Forse ne dubitavano l’Ochino ed altri Riformati, e probabilmente l’Accademia di Vicenza; ma risoluti antitrinitarj si dichiararono i figli del medico Matteo Gentile, che per seguire la Riforma era spatriato. Alberico professò giurisprudenza a Oxford sinchè morì del 1611. Scipione insegnò ad Eidelberga e altrove, latinizzò i due primi canti dellaGerusalemme liberataappena usciti. Giovanni Valentino di Cosenza professò a Ginevra, in Francia, in Polonia; esigliato dalla Svizzera, perchè ruppe il bando, fu decapitato a Berna. Gianpaolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere (1564-65) a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso», da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma affatto frenetico sin alla rabbia»[319]. Aggiungi l’abate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri, Dario Socino.
Matteo Gribaldi detto Moffa, legista chierese, che professava a Padova collo stipendio fin di mille fiorini, e vi acquistò tal fama che la sala non bastava agli ascoltatori, ne fuggì perchè sospettato d’eresia in grazia di un libro stampato a Basilea nel 1550, ove descriveva la morte di Francesco Spiera, accompagnata, dicevano i Protestanti, da orribile disperazione per avere disertato dalle loro opinioni. Calvino temendolo infetto dell’eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, nol volle ricevere. Bruciato poi questo, l’invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; e perchè l’intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo a una professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguito come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire (1564) tornasse cattolico[320].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino, fuggito ad altri compatrioti in Ginevra, v’ebbe una cattedra di legge; ed era disputato dalle Università di Francia e di Germania per opere di diritto e di filosofia, ora affatto dimenticate. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben provveduta, e dopo molti anni abjurò in fatto; a Padova insegnò diritto civile, poi finì a Valenza.
Lelio Socino (-1562), discendente da illustri giureconsulti, da Siena passato in Isvizzera e in Germania, si amicò i principali Riformati e Melantone; disgustato dell’intolleranza di Calvino[321], andò in Polonia, professando apertamente le credenze antitrinitarie, alle quali convertìFrancesco Lismanin di Corfù, priore de’ Francescani e confessore della regina Bona Sforza. Accolto a gara dai signori polacchi e dal re Sigismondo, morì a Zurigo (-1604). Fausto Socino, nipote e allievo di lui, bello scrittore, facile parlatore, gentile di modi, occupato dodici anni presso la corte di Firenze, quando i suoi parenti furono perseguitati si mutò a Basilea, studiando teologia; e pubblicò opere anonime. Per una disputa con Francesco Pucci, avendo dovuto partirsene, fu chiamato in Transilvania e Polonia, ed ereditati gli scritti dello zio, ne trasse fuori un nuovo simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo lui, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d’origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d’essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, ch’esso acquistò colla morte, coll’obbedienza e colla risurrezione. L’uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo abolendo il peccato, l’avrebbe sottratto alla morte; nè si trasmette colpa originale. L’uomo è libero nel proprio arbitrio; l’onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. Alla giustificazione sono necessarie le opere buone: Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: il battesimo d’acqua è meramente atto allusivo all’iniziazione.
Socino fu dunque il vero grande eresiarca, poichè non accettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: se Lutero e gli altri avevano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio, e togliendo il soprasensibile, fu il padre del razionalismo, che è l’eresia dei tempi nostri.
Gravi contraddizioni gli suscitarono queste dottrine, e perseguitato e povero dovette vivere della generosità de’ suoi adepti; i quali crebbero tanto, che le differentissime sêtte di Unitarj si ridussero a quest’una, detta de’ Sociniani. Ma i suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo strascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, e alla sua morte gli fu posto quest’epitafio:
Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,Calvinus muros, sed fundamenta Socinus[322].
Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,Calvinus muros, sed fundamenta Socinus[322].
Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,
Calvinus muros, sed fundamenta Socinus[322].
Giorgio Biandrata saluzzese (-1585), dottore nell’Università di Montpellier poi di Pavia, scrisse intorno all’ostetricia e alle malattie muliebri il meglio che fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly vaivoda della Transilvania, lo portò al grado di prendere moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non è da annoverare fra i perseguitati di Vicenza[323], perocchè nel 1552 lo troviamo reduce in quiete a Mestre; di là pare fuggisse a Ginevra, dove udì Calvino,ma datosi agli Antitrinitarj, fu dal Vermiglio chiamato a Zurigo, poi capo d’una chiesa istituita da Olesnieski signor di Pinczowia; e quando Sigismondo Augusto di Polonia aperse questo regno agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due concilj, collaborò alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radzivil, e sostenne calorose dispute[324], tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consigliere intimo. Pure non si staccava affatto dai Cattolici, tornò talvolta alla Corte polacca, che l’adoprò in importanti nunziature: onde Fausto Socino lo mise in sospetto al vaivoda, poi inveì contro di esso, e sparse fosse ucciso dal nipote Bernardino.
In Polonia predicò pure Francesco Stancari mantovano (-1574), che insegnando ebraico in un’accademia eretta a Spilimbergo da Bernardino Partenio, manifestò idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattatodella Riformagione. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò, perchè professava che Gesù Cristo fu mediatore presso l’eterno Padre come uomo non come Dio; e dappertutto venne contrariato per dottrine esorbitanti. A Cracovia seppe dissimularle; ma quando il vescovo insospettito il fece arrestare, i signori ne ottennero la liberazione; ond’egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l’antico culto, e diede un codice in cinquanta regole per le nuove chiese. Nell’operacontro i ministri di Ginevra e di Zurigo(Cracovia 1562) scrive che «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; dei quali tutti, se si pestassero in un mortajo non si strizzerebbe un’oncia di vera teologia».
Francesco Pucci fiorentino, stando a Lione per commercioe frequentando i letterati contrasse le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si pose alla teologia in Oxford, dove fu dottorato il 1574. Nel trattatoDe fide in Deum quæ et qualis, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell’Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d’amicizia e di credenze con Fausto Socino, pubblicò una tesi che tutto il genere umano fin dall’utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità. Per essa dovette andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti disputò. A Cracovia due alchimisti inglesi lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò persuaderne altri. Disingannatone, si ravvide anche de’ suoi errori, in man del vescovo di Piacenza nunzio a Praga si ritrattò, e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d’Aragona[325].
Da qui siete chiari come la Riforma straziasse se stessa; e qualvolta il senno individuale sottentri al comune, è egli possibile trovar un punto d’accordo, cui si pieghi l’orgoglio della libera interpretazione? Intolleranti come quelli da cui s’erano staccati, e senza avere come questi l’appoggio dell’autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli essere al possesso della verità, sicchè condannava il dissenziente; i sinodi scomunicavano l’un l’altro; l’un predicante cacciava l’altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelevasi altamente dei tanti Italiani rifuggiti in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti d’istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi[326].
Risentiva dunque tutta la società le scosse della Riforma, la quale era giunta alle estreme sue conseguenze, cioè fino a rinnegare Cristo, e surrogare al deismo epicureo il deismo razionale; onde i Cattolici aveano bene di che sgomentarsi, e voler riparare con una riforma cattolica. Di questa fu zelantissimo Paolo IV, succeduto (1555) al brevissimo papato del sant’uomo Marcello II. Avea istituito i Teatini, detti così dal vescovado cui egli rinunziò per entrarvi; e avendo a Trento costantemente propugnato la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale, si meravigliò al vedersi eletto. Se appuntammo il suo sparnazzarsi in una politica secolaresca, lodiamolo d’aver piantato la politica pratica fondata sui diplomi, e che perciò fu poi detta diplomatica: poichè il cardinale Vitellozzo Vitelli avendone raccolto un gran numero, principalmente concernenti la famiglia Caraffa, chiarì di quant’uso potessero essere, incoraggiò le grandi famiglie a fare altrettanto, e il papa secondò le ricerche. Questo gloriavasi di non aver trapassato un giorno senza fare un ordine per emendazione della Chiesa; onde ben gli si appropriò una medaglia, portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori.
La dominazione spirituale ben s’impianta sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, palesa un indebolimento già sentito. Nessuno negherà nè che la Chiesa abbia diritto di eliminare e punire chi la contamina, nè che nell’applicazione siasi ecceduto: ma la storia contemporanea non ci spiega abbastanza questi trascorsi, comuni a tutte le nazioni? L’inquisizione come tribunale, ignota ai primi secoli quando pena era la scomunica, cioè l’escludere dalla comunione delle preghiere ede’ sacramenti, fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per assodare nella Francia quella nazionalità che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo: negli altri paesi, in mancanza d’eretici, vegliava sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie anche dette per ira o malvezzo, la bigamia, le superstizioni, lo sparlar del clero. In Ispagna diretta pure in senso della nazionalità, cioè a svellere ogni residuo della dominazione straniera, trascese, come avviene delle nazionali vendette; e quando essa perseguitava i Musulmani, migliaja di famiglie arrivarono a Genova e in altri porti d’Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano.
Sisto IV, deplorabile pontefice, sin dal primo momento che re Ferdinando la introdusse, ne mostrò tal disgusto, che d’ambe le parti si arrestarono gli ambasciatori, e il Cattolico richiamò i suoi sudditi. Sisto da poi cedette, e confermolla nel 1478; ma udendo lamenti sulla durezza de’ primi inquisitori, dichiarò surrettizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero che d’accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant’Uffizio alle altre provincie; poi destinò un giudice d’appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; molte sentenze cassò e addolcì; e per quanto i Cattolici e Carlo V procurassero eludere quest’intervenzione della santa Sede, è memoria di condannati a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l’onore civile, almeno i figli cercarono salvarne dall’infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d’assolverli in segreto, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. In tali arti perseverarono Giulio II e Leone X, e quali dispensarono dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente, a quali tolsero d’in sulla tomba i segni di riprovazione: Leone scomunicò l’inquisitore diToledo nel 1519, ad onta di Carlo V; ed essendo condannato il Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo disse innocente, e lo pose vescovo delle Canarie: il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all’ombra papale: Leone proferì reo di morte chi falso testimoniasse davanti al Sant’Uffizio, e voleva riformare radicalmente l’Inquisizione di Spagna, legandola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò col solito spauracchio di Lutero[327].
Fin dal suo tempo il Segni accorgevasi che l’Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull’onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un’istituzione politica: è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può: ma l’interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore, approvava gli assessori, fra cui due dovevano essere del consiglio supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, così padrone della vita e della roba de’ sudditi, e che della cassa dell’Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl’inquisitori non restava tampoco abbastanza per le spese; i grandi e il clero n’erano colpiti egualmente, senza privilegio o eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure un artifizio regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà.
Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione: e quel tribunale fu esteso come una legge marziale contro l’irrompere di eresie, che dove prevalsero, cagionarono ben maggior effusione di sangue, che non tutti i roghi del Sant’Uffizio.
Prevalse poi le idee di tolleranza, vengono obbrobriati coloro che propongono spiegazione, non giustificazione alle vecchie persecuzioni, mentre pajono eroicoloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che a carico della religione posero e quei rigori e quegliatti di fede[328].
Fatto è che allora, in nome della religione della misericordia, si rinnovavano gli orrori dell’imperio romano, e al gentilesimo delle voluttà e dell’ingegno credeasi riparare con quello dell’oppressione e de’ supplizj, togliendosi e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare[329]. Paolo IV dando all’Inquisizione un’insolita vigoria, non la volle più dipendente da ciascun vescovo, ma dalla congregazione del Sant’Uffizio, autorizzata a giudicare delle eresie di qua e di là dall’Alpi; laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell’Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell’istessa Inquisizione erano eretici»[330]. Singolare confessione!
Allora si estesero le procedure del Sant’Uffizio, il quale doveva inquisire gli eretici o sospetti d’eresia, i fautori loro, i maghi, malefici e incantatori, i bestemmiatori, quelli che si oppongono al Sant’Uffizio ed a’ suoi uffiziali. Sospetto d’eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendono gli ascoltanti o fanno atti eretici, come abusare de’ sacramenti, battezzare cose inanimate, quali sarebbero calamita, cartavergine, fave, candele; percuotono immagini sacre, tengono, scrivono o leggono libri proibiti; si allontanano dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati, e simili.
Le procedure sue, che tanto ci destano orrore, non erano che le consuete; e basti in prova l’essere pubblicamente stampati i suoi codici, secondo i quali, al reo è dato un procuratore, persona intelligente e di buon zelo, col quale egli possa comunicare e che ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant’Uffizio, per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo; senza il nome de’ testimonj, e senza quelle particolarità per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[331].
I principi, accortisi che al religioso teneano dietro cambiamenti politici, fecero causa comune con quella Roma di cui aveano avuto gelosia, e per tutto fu invigorita l’Inquisizione, repudiando la connivenza tanto consueta in Italia; con privilegi e indulti si allettavano fraternite d’uomini e donne a servire di famigli al Sant’Uffizio, che non solo investigava l’eretica pravità, ma la negligenza delle pratiche religiose, fiutava le cucine al venerdì, sofisticava qualche parola sfuggita aiprofessori, insomma avviava alla polizia odierna; superiore a questa solo in quanto supponeva andarne di mezzo, non l’interesse momentaneo d’un principe, ma la salute delle anime. La tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell’uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi conoscevala in quell’età? Lutero invocava le spade regie contro i dissidenti, mentr’esso li perseguitava colle imprecazioni; e tutti potemmo vedere a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro gli avversarj, dov’è scritto:Hüt dich Calvinist: Calvino facea bruciare Serveto: Enrico VIII ed Elisabetta scriveano col sangue de’ Cattolici tiranniche leggi, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici: Ferdinando d’Austria colle stragi d’Ungheresi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro: insomma inviperiva una lotta dove chi non uccidesse, sarebbe ucciso.
Fu allora che l’Accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa fuggirono; molti Ferraresi, tra’ quali Olimpia Morata ch’era stata educata da Giovanni Sinapio, protestante precettore delle figliuole della duchessa, e sposò Andrea Grundler protestante, studente all’Università di Ferrara. Scrisse ella dialoghi latini e poesie greche; e rifuggita ad Eidelberga professò lingua greca, e morì di soli ventinove anni. Di là scriveva:Ferrariæ crudeliter in Christianos animadverti intellexi, nex summis nec infimis parci: alios pelli, alios vinciri, alios fuga sibi consulere[332].
I Riformati, che ci conservarono il nome de’ loro martiri, descrivono la fierezza de’ supplizj subiti dal Fannio di Faenza in Ferrara, da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna, da Pomponio Algieri di Nola, da Francesco Gamba di Como, da Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, da Luigi Pasquale di Cuneo. Il Poggiali estrasse da vecchia cronaca il nome di molti inquisiti piacentini[333].
Ogni causa ha tristi apostoli, che credono servirla col mostrare come abbia molti nemici, e in quella generalità di nomi che esclude la critica e la discolpa avvolgono le persone meno meritevoli di sospetto. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo Paolo IV fe gittare prigioni il cardinale Morone ed Egidio Foscarari vescovo di Modena, reputatissimi prelati, e i vescovi Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse. Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d’eresie[334]. E per verità, se la Riforma, filosoficamente considerata, era un lanciarsi dello spirito verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano ricevuti dall’autorità, ne scendea drittamente che divenissero sospetti tutti i pensatori, tutti, anche gli zelanti.
Questo frà Michele Ghislieri alessandrino si segnalò nell’alta Italia per zelo inquisitorio; e l’opposizione che trovò dappertutto ci rivela non tanto il precipitare delle opinioni in senso protestante, quanto l’indispettirsi della violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italianoappartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all’Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il capitolo comasco, spalleggiato dal governatore, voleva fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò tal rumore che frà Michele dovette ritirarsi. Anche a Morbegno in Valtellina eresse processo di eresia contro Tommaso Pianta vescovo di Coira, senza citarlo nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse senza previa loro licenza: e perchè egli, obbedito alla prima, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.
Ebbe poi ordine d’inquisire Vettore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio Medolago: ma la costui potenza avrebbe impedito l’inquisitore se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Girolamo Albani. Mercè del quale il Medolago fu preso: ma la Signoria veneta lo fece levare a forza delle carceri del Sant’Uffizio e trasportarlo nelle sue, nelle quali morì. L’opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Niccolò da Ponte che poi fu doge, e che perciò venne in odore di luterano. Quell’Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la Signoria; ma quando due suoi figliuoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, fu per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, conferì ai figliuoli il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della marca d’Ancona, poi il cappello cardinalizio, che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.
Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fosserofuori venivano obbligati a tornare ai loro conventi e ricevere il castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra: e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.
In generale l’Inquisizione, severissima a chi si ostinasse, ai confessi e ricredenti mostrava carità: alquanti furono arsi in Roma e mazzerati a Venezia: molti obbligati a ritrattarsi d’errori, in cui erano incorsi prima di saperli condannati. Ma il popolo ne prese tal disamore a Paolo IV, che appena morto abbattè la sua statua, erettagli poco prima dal troppo labile favore di quella plebe, e ficcò il fuoco al palazzo dell’Inquisizione. Pontefice difficile a giudicare fra atti così disformi; ma certamente coll’alienarsi dall’imperatore per istudio dell’italica indipendenza, tolse che questo il coadjuvasse ad estirpare l’eresia che allora prese consistenza.
Carlo V, che odiava i Protestanti dacchè in Germania l’aveano costretto a concessioni repugnanti al suo orgoglio, s’accorse come le loro dottrine serpeggiassero in Napoli, e con un severissimo editto del 1536, valevole per tutti i suoi regni, v’interdisse ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d’eresia, pena la morte e la confisca. Colà avea predicato e fatto proseliti l’Ochino: poi Giovanni Valdes, gentiluomo spagnuolo, dall’imperatore lasciato segretario al vicerè Pier di Toledo, disputò della Giustificazione; sebbene scarso di dottrina, coll’enfasi cattivava gli animi; e gl’inquisitori attestano che fin tremila proseliti si trasse dietro. Fra questi Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, figlio d’una Caraffa, parente di Paolo IV, marito d’una duchessa di Nocera, gentiluomo dalla chiave d’oro di Carlo V, le dottrine di Pietro Valdes e di Pietro Martire propagò, poi abbandonando la famiglia, e unasplendida fortuna, andò nel 1551 a fondare a Ginevra un concistoro italiano, e chiesa distinta con un formulario proprio. Primo ministro ne fu Massimiliano Martinengo conte bresciano, poi Lattanzio Rangoni profugo di Siena. Invano i parenti procurarono richiamarlo; suo padre, pregatolo ad un colloquio in Venezia, non potè espugnarne la fermezza; trattolo un’altra volta a Vico, il padre, i figliuoli, la moglie ch’esso teneramente amava, il supplicarono rimanesse in patria e nella fede comune, ma egli s’ostinò al niego. Proposto a Calvino, a Pietro Martire, al Zanchi se potesse far divorzio, decisero di sì, ond’egli sposò una dama di Rouen, visse onorato fin al 1586, e Calvino gli dedicò la seconda edizione de’ suoi commenti sull’epistola ai Corintj.
Antonio Caracciolo, figlio del principe di Melfi maresciallo di Francia, lasciò la corte di Francesco I per farsi certosino: ma anche nel chiostro recò l’inquietudine, intrigò in Corte, e fatto vescovo, nè potendo da Sisto V ottenere il cappello rosso, si diede coi Riformati, dapprima continuando a dirsi vescovo e ministro del santo Vangelo: scrisse poesie francesi e italiane; e polemiche religiose, finchè morì nel 1569. Lorenzo Romano di Sicilia, già agostiniano, disseminati occultamente gli errori di Zuinglio qui, poi rifuggito in Germania, tornò a casa nel 1549 insegnando la logica di Melantone, sponendo le epistole di san Paolo nel nuovo senso, e pubblicò anche un’opera intitolataBeneficio di Cristo. Citato all’Inquisizione fuggì, poi venne volontario a costituirsi, si disdisse e ottenne perdono, facendo molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessando d’avere assai proseliti, fra cui molte dame titolate.
Il vicerè Toledo, cui Carlo V nessuna cosa aveva raccomandata più che d’impedire la diffusione dell’eresia, bruciò una gran catasta di libri che la propalavano,e vietò l’introdurre qualunque trattato di materie teologiche non approvato dalla santa Sede, e le accademie che, sotto coperta di letteratura o di filosofia, facilmente invadevano il campo teologico. Poi, spintovi dall’imperatore che vedeva in Germania gli scompigli causati dalla Riforma, cercò introdurre nel regno l’Inquisizione spagnuola, la quale, operando indipendente dai vescovi e da ogn’altra autorità, nè dando contezza de’ testimonj, apriva agevolezza alle vendette e alle false deposizioni, e aggiungeva alle pene anche la confisca. Pertanto i Napoletani vi si oppongono, e non valendo le parole, le piazze insorgono (1547) gridando arme, strappano i cedoloni, surrogano ai vecchi eletti del popolo altri più creduti; i nobili si mescolano co’ plebei aizzandoli e chiamandoli fratelli. Il Toledo citò Tommaso Anello sorrentino plebeo, e il nobile Cesare Mormile, capi del tumulto; ma tal folla gli accompagnò, ch’egli dovette dissimulare, e lasciar che fossero portati in trionfo alle varie piazze onde rassicurare e attutire il popolo; intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s’introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.
Un accidente da nulla dà occasione di far sangue; gli Spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello; la via Toledo e la Catalana inorridiscono di carnificina; alcuni nobili, non più rei degli altri ma per esempio, sono mandati sommariamente al supplizio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Nessuno gli fece atto di rispetto; la plebe, a fatica rattenuta dal farlo a brani, formò regolarmente un’unione, considerando per traditore della patria chi non v’entrasse, e prese le armi, guidata dal Mormile e dai Caracciolo; si deputò all’imperatore Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido Sangro, per chiarirlo come non fosse ribellione contro lui quell’insorgere contro un rigoreillegale, giacchè fra i capitoli del Regno era che non si porrebbe l’Inquisizione spagnuola. Stettesi dunque lungo tempo in aspetto di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa che all’antica ragione di sovranità univa ora l’odio particolare contro gli Ispani, o di chiamare Pietro Strozzi e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: i baroni erano stati domandati in castello dal vicerè a titolo di obbedienza feudale: le buone famiglie si ritirarono, sicchè la feccia prevalendo e i fuorusciti, tutto andava a disordine l’infelicissimo paese, e bisognava blandire alla ciurma coll’esagerazione delle parole e la villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall’altra cercavansi sussidii e munivansi fortezze.
A suggerimento pure del papa e di san Carlo fu deputato all’imperatore il famoso giureconsulto Paolo d’Arezzo con calde suppliche, nelle quali si dà questa strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno si terrebbe sicuro della vita e dell’avere. L’imperatore a fatica volle concedere udienza ai deputati, e ordinò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d’eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall’amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e provveduto; l’imperatore dichiaròfedelissimala città, e le impose centomila scudi d’ammenda. Il nuovo papa Giulio III vietò per bolla si facessero confische per casi d’eresie, cassando anche le fatte sin allora[336]: e i colpevoli erano diretti a Roma,dove fatta abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.
A Carlo V era succeduto nel regno di Spagna e ne’ dominj dell’Asia, dell’America e dell’Italia Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l’eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il tipo della tirannide, della fierezza, dell’ipocrisia. L’Inquisizione, da suo padre in testamento raccomandatagli, fece esercitare coll’inflessibilità di chi crede compiere un dovere. Allora si estesero quelle arsioni di eretici, teatralmente solennizzate, talmente credevansi giuste: e perchè i suoi sudditi non fossero trattati disugualmente, voleva anche a Milano fare l’infausto dono del Sant’Uffizio al modo spagnuolo; ma la città deputò alti personaggi al re, al concilio, al papa che si adombrava di questo tribunale da lui indipendente; e si ottenne di non aggiunger questo ai tanti mali della Lombardia.
Nel Napoletano esacerbati i rigori e i sospetti, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, molte furono citate al vicario dell’arcivescovo; e Giovan Francesco d’Alois di Caserta e Giovan Bernardino di Gargàno d’Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni, malgrado il privilegio di Giulio III. Ciò empì la città di sgomento; molti migrarono; le piazze inviarono al vicerè duca d’Alcala onde sincerarsi se stesse il disegno di piantarvi l’Inquisizione spagnuola, ed egli assicurava di no. Nè però ricusavano l’Inquisizione consueta, esercitata dai vescovi; e nelSeggio di Capuanaè detto[337]: — Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei,e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che queste sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta la norma de li canoni e senza interposizione di corte secolare, masantamenteprocedano nelle cose di religione tantum». Però anche que’ paesi vedremo allagarsi di sangue per cagione religiosa.
I principi trovarono l’Inquisizione spediente a reprimere i germi repubblicani, e sotto il granduca Cosmo si fece a Firenze un atto-di-fede: la processione degli Eretici condannati a far ammenda era preceduta dal gonfalone, colla croce in campo nero tra la spada e il ramo d’ulivo, e colla scrittaExurge, Domine, judica causam tuam; ventidue soggetti seguivano Bartolomeo Panciatichi, già ambasciatore ducale alla corte di Francia, vestiti con cappe e sanbeniti dipinti a croci; e condotti alla metropolitana, vi ottennero l’assoluzione, mentre sulla piazza bruciavansi i loro libri. In San Simone subivano la stessa cerimonia privatamente alcune donne, sospette di novità.
Pure esso granduca non accettò il decreto di Paolo IV sui libri proibiti, se pure non fossero avversi alla religione, o trattassero di magia od astrologia giudiziaria; de’ quali il 3 marzo 1559 fu bruciata una catasta avanti a San Giovanni e Santa Croce. Lodovico Domenichi, per aver tradotto e stampato con falsa data laNicomediana(?) di Calvino, fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere; ma ne ottenne remissione per istanze di monsignor Giovio. Frà Luca Baglione perugino nell’Arte di predicare(1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale città, contro gli eretici, un di costoro gli tirò un’archibugiata, da cui però Iddio preservollo; e un’altravolta assalito da più di quindici siffatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[338].
Presa Siena, i soliti zelanti subillarono Cosmo contro i Socini, eresiarchi di colà; ed egli sulle prime non vi badò, poi li tolse a perseguitare: furono presi alquanti Tedeschi che vi stavano a studio, oltre alcune maliarde, cinque delle quali bruciate nel 1569. Maestro Antonio della Paglia di Veroli che latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, scrittore coltissimo d’un poema sull’immortalità dell’anima, che Vossio chiama divino e immortale, attinte a Siena le idee de’ Socini e dell’Ochino, le diffuse a Colle e a San Geminiano; scrisse ilTrattato del beneficio della morte di Cristo, dove sostiene la giustificazione per mezzo della fede, che fu confutato da Ambrogio Caterino; e l’Actio in pontifices romanos et eorum asseclas, quando trattavasi di raccorre il concilio di Trento; e lettere a Lutero e Calvino[339]. Perseguitato,indirizzò a’ senatori di Siena una pomposa diceria latina, e, — Non siamo più a’ tempi dove un vero cristiano possa morire a suo letto. Ma ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità». Allora passò a Lucca e v’ebbe impiego, poi dal senato di Milano fu invitato professore, indi rifuggì a Bologna, infine vi fu consegnato alla romana Inquisizione, che dopo tre anni di carcere il condannò ad essere strozzato ed arso, di settant’anni.
Fu allora che il Torrentino, nitido editore, si mutò dalla Toscana ne’ paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà fece prosperare la tipografia[340]. Antonio Bruciòli, durando ancora la repubblica fiorentina, aveva sparlato dei monaci: a che tante religioni e tanti abiti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d’affari mondani, dove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati acciocchè trionfino e poltreggino, invecedi lavorare come san Paolo; ed «era tanto costante e ostinato in questa cosa de’ preti e de’ frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch’egli rimanere se ne volesse, dicendoChi dice il vero, non dice male» (Varchi). Stabilitisi i Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu imprigionato; uscitone, si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò laBibbia tradotta in lingua toscana(1538). Sebbene pretenda aver lavorato sul testo originale, pochissimo sapeva d’ebraico, e la sua Bibbia fu trovata riboccante d’eresie, come il prolisso commento che ne stese in sette tomi: non sembra però che egli disertasse la Chiesa cattolica[341].
Monsignor Pietro Carnesecchi, gentiluomo favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma, conobbe in Napoli Pietro Valdes, l’Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo il vescovo Vittore Lorenzo, il Vergerio, Lattanzio Rangone, Luigi Priuli, Apollonia Merenda, Baldassarre Altieri, Mino Celsi; ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini; con Melantone e con altri eretici trattò di presenza poi per lettere, e col credito e col denaro combattè l’autorità pontifizia, i frati, il purgatorio, le indulgenze, la confessione, la cresima, i digiuni; l’invocazione dei santi, i voti di castità; a salvarsi bastare la fede senza concorso delle opere; nell’eucaristia trovarsi veramente il corpo di Cristo, ma non transustanziato; potersi senza colpa leggere i libri ereticali e mangiar grasso in qualunque giorno. Paolo IVcitatolo invano, lo fece scomunicato; ma perchè continuava senza dissimulare, Pio IV ottenne che Cosmo gliel consegnasse. Sì bene si difese, che fu rimandato; nè però tacque, sovvenne di denari Pier Leone Marioni e Piero Gelido da Sanminiato, ecclesiastico di molta dottrina, che scoperti di eresia poterono rifuggire a Ginevra. Cosmo non gli diminuiva la sua famigliarità; ma poi richiesto dal rigido Pio V, il consegnò all’Inquisizione, ove confesso e convinto, fu condannato al fuoco. Il papa sospese dieci giorni l’esecuzione se volesse intanto ricredersi; ma disputando egli in sinistro senso fin col frate che il confortava, venne decapitato ed arso[342](1567).
Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l’accademia degli Alterati e fu console della Fiorentina, servendo al cardinale d’Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare a liberamente professarle. Ma scoperti, l’amico fu côlto e dato al Sant’Uffizio; l’Albizzi fuggì (1626), e tornò ad Innspruck poi a Hempen in Svevia; e quando appunto il Sant’Uffizio gli iterava la citazione, morì. Intanto in Toscana crescevansi i famigliari del Sant’Uffizio, distinti con una croce rossa, esenti dalla potestà secolare ed autorati a portar l’armi. Il granduca temette che quest’abito non servisse di maschera ai molti che avversavano la sua dominazione; pure non potè frenare gl’inquisitori, che a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chiunqueuscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezze di studenti.
Se la paura che si volgesse la critica dalle cose sacre alle politiche faceva rigorosi i governi principeschi, anche l’aristocratica Lucca se n’inquietava. Già fin dal 1525 proibiva i libri di Lutero e di Luterani, e chi n’avesse dovea consegnarli; ma molti proseliti già vi erano, e il cardinale Bartolomeo Guidiccioni da Roma nel 1542 scriveva al governo di quella sua patria: — Qui è nuova per diverse vie quanto siano multiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicolequal si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s’insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provvisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le S. V. che ci faccino tal provvigione, che rendi presto tanto buon odore, quanto fetore ha sparso e sparge il male; e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...
«Intanto pareria che le S. V. col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (il Curione) che sta in casa di messer Nicolò Arnolfini, il quale dicono aver tradotto in vulgare alcune opere di Martino, per dare quel bel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenzia in quei frati di Sant’Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s’intende per certo che ha comunicati più volte molti de’ nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell’ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenzia, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad instanzia di S. B.; acciocchè ogni uomo cognosca che le S. V. vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa Sede apostolica...
«Questa mattina, da poi la partita dell’ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputatisopra queste eresie e errori luterani, dinanzi N. S. sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregionara, le quali sono tanto dispiaciute a N. S. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a V. S. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant’Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenzia, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiaciono, e faranno cosa grata a Dio».
Nè tale sollecitudine era senza motivo; perocchè Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l’apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per aver ragione di piantarvi l’Inquisizione, sì il signor di Firenze per pretesto di mettere le mani su quell’ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori (1545). Il Consiglio generale «dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenza delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fossero gran teologi, et in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e leggere anche libretti senza nome d’autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s’avvilupassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro delli altri», multa siffatti ragionari, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d’eretici si consegnino, pena la confisca; non si conservi corrispondenza con eretici, e nominatamente coll’Ochino o con Pietro Martire;tre cittadini siano eletti annualmente per sovrintendere a tali colpe. Nel 1548 rivedeasi la legge mitigando le pene, ma estendendole a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant’Uffizio.
A tali editti probabilmente la Signoria fu obbligata per dare soddisfazione ai vicini: certo il papa la querelò di cotesto intromettersi di materie ecclesiastiche; ma la Inquisizione romana non fu mai stabilita nella piccola repubblica, che si serbò monda di sangue. Bensì nel 1555, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti se n’andarono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia, Giacomo Spiafame vescovo di Nevers, Pietro Perna, che pose tipografia a Basilea moltiplicando edizioni principalmente di Riformatori, e avendo a correttore Mino Celsi senese, il quale esaminòQuatenus progredi liceat in hæreticis coercendis; il già detto medico Simon Simoni: anche intere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Balbani i Calandrini, i Minutoli, i Buonivisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[343].
Nel 1561 si raddoppiò d’oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d’oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera e in Francia non ne contraessero l’infezione, il senato proibì di dimorare in quelle contrade; coloro che abitano a Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e il veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne’ quali la nazione nostra suole conversare, abitare e negoziare assai»; e se vi siano trovati, «chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascuno di loro, de’ denari del Comune, scudi trecento d’oro; se bandito rimanga libero; se no, possa rimettere un altro bandito». Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio e di san Carlo: ma che non abbia spinto nessuno all’assassinio, ce ne dà speranza l’udire l’anno stesso lamenti che molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi profughi, e ricevessero opere protestanti[344].