, e il vecchio loro arcivescovo Del Fiesco a cavallo li condusse processionalmente, con dietro a coppia tutti gli abitanti, a visitar le chiese, i cimiteri, le reliquie della città e del contorno, e per nove giorni stettero chiuse le botteghe, sospesi gli affari, tutto émpito di timor di Dio. I più robusti o devoti scesero per la riviera di Levante, eccitando a fare altrettanto: da Lucca tremila cittadini, malgrado i divieti, uscirono ver Pescia, indi a Pistoja, donde quattromila li seguirono, e così i Pratesi e i Pisani, finchè giunsero a Firenze. Quivi quarantamila cittadini visitavano le chiese, preceduti dall’arcivescovo; toglievano di quello ch’era lor dato, e il soverchio distribuivano ai poveri; non cercavano essere adagiati in case o spedali, ma giacevano alla nuda aria; molti imprigionati per debiti furono prosciolti. Il vescovo di Fiesole sin ventimila se ne trasse dietro, per tutto facendo paci e concordie, restituzioni, prediche, miracoli[73]. A Milano«venne grandissimo numero d’uomini, donne, donzelle, garzoni, piccoli e grandi e d’ogni qualità, tutti scalzi, da capo a piedi coperti di lenzuoli bianchi, che a fatica mostravano la fronte; poi dietro a questi vi si adunarono tutti i popoli delle città e ville, dalle quali uscendo, per otto giorni continui visitavano tre chiese di villa, e spesse volte ad una di quelle faceano celebrare una messa in canto; per tutte le vie in croce che trovavano, si gettavano a terra gridando misericordia tre volte, e poi cantavanoPatereAve, e altri cantici composti da san Bernardo, o litanie o altre orazioni. Il popolo di ciascuna città o altro luogo, come veniva a quelle si separava, ed entrando dentro denunziava agli altri rimanenti che volessero pigliare il medesimo abito; di sorta che alcuna volta erano mille, alcuna millecinquecento. Si celebrarono infinite concordie e limosine, e molti si condussero a vera penitenza» (Corio).
In Padova per quei giorni non fu commessa disonestà nè rissa; e le processioni duravano dall’aurora fino alle due dopo nona, e se ne contarono tremilaseicento; poi radunati nel prato della Valle, diedero di sè meraviglioso spettacolo[74]. Da Bobbio altri si difilarono su Piacenza, e con loro tutti i valligiani della Trebbia, sicchè vi giunsero in più di settemila; poi a Firenzuola, a Borgo Sandonnino, a Parma, dove arrivarono conquaranta carri di donne, bambini, malati; di qui settemila partirono dietro al vescovo e ai gonfaloni delle confraternite. I Veneziani li respinsero, ma il duca d’Este gli ebbe accetti, e da Ferrara li menò a Belfiore. Il pontefice vi conobbe scandali e sozzure, dubitò fino che il loro capo pensasse farsi papa, onde li mandò a processo e al rogo.
Allora si moltiplicarono pertutto le confraternite, che con le foggie visitavano le chiese e accompagnavano il viatico; e furono principalmente diffuse dai santi Bernardino da Siena e Vincenzo Ferreri, il quale anche andava predicando il finimondo. Molti, presso al morire, faceansi porre le divise d’esse società, donde la devozione venne estesa fra i secolari. Tale incondita pietà diffuse anche la peste, che strage menò per Italia, e che funestò il giubileo.
Tutti inadeguati ripari agli scandali che sbranavano la Chiesa; poichè le riforme non venivano di là donde solo avrebbero potuto efficacemente. Null’ostante l’opposizione di re Ladislao, al concilio di Pisa comparvero ventiquattro cardinali, quattro patriarchi, ventisei arcivescovi, ottanta vescovi in persona, centodue per rappresentanti, ottantasei abati in persona, ducentodue per procuratori, quarantun priori, gli ambasciatori dei re, i deputati di oltre cento metropoli e cattedrali, delle Università di Parigi, Tolosa, Orléans, Angers, Montpellier, Bologna, Firenze, Vienna, Praga, Colonia, Oxford, Cambridge, Cracovia, trecento dottori di teologia e diritto canonico.
Non essendosi presentati i due papi Gregorio e Benedetto, il concilio si dichiarò ecumenico, e perciò giudice supremo di essi, e dopo parecchi tentativi di conciliazione, levata loro l’obbedienza come contumaci, li proferì scaduti e vacante il papato (1409 5 giugno); e radunato il conclave sotto la guardia del granmaestro de’ Giovanniti,sostituì Pietro Filargo (1409 26 giugno). Nato non si sa dove nè da chi, mendicava a Candia quando fu raccolto da un frate Minore, e per sapere ed abilità salì nel favore di Gian Galeazzo, che l’ebbe tra’ suoi consiglieri, poi vescovo di Vicenza, di Novara, indi arcivescovo di Milano e cardinale, infine papa (7 agosto) col nome d’Alessandro V, e chiuse il concilio. Teologo e predicatore, ma non leggista e canonista, male intendeva gli affari e cercava scaricarsene; per bontà cieca largheggiava benefizj e grazie abusive e stemperanti, non sapendo misurare la liberalità ai mezzi; e quando più nulla gli rimaneva, dava promesse: onde diceva: — Come vescovo fui ricco, povero come cardinale, pitocco come papa».
Lasciavasi raggirare a senno da Baldassarre Cossa napoletano, che in gioventù corse il mare come armatore; anche nel chericato conservò abitudini secolaresche, abilissimo negli affari, vigoroso di carattere, risoluto di sentenze. Ornato della porpora, fu spedito legato a Bologna, la quale ricuperò alla santa Sede, e anche Faenza e Forlì, che egli si tenne come signoria indipendente; e morto Alessandro dopo soli dieci mesi di regno (1410 17 maggio), gli succedette col nome di Giovanni XXIII. Costui, come avviene in tempi di partiti, fu accusato delle colpe non solo più gravi, ma più brutali; a cui basterebbe opporre il favore datogli dai Fiorentini, da Luigi d’Angiò, dal conclave stesso, che troppo aveva interesse a fare una scelta prudente; comunque siasi detto che egli ne acquistò i voti coll’artifizio e colla forza militare che spiegò in Bologna.
Essendo allora stata ritolta Roma a Ladislao, il papa vi fece l’entrata solennemente sotto la protezione dell’Angioino: ma bentosto Ladislao torna vincitore; Bologna caccia i rappresentanti del pontefice, e si dà al marchese di Ferrara. Ladislao però riconobbe il nuovo papa ordinando a Gregorio di uscire da’ suoi Stati, efinse rassegnarsi ai patti ch’egli stesso aveva imposti a Giovanni. Il concilio che erasi promesso, fu raccolto (1415) a Roma; ma se vi s’introduceano le questioni più urgenti, il cardinale Zabarella levavasi, con eloquenti ambagi sviando dal proposito: poi fu prorogato col pretesto della rinnovata nimistà di Ladislao, a cui il papa a fatica sfuggì, ricoverando in Firenze, che di malavoglia lo accolse.
L’impero vacillava tra l’inetto Venceslao deposto e il mal eletto Roberto palatino, morto il quale, gli furono dati due successori; tanto pareva che ogni cosa dovesse scompigliarsi collo scompiglio del papato. Alfine prevalse Sigismondo (1411), che, come re d’Ungheria, s’era mostrato crudele e perfido, ma insieme valoroso, oprante, indomito. Glorioso di allori côlti sopra i Turchi, si fisse in animo di ricondurre ad unità la Chiesa; corse Francia, Polonia, Spagna, Italia; e mentre il papa gli chiedeva soccorsi, esso lo stimolò a designare il luogo d’un nuovo concilio. Per quanto Giovanni lo disgradisse, dovette spedire legati a ciò, i quali indicarono Costanza, città imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera, poco lungi dal luogo donde n’esce il Reno, e dove già i Lombardi aveano patteggiato la loro libertà. Giovanni non sapea darsi pace che l’adunanza di tutta cristianità si tenesse in luogo dove gli oltramontani sarebbero più numerosi e indipendenti, ed ostili alla sua autorità: si mosse in persona onde dissuadere Sigismondo; a Lodi durarono lungamente in congresso, circondati da prelati l’uno, da consiglieri l’altro; ma Sigismondo stette fermo, e il concilio fu aperto (1414 5 9bre).
Le ingiurie ricambiatesi dai papi e dai cardinali aveano scossa un’autorità che si fonda sulla virtù e sull’opinione. Se gl’Italiani favorivano alla santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene raffreddatidacchè quella vagava in esiglio; e gli stranieri cominciavano a trovare oneroso questo migrare di tanto loro denaro ad un’altra gente. La contesa coi frati Minori aveva mal volta alla santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone pie, cui sola colpa dicevasi la povertà, si richiamavano le dottrine d’Arnaldo da Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela derivatane. Nell’intento di riuscir superiore, ciascun partito era ricorso a spedienti troppo dissonanti da quelli dell’apostolato: Bonifazio IX aveva lasciato trafficare delle indulgenze e del suffragio ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro dispensava la pluralità di benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di aver cavato oro dalle medesime miniere, e moltiplicatolo colle usure. Dal disordine esterno passatasi a criticare l’intima verità della Chiesa: si spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[75]; i roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia. I Valdesi faceansi più arditi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte avessero trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[76].
Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso a ricusare il consiglio dei cardinali (com’era il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere questi mettergli de’ curatori, al cui parere fosse obbligato attenersi negli affari della Chiesa. I Francesi colla prammatica sanzione di Bourges restrinsero i diritti papali. In Inghilterra Giovanni Wiclef aveva impugnato le indulgenze, la transustanziazione,la confessione auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del clero. Girolamo di Praga dall’Università di Oxford ne portò i libri in Boemia, dove ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che qui già aveva alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti teologici e ardire a palesarsi. Essendo venuti alcuni monaci a spacciare indulgenze, e avendo l’imperatore proibito il sacrilego traffico, pigliò baldanza a declamare, in prima contro l’abuso, poi contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava volentieri; gli studenti boemi se ne infervoravano; le quistioni religiose prendevano colore politico d’aborrimento ai Tedeschi e d’aspirazioni repubblicane. Dappertutto lo sparlare dei papi era considerato segno d’educazione non vulgare, di ragione più elevata, di dispetto contro i governi, di scontento generico; declamazioni di piazza, frizzi di scuola fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi all’autorità; sebbene, per quanto e le accuse si esagerassero e gli errori si estendessero, non si pensasse ancora che la Chiesa si dovesse distruggere anzichè riformare.
Quanto erano più ulcerate le piaghe, tanto più speravasi nel concilio, che inoltre rannoderebbe in pace i principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli Ottomani.
L’imperatore, assai principi, signori e conti assistettero all’assemblea, ed è scritto vi si numerassero fin cencinquantamila forestieri con trentamila cavalli; fra quelli, diciottomila ecclesiastici e ducento dottori dell’Università di Parigi. Coi fastosissimi cardinali faceano gara di lusso i tanti avveniticci, giunti dagli estremi d’Europa, distinguendosi per abiti varj, armadure, corteo pomposo. Vi accorrevano a spettacolo, a sollazzo, trovandovisi trecenquarantasei commedianti egiullari, settecento cortigiane, e tornei e sfide[77]; sicchè i gaudenti andavano in delizie, mentre i pii pregavano, i dotti accingeansi a duelli dialettici, dai quali apparirebbe l’odierno loro elevarsi allato ai grandi.
Ma un’assemblea di tanto momento, sin dal principio reluttò ai modi sagaci, con cui gl’Italiani e il papa tentavano dominarla. La Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, e valuta ciascun uomo pel proprio valore; sicchè all’indole sua ripugnava il votare per nazioni, come si pretese, dividendo il concilio in camera tedesca, italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente affine di elidere la superiorità degl’Italiani. Giovanni XXIII, come presente, provveduto di gran denaro, e assistito dalle compre armi di Federico d’Austria, sperava far considerare il concilio come una continuazione di quello di Pisa, che avendo riconosciuto Alessandro V, considerava lui come solo papa legittimo: inoltre voleva si cominciasse dagli articoli di fede, poichè richiederebbero lunghe dispute, e i prelati nella piccola città s’annojerebbero. Ma questi pretesero che abdicassero e lui e Benedetto XIII che sostenevasi in Ispagna, e Gregorio XII che aveva favore in Germania. Giovanni nella seconda tornata protestò di farlo volontariamente se lo imitassero gli altri due, anzi rinunziare ad ogni modo se con ciò potesse terminarsi lo scisma; sicchè il giubilo e gli applausi andarono al colmo, e l’imperatore gli si buttò ai piedi baciandoli. Ma poi pentito e sbigottito fuggì; e allora i mirallegro si risolvono in costernazione, Gregorio viene sospeso, e proclamato (1415) che il concilio trae immediatamente da Cristo i suoi poteri, e ognuno, compreso il papa, è tenuto obbedirgli in quanto concerne la fede,lo scisma, e la riformazione generale della Chiesa nel capo e nelle membra. Gl’Italiani protestarono invano. Giovanni, citato a giustificarsi delle più enormi e scandalose imputazioni[78], dichiarossene colpevole, sottomettersi a discrezione al concilio, pur beato se con ciò potesse render pace alla Chiesa: e quello il destituì (29 maggio) come avesse disonorato il popolo cristiano, ne spezzò il suggello e gli stemmi, gli tolse le insegne pontifizie e la croce, e lo tenne in cortese prigionia[79].
