Chapter 13

In Germania dunque la guerra già caldeggiava, benchè non ancora dichiarata. Erasmo da Rotterdam, dottorato a Torino il 1506 e accolto a Roma coll’affetto che prodigavasi ai cultori delle lettere, fino ad arrestarsi i cardinali ed il papa per salutarlo, deliziavasi di quei troppo facili costumi, e a Fausto Anderlini descriveva quelle voluttà, «per le quali (diceva) non rincrescerebbe rimaner dieci anni esule dal tetto paterno»[214].Talento universale, umore comico, spirito filosofico, or coll’ironia or colla dottrina sbertava i monaci, tipi dell’ignoranza, del libertinaggio, della ghiottornia; e — C’è uom al mondo che campi più beatamente e con meno pensieri che questi vicarj di Cristo? Per Iddio credono aver fatto abbastanza quando, in mezzo delle più fastose cerimonie, in un mistico e quasi teatrale apparato, la loro santità viene a trinciar benedizioni o slanciare anatemi... Che dirò di quelli che colla fiducia delle indulgenze addormentano le coscienze, e quasi con l’oriuolo misurano la durata del purgatorio, ed a puntino ne calcolano i secoli, gli anni, i giorni, le ore? Non v’è mercante nè soldato o giudice che, coll’offrire uno scudo dopo rubatine migliaja, non presuma lavare ogni labe della sua vita». Eppure costui non ruppe colla Chiesa, ma della propria perplessità si fece una fede, sicchè rappresenta quel torbido d’indifferenza, ove il dubbio risparmia qualche tradizione.

Ulrico di Hutten, cavaliere tedesco, tutto entusiasmo pel suo paese, sentendolo a Roma beffare da sette giovani, li sfida tutti; poi nellaTrinità romanasostiene che da Roma si riportino tre cose, mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che tre cose ivi non vi si credono, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei morti, l’inferno; che di tre cose vi si fa commercio, grazia di Cristo, dignità ecclesiastiche e donne. Dappoi fu detto il Demostene tedesco per le sue filippiche contro il papa; e peggior danno fece colleEpistolæ obscurorum virorum, ove canzona i frati e i teologanti[215].

E a Roma capitò pure, mandato per non so quale quistione insorta fra’ suoi Agostiniani, frà Martin Lutero,nato ad Eisleben l’anno che il Savonarola cominciò a predicare a Firenze, poi professore di teologia alla nuova Università di Wittemberg. In Lombardia prende scandalo d’un convento (1510) provvisto di trentaseimila zecchini di rendita: trova però dappertutto «gli ospedali ben fabbricati, ben provvisti, con buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie pulite, l’interno degli edifizj ornato a pitture. Appena un malato v’è condotto, gli si tolgono gli abiti facendone nota per custodirli, è vestito d’un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano due medici; gli spedalinghi dangli a mangiar e bere in vetri limpidi che toccano appena colle dita. Poi signori e matrone onorevoli vengono velate per servire i poveri, di modo che non si sa chi sieno. A Firenze ho veduto ricoveri, ove i gettatelli son nutriti che meglio non si potrebbe, allevati, istruiti, tutti in abito uniforme».

Giunto alla gran città, Lutero visita le cappelle, crede tutte le leggende, prostrasi alle reliquie, sale ginocchione la scala santa. Stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi lo appicca o getta nel Tevere; ammira il concistoro e il tribunale della sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta giustizia[216]. Ma l’anima sua, manchevole d’amore e d’umiltà, nulla comprende alla poesia del nostro cielo, delle nostre arti, al vedere tanti capolavori d’antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolto uno stuolo di sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese, un’età. Uggiato, trova piovoso il clima, disagiati gli alberghi, aspro il vino, micidiale l’acqua, l’aria febbrile, e una natura meschina quanto gli uomini; frale splendidezze del culto e la magnificenza de’ pontificali non calcola se non quanto denaro costano, e con che modo questo procacciavasi; resta scandolezzato ai reprobi costumi, agli aneddoti che spacciavansi sul conto di Leon X, alla sbadataggine di quei preti che «dicevano sette messe nel tempo ch’egli una sola», talchè i cherichetti gli ripetevano — Passa, passa»[217]; alla venalità della curia, disposta a dire come Giuda, — Quanto mi date? ed io ve lo tradirò».

