Chapter 17

A Milano sperperata dalle guerre, Anton Maria Zaccaria da Cremona, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Morigia patrizj milanesi 1533 istituirono i Barnabiti, per far missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione, nè fuori di essa accettarne se non con dispensa del pontefice. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gliAnnali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de’ sacri libri, e serve d’introduzione agliAnnalidel Baronio.

Domenico Sauli, letterato, filosofo, storico, politico eppur negoziante, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, dov’egli fu de’ primi e meglio meriti nel riformare l’insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali allaLogicad’Aristotele, il libro più opportuno, a sentir mio, per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è più guastato, il buon senso. Uno scolaro Alessandro Salvi leggeva il testo, uno volgevalo in latino; il maestro snodava i principi, evitando l’impaccio dei chiosatori. Alla metafisica univa lo studio della geometria. Ai teologi proponeva laSommadel maggior filosofo del medioevo, la quale egli aveva talmente digerita che in Pavia si diceva, — Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn’Alessandro potrebbe dettarla per intero». Sull’insegnamento del diritto, sgombero anch’esso dai chiosatori, si consultò con Marcantonio Cucchi, il quale ivi insegnava i canoni; e il ricambiò conpareri per le lodate sueIstituzioni; e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll’avvezzarli alle matematiche[373]. Collaborò con san Carlo nel riformare la diocesi milanese; poi fu apostolo della Corsica, dove con provvidente assiduità introdusse i sinodi diocesani, e morì nel 1592 vescovo di Pavia.

Filippo Neri fiorentino (1519-95), all’erudizione congiungendo quell’umiltà che di rado le si concilia, cercava il disprezzo con tant’arte, con quanta altri l’ammirazione. Padre spirituale de’ più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalíce; amico de’ maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta che scriveva i brevi papali, il medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi fra i cenciosi mendicanti sotto ai portici di San Pietro, come ai banchi de’ cambisti o ai tribunali o nei palazzi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, campando la vacillante virtù; indulgente nelle cose accessorie, quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze; facendosi un deserto della popolosa Roma, nottetempo visitava le sette chiese, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Con dilettazione venerabonda si va ancora a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch’egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all’ombra di begli alberi facea recitare ai giovinetti commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell’arte e del teatro[374].

Col Baronio, ch’egli eccitò al gigantesco lavoro degliAnnali, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de’ Preti dell’Oratorio, dove accoglieva la gioventù a devozioni piacevoli, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Gli Oratoriani possono quando vogliano tornare nel mondo, non avendo altre regole che i canoni, altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.

San Filippo con Persiano Rosa aprì l’ospizio di Santa Trinità per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocenquarantaquattromila cinquecento pellegrini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e doveprincipi e cardinali faceano le stazioni indistinti dal vulgo; e si moltiplicarono le conversioni. Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingue e di storia, da san Filippo fu persuaso a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinato per umiltà a insegnare la grammatichetta: vestitosi oratoriano, scrisse opere di grand’erudizione, e principalmente la confutazione della politica del Machiavelli[375]; e quei che venivano a riverirlo stupivano che un sì piccol uomo sapesse tanto.

Allora preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache e cappucci: e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi, a sensi bisognosi di scosse violente, allora nella ricca varietà de’ sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell’animo, alla mortificazione del cuore, all’educazione dell’intelletto, ad acquistar dominio sopra la carne mediante il vigore dello spirito.

Fra le guerre di quel secolo era cresciuta deh quanto! la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un’infinità d’uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; ben avea dunque ove esercitarsi la carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro i Tedeschi la fortezza di Castelnuovo di Piave dai collegati di Cambrai, e cadutovi prigioniero, tornò sopra se stesso come Ignazio infermo: chè il letto e la prigione sono tremende e fruttifere occasioni a rimeditare il passato e proporre per l’avvenire. Votatosi alla beata Vergine di Treviso e miracolosamente liberato, raduna gli orfani per le isole venete rimasti da quelle guerree dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e deposta la toga senatoria e vestito da povero, pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli e ad emenda delle traviate: assiste in Venezia gl’Incurabili, a cui faticarono pure sant’Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo: poi con amici nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, ne’ mestieri, nella virtù. Sul Bergamasco lasciavansi in piedi le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni.

