I tre cardinali Salviati, Ridolfi, Gaddi, accorsi alla patria per procacciarne la libertà, conobbero tarda l’opera, o più utile la connivenza; onde ai fuorusciti che s’erano mossi da Roma, mandarono dire che voltassero indietro, vinta anche questa volta l’inconsideratezza di quei di fuori dalla pronta sagacia de’ governanti. Il Vettori aveva già scritto allo Strozzi: — Non stiamo in su’ Bruti e Cassj, nè in sul voler ridurre la città a repubblica, perche è impossibile. Fate che questo infermo viva; vedete non li siano date medicine forti che l’ammazzeranno; e nel farlo vivere si potrebbe un dì ridurre a miglior abitudine, da poterne sperare qualche bene». Da poi a chi gli rinfacciava quest’opera scellerata di avere costituito un tiranno, scusavasi dicendo: — In questi tempi non si può trovare strada che sia menrea». Il Guicciardini, sempre intento a fabbricarsi il nido fra le ruine, parteggiava per Cosmo, che s’era impromesso ad una figlia di lui, ma insieme volendo cattivarsi i grossi cittadini, proponeva che al nuovo signore si mettesse una costituzione, stretta quanto a un doge di Venezia; però il Vettori, da soldato, derideva siffatte restrizioni; e, — Se gli date la guardia, l’arme e la fortezza in mano, a che fine metter poi ch’ei non possa trapassare un determinato segno?»
In fatti tra un mese Cosmo ebbe dimenticati gli accordi e gli amici[298]; la parentela stipulata col Guicciardini da privato rinnegò da principe, sicchè quello, riscosso dal suo tristo sogno, prorompeva: — Ammazzate pure de’ principi, che subito se ne susciteranno degli altri», e si ritirò ad Arcetri, dove il rancore dell’ambizione delusa e dell’orgoglio umiliato amareggiò gli ultimi suoi anni. Matteo Strozzi, Roberto Acciajuoli, altri che aveano intrigato per Cosmo, tardi gemeano fra la costui ingratitudine e la popolare esecrazione. Palla Rucellaj, che unico si era opposto al ragionamento del Guicciardini, ricoverò in Francia, e tenne mano a una congiura; e Cosmo credette ingannare la posterità col farlo dipingere dal Vasari in atto di prestargli omaggio.
Rimanevano dunque molte gozzaje; e quelli cheaveano difeso la libertà, e quelli che si doleano di non avere una parte nella tirannia accomunavansi nell’odiar Cosmo. I fuorusciti numerosissimi, venuti al pasto dopo lo sparecchio, s’erano ristretti attorno a Filippo Strozzi, il quale aveva accolto a Venezia il fuggiasco Lorenzino, e maritate le costui due sorelle a’ suoi figli, bastando per dote la parentela del Bruto fiorentino; ma sotto manto di libertà aspirava a sottentrare al dominio[299]. Pensarono dunque assalire lo Stato, fidando nelle intelligenze interne, e, come sempre si suole, ne’ Francesi, larghi di promesse agli esuli; i cui fautori, attestatisi alla Mirandola, di là ajuterebbero certo lo Strozzi; che, soldato un grosso di mercenarj, e rinforzato dai sussidiarj più chiassosi e più inutili, gli studenti dell’Università, assalse Pistoja.
Questa città non avea mai dismesso le fiere accozzaglie tra Cancellieri ghibellini e Panciatichi guelfi, il contado vi prendea parte, e il ricco paese n’era rifinito. Neppur cessarono dopo assoggettati a Firenze, che avea tolto tutte le armi, messi bandi rigorosissimi; e destinativi tredici commissarj apposta. Questi inflissero pene gravissime, e stimarono che negli ultimi tre annivi fossero bruciate quattrocento case in Pistoja (1537), mille seicento nel territorio, danneggiata la sola città in ventiduemila ducati d’oro. I Panciatichi, i Cancellieri, i Ricciardi, i Gualfreducci, i Vergiolesi e loro consorti furono sbanditi, poi richiamati, e le discordie rivalsero[300]: e coll’appoggio de’ Gabellieri, i fuorusciti vi si stabilirono. Ma mentre lo Strozzi, esitando fra un componimento coi Medici e l’aperta ostilità, guastava le cose, le guastava col precipizio Baccio Valori, un tempo capitano di Clemente VII contro Firenze, ora de’ fuorusciti contro i Medici, e che tutto facendo agevole, li spinse avanti in posizioni nè previste nè esplorate.
Alessandro Vitelli, che, per tenere Cosmo a devozione dell’Impero, aveva occupato la fortezza di Firenze rubando i tesori d’Alessandro ivi deposti, sorprende i fuorusciti a Montemurlo (2 agosto), si disse al solito per tradimento d’un Bracciolini, li manda in piena rotta, e piglia lo Strozzi, Baccio Valori, suo figlio, Alessandro Rondinelli, Antonfrancesco degli Albizzi ed altri repubblicanti di primarie famiglie. Giusta gli usi della guerra, costoro spettavano ai capitani stessi cui si erano resi, ma Cosmo ne mercatò con questi il riscatto, rincarendo sull’offerta dei loro parenti: volle vederli nella propria casa inginocchiarsegli davanti a chieder mercè, poi li mandò al bargello, e man mano li faceva torturare, indi mozzarne il capo a quattro ogni mattina. Un principe giovane, vincitore e che non sa perdonare, è spettacolo stomachevole ancor più che orrendo: e al quarto giorno il popolo mostrò la propria indignazione in modo, che i restanti furono confinati in fortezze, dove non tardarono a perire; tra essi il figlio di Nicolò Machiavelli.
Filippo Strozzi erasi reso al Vitelli, già suo particolare amico, il quale lo tenne in fortezza per ismungere denaro e regali da’ suoi figliuoli coll’usargli qualche cortesia. Era caldamente raccomandato da generali, da donne, dal Doria, da Bernardo Tasso, da Vittoria Colonna, da Caterina di Francia; nel colloquio di Nizza l’imperatore diede parola al papa di campargli la vita; pure alle incessanti istanze di Cosmo che già n’avea pagato la taglia al Vitelli[301], assenti fosse messo alla corda, per chiarire se avesse avuto intendimento dell’uccisione del duca Alessandro. Mentre Cosmo divulgava i processi, che rivelavano basse ambizioni mascherate di patriotismo, i profughi vollero di Filippo fare ilCatone della loro causa, e sparsero voce che, stanco di due anni e mezzo di carcere, nè assicurandosi di resistere alla tortura, si segasse la gola e col sangue scrivesse:Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor. Forse l’aveano ucciso gli agenti dell’imperatore per risparmiare a questo l’obbrobrio del consegnarlo[302]: ma la fama del suicidio prevalse appresso dei più, come meglio confacente ad uomo che «nel tenore della vita e delle opinioni rappresentò gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi corrotti della romana repubblica»[303].
Pietro Strozzi suo figlio salvossi in Francia presso la delfina Caterina, che come ultimo rampollo di Lorenzo il magnifico, considerava Cosmo quale usurpatore del suo patrimonio. Seco esularono molti nostri valorosi[304], che empivano il mondo di querimonie, obbrobriavano il lor vincitore, e cercavano alle speranze un appiglio qualunque, siccome chi non ne ha alcuno di fermo. Cosmo sempre si resse a beneplacito dell’imperatore, il quale, come vide che sapea da sè vincere e infierire, prese a stimarlo; e in onta delle costituzioni e de’ proprj fatti, dichiarò dovere il principato trasmettersinella linea di esso, per sempre escludendone quella deltraditore.
Sciolto da’ nemici, Cosmo seppe sbrigarsi anche degli amici. Francesco Vettori, perito lo Strozzi, cui era strettissimo, più non uscì di casa: il Vitelli, che avea fatto denaro col saccheggiare anche a danno di Cosmo, fu da questo congedato, ma l’imperatore lo compensò con un feudo nel Napoletano: il cardinale Cybo, che era stato principale autore del succedere di Cosmo, poi l’aveva sorretto di opportuni consigli, ebbe accusa d’averlo calunniato a Carlo V, sicchè si ritirò a Massa. Una magistratura militare domò le ostinate parzialità de’ Pistojesi. Arezzo, che si era messa in repubblica durante l’assedio di Firenze, dai vincitori ch’essa avea dispendiosamente favoriti, fu presto ritornata a obbedienza de’ Medici, che vi posero fortezze: ai renitenti il bando e il supplizio.