Al congresso di Bologna apparvero, fra altri, gl’inglesi Nicolò Carew e Ricardo Sampson, i quali ad Enrico VIII scrivevano: — Mai s’è visto nella cristianità desolazione pari a quella di queste regioni. Le buone città distrutte e desolate; in molti luoghi non si trova carne di niuna sorta. Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia del paese più ubertoso di vigne e di grano che il mondo abbia, tutto è deserto; nè uomo, nè donna incontrammo a lavorar le campagne, nè anima viva, eccettuate in un luogo tre donne povere che racimolavano quei pochi grappoli che c’erano rimasti. Vigevano, già buona terra con una rôcca, oggi è rovina e deserto. Pavia fa pietà; nelle strade i bambini piangevano domandando del pane, e morivano di fame. Ci dissero, e il pontefice lo confermò, che la popolazione di que’ paesi e di parecchi altri d’Italia fu consunta da guerra, da fame, da pestilenza, e che vi vorrà molti anni prima che l’Italia si riduca in buona condizione. Siffatto sperpero è opera dei Francesi non meno che degl’Imperiali, e ci dicono che il signor di Lautrec devastò dovunque passò»[259].
Carlo V volle risparmiarsi, se non il rimorso, la vergogna di veder Milano nè Roma, assassinate a quel modo dalle sue truppe: onde in Bologna medesima (22 febbr. e 24 marzo) ebbe la corona di ferro e quella d’oro. Essa non esprimeva più il patto fra il rappresentante del popolo e il capo dei conquistatori, divenuto imperatore dei conquistati, e che, inginocchiatosi uomo e con titolo mondano, sorgeva unto di Cristo e con apostolato divino. Era patrono del papa colui che pur anzi l’avea avuto suo prigioniero.e n’avea lasciato devastare la città? era salvaguardia della fede quegli che coll’Interimavea riconosciuta e lasciata crescere l’eresia che staccava mezzo mondo da Roma? Quella cerimonia preservatrice, sociale, destinata a imprimere profondamente nei popoli il rispetto all’autorità, traeva dall’elemento religioso la riverenza che ispirava al popolo: ma ora prevaleva l’elemento regio, che nel popolo portava esitanza e opposizione; il diritto, mantenuto dai papi, soccombeva al fatto, proclamato dai cesari; tutta l’attenzione era rivolta alle feste, con cui si onorava in Carlo l’ultimo imperatore germanico che i pontefici coronassero. Il disegno, la poesia, la teatrica gareggiarono in quella solennità, splendidissima in un secolo di tante splendidezze[260]. Stanchi, sbigottiti, i nostri adulavano Carlo, e ripetevano non esser mai potuti immaginarsi tanto affabile e cortese l’autore di sì orribili disastri.
Fra queste allegrie consumavasi l’italico avvilimento, cominciato per le discordie, finito per la concordia dei potenti. Più non sussisteva equilibrio fra i piccoli Stati, depressi o fatti ligi all’Impero. Il papa, sgomentato dai progressi della Riforma, abbracciò le ginocchia di quella maestà, sul cui collo i suoi predecessori aveano altre volte messo il piede; e se l’opporsi all’Impero aveva un tempo formato la gloria e la grandezza sua, il papa allora indossò la casacca ghibellina, e così suggellò la pietra, che sull’Italia creduta cadavere posava la conquista mediante il degradamento, insegnato da Machiavelli, eseguito mediante un’amministrazione assurda, una calcolata oppressione del pensiero, del genio, dell’industria.