Rimpatriato con tali sentimenti (1512), s’ingolfò a studiar la Bibbia in greco e in ebraico; quando de’ suoi studi venne a stornarlo il dispetto per la vendita delle indulgenze. I concilj di Vienna, di Costanza, di Laterano aveano colpito di severo divieto questo traffico; ma Leone X credette sorpassarvi pel nobile oggetto di raccoglier fondi a due grandi imprese, la crociata contro Selim granturco, e l’erezione d’un tempio, al quale come ad immagine visibile tutti i Cristiani contribuissero[218]. Il medioevo nulla avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano parte a quest’insolito genere d’entrata, e voleano trafficar le indulgenze come trafficavano i voti per la corona imperiale.

Giovanni Tetzel, domenicano di Pirna, dal nunzio Arcimboldo e dall’arcivescovo elettore di Magonza incaricato di riscuotere il prezzo delle bolle in Germania[219], adempì scandalosamente quest’uffizio, traversando la Sassonia con casse di cedole bell’e firmate; dove arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle taverne, e — Comprate, comprate (diceva), che al suon d’ogni moneta che casca nella mia cassetta, un’anima immortale esce dal purgatorio»; e il popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze[220].

— Farò un buco in questo tamburo», esclama Lutero indignato a quella profanità; ad alcuni che le aveano comprate nega l’assoluzione se non riparassero il mal fatto e si correggesse e alla chiesa di Wittemberg, nella solenne occorrenza dell’ognissanti (1517), affigge novantacinque tesi, sostenendo esservi abuso nelle indulgenze, e appartenere a Dio solo tutto il bene che l’uomo può fare.

L’abuso confessato sarebbe potuto togliersi senza rompere l’unità della Chiesa; ma ogni cosa era preparata di maniera, che poca favilla destasse inestinguibile vampa. Lutero, benchè professasse sottomettersi alla decisione del papa, predicando su questa materia sbraveggia in tono di sfida; e dall’applauso popolare fatto confidente in sè e nella lettera della Bibbia, conculca latradizione e la scuola, richiama ai primi tempi della Chiesa, aprendo così l’avvenire con un appello al passato.

Tosto gli sorgono contraddittori: ma da una parte col sentenziare d’eresia ogni divergenza d’opinione si spingevano molti nel campo nemico; dall’altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondar viepiù il frapposto fosso; si trascorreva dal censurare gli abusi all’intaccare i principj; dall’asserire che i prelati trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e perfino l’autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi rendevano necessaria una più stretta unione, la cristianità spartivasi in due campi, dapprima opposti, ben presto ostili. Eppure Roma si tacque nove mesi, non vedendovi nulla più che una delle quistioni, solite a nascere e morire tra frati ozianti e professori ringhiosi; i dotti di qua delle Alpi mal si capacitavano che da un Barbaro potesse uscire nulla di straordinario; il secolo invaghito delle arti credeva bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano e il quadro della Trasfigurazione, linguaggio inintelligibile alla positiva Germania; e Leone X pigliava gusto a quelle sottigliezze, dicendo: — Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste sono invidie fratesche»; alla peggio soggiungeva: — È un Tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il vino»[221].

Massimiliano imperatore, più vicino all’incendio, ne conobbe la gravezza e sollecitò Leone, il quale, riscosso come chi è desto per forza, citò Lutero al suo soglio (1518 luglio). Frà Martino, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procurato appoggi terreni, e mercè dell’elettore di Sassonia impetrò fosse deputato uno adesaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio cardinale di Gaeta, domenicano in gran reputazione di dottrina e santità, che già davanti al capitolo generale del suo Ordine aveva sostenuto una famosa disputa con Giovan Pico della Mirandola, e pubblicato un’opera sulle indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle cherem illustrant, non excitant tumultum.Propose egli una disputa pubblica in Augusta, mal avvisando qual sia imprudenza il chiamar il senso comune a giudice in materie positive, fondate sull’autorità. Di fatto, ridotta la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè l’obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di fede, Lutero negò l’incondizionata sommessione; poi fingendo di credersi mal sicuro, fuggì di piatto; e Leone approvò l’operato dai distributori delle bolle d’indulgenze, dichiarando eretico Lutero. Il quale, crescendo in baldanza per l’aura del popolo e degli scolari, omai non lasciava ferme che le verità letteralmente esposte nei due Testamenti e nei quattro primi concilj ecumenici; del resto rifiutava la transustanziazione, l’efficacia de’ sacramenti, il purgatorio, i voti monastici, l’invocazione dei santi. Al papa scrisse anche in tono di canzonella, compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le abbominazioni che di Roma si dicevano: — Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb’essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto di qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercar un onore sol degno di Giuda e de’ pari suoi da Dio rejetti».

Leone allora, abbandonata la lunganimità, scagliò la scomunica (1520 15 giugno); e Lutero, imitando quel che Savonarola avea fatto co’ libri immorali, davanti agli studenti di Wittemberg brucia le decretali e la bolla (10 xbre), dicendo: — Oh potessi fare altrettanto del papa, il quale turbòil santo del Signore»; e giunta da sè la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, e cangia forma di culto.

Dei giovani è sempre sicuro l’applauso a chi si avventa senza ritegni: le dispute venivano diffuse rapidamente dalla stampa, che parve allora soltanto accorgersi della sua potenza; le belle arti prestarono anch’esse sussidio, moltiplicando disegni, rilievi, caricature, ritratti, lenocinio alle moltitudini. Gli scienziati gongolavano tra quelle controversie, e scoprivano a Lutero forza d’ingegno meravigliosa: i letterati, sebbene scrivesse alla carlona, l’applaudivano di prender pei capelli la screditata scolastica e i frati, l’ignoranza e la pedanteria incarnata: i begli spiriti ridevano del papa, messo in sì male acque; ridevano insieme dei Riformatori, che prendeano aria di rigoristi entusiastici; e stavano a vedere chi prevarrebbe. Anche anime rette credettero in Lutero ravvisare l’uomo suscitato da Dio non per distruggere il dogma, ma per correggere le aberrazioni. Quei che s’ammantano col nome di moderati, perchè, simili a Pilato, dondolano fra Cristo e Barabba, deploravano quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi, per non esacerbare, per non tôrre speranza, per non compromettersi. Alcuni risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fin ne’ concilj precedenti[222]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia, e coll’ardire proprio ringalluzziva gli scolari, che moltiplicavano applausi a lui, fischiate ai contraddittori. Sempre la forza anormale è ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi trova più comodo ilpensare coll’altrui che colla propria testa. La nazionale indisposizione contro quanto stava di qua dall’Alpi trova sfogo in una guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese nè pericoli nè spostamento d’abitudini; laonde i Tedeschi s’affezionano al nuovo Erminio, declamano contro malignità e finezze ch’essi non raggiungono, contro la gaja cultura da cui si trovano tanto lontani.

E Lutero s’inoltra, e mentre Leone lo chiama ancora a penitenza, pubblica il trattato dellaLibertà cristiana. Tutto l’edifizio sacerdotale impiantavasi sulla credenza che le buone opere acquistino la salute; per demolir quello, Lutero nega che l’uomo possa cooperare alla propria salvezza.Sola la fede salva, è scritto nel Vangelo: noi siam corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci èdato dal nostro divin Salvatore, nè merito o giustizia vi ha se non in esso: onde sono inutili anzi nocevoli alla salute le buone opere dell’uomo, che non è libero della sua volontà; inutili le penitenze, i sacramenti, i suffragi pei morti, le altre opere satisfattorie. Al contrario, la Chiesa insegna che la fede senza le opere è morta, il che meglio si concilia col concetto del merito e demerito personale e della retribuzione divina, e con quel lume naturale dalla coscienza che illumina ogni uomo vegnente in questo mondo. Che se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l’inefficacia della loro volontà, beffandoli coll’ordinar cose, ad osservar le quali non hanno forza[223].

Questo primo deviamento implicava che la Chiesa non è infallibile; che può discordare da essa la parola della santa scrittura, interpretata dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo. Fede dunque unicamente in quella, non badando a Padri o a concilj, ma al testo qual è da ciascuno interpretato. Nel qual modo egli vi leggeva, che Iddio è unico autore del bene come del male; i sacramenti dispongono alla salute, ma non la conferiscono; nella santa cena è presente Cristo, ma non transustanziato; il ministro è un uomo come gli altri, e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersi per voti e rigori; la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali tra loro sotto Cristo che n’è il capo, e scelti dai principi. Insomma, per abbattere l’autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte delle ricchezze, dell’importanza della potestà del papa e dei preti, toglie la distinzione di spirituale e temporale; d’ogni laico fa un sacerdote dandogli la Bibbia, e «Interpretala come Dio t’ispira».

Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo erasi voltata in latino; poi Ulfila la tradusse pei Goti, altri per gli altri popoli convertiti; nè forse c’è lingua che non ne possedesse versioni anteriori alla Riforma. Stando all’Italia, Giambattista Tavelli da Fusignanon’avea fatto una, a istanza d’una sorella di Eugenio IV: un’altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova: quella di Nicolò Malermi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471[224], e ben trentatre volte riprodotta: ivi nel 1486 si stamparonoLi quattro volumini degli Evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia. Anzi Jacopo Passavanti, nelloSpecchio di penitenza, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la avviliscano in molte maniere; e quale con parlar mozzo la tronca, come i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l’offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l’accento aspro l’irrugginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l’arrozziscono; e alquanti, meno male glialtri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e abbruniscono, tra’ quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano conoccieposcia, aguale, pur dianzi, mai pur sìeberretteggiate»[225].

Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto; e Leon X fece intraprendere a proprie spese la stampa d’una nuova traduzione latina della Bibbia per Sante Pagnini lucchese[226], il quale poi, morto esso pontefice, la pubblicò a Lione nel 1527. Pantaleone Giustiniani, che fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, deliberato a pubblicarla in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio, dedicato a Leon X il 1516, in otto colonne, una col testo ebreo, le altre con sei interpretazioni e colle note:ma di duemila cinquanta copie, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò con lui nel 1586.

Intanto la filologia era risorta, e la critica, addestrata sopra gli autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza di un nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L’illustre tedesco Reuclino fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l’unità della fede. È dunque ciancia che allora soltanto venisse divulgata la Bibbia; come non poteano dirsi nuove le dottrine di Lutero.

Fin dalla cuna la Chiesa dovette colla parola sostenere le verità che suggellava col sangue, e raccolta attorno al successore di Pietro, discutere dogmi, e, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo, fulminar la superbia della ragione, che, a guisa dell’antico tentatore, dice all’uomo — Tu sei Dio». Nel conflitto tra il pastorale e la spada quali non si erano agitate quistioni sulla potestà pontificia? e il mondo avea proclamato la superiorità della materia sullo spirito, della forza sul sentimento. I Valdesi, i Catari, e quelle varietà di novatori aveano accettato la Scrittura come unico giudice in materia di fede; la tradizione, come parola umana, andar soggetta ad errore; e solo la lettera di fuoco della Scrittura sfolgorar come sole, e rimaner sicura da inganno; inutile il culto esterno; il successore di Pietro essere un anticristo, la cui cattedra poco tarderebbe a diroccare. La libertà dell’esame non era stata la bandiera di ciascun eresiarca? e sulla Grazia, sulla giustificazione, sul purgatorio qual era verità od errore che non fosse stato messo in discussione?

Lutero dunque non fece che raggranellare traverso ai secoli i dubbj, sostituire alla costanza della tradizione la volubilità di spiegazioni esoteriche, e colla franchezza che non si briga di metterle d’accordo, gettarle in unmondo più che mai disposto a quella semente. Pertanto, allorchè Leone scagliò la condanna definitiva (1521 3 genn.), Carlo V, che del papa avea bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e chi gli aderiva; ma ben presto si trovarono cresciuti a segno da poter resistere all’imperatore, che, cambiate le necessità politiche, concedette l’Interim, cioè la tolleranza.

Così rapida diffondeasi la Riforma in un decennio (1526) per le passioni che la fomentavano. Alle singole nazionalità costituitesi pareva un ceppo la monarchia papale: le classi medie, dopo fatto prevalere il possesso democratico al feudale, osteggiavano l’alta aristocrazia anche col sovrapporre la secolare alla dottrina ecclesiastica: i governi, invigoritisi, aborrivano un sistema che sottraeva al loro imperio parte dell’uomo e le coscienze: i principi, esausti dalle guerre e dalle truppe stabili, spasimavano dei beni del clero[227], da cui astenevansi solo per paura di Roma: monache e frati di fallita vocazione esultavano di scapestrarsi dall’esosa disciplina: i Tedeschi godevano di rinnegar il primato di questi Italiani, da cui erano stati impediti di soggiogare l’intera Europa. E Lutero, nel suo proclama alla Nobiltà Cristianadi Germania, la ingelosiva delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la nazione tedesca, e — Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma, ascolta ben bene: tu non sei il più santo, no, ma il più peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell’inferno... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te: noi non siam più che gli schiavi de’ sacri tiranni; a te il titolo, il nome, le armi dell’impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».

Ma Lutero stesso già più non reggea le briglie del cavallo che aveva spronato; e per quanto, mentendo il proprio canone della ragione individuale, agli esageranti opponesse la santa Scrittura e i libri simbolici, non tardarono a scoppiare le conseguenze logiche della Riforma; dacchè ciascuno potea interpretarla a suo senno, la Bibbia fu recata a servire alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono eguali, scatenarono l’irreconciliabile ira del povero contro il ricco, bandendo guerra all’ordine, alla proprietà, alla scienza come nemiche dell’eguaglianza, alle arti belle come idolatria. Terribile esempio ai novatori che, sia pur con magnanima intenzione, s’avventano nell’avvenire senza riverenza pel passato.

Lutero, sbigottito da sì fiere conseguenze sociali, si volse a ringagliardire il principato: e di qui comincia l’azione politica della Riforma, qual fu d’attribuire ai principi l’autorità in materie ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come voleva il principe, secondo quel canone,Cujus regio ejus religio. Poi i fratelli uterini della Riforma furono presto in disaccordo fra loro. Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, il curato svizzero Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano, predicò aZurigo (1518) contro frà Bernardo Sansone milanese che vi vendeva le indulgenze, poi contro l’abitudine de’ suoi di servire a soldo straniero; e dietro a ciò, che il pane e il vino della Cena fossero meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri dogmi che pretendeva antichi, e che furono accolti in molta parte della Svizzera. Il francese giureconsulto Giovanni Calvino risolve di riformare la Riforma e sistemarla; e se Lutero aveva abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino prostra quest’aristocrazia luterana (1535), secondo le idee repubblicane di Ginevra; abolisce il vescovato, per affidare la scelta del ministro alla comunità religiosa; nega il mistero, sopprime nel culto tutto ciò che colpisce i sensi, ripone la certezza nella rivelazione individuale; l’arbitrio è libero, ma per iscegliere il bene è necessaria la Grazia; e questa sola, non le opere producono la giustificazione; nulla rimane al battesimo della sua misteriosa efficacia, i figli degli eletti appartenendo per nascita alla società redenta; nulla alla penitenza, poichè il vero eletto non può ricadere; nella santa cena non sono transustanziate le specie, ma sotto que’ simboli il Signore comunica veramente Cristo per nutrir la vita spirituale.

Su queste dottrine, sostenute con inesorabile intolleranza, è fondata la principale suddivisione de’ Riformati in Luterani e Calvinisti; o, come essi dissero allora, Protestanti della Confessione augustana ed Evangelici. Indarno Lutero s’arrovella, pretendendo vera unicamente la sua: ma e Melantone e Carlostadio ed Ecolampadio ed Engelhard uscirono con dogmi nuovi, modificati a senno di ciascuno e a norma della costituzione del paese: inevitabile sbranamento là dove a ciascuno è libero l’interpetare. Poi gli Anabattisti impugnarono anche le sante Scritture; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in Italia, esclusero la Trinità; in somma si repudiavail cristianesimo in conseguenza di dottrine proclamate a titolo di riformarlo, riducendosi il protestantismo a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.

Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società; e di fatto l’intero ordinamento di questa n’era scompigliato; il carattere teocratico se ne dissipava; l’indipendente interpretazione toglieva l’universalità del pensare, e que’ canoni ch’eransi accettati come senso comune; i figli dissentivano dal padre, fratelli a fratelli, mogli a mariti contraddicevano; e la scossa domestica si propagava alla società civile, dove ciascuno pretendeva operare a sua voglia, dacchè a sua voglia pensava; dove i principi più non riconosceano ritegni, dacchè essi dirigevano anche le coscienze. N’erano sovvolti gli Stati; e la Svizzera, la Francia, la Germania, tutto il Settentrione per un secolo e mezzo fortuneggiarono fra rivoluzioni e guerre, per le quali con torrenti di sangue furono mutate quasi dappertutto le forme di governo. Vedremo altrove la parte che ne toccò anche agli Italiani, e come a torto Voltaire, colla spigliatezza che in lui era sistema ed artifizio, asserisse che «questo popolo ingegnoso, occupato d’intrighi e di piaceri, nessuna parte ebbe a que’ commovimenti».


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