Anche Gregorio, per mezzo di Carlo Malatesta signore di Rimini, a cui protezione si era posto, mandò la rinunzia (4 luglio), riducendosi cardinale di Porto. Solo Benedetto ostinavasi, scomunicando chi non era con lui, e dichiarava «nel diluvio universale la sola arca della Chiesa essere Paniscola dov’egli sedeva»: alfine, abbandonato anche dalla Chiesa spagnuola per opera principalmente di Vincenzo Ferreri, fu destituito (1417 26 luglio), terminando uno scisma che fu la maggior prova a cui la Chiesa si trovasse esposta. Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità si ricoverò, e sotto il manto del ponteficato, di cui non erasi mai impugnata l’autorità e l’unità, comunque restasse incerto chi ne era il depositario, disputandosi del possesso e dell’esercizio dell’autorità, non dell’autorità stessa.
Sbalzatine gl’indegni occupatori, bisognava surrogare un degno sul trono di san Pietro. Sigismondo voleva che prima si riformasse la Chiesa; gl’italiani incalzarono per la pronta nomina del papa Ottone Colonna (11 9bre), il quale si volle chiamato Martino V. Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d’oggi in domani le chieste riforme, logorando iltempo in divisamenti o in concessioni secondarie, protestando contro gli appelli del papa al concilio, riconfermando molti abusi; finchè dichiarò sciolto il concilio (1418 22 aprile), e andossene a Roma.
I padri, vedendosi dal popolo sprezzati per le contese e i baccani a cui prorompeano[80], e presi in sospetto come staccatisi dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l’eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvacondotto imperiale[81], furono dati al braccio secolare e mandati al rogo. Tristo rimedio la violenza; e ne pagò le pene Sigismondo, o piuttosto i popoli espianti le colpe dei re: giacchè la Boemia divampò d’un incendio, a spegnere il quale vi vollero torrenti di sangue.
Per compiere le riforme. Martino V indicò un nuovo concilio prima a Pavia, poi a Siena, infine a Basilea; ma apertolo appena, morì (1431). Nell’elezione di Eugenio IV (Gabriele Condulmier veneziano) i conclavisti prefissero una specie di costituzione, che in alcuni punti concerneva anche il governo civile. L’omaggio che il papa ricevea dai feudatarj e dagl’impiegati, non riflettesse su lui solo, ma anche sul collegio de’ cardinali, talchè a questo rimanessero obbligati in sede vacante; metà dei proventi della Chiesa fosse riservata ai cardinali; di conseguenza nessun atto politico importante poteva il papa permettersi se non consenziente il sacrocollegio, non pace o guerra, non tasse nuove, non mutar la sede; inoltre il papa doveva riformare la Corte, e tenere concilj periodici. Eugenio vi si obbligò; e se quel costituto reggeva, il principato romano trovavasi ridotto ad aristocrazia, ma forse era tolto il pretesto alla Riforma del secolo seguente.
Eugenio, per giudizio d’un suo successore[82], fu pontefice d’animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, intraprese sempre ciò che voleva, non ciò che poteva. Fece egli aprire il concilio di Basilea onde estirpare l’eresia, metter pace perpetua fra le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de’ Greci, e riformare la Chiesa. Ma i padri vi s’accinsero senza precise idee di quel che volevano operare, nè de’ limiti dell’autorità propria e di quella che pensavano restringere; attaccavano un dopo l’altro gli abusi parziali, non proponevano un rimedio radicale: onde vedendoli condursi con quella precipitazione che sgomenta le autorità desiderose di dirigere, Eugenio sospese il concilio. I padri non gli badando, citano lui pontefice, accusandolo disobbediente; poi, spiegate le vele, dichiaransi ad esso superiori; nè poter lui scioglierli o traslocarli.
Fittisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano la forma dell’elezione del papa, e il giuramento che deva prestare; limitano le concessioni ch’e’ può fare ai parenti; restringono i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti. L’imperatore di Costantinopoli, cercando appoggiare il cadente trono sull’unione della sua Chiesa colla latina, domandò di venire in persona col patriarca onde effettuare la riconciliazione. Perchè non poteva sostener le spese del viaggio, si promise di mandar navi a prenderlo; e la città d’Avignone anticipò settantamila fiorini, da rimborsarle mediantei proventi delle indulgenze. Papa Eugenio indusse Giovanni III Paleologo a chiedere che l’abboccamento si facesse in Italia; e in fatto nella sezione 21ª del concilio di Basilea si proposero Ferrara e Udine, e il papa confermò la proposta, e indusse i Veneziani a spedir galere per trasportare l’imperatore.
