Chapter 29

344.Segni,Storie fiorentine, lib.XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive».Relazioni di Roma di Gaspare Contarini.345.Noris,Guerra contro Paolo IV, lib.I.pag. 6.346.Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.347.Noris, lib. cit., pag. 11.348.NellaRelazioneletta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».349.Ziliolo,Vite de’ poeti, ms.350.Ricotti, iv.115; eScelta di azioni egregie operate in guerra da generali e da soldati italiani; Venezia, 1742.351.Cambi,Storia di Cremona.352.Tra altri gli fecero quest’epitafio:O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,Quem mors præveniens non sinit esse bovem.Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.353.Marin Sanuto,Diarj.354.Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato».Relazioni degli ambasciadori veneti, vol.IX.All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più notevole è il trattatoDella fortificazione delle città. Vi espone molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo fece strangolare nel 1572.355.Sereno,Comm. della guerra di Cipro, pag. 191. — Pochi giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò, nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in Venetia presso Giovan Francesco CamotioMDLXXI». Vi sono divisate le cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o riserva.356.Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu ferito a morte Francesco di Savoja.357.Sansovino,Venetia città nobilissima et singolare, lib.X. Per la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima distico è tutto di parole cominciate inT(Thrax trux turca trahit tantos terrore tumultus), il secondo inF, il terzo inP.Natale Gennari,Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna. Roma 1847.358.Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito specialmente il suoPastor fido, vi rispose acremente. Pietro di Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di Paolo IV, pubblicata solo testè.359.La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli nel 1585, dice:«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero, sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità, quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che gli manca, come ha già dato principio a provvedere.«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata, siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà: li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime, non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari, perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti, li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica cristiana».

344.Segni,Storie fiorentine, lib.XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive».Relazioni di Roma di Gaspare Contarini.

344.Segni,Storie fiorentine, lib.XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive».Relazioni di Roma di Gaspare Contarini.

345.Noris,Guerra contro Paolo IV, lib.I.pag. 6.

345.Noris,Guerra contro Paolo IV, lib.I.pag. 6.

346.Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.

346.Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.

347.Noris, lib. cit., pag. 11.

347.Noris, lib. cit., pag. 11.

348.NellaRelazioneletta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».

348.NellaRelazioneletta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».

349.Ziliolo,Vite de’ poeti, ms.

349.Ziliolo,Vite de’ poeti, ms.

350.Ricotti, iv.115; eScelta di azioni egregie operate in guerra da generali e da soldati italiani; Venezia, 1742.

350.Ricotti, iv.115; eScelta di azioni egregie operate in guerra da generali e da soldati italiani; Venezia, 1742.

351.Cambi,Storia di Cremona.

351.Cambi,Storia di Cremona.

352.Tra altri gli fecero quest’epitafio:O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,Quem mors præveniens non sinit esse bovem.Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.

352.Tra altri gli fecero quest’epitafio:

O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,Quem mors præveniens non sinit esse bovem.Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.

O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,Quem mors præveniens non sinit esse bovem.Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.

O Deus omnipotens, crassi miserere Vitelli,

Quem mors præveniens non sinit esse bovem.

Corpus in Italia est, tenet intestina Brabantus,

Ast animam nemo. Cur? quia non habuit.

353.Marin Sanuto,Diarj.

353.Marin Sanuto,Diarj.

354.Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato».Relazioni degli ambasciadori veneti, vol.IX.All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più notevole è il trattatoDella fortificazione delle città. Vi espone molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo fece strangolare nel 1572.

354.Paolo Contarini, balio a Costantinopoli nel 1580, scriveva alla Signoria: — Mustafà bascià a me fece grandissime cortesie, mostrando risentimento grande della morte del clarissimo Bragadin di felice memoria, e affermando non aver avuto alcuna parte in essa, e che fu tutta opera di Araparmat, il quale poi ne patì la pena, perchè nel luogo stesso che fu scorticato quel povero martire, essendo egli vicerè in quel regno, fu in una sollevazione de’ Gianizzeri impiccato».Relazioni degli ambasciadori veneti, vol.IX.

All’assedio di Famagosta assisteva Girolamo Maggi di Anghiari, valente filologo e giureconsulto, che scrisse molte opere, fra cui la più notevole è il trattatoDella fortificazione delle città. Vi espone molte macchine belliche da esso medesimo inventate, e delle quali pare siasi servito a difesa di Famagosta. Caduta questa, restò prigioniero e fu venduto a un capitano di nave che lo menò a Costantinopoli. Ivi nello studio cercò distrazione, e alfine riuscì a fuggire e ricoverarsi in casa dell’ambasciadore cesareo: ma il gran visir lo scoperse, e lo fece strangolare nel 1572.

355.Sereno,Comm. della guerra di Cipro, pag. 191. — Pochi giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò, nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in Venetia presso Giovan Francesco CamotioMDLXXI». Vi sono divisate le cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o riserva.

