Non potea dunque sottrarsi al panteismo se non col sospendere le conseguenze, o col variare egli stesso quanto all’unità dell’intelligenza. L’uomo, organo di quest’intelligenza universale, ha però un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere dal corpo l’anima, di cui mostra l’immortalità mediante gli argomenti de’ predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto gran mali, come le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano.
Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione,altamente riprovando quei professori inesperti, «per cui vizio resta infamata» una scienza, nella quale la certezza non è minore che nella nautica e nella medicina. Per vendicarla da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e sperimento, e riduce quella dottrina ad aforismi, distinti in sette sezioni, donde s’intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d’altri animali; poi le virtù dell’erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l’ottava, la virtù d’allungare molti secoli la vita.
Chi reggerebbe ad accompagnarmi nell’indicazione de’ varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, che le conosceva tutte a fondo, non ne fa mistero: anzi insegna a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella, dell’uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, il sangue è sede dell’anima e degli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e argento finchè l’uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato il sangue. Vuoi i presagi da dedursi da tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? o quel che significhino le macchie sulle unghie? e come interpretare i sogni, ed ottenereresponsi? chiediglielo, e te n’insegnerà con sicurezza.
E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI d’Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a’ costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell’Università di Bologna. Cento geniture egli formò d’illustri personaggi, dall’oroscopo di loro nascita deducendo le cause delle loro qualità. Alle stelle convien avere riguardo nella medicazione; infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino; che più? spinse l’audacia fin a tirare l’oroscopo di Cristo. Insegna a chi soffre d’insonnia d’ungersi col grasso d’orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato, tenere in mano l’occhio d’un cane nero. A volta a volta si ride della chiromanzia, della stregoneria, dell’alchimia, della magia, dell’astrologia; eppure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata; eppure è pieno d’apparizioni e di spiriti, crede gl’incubi generare bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per più scoperte, fra cui laformola cardanicae la possibilità d’educare i sordimuti.
Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615) istituì in propria casa un’accademiade’ Secreti, ove non ammetteasi se non chi avesse trovato qualche rimedio o qualche macchina nuova. NellaMagia naturaleespone tutti i sogni, le forme sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità; darsi uno spirito mondiale, che genera anche le anime nostre, e ci rende capaci della magia, al modo che per esso gli astri influiscono sul corpo umano. Non è maraviglia se gliene vennero accuse presso l’Inquisizione, per le quali chiamato a Roma si scagionò, e fu dimesso, con ordine che in avvenire non s’impacciasse di far predizioni, avvegnachè il volgoignorante non sappia distinguere se siano effetto di accorgimento o di sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano effetti, creduti soprannaturali; mostrò che l’unguento delle streghe fosse una mescolanza d’aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale esaltano le fantasie; a suo figlio consigliava: — Non opporre resistenza ai potenti nè alla plebe; quand’anche avessi ragione. Invitato a un banchetto, tien d’occhio a chi ti mesce il vino. Quando parli con un malvagio o un disonesto, guarda alle sue mani più che alla sua faccia».
Insomma le scienze occulte formavano la parte astrusa delle umane cognizioni. Considerando la natura come una successione di prodigi, alla magia chiedevasi la spiegazione d’ogni fenomeno; un fanciullo malato, una donna consunta, il subito arricchirsi; i temporali, e vie meglio le combustioni spontanee, le illusioni ottiche, le esaltazioni nervose; che più? il male più ordinario, il mal d’amore e della gelosia, parevano effetti oltra naturali; e per chiarirli si ricorreva a patti che conchiudesse l’uomo col diavolo, dandogli carte segnate col proprio sangue, e scritte col sacrosanto calice.
Come i dotti toglievano dal vulgo il fondamento degli errori, così questo dal voto dei dotti v’era semprepiù ribadito, e ne nasceva una orrida congerie di pubblica forsennatezza. Nella Bibbia ricorrono fatti di demoniaci; gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure igieniche, o rimedj all’inferma fantasia, doveano però convalidare l’opinione della diretta efficacia de’ demonj sugli uomini, e persuadevano che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti degli ossessi, la cui intelligenza scintilla a volte a volte di luce più viva, danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.
Quel bisogno essenziale alla natura umana d’ampliareil mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l’istruzione non dilata la vista sulla storia e sull’universo, avea creato e qui trasferito dall’Oriente quelle fate benevole, e che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, come la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d’una vita che partecipava all’immortale: anche il genio famigliare e i folletti spesso mostravansi amorevoli e serviziati. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guaj a lui: l’impresa eccedeva le forze del misero, che se ne desolava, quando un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò attraverso la porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un’altra porta: ciò fu appunto nel 1532. L’inquisitore Menghi sa d’un folletto famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l’accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. E nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d’una fantesca; e se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L’anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto faceva le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or lasciare tombolar dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a romper i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame, e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l’anello,ecco gli spiriti a piangere e pregare ch’esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un’orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all’inferno.
Più tardi fu stampato ilPalagio degli incanti, coll’approvazione dell’inquisitore, che li commenda «come dilettevoli per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina»; e sono a leggervi innumerevoli storielle di demonj, di incubi e succubi, sulla fede d’autori accreditatissimi. Il più piacevole è d’un giovane, contemporaneo di Ruggero re di Sicilia, che nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno dei suoi compagni: ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l’ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa, se non che mai non parlava. Avvertito da un compagno ch’egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che perdeva un’eccellente moglie con questa violenza, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand’essa lo prese ed affogò.
Se non fossersi rinnovate ai dì nostri la raddomanzia e qualcosa di peggio, non accennerei di don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli. Costui narrò allo Strozzi Cicogna, che un frate Egidio, ad istanza del duca di Ferrara, aveva scoperto un tesoro, ma nol si potè mai cavare perchè gli spiriti rompeano le funi e spegneano i lumi: il frate fece da don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro rametti d’oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non sipuò rammentare», poi recitò ilmiserere, e quando fu all’incerta et occulta manifestasti mihi, don Antonio si sentì tratto verso la porta del giardino, e giunto ov’era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Lo stesso don Antonio gli narrò che in Noventa sul Vicentino a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla primitiva dimensione, era segno di guarire; se no, di morte: egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d’un’inferma; nè la fanciulla se n’accorse, perchè egli era esorcista, ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[234].
Questifatti, accertati non meno di altri su cui si fondano anch’oggi altre teoriche, meriterebbro soltanto il riso se fossero rimasti nel campo della speculazione: ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori che la civiltà moderna ereditò dall’antica (Cap.XXXIVin fin.). Nel medioevo la pascolarono leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l’empietà, il tremendo e il buffo; però fu repulsato dai legislatori, fin da’ rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla prova dell’acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Damaso, or repudiato per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccatomortale ed eresia il credere ai notturni congressi[235].
Tanto è falso che nel bujo del medioevo imperversasse una credenza, la quale non dirò nacque, ma si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secolo d’oro[236]dopo mescolatasi colla fungaja delle scienze occulte; e fu un altro sintomo della riviviscenza del paganesimo. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata di aver adorato il diavolo, e con sortilegi mandato a morte de’ fanciulli[237]. Sul fine del quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si tramutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s’accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[238]. E di fatto si divulgò l’opinione che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero,andassero in corso, si congregassero in certi luoghi, come al monte Tonalein Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade, di Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle congreghe; splendidi banchetti il sabbato; frati vi ballavano, tutt’in onta della Chiesa; e vi si vilipendeva ciò ch’essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne con alcun marchio particolare? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, — Abbiam veduto il diavolo, siamo andate a cavalcione della scopa alla tregenda, vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Se l’uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio, se v’è modo di patteggiare con una potenza sovrumana, perchè sol pochi v’avrebbero ricorso? Si venne dunque nella credenza che moltissimi fossero, e massime donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.
Frà Bernardo Rategno comasco, zelante inquisitore, ci lasciò un libroDe strigiis[239], dove si scandalizza di chi le metta in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del Diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine, conculcano la croce, prestano fedeltà aldiavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco dellabuona compagnia, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al diavolo; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle lorospontaneeconfessioni agl’Inquisitori per tutta Italia. Anzi, a chiuder del tutto le labbra agli avversarj, adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizione da uomini d’intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Niuno poi era in Como che non sapesse che, un cinquant’anni prima, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo, accortosi di loro, li fece battere in malo modo[240]. Riducono poi la cosa ad evidenza e l’esserne bruciati tanti, e l’avere i papi stessi consentito.
Per verità quest’argomento era perentorio, stantechè l’Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carnificine, delle quali ingloriavansi gli autori, come gli eroi di sanguinose battaglie. Massime nella Germania la proclività al misticismo avea diffuso il timore delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Ma anche in Italia quest’errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi.
Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime,l’uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio? tutto invenzione di tribunali, sitibondi di sangue?
Che l’uomo si creda pel male maggior potenza che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è un fatto troppo chiarito a chi studia le malattie dell’intelletto e le passioni; e che a forza di sentir dire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla. Poteano operare sull’immaginazione delle streghe i suffumigi e le unzioni, che, secondo il Porta e il Cardano, si faceano con solano sonnifero, giusquiamo, oppio, belladonna, datura stramonio, mandragora, laudano. Alcuni fenomeni ricevono ora spiegazione dalle inalazioni dell’etere e del magnetismo animale, arcano che gl’insulsi devono beffare, gli astuti usufruttare, ma gli scienziati verificare e studiare. Fin a qual punto un uomo può operar sul corpo o lo spirito d’altr’uomo per sola forza dell’immaginazione, spinta sin al punto ove va la fede, non è ben chiarito: nè quanto possa l’effetto delle passioni, e massime della paura, causa preponderante delle malattie nervose. L’ipocondria fa considerar le immaginarie sofferenze come un prodotto della volontà dell’altra o frutto di lor ira o vendetta. L’insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata or che si distinguono due ordini di nervi, uno che presiede alle sensazioni dolorose, gli altri a condurre al cervello le impressioni di contatto; e ciò toglie la vulgare teoria della simulazione: e in generale soppresse le entità demoniache, la maga vien considerata come dipendenza dello studio delle facoltà dell’anima. Tralascio casi stranissimi in medicina, affezioni nervose ed isterismi che, come un tempo si curavano coi pellegrinaggi, allora si dichiaravano malattie demoniache[241]. Vedeasi una propagare lesue convulsioni a un collegio, a un convento, attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.
Chi serbava intero il senno proponeva talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l’autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava, per fede di Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi; ella credendo averli cacciati di corpo, sanò: sì, ma dunque il fatto era vero; ma la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro. I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; dalla giurisprudenza di allora le procedure.
L’esistenza però de’ notturni congressi non era così generalmente creduta che non trovasse contraddittori. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un’estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne il volo talora avvenir realmente[242], e con lui sono frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[243], frà Silvestro Mazzolino detto Priero, Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[244], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[245]in un libro, la cui occasione è così esposta da frà Leandro degli Alberti che lo vulgarizzò: — Essendosi scoperto l’anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuocodella donna, dove è rinnegato, bestemmiato e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e provvidente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maledetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d’uno grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de’ fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa, per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all’ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii: la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomocertamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell’inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell’antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...»
Gianfrancesco introduce laStregaa dialogar con uno che non vi crede (Apistio), il quale fa le objezioni del buon senso a tutte le confessioni di lei, mentre il giudice (Dicasto) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto delle persone, ai sozzi convivj, alle infande nozze, all’abuso del sacrosanto pane. E da altri processi egli raccolse d’un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d’Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con essa discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agli altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all’elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D’altri ancora egli sa, così presi d’un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll’altra fiamma destata d’una catasta di legna. E questifatti sono comunissimi, tanto che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.
La strega introdotta da Pico conviene d’aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de’ bambini, finchè morivano se essa medesima non vi desse rimedj, insegnatile dal demonio. L’incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l’attrattiva maggiore consistere sempre ne’ piaceri del senso. Il demonio permetterle tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e la particola trarsi di bocca e conservare per profanarla poi alla tregenda.
Uno dei più persuasi in tal fatto è il padre Girolamo Menghi di Viadana, che empì l’opera sua di fatterelli curiosi[246]. Nel tempo che i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, stando Alfonso d’Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustrissimi signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il che avendo udito il predetto duca, rispose in questo modo: — È cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj»; e narrogli, che stando lui un giorno a Carrone città di Calabria, dopo le cure e spedizioni regie cercando qualche spasso e ricreazione, gli fu detto che ivi era una donna vessata di spiriti immondi. Il che intendendo esso, se la fece condurre, e cominciandoil duca a parlare con essa, niente rispondeva nè movevasi, come se fosse senza spirito. Vedendo questo il principe, e ricordandosi d’una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, segretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare, e torcere la bocca e gli occhi. Allora quel signore le domandò il perchè, ed ella rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta «perchè (diss’ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell’agnusbenedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Le quali cose levando il duca, di nuovo divenne come morta. La notte seguente andando quel principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti e rumori nel palagio e nella propria camera, di maniera che fece chiamare alcuni servitori per sicurezza, coi quali stette fino al giorno senza punto dormire. Venuto il giorno, un’altra volta si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s’egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandogli — Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: — Io era nascosta nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero state sopra di te quelle cose sacre che porti al collo secretamente, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti dico di più, che tutto quello che jeri ragionasti e trattasti coll’ambasciatore de’ Veneziani, ti saprò narrare, perchè il tutto ho udito e saputo». Il duca per chiarirsi mandò fuori tutti quelli che ivi si ritrovavano, poi comandò allo spirito che dovesse narrargli quanto era passato tra l’ambasciatore e lui; il quale, come se fosse stato presente, per bocca della donna narrogli tutto il fatto di parola in parola; di maniera che empiè quel signore di tanta meraviglia, che d’indi in poi sempre credette che gli spiriti maligniandassero vagabondi tanto nell’aria, quanto nei corpi umani.
Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l’avedella mattina, ond’esso fuggì lasciandola nuda sul terreno, ove fu scoperta. Un marito spiò sua moglie tanto, che s’accôrse dell’ungersi e dello scomparire, e a forza di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda, ove sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Quando dopo lunga istanza gli fu portato, sclamò: — Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell’esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravvenuti seppe trovarsi in quel di Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[247].
Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far prova dell’unto stesso, e seguì la madre, cui vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa sparve: l’inquisitore ne stese processo, e la madre alla tortura confessò ogni cosa. Antonio Leone di Valtellina, carbonajo dimorante a Ferrara, narrava d’un marito che parimente vide la moglie ungersi, ed uscir dalla finestra, ed egli imitatala, trovolla in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro, se non che si sgravò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[248].
Basta il buonsenso più triviale a spiegar questi fatti: ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti; l’insistenza dei quali mostra che v’avea contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl’inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l’opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[249], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[250], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende essere illusione[251]. Andrea Alciato[252]scrive: — Appena ornato delle insegne dottorali, mi si offrì la prima causa in cui rispondere del diritto. Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine, per inquisire le streghe: già più di cento n’avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll’elleboro piuttosto che col fuoco meritavano essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, spediti a me gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò di sole donnicciuole siffatta credenza, e chiedeva perchè non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scomparisse tutta la tregenda all’invocare Gesù?
Pietro Borboni arcivescovo di Pisa consultò i dotti di quell’Università intorno a certe monache ossesse, se il fatto fosse naturale o soprannaturale; Celso Cesalpino,famoso naturalista, rispondendovi espone a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l’uomo, ma non poter queste comunicare con noi[253]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i mezzi della Chiesa.
Traviata così l’opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo uditoin provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agl’inquisitori di perseguitarli. Pure egli avea vietato s’intrigassero di sortilegi, malìe, fatucchierìe, se non v’intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all’occasione de’ molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agl’inquisitori della Venezia d’una genìa perniciosissima che rinunzia al battesimo, e dà il corpo e l’anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[254].Nel 1523 Adriano VI al Sant’Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d’ambo i sessi, che prendono signore il diavolo, e con incantagioni, carmi, sacrilegj ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra e commettono altri eccessi e delitti[255]. Più tardi Gregorio XV si scagliava contro quei che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti, ecc., e vuole che siano immurati.
Ben centotre bolle di pontefici servivano di norma agl’inquisitori, e fra tutte famosa la lunghissimaCœli et terræ creator Deusdel 1585, con cui Sisto V[256]condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll’inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie, ed al demonio ardere profumi e candele; come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, eduntesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano: quindi proibisce tutti i libri d’astrologia, il far l’ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. San Carlo nel suo primo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla società dei fedeli[257]. Nel 1588 Agostino Valerio, vescovo di Verona e cardinale, pubblicava una pastorale compiangendo come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione, che hanno fatto patto coll’inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie e simili abominazioni».
I rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell’esorcizzare; del che il vescovo Filippo Visconti impartì molte regole per ovviare gl’inconvenienti: — A pochissimi se ne conceda licenza; e questi s’informino prima dal medico se l’infermità provenga da mala disposizione del corpo, o da umori malinconici, o da molestia del demonio, o da capriccio: e trovando il caso d’esorcizzare, lo faccia nella chiesa parrocchiale con cotta e stola; se son donne, vi assistano sempre due loro parenti o altre persone buone, nè l’esorcista le tocchi, se non al più colla mano sul capo: non dia medicine, non interroghi il diavolo di materie curiose e superstiziose».
Ma già vedemmo come, allo scemar della fede, si fosse radicata l’Inquisizione, e come ne’ processi si fossero assottigliati i legulej, e introdotta la procedurasecreta, riprovata dal diritto canonico, e colla quale non è onest’uomo che non possa andar condannato. L’uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e alla pertinacia di processanti incalliti allo spettacolo del dolore e ponenti gloria e talvolta guadagno nel convincerli, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dovere a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavanospontaneamente, e ne restava convalidata l’opinione.
I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati; teneano per norma di far entrare la strega nella stanza per indietro, onde veder lei prima d’essere da lei veduti; badare ch’essa non li tocchi, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[258]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all’odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato; poi lo facevano denudare e purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità.
Non vi fu codice che non stampasse pene contro le stregherie; e per dirne un solo, lo statuto di Mantova dei Gonzaghi, che durò quanto la loro dominazione, cioè fin al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all’amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all’insania o a malattia e morte, sieno bruciati. Se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dalterritorio. Chi ha l’abitudine di tali cose in secreto o in pubblico, sia arso. Possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d’aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagini all’intento di guarire.
Che poi i processi dall’Inquisizione orditi fossero reputati regolatissimi e legali, n’è prova l’averne stampato i codici, anzichè tenerli arcani[259]; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?
Eliseo Masini[260], parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant’Uffizio, dice: — Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d’Italia e anche fuori, tanto più convieneessere diligente; e perciò s’ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;
«quelli che tengono costretti (com’essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;
«quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d’esser suoi, o glien’hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;
«quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;
«quelli che malefiziano creature ragionevoli, o irragionevoli, sagrificandole al demonio;
«quelli che l’adorano o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;
«quelli che l’invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la tua santità, e parole simili;
«quelli che gli domandano cose ch’egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;
«quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;
«quelli che mettono sopra altari, dove s’ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;
«quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla santa Chiesa, per farsi amare d’amor disonesto, come sono l’orazione di san Daniele,di santa Maria e di sant’Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli, ecc., per essere sicuri dall’armi de’ nemici, e per non confessare il vero ne’ tormenti; o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà;
«quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l’atto matrimoniale;
«quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi, levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi».
Contro siffatti delinquenti vediamo alcuni canoni della procedura, desunti dallaLucerna Inquisitorisdel Rategno. Pochi indizj bastano a presumere un eretico; un lieve segno, anche il sospetto e la fama. Non è mestieri che i costituti de’ testimonj concordino; se diranno sapere quell’infamia per udita, non sono tenuti a provarlo; non infirma i testimonj l’essere scomunicati e criminosi. Chi vuol camminar di piede sicuro, fa così; se alcuno è diffamato o sospetto di eresia, si citi e si esamini; confessa?bene quidem; se no, pongasi in carcere; gli avvocati non prestino ajuto o consiglio agli eretici; possono ben processarsi senza strepito di avvocati. È tolto l’appellarsi; la confessione purga ogni vizio del processo; l’inquisitore non è obbligato mostrare il processo all’autorità secolare, che deve solo eseguirne i cenni; non è viziato il processo sebbene non si pubblichi il nome de’ testimonj, nè se ne dia copia al reo.
— Come scoprire le streghe?» domanda il Rategno stesso; e risponde: — O per conghiettura, o per confessione delle compagne che tra loro si conoscono al giuoco, benchè il diavolo può in tregenda averne assuntole forme. Si conoscono anche se facciano spregi al santissimo sacramento, torcano il volto dalla croce, minaccino ad alcuno che male gli accadrà, che si troverà malcontento, e in fatti così avvenga». Mattia Berlica narra d’un bifolco che, per conoscere le streghe, metteva in un sacco tanti fili aggruppati quante erano donne nel suo villaggio, e dette certe parole, bastonava ben bene il sacco, poscia andava di casa in casa, e se alcuna donna scoprisse ammaccata, la denunziava per rea, e messa alla tortura dovea confessare.
Due leggieri indizj bastano per sottoporre uno alla tortura, segue il Rategno; non fa pur mestieri che per questo convengano l’inquisitore ed il vescovo o il suo vicario. È in arbitrio del giudice lo stimare gl’indizj per torturare: sia più facile nelle colpe più segrete. Si tenti prima se v’ha alcuna più agevole via di scoprire il vero; poi si tormentino primi quelli da cui sia maggiormente a sperare la verità, le femmine più deboli, il figlio prima del padre, e al cospetto di questo. L’occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. Non vi sia sottoposto chi è dissotto de’ quattordici anni, quand’anche non si possa estorcergli la verità colla sferza o collo staffile; nè i vecchi oltre settant’anni; nè le donne che sieno veramente riconosciute incinte.
«Quante volte può torturarsi il reo per le confessioni revocate? — Due o tre», risponde il Pegna[261]. E il Rategno soggiunge: — Ma se il reo negasse da poi quel che confessò ne’ tormenti? Rispondo: il reo è tenuto a perseverare in quella confessione, se no si ripeta il martoro fino alla terza volta.
Cessiamo; chè già il lettore sa di troppo per intendere che cosa significassero i processi, i quali per eresie e stregherie si moltiplicavano allora, quanto oggi quellidi Stato[262]. Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malìe, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestare la croce. San Carlo, legato pontifizio in que’ paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggiore dell’aspettazione: centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[263].
Un tal padre Carlo (forse il Bescapé), sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il suppliziod’alcune fra queste: — In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, a’ lati della quale fu appiccato il fuoco; e tanto fervea l’incendio, che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l’ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l’anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitare delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[264].
Il padre Carrara, nella storia di Paolo IV, l.II, § 8, riferisce che in quel tempo i demonj fecero l’estremo di lor possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d’orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay, e Giambattista Rossi generale de’ Carmelitani, perchè riconoscessero il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Trastevere promise guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa, onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo raccomandò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo trovò veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle còltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj: e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l’oro, con un nodo lento: due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo; due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d’unghia umana, grani di cicerchia e d’altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d’uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo dix; nell’altra tredici nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto: «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena sarai» e parole inintelligibili.
Subito il pentolino fu messo nell’acqua santa e riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberatoe tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.
Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all’abjura. Questo Francesco, di cui si hanno molti trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d’olj santi e d’altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole dell’Agrippa; saper fare venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l’ascendente di Venere, costringere alla benevolenza, e stare preparandone altre sotto l’influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di potere con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figlio; avere scoperto il senso de’ geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de’ Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch’esso v’aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe’ vizj e il disordine spesso si trovava sprovvisto. Fu condannato a dare pochi denari di che far crocette d’argento, e a praticare alcuni atti di pietà «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali con li quali hai avuta famigliarità»[265].
Ben peggio andavano le cose fuori d’Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannateper fatucchiere[266]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Dite altrettanto dell’Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[267], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 94 furono arse trentacinque streghe. Tra i Riformati usavasi altrettanto, anzi più ferocemente che tra i Cattolici; e da penna straniera, quella di Martin Delrio, uscì la più seria dimostrazione e il più compito codice di siffatte credenze e procedure.
Così durò tutto ilXVIeXVIIsecolo[268], e gran parte di quel che precedette il nostro. Ma le scienze progredendo portavano spiegazione a molti fenomeni, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le naturali analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l’accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e dove, le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che rispondere sì o no. Alcuni diedero intrepidamente di cozzo all’ubbia popolare, e principali fra questi i gesuiti Adamo Tanner e Federico Spee, le cui opere lasciarono ben poca novità a quella, più efficace perchè breve e vulgare, del Beccaria; se non che essi trattavano la quistione per via di testi e canoni, ad uso dei dotti, lasciando che la plebe covasse i proprj inganni.
Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretanoGirolamo Tartarotti[269]negando le tregende, e ribattendo specialmente il Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magìa; col che concedendo l’immediata potenza del demonio, come potea ricusargli la potestà di trasferire anche le maliarde? Riducevasi dunque a conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovrattutto al loro numero. E non che questa fosse una concessione da lui fatta ai pregiudizj del suo secolo, allorchè Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[270]estesero quella negativa ad ogni immediata arte diabolica, egli protestò che, tacciando d’illuse le streghe, non aveva inteso mettere dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana ha bisogno di forza per sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. E il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[271].
Sovra i beati e ridenti uomini del Cinquecento pendeva dunque da una parte il terrore delle potenze malefiche, dall’altra la spada di orribili quanto irreparabili processi, che dirigevansi pure contro gli eretici, e ne colpivano persino i figliuoli. Il Rategno sancisce che i figli d’eretici, quantunque buoni cattolici, sono privati del retaggio paterno; gli eredi, obbligati adempire la penitenza imposta al reo; possono privarsi degli uffizj e delle dignità i fautori, i figli, gli eredi degli eretici; uno si può dopo la morte dichiarare eretico, e confiscarne i beni; poichè il delitto d’eresia non s’estingue neppur colla morte. Dei beni confiscati il diocesano non tocca: se ne dà un terzo al Comune ove segue la condanna, l’altro agli uffiziali del Sant’Uffizio, il resto s’adopera ad incremento della fede ed estirpazione delle eresie.
Secolo singolare il Cinquecento, misto di tanta grandezza con tanta miseria, tanto splendore con tanti errori, tanta civiltà con tanta fierezza; secolo che tutto cominciò, nulla finì; e che di particolari attrattive riesce per noi, atteso che, come oggi, ogni cosa vi era in moto, e possiamo trovarvi esempj, consolazioni, speranze. Mescolato tuttora l’antico col nuovo, non godevansi più i vantaggi dell’uno, nè ancora quei dell’altro; del passato tenevasi un’energia selvaggia che, qualora dal carattere passi nelle idee, fa guadagnare in forza e dimensione quanto si scapita in delicatezza e misura: ma erasi perduto la fede e la docilità; verso il futurospingeasi coll’intelligenza, ma non n’avea la pulitezza e la regolarità.
Colombo scrive ad Isabella: — Il mondo conosciuto è troppo piccolo», e altrettanto pare s’intimi da ogni parte anche pel morale; nè in verun altro periodo erasi ampliata cotanto la sfera delle idee relative al mondo esteriore, o l’uomo avea sentito sì vivo bisogno d’interrogare la natura; in verun altro fu messa in giro tanta copia e varietà d’idee nuove. Come in Grecia Platone, Aristotele, Fidia, così in Italia Ficino, Michelangelo, Falloppio concorrono a scoprire la natura dell’uomo sotto il triplice aspetto intellettuale, artistico, materiale: quasi a un tempo fioriscono sette artisti a cui non sorsero i pari, Leonardo, Michelangelo, Rafaello, frà Bartolomeo, Correggio, Tiziano, Andrea del Sarto: sedettero contemporanei principi grandissimi, quali Carlo V, Leone X, Francesco I, Enrico VIII, Andrea Gritti, Andrea Doria, Solimano II: non c’è strada che lo spirito umano non batta da gigante; indagine dell’antichità e smania del nuovo; lanci del genio e longanimità dell’erudito; poesia e calcolo; e ogni facoltà umana trovasi rappresentata da insigni personaggi.
Intanto, splendidezza d’abiti, di Corti, di apparati; dall’Occidente e dall’Oriente nuove ognidì squisitezze vengono a lusingare i sensi; oggi Brescia ode proclamare per le vie, a suon di tromba, che il suo Tartaglia scoperse un nuovo teorema matematico; domani non si parla che del nuovo canto dell’Orlando, letto jeri dall’Ariosto nel palazzo di Ferrara; un giorno allocuzioni, sonetti, scampanìo, luminarie annunziano che s’è dissotterrato il Laocoonte, o che Michelangelo aperse la cappella Sistina, o Gian Bologna espose la Sabina.
Il dominante spirito aristocratico cerca nelle scoperte quello che può dar gloria alla nobiltà, anzichè quello che migliori ed arricchisca le plebi. Una politica egoista chedell’astuzia si fa merito più che della forza, un’inettitudine irrequieta, un viluppo di maneggi, fanno e contrasto e lega con una malvagità or ipocrita ora sfrontata, e cogli abusi della forza, che, dalla grande migrazione in poi, non aveva mai così inverecondamente proclamato la sua morale onnipotenza, quanto nelle guerre pel Milanese e per la Toscana, nel sacco di Roma, negli assedj di Firenze e di Siena. L’acquisto di cognizioni e di libertà era ancora a servizio delle passioni; innestate l’ispirazione colle reminiscenze, il genio colla pedanteria, il paganesimo colle esaltazioni devote, la santimonia coll’empietà, l’azione colla meditazione, la moralità col machiavellismo.
Del medioevo durano ancora gl’incidenti, in bizzarro contrasto coi nuovi costumi. Tutte le fasi delle repubbliche sussistono accanto a tutte quelle del principato, esse decadendo, questo assodandosi; le secrete tranellerie de’ gabinetti trovansi a fronte con impeti di generosità cavalleresca; i condottieri rompono ancora le ordinanze delle fanterie stanziali, e pretendono opporre le armadure di un tempo alle bocche di fuoco; principi eroi sono uccisi a Ravenna perchè fecero voto all’amante di non coprirsi; o ne’ tornei s’avventurano re moderni, mentre la tragedia regolare chiama a piangere sulle simulate sventure degli antichi.
Strigatisi dai ceppi del medioevo, ma senza aver assunto ancora quelli che impongono le convenienze, abbandonavansi agli istinti od alle ispirazioni della fantasia o della coscienza; ribaldi o virtuosi ma francamente, senza insuperbire nè vergognare. Quindi nella vita tradizioni di lealtà insieme con un epicureismo non dissimulato; scetticismo micidiale, e fanatismo sterminatore; l’entusiasmo e l’ironia; l’assiderante regolarità del Trissino, e il geniale sbizzarrire dell’Ariosto; il ghigno sguajato dell’Aretino, e il belare dei Petrarchisti;la silvestre semplicità de’ Bucolici, e l’insaziabile accattare di Paolo Giovio; la bizzarria spensante di Benvenuto e l’austerità di Michelangelo, forse unico artista in cui appaja la lotta dello spirito colla materia; il sarcasmo del Pomponazzi e la convinzione del Savonarola, le orgie di Lucrezia Borgia e i roghi di Pio IV, Machiavelli e Filippo Neri, Leone X e Adriano VI, Carlo V e Francesco I: stampasi ilCorpus juris, mentre ogni dritto è calpestato: la serenità della scuola di Rafaello fa contrasto al ceffo del Borbone e del Frundsperg. Di qui l’immensa difficoltà di giudicare della moralità delle azioni e della grandezza dei personaggi, dipintici da passione e da spirito di parte, convulsi fra idee così disparate, fra pregiudizj inumani e servili, fra l’insuperabile efficacia degli esempj e quel che chiamasi senso comune.
Aggiungiamo la desolazione che entra negli spiriti allorchè un gran dubbio gettato nella società rimette in problema tutto quello su cui essa riposava.