Chapter 9

Guidava i federati Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, e sotto lui generali di gran nome, quali il minatore Pietro Navarro e Fabrizio Colonna sullodati. All’esercito papale presedeva Giovanni Medici, che fu poi Leone X, e sotto lui stavano Marc’Antonio Colonna, Giovan Vitelli, Malatesta Baglione, Rafaello de’ Pazzi, condottieri di prima reputazione. Chiamavasi esercito dellaSanta Lega, eppure vi militavano molti Mori e trecento rinnegati d’ogni religione; e le cronache riboccano degli orrori che commisero, senza riguardo a sesso, età, condizione, santità; l’ingegno brutale esercitando nell’inventar nuove guise d’impiccare or per un membro or per l’altro, or in questo or in quell’atteggiamento, or ad un albero o ad un muro o ad un trespolo, e tagliare e storcere le parti più delicate, frangere le ossa, bruciacchiare dov’è più sensibile, e ai tormenti far assisterei cari prima di sottoporveli essi pure. Con tutto ciò in nessun luogo si trova che gli abitanti resistessero, o mostrassero se non il valore almeno la rabbia: ben di molte donne è memoria che precipitarono sè e i figli ne’ pozzi e ne’ fiumi, o difesero l’onestà uccidendo gli offensori.

Bologna contro l’esercito pontifizio fu difesa (1512 genn.) dal Bentivoglio e dai Francesi. Brescia era stanca delle prepotenze di questi, ma partita fra i Gàmbara e gli Avogadro, non valeva a liberarsi. Nel castello di Monticolo erasi fortificato Valerio Paitone, educato dalle armi e dai libri a studiare gli uomini e sprezzarli, e circondato dai migliori buli bresciani, facea vita indipendente e soperchiatrice, taglieggiando i viandanti e i valligiani, ottenendo rispetto dalla repubblica veneta, il cui doge in pien senato si abbassò «da la sedia alquanto per farghe honore»[138]. Fremendo del veder la patria sottoposta a Francia, con Lorenzo Gigli di Rovato, Giammaria Martinengo, ed altri gentiluomini bresciani congiurò per sollevare il paese (5 febb.), e consegnarlo al provveditore Gritti. Scoperti, furono chi cacciati, chi morti; Ventura Fenaroli ch’erasi ascoso in una sepoltura, trovato si trafisse da sè e fu appiccato. Però il Paitone unì quanti potè dalle valli Camonica, Sabbia, Trompia, dalla Franciacorta e dalla riviera di Salò, e secondato da Bergamo e da’ vicini paesi, assalse e prese Brescia; ma forse impedito dalla prudenza del Gritti non attaccò il castello. I collegati speravano che, occupato da Bologna, Gastone non potrebbe impedire quest’altro acquisto; ma egli colla celerità li previene (19 febb.), ed entrato nel castello, di là assale Brescia. I natii si difesero col coraggio che è loro abituale, e ferirono il cavaliere Bajardo sulla breccia; onde i suoi presero furore a vendicarlo, edentrativi, e combattuti via per via, la mandarono a guasto e sangue; seicento cittadini si dissero uccisi, violati fin gli asili sacri ove le donne s’erano ricoverate, fattovi un bottino di tre milioni di scudi (72 milioni); l’Avogadro con due figliuoli ed altri generosi, inviati al supplizio de’ traditori, volendo assistervi il cavalleresco Gastone, e ricevendone lode da storici e poeti[139].

Bajardo ferito fu portato in una casa, la cui signora gli si buttò ginocchione, offrendogli quanto possedea purchè salvasse l’onore di lei e di due sue figliuole da marito; ed esso glielo promise, e che da gentiluomo non le deruberebbe. Gratissima la Bresciana, gli usò ogni attenzione nella lunga malattia, e quando risanato ei fu per partire, gli offerse uno scrignetto pien di denaro, quasi in riscatto della casa non ispogliata, dell’onore non violato: tali erano le relazioni dell’Italia co’ suoi invasori! Ma Bajardo, saputo che contenevaduemila cinquecento ducati d’oro, chiamò le due ragazze, che belle e di buona educazione, gli aveano alleviato le noje e i dolori col leggere, cantare e sonare del liuto e della spinetta; e ringraziandole, pose di que’ ducati mille nel grembiale di ciascuna, il resto alle monache della città state saccheggiate. Le donne, piangendo e ringraziando e donandogli due braccialetti ed una borsa di lor fattura, presero congedo dal leale cavaliero, augurandogli ogni ben di Dio.

Bergamo atterrita comprò il perdono dal Trivulzio con trentamila ducati; ma fu spoglia de’ privilegi e de’ libri, annullati i consigli, imprigionati molti cittadini; fra’ quali Francesco Bellasini, autore dell’operaDe origine et temporibus urbis Bergomi, segretario di quel Comune, fu tenuto nove mesi in una torre. I Francesi, arricchiti dalle spoglie nostre, non pensarono più che a ritornare a casa, il che rendette disastrose quelle vittorie.

Ancor più funesta fu quella dell’accannitissima battaglia di Ravenna. I cavalieri erano da un pezzo abituati a combattere con poco rischio della vita: coperti di ferro essi e il cavallo, esercitati dalla fanciullezza, trovavansi senza confronto superiori alla ciurma de’ gregari, che a piedi e colle picche gli assalivano, e che, se pure col numero li potessero sopraffare, anche dopo buttatili a terra non gli ammazzavano, preferendo trarne grosso riscatto. L’armi a fuoco cangiarono la vicenda; e, per quanto ancora imperfette, la palla di un cannone e la scaglia di un moschetto sparato da un villano poteano freddare il miglior eroe od un figlio di Francia.

La battaglia di Ravenna (1512 11 aprile) fu una delle poche ove la tattica operasse più che il valor personale, e la prima vinta mercè delle artiglierie. Massime i cannoni d’Alfonso di Ferrara operarono utilissimamente, e alcune colubrine opportunamente messe innanzi per consigliodi Bajardo, sfolgorarono gli uomini d’arme di Fabrizio Colonna, uccidendone, se credessimo al cronista, fin trentatre ogni colpo: da sedicimila persone rimasero morte, prigionieri Giovanni Medici legato pontifizio, il marchese di Pescara, Pietro Navarro, esso Colonna ed altri capi de’ collegati. Ma i capitani francesi, che non voleano buttarsi col ventre a terra come gli spagnuoli, rimasero esposti ai colpi di fuoco, sicchè di quaranta che erano, trentotto perirono, ed anche lo splendido Gastone di Foix; perdita che elise il vantaggio della vittoria.

Roma andò al fondo dello sgomento, e i cardinali, aspettando da un momento all’altro i Francesi vendicativi, stringeansi attorno al papa supplicandolo a chieder pace: le città di Romagna atterrite si rendevano al legato del concilio di Milano, ed eran messe a ruba dai brutali Francesi, per quanti ne impiccassero i loro generali. Ma come fu saputa la morte del capo, i più disertavano, e dispersi erano pigliati a insulti e peggio: il vescovo Giulio Vitelli riprese Ravenna che i Francesi aveano saccheggiata nell’atto che trattavasi la capitolazione, e la plebaglia se ne vendicò col sepellir vivi sino alla testa quattro ufficiali della guarnigione; sicchè re Luigi a chi nel congratulava rispose: — Augurate di tali vittorie a’ miei nemici».

Giacomo La Palisse, sostituito a Gastone, non n’aveva a gran pezza la rapidità e maestria di guerra, nè quella confidenza dei soldati che è metà della vittoria. Intanto il legato prigioniero vedevasi in Milano ricevuto con venerazione; i soldati si affollavano a invocarne l’assoluzione, colla promessa di non più militare contro santa Chiesa; lo stesso re di Francia supplicava perdono per le proprie vittorie e riconciliazione; il duca d’Urbino aveva ottenuto la ribenedizione dallo zio; la convocazione del V concilio di Laterano, fatta dal papa, toglievasempre scusa allo scisma e credito al conciliabolo. Massimiliano, nel mentre si professava fedele alla Francia, stipulava tregue e ricevea denari da Venezia, e si lasciava menare dal Cattolico; il re d’Inghilterra minacciava le coste francesi; Giulio, che cresceva le esigenze a misura dell’altrui depressione, comprava diciottomila Svizzeri.

A vicenda dunque, anzi a gara, quattro nazioni forestiere desolavano il bel paese. I Francesi in un paese di signorie divise e temperate recavano quelle indefettibili loro idee del despotismo monarchico, dell’accentramento, dell’unità, laonde erano a continui cozzi colla libertà, colla federazione, cogli statuti, colle varietà italiane. Meravigliati ancor più che indispettiti di trovare opposizione dopo che il conquistare era stato sì facile, nè tampoco sognavano che la gerarchia, che l’onnipotenza di un re avessero a riuscire disastrosi al paese nostro mentre erano così profittevoli al loro; e con imperturbabile ingenuità calpestavano le nostre tradizioni antiunitarie, le franchigie antimonarchiche, quasi ricoveri di deplorabili perfidie; armati di tutto punto, correano da un estremo all’altro d’Italia a vendicare torti, e ripristinar quello che credeano diritto; con pretensioni cavalleresche faceansi sostegno ai più ribaldi, al Moro, al Borgia, ai Bentivoglio; e con tutta serietà declamavano contro la slealtà italiana, essi autori della lega di Cambrai e del trattato di Noyon. Quanto ai soldati, appetitosi ma prodighi, è vero che «ruberiano con lo alito, ma per mangiarselo e goderselo con colui a chi lo han rubato; quando non ti possono far bene tel promettono, quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai»[140]: pure prendeano dimestichezza coi nostri, e seduceano le donne invece di violentarle. Gli Spagnuoli, alieni dalla famigliarità per orgoglio,dalla pietà per l’abitudine di trucidar Mori ed Americani, il vinto consideravano men che uomo. Svizzeri e Tedeschi, superbi della propria forza e delle ripetute vittorie, rozzi e bestiali, insaziabili nel saccheggio, sovrattutto ubriaconi, chiedevano orgie non amori, denari non parole. Quali eran dunque gli amici, quali gli avversarj? Avea ragione Alfonso d’Este allorchè, al fatto di Ravenna avvertito che le sue artiglierie colpivano anche i Francesi, rispose: — Tirate senza riguardi, chè son nostri nemici tutti». Eppure la povera Italia era costretta guardare i Tedeschi come redentori; e nel consueto inganno di credere libertà il mutar signoria, dappertutto insorgeva contro i Francesi, trucidando alla spicciolata quelli che non le era più dato affrontare in battaglia.

Il cardinale Schinner, di cui diceva il re di Francia che gli fecero più male ancora le parole che non le lancie de’ suoi, per Trento mena sulla Lombardia gli Svizzeri, e proclama duca di Milano Massimiliano Sforza (giugno), figlio del Moro, ch’era ricoverato da gran tempo alla corte imperiale, e che i potentati furono contenti di vedere in quel dominio, perchè n’escludeva i Francesi. Ma per recuperare il ducato lo Sforza avea dovuto sbranarlo; ed oltre le enormi taglie imposte dagli Svizzeri, i tre Cantoni montani si tennero Bellinzona; già la Federazione elvetica dominava i baliaggi di Lugano, Locarno e Val Maggia; i Grigioni la Valtellina; il papa, Mantova, Parma, Piacenza, come eredità della contessa Matilde. Di poi, o per gratificare i vecchi, o per farsi nuovi amici, lo Sforza regalò altre porzioni, come Lecco a Girolamo Morone suo consigliere, Vigevano al cardinale di Sion, Rivolta e la Geradadda a Oldrado Lampugnano; ed era costretto gravare d’enormi ed arbitrarie taglie i sudditi, onde satollare gli stranieri, lieti di rendere con ciò esoso il governo nazionale.

I Francesi, troppo deboli, e dispersi in paese ribollente, con gravi perdite dovettero partirsi di Lombardia: Milano, sollevata con quel codardo furore che prorompe contro i vinti, trucidò fin i mercanti di quella nazione rimastivi (29 giugno); così Como, così Genova che acclamò doge Giovanni Fregoso; e tutte le città ripigliavano chi questo chi quel dominatore, purchè non fossero i Francesi. Anche Bologna si arrese ai Pontifizj; e il papa, irritato de’ fattigli insulti, peritossi un tratto se distruggerla e trasportarne gli abitatori a Cento, poi si contentò di toglierle i privilegi e le magistrature: assolse Alfonso d’Este, ma ne fece occupar gli Stati dal duca d’Urbino, e cercò anche tenerlo prigione.

Anche di là dall’Alpi un tempo grosso minacciava la Francia; ed Enrico VIII d’Inghilterra entrava nell’Artois, Fernando il Cattolico nella Navarra, nella Borgogna gli Svizzeri. Se non che le pretensioni opposte dei collegati rivissero appena vittoriosi; ed avendo ciascuno oltrepassato l’oggetto della loro unione, s’inimicavano nello spartirsi le prede. Il papa volea tutto quanto giace a mezzodì del Po; Massimiliano accampava le antiche ragioni dell’Impero; il vicerè Cardona volea menar le sue truppe a vivere nella Lombardia, col pretesto di snidare i Francesi anche dalle fortezze; i Veneziani tentavano Crema e Brescia.

Firenze, tuttochè alleata di Francia[141], si conservava quieta e ne’ doveri, nessuno offendendo; eppure non evitò la sorte dei deboli fra i prepotenti. Già per punirla del radunato concilio, il papa avea tentato soppiantare il gonfaloniere Soderini e la parte popolare, e lasciato che il cardinale Giovanni de’ Medici intrigasse per ripristinarvi la sua famiglia. Ora il vicerè Cardonamove sopra di essa (1512), promettendo rispettare i beni e le franchigie, purchè siano cacciato il Soderini e ricevuti i Medici. Poteva ella salvarsi offrendo denari, unico movente di quei capitani; ma parendo che il pagare fosse un confessarsi in colpa, ricorse alle ragioni, quasi abbiano luogo fra le armi; e il Soderini, nobile patrioto anzichè uomo risoluto, tentennò e non fece armi se non quando il pericolo era irreparabile. Il Cardona traversò l’Appennino senza ostacoli; Prato, ove prima un corpo soldato fermò gli aggressori (30 agosto), fu mandata a inumana carnificina, sotto gli occhi del legato pontificio uccidendo da tremila persone, e violando fin le vergini sacre[142];i rimasti, messi a strazio perchè pagassero enormi taglie. Firenze ne fu sbigottita: l’ordinanza non osava tener testa alle bande: poi una mano di giovani, che solevano adunarsi negli orti Rucellaj a ragionamenti letterarj, proclamano esser inutile il resistere, cacciano il Soderini con minaccia d’ucciderlo (2 7bre), lo fan deporre dai consigli, dare al Cardona quanti denari domanda, e acclamare Giuliano Medici terzogenito del magnifico Lorenzo.

Gli antichi dominatori, restituiti in quella che consideravano casa loro, ma dove erano resi stranieri dall’esiglio, se sulle prime condiscesero alla democrazia, ripigliarono ben tosto il vantaggio; e colla solita ciurmeria del voto universale abolendo le leggi (16 7bre) emanate dopo la loro cacciata, sostituirono una stretta oligarchia, congedata l’ordinanza, rigorosamente esclusi d’ogni carica gli antichi Piagnoni, fautori della libertà e della riforma morale; con un prestito forzoso pagarono lautamente gli Spagnuoli; e Firenze entrò anch’essa nella Santa Lega.

Nel costoro disaccordo Luigi XII potè sperare alleati in quelli medesimi che testè lo combattevano, e rinterzava trattati e proposizioni. Solo nel contrariarlo non allentavasi Giulio II; puniva e lodava; trasferiva al red’Inghilterra il titolo di cristianissimo, e il regno di Francia offeriva al primo occupante; convocava un congresso per chetare le irreconciliabili pretensioni dei collegati; intanto preparavasi a togliere Ferrara all’Estense, la Garfagnana ai Lucchesi: riceverebbe dall’imperatore Modena per ipoteca d’un credito, per prezzo Siena, che donerebbe al nipote duca d’Urbino; sostituirebbe un altro doge in Genova; forse ricaccerebbe di Firenze i Medici, di cui già non era abbastanza soddisfatto; e sollecitando gli Svizzeri, ch’egli destinava barriera all’Italia dopo cacciatone i Barbari, mandava loro la spada e il cappello benedetti. Fra tanti divisamenti la morte lo colse (1513 21 febbr.), e ancor nel vaniloquio dell’agonia ripeteva: — Via i Francesi d’Italia.

Se a quest’unico intento avesse misurato le azioni, poteva ben meritare del paese, come già s’era mostrato degno di governare uno Stato più grande; ma operando per collera, e volendo ogni cosa piegasse alla sua dispotica volontà, empì l’Italia di stranieri e di sangue. Noi lo lasciamo ammirare e rimpiangere dai classici adoratori della forza; come dagli idolatri del bello il suo successore.


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