355.Sereno,Comm. della guerra di Cipro, pag. 191. — Pochi giorni dopo la battaglia delle Curzolari fu stampato a Venezia un opuscoletto: «L’ordine delle galere et le insegne loro con li fanò, nomi et cognomi delli magnifici et generosi patroni di esse che si ritrovarono nell’armata della santissima lega al tempo della vittoriosa et miracolosa impresa ottenuta et fatta con lo ajuto divino contro l’orgogliosa et suprema armata turchesca. Fidelmente posto in luce in Venetia presso Giovan Francesco CamotioMDLXXI». Vi sono divisate le cinquantatre galee del corno sinistro; poi le trenta della battaglia reale, ossia del centro, a sinistra, e trentadue a destra; poi cinquantacinque del corno destro; e trentasette di retroguardia o riserva.

356.Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu ferito a morte Francesco di Savoja.

356.Andrea Provana, detto monsignor di Leiny, vi serviva con tre galee piemontesi: d’una rimasero vive soia dodici persone, e vi fu ferito a morte Francesco di Savoja.

357.Sansovino,Venetia città nobilissima et singolare, lib.X. Per la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima distico è tutto di parole cominciate inT(Thrax trux turca trahit tantos terrore tumultus), il secondo inF, il terzo inP.Natale Gennari,Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna. Roma 1847.

357.Sansovino,Venetia città nobilissima et singolare, lib.X. Per la battaglia di Lepanto Francesco Zane fece un epigramma, il cui prima distico è tutto di parole cominciate inT(Thrax trux turca trahit tantos terrore tumultus), il secondo inF, il terzo inP.

Natale Gennari,Della santa triplice alleanza del S. P. Pio V contro Selim II, battaglia di Lepanto e trionfo di M. A. Colonna. Roma 1847.

358.Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito specialmente il suoPastor fido, vi rispose acremente. Pietro di Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di Paolo IV, pubblicata solo testè.

358.Tra i fuggiaschi da Cipro fu Giasone di Nores, che si piantò a Padova, e v’ebbe la cattedra di filosofia morale. Lasciò molte opere più erudite che belle, fra cui una retorica e una poetica. In questa condannava le tragicommedie pastorali; e il Guarini, che credea colpito specialmente il suoPastor fido, vi rispose acremente. Pietro di Nores suo figlio scrisse pur egli alcune opere, fra cui una vita di Paolo IV, pubblicata solo testè.

359.La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli nel 1585, dice:«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero, sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità, quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che gli manca, come ha già dato principio a provvedere.«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata, siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà: li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime, non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari, perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti, li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica cristiana».

359.La relazione di Gianfrancesco Morosini, balio a Costantinopoli nel 1585, dice:

«Le forze marittime, con le quali il granturco difende il suo impero, sono tali, che non ci è nel mondo altro principe che ne mantenga maggiori di lui, perchè ha nel suo arsenale un grandissimo numero di galere, e ne può molto facilmente far davantaggio quando vuole, perchè ha abbondanza di legnami, di ferramenti, di maestranze, di pegola, di sevi e d’ogni altra cosa necessaria per questo effetto.

«È vero che al presente non si ritrovano in pronto tutti quelli armezzi che sariano necessarj per armare i corpi delle galere che sono in essere, e molto meno quelle che di nuovo il gransignore ha ordinato che si facciano, ed ha mancanza di cotonine di che fanno le vele, e d’altre cose; ma è così grande la sua possanza, che con prontezza e facilità, quando gliene venga voglia, potrà far provvisione di tutto quello che gli manca, come ha già dato principio a provvedere.

«De’ galeotti, quando il gransignore vuole dal paese uomini e non denari, ne avrà sempre abbondantemente per fare ogni grossa armata, siccome anco avendo tanta gente pagata, come la vostra serenità ha inteso, potrà sempre mettervi sopra quel numero di soldati che vorrà: li quali anco vi sogliono andare molto più volentieri che non vanno per terra, così per la comodità, come anco per la manco spesa.

«È ben vero che la fortezza dell’armata turchesca consiste in trenta ovvero quaranta galere, che sono armate di schiavi cristiani, e tutto il resto è simile e forse peggiore delle galere che si armano qui di contadini, e tutte insieme confessano li medesimi Turchi che non sono così buone come quelle de’ Cristiani. Ed in questo proposito non voglio lasciar di deplorare la semplicità de’ principi cristiani, che potendo levar in gran parte a’ Turchi il nervo delle loro forze marittime, non pare che vi pensino; e questo saria procurando con destro modo di ricuperare tutti gli schiavi cristiani che si possono avere con denari, perchè questi sono li marangoni, li calafati, li compagni, li comiti, li padroni e anco li galeotti che fanno buone le loro galere, li quali con molta facilità si potriano liberare, con grande gloria del Signore Dio e benefizio di quegl’infelici, e sicurtà di tutta la repubblica cristiana».


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