Allora Eugenio, rimproverando al concilio i decreti incompetenti e smoderati, lo trasferiva a Ferrara (1438). Ma i padri non si mossero, eccetto due ed il legato; e mentre i prelati italiani maledicevano al conciliabolo di Basilea, ed invitavano a spogliare i mercanti che vi portassero roba, quello (nel quale primeggiava Nicola arcivescovo di Palermo, ambasciadore d’Aragona e Sicilia, e tenuto pel maggior canonista del suo tempo) continuava a cincischiare la giurisdizione pontificia; anzi dichiarò sospeso il papa, e scismatico il consesso di Ferrara; e per quanto i potentati s’intromettessero onde prevenire un nuovo scisma, condannarono Eugenio (1439) come eretico, e surrogarongli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale dagli affari s’era ritirato a Ripaglia a vita piuttosto voluttuosa che penitente[83], e che sciaguratamente accettò l’uffizio d’antipapa col nome di Felice V.
Il concilio di Ferrara erasi aperto il 13 gennajo 1438 dal cardinale Albergati, e gran pena si durò per regolarne il cerimoniale: ma la peste scoppiata lo fece trasferire a Firenze[84](1439). Ivi furono messi in disputa i quattro punti dello scisma greco, cioè il procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, l’uso degli azimi nella comunione, la natura del purgatorio, la supremazia universale del papa. Quell’unione fu famosaper insigni personaggi: il cardinale Giuliano Cesarini, che di sua franchezza avea dato prova nell’appoggiare i rimproveri che al papa faceva il concilio, ed allora sosteneva il vero con incalzante ragionamento; Giovanni di Montenero provinciale de’ Domenicani di Lombardia, versatissimo in divinità; Ambrogio Traversari generale de’ Camaldolesi, che per ordine di Eugenio IV era andato riformando molti conventi, e questi suoi giri descrisse nell’Odœporicon; fra i Greci, Gemistio Platone insigne accademico, Giorgio da Trebisonda, Giorgio Scolario ancora laico, e fra breve patriarca di Costantinopoli, Marco Eugenio vescovo d’Efeso saldissimo alle dottrine scismatiche, Dionigi vescovo di Sardi, e, a tacer altri, il Bessarione arcivescovo di Nicea, sottile platonico, che sparse anche il gusto d’una filosofia men cavillosa e arida, e che vinto dalla verità venne alla Chiesa nostra, molti traendovi col proprio esempio.
Cosmo de’ Medici ricevette splendidamente il papa, i cardinali, l’imperatore; il trasporto dei corpi de’ santi Zenobio, Eugenio, Crescenzio, i funerali del patriarca di Costantinopoli, diedero occasione a solennità; e la Signoria di Firenze regalò al papa quattordici inquisiti di pena capitale (Cambi). Eugenio scomunicò i prelati di Basilea; ma le lunghe dispute col patriarca di Costantinopoli e co’ suoi dottori, agitate nella sala accanto a Santa Maria Novella, non poteano condursi a conchiusione; laonde si venne a una specie di transazione (6 luglio) per istabilire l’unione della Chiesa orientale colla occidentale, stendendola s’una pergamena in greco e in latino, e dopo che l’ebbero letta in latino il cardinale Cesarini, in greco l’arcivescovo Bessarione, la soscrissero molti prelati delle due Chiese per ordine di dignità; oltre il papa stesso e l’imperatore Paleologo che vi fecero apporre le proprie bolle[85].
Federico III, nuovo imperatore, che avea procurato versar acqua su questi incendj, spedì ad Eugenio il proprio segretario Enea Silvio Piccolómini senese, per indurlo ad un concordato colla Germania, e il papa sulletto di morte vi assentì, purchè non menomasse i diritti della santa Sede. Nicola V succedutogli (1447), mostrossi tutto davvero disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò, riservandositanti benefizj, che lo rendeano più ricco del papa, ma presto morì. La pace fu dunque restituita alla Chiesa; e il giubileo celebrato l’anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.
Se il concilio di Basilea avesse con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, poteva prevenire i guaj che scoppiarono nel secolo seguente. Sulle prime, non che intaccare la sovranità papale, sanzionò il Decreto di Graziano, i cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, pare anche il sesto di Bonifazio; solo tolse ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, pensò non solamente limitare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria, e preparò la rivolta protestante, al tempo stesso che l’apparenza di ottenuta vittoria svogliava la Chiesa romana dalle riforme necessarie, e assopiva in una sicurezza che dovea riuscire funestissima.