De’ primi a seguirlo fu Primo Conti milanese, valentissimo letterato, che stabilì andare a riparo dell’eresia in Germania. Lusingandosi di convertire Erasmo, che pareagli propendere a quegli errori, gli scrisse firmandosiPrimus comes mediolanensis. Quel dotto olandese lo credette qualche gran principe, e gli si fece incontro tutt’in cerimonia; poi vistolo arrivare in umile arnese, senza tampoco uno staffiere, rise dell’inganno, ma protestò veder ben più volentieri sì gran letterato che non qualsifosse barbassoro. Il Conti non trasse gran pro dal tepido Erasmo, ma giovò ad altri. Rimpatriato, e a Como e a Milano lasciavasi a lui la scelta de’ professori di belle lettere; i conventi faceano gara per averlo lettore di teologia e di lingue orientali; fu adoprato a preparare materie pel concilio di Trento, ove assistè poi come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia; il dotto vescovo di Como Gianantonio Volpi conosciutolo colà, se ne valse nella propria diocesi, e singolarmente a combattere gli eretici in Valtellina[376].

Ai Somaschi per qualche tempo unita, fu poi distinta la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nelda Cesare de Bussi, milanese nato in Francia, e rivolta a catechizzare i poveri.

Camillo de Lellis da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, è ridotto a far da manuale in una fabbrica de’ Cappuccini: ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un ulcere alla gamba, sente quanto mal giovi agl’infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.

Dopo la peste del 1528 una società a Cremona fondò un ritiro per orfani d’ambo i sessi, che lavorassero seta, bambage, lana; la compagnia di San Vincenzo vi aprì un conservatorio per vedove o mal maritate, uno per le convertite; una casa di soccorso per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d’affitto; nel 62 l’ospedale di Sant’Alessio per gl’incurabili, nel 64 uno pei poveri vergognosi. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant’Antonio: accenna pure l’affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d’uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stretto verno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.

Veronica Franco, che a Venezia teneva convegni rinomati con musica, versi, amori, e stampò lettere e rime[377], contrita aprì per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra diGenova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città. E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano che all’Acquasola pose un conservatorio di zitelle che si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò a Maria i suoi sei figliuoli, e fatta povera per amor di quella, fondò le Annunziate, che sol tre volte l’anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie spirituali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici regolari minori, e la devozione dell’Adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al corano.

In quella città si estesero le confraternite fin a ventuna, dette casaccie per le grandi case ove si radunavano, e che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all’istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone.

Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de’ Pazzi e de’ Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell’obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate aintensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, molto fu in relazione coll’Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d’amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell’anno, cantati lungamente e tradotti anche in francese e messi in musica. Caterina de’ Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d’amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall’ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.

Suor Angela Merigi di Desenzano, terziaria di san Francesco, a ventisei anni palesò averle Dio ordinato una nuova società, e trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, nel 1515 le pose in protezione di sant’Orsola. Non regole austere, non contemplazione, ma presa a modello Marta la sollecita, rimanevano in grembo alle famiglie, intente a scoprire gl’infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Le fondatrici s’accorsero d’operare una rivoluzione, e dicevano: — Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest’istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l’Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il vangelo del pari che nelle capitali della Francia e dell’Inghilterra: e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi i soccorsi ch’elle prestavano ai guerreggianti nella Crimea.

E la carità trovò un magnanimo campione in Vincenzo di Paolo, popolano francese, il cui nome ricordaquanto essa ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell’Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell’Appennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto; e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti[378].

Allora si pubblicarono libri di più regolata devozione, e legendarj di critica migliorata; e quelli di Pietro Natali vescovo d’Equilio, del milanese Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano vescovo di Verona furono sorpassati da Lorenzo Surio, poi dai Bollandisti.

La riforma doveva insinuarsi in tutta la vita, e fu grand’arte l’impossessarsi dell’educazione, come fecero i Barnabiti, i Somaschi, gli Scolopj, e maggiormente i Gesuiti. Del veder a questi affidata dappertutto la gioventùnon sapeano darsi pace i letterati; e Giambattista Giraldi, il marzo 1569 scrivendo a Pier Vettori, riprovava Emanuele Filiberto che nell’Università di Torino aveva abolito la cattedra d’eloquenza e poesia, lasciando ne dessero lezione i Gesuiti, così infondendo (diceva egli) la barbarie più vergognosa.

Certo allora l’educazione e nelle pratiche e ne’ precetti prese un’insolita tinta religiosa; ed anche fuor de’ seminarj insinuavasi la venerazione per le cose sacre e l’incondizionata obbedienza ai papi; gli esercizj ignaziani abituavano al meditare, a frequentare i sacramenti, a voler pulite le chiese, decorosi i riti. Il lodato Sadoleto scrisse un buon trattato in latino sull’educazione; e ad istanza di san Carlo in volgare il cardinale Antoniano, ammirato improvvisatore (Dell’educazione cristiana e politica); cui s’accompagnarono poi iCostumi dei giovanidi Orazio Lombardelli senese.

Ma qui rampollava una questione che altre volte si ridestò; convien egli formare il gusto de’ giovani sopra i classici gentili? I Padri primitivi di consueto gli escludevano, attesa l’urgenza del pericolo quando il paganesimo non aveva ancora ceduto le armi alla verità, anzi nella società presentavasi colla potenza degl’interessi, dell’abitudine, della legalità. Nel medioevo decaddero quegli studj, ma se ne sopravvisse traccia fu ne’ conventi; e in questi ci vennero conservati tutti i classici che ci rimangono. Li vedemmo poi fin riprendere il passo sovra gli autori ecclesiastici; laonde alcuno per riazione pensava si dovessero sbandire almen dalle scuole, come ispiratori di sentimenti e di morale pagana. La Chiesa qui pure si mostrò tollerante, e più intesa a volgere in bene che a distruggere gli elementi dell’istruzione. A’ suoi seminaristi san Carlo pose in mano i classici, ma insieme suggeriva alcun che de’ santi Padri, cogliUffizjdi Cicerone quelli di sant’Ambrogio,colla retorica di lui quella di Cipriano; di Virgilio si omettessero le dipinture scandalose; si adoprasse Orazio ma castigato.

Alquanto più tardi, il padre Possevino proferiva a Lucca un discorso, dove mostrava come trarne profitto anche per la morale[379], purchè come antidoto vi si accoppiassero le opere di Pantenio, di Giustino martire, di Eusebio, principalmente di sant’Agostino, i quali diedero cristiana interpretazione alla civiltà gentilesca; vorrebbe che i professori avessero alla mano i santi Padri, e se ne ajutassero per cercare la verità anche ne’ profani, e chiarissero qual divario corre fra la luce pura di Dio, e la imperfetta e nubilosa che i Pagani trovavano ne’ loro cuori, e che faceali parlare da fanciulli balbuzienti, anzichè da uomini ragionevoli; nè si dimenticasse che quanto dissero i Pagani della virtù non è che un’ombra a petto della cristiana; a Cicerone riuscivano enigmi quei che la religion nostra mette in evidenza; gli elogi da lui profusi a se stesso o ad altri, non potrebbero accettarsi come tali da cuori cristiani, i quali devono fondare le loro speranze sulle ricompense eterne, e metter le loro corone ai piedi di Cristo, cui appartiene tutta la gloria e la lode. Quel proposito di Marco Tullio che non si dee vendicarsi se non quando provocati, porge nuovo contrasto fra la perfezione cristiana e la difettiva morale gentilesca, e nel confutarla potrà innestarsi la verità sui giovani germogli. Si mostri che quell’abbondanza ciceroniana non conviene a tutti nè sempre. I trattati dellaDivinazionee delDestinonon s’addicono alla prima gioventù; ma agliUffizjperchè non s’aggiungerebbe qualche estratto di quelli di sant’Ambrogio, o pezzi di Lattanzio per supplire a ciò che Cicerone non conobbe, o emendarlo ove errò?Così si faccia buon uso d’entrambi, desumendo da Tullio lo stile, dai Padri la dottrina e pietà vera. Non si trarrebbe mirabili frutti d’eleganza e proprietà e pietà dal trattato di Cicerone sull’Amiciziase vi si accostassero i precetti di carità che trovansi nel Catechismo romano e in un’epistola di san Paolo ai Corinti? Unendo aiCommentarjdi Cesare gli esempj del libro di Giosuè o dei Re, si opporranno i sani intendimenti della storia, e lo studio dei castighi di Dio contro i Pagani. Santi e istruttivi riusciranno i paralleli fra gli eroi di Roma e di Grecia e i guerrieri cristiani, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d’Ungheria, aggiungendovi quelli che ai dì nostri posero freno alla barbarie orientale, come Vasco de Gama e l’Albuquerque, tanto più che se ne hanno le imprese in buon latino dai padri Emilio, Giovio e Maffei.

Così il Possevino: e chi ripudierebbe tali concetti?

Fra i libri proibiti era giusto comparisse il Decamerone, contro del quale già un pezzo declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperto di gran finestre all’idolatrie ed all’eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra di noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito»[380].

Rincrescendo però di privare gli studiosi d’un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, adattò quel libro, che così comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimaserosoddisfatti, e ad una nuova emendazione attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl’ignudi del Giudizio di Michelangelo.

Aveva il concilio Tridentino ordinato non si ponessero immagini nelle chiese se non approvate dal vescovo; sicchè nulla vi fosse di falso, di profano, di disonesto, di contrario alla verità delle Scritture e delle tradizioni, di vulgari superstizioni. Le immagini convengano alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. San Carlo ripeteva queste prescrizioni, abolendo inoltre la pia ma abusata costumanza di rappresentare la passione di Cristo o atti de’ santi; nè i visi di questi siano ritratti di persone vive.

Ma i teatri sono compatibili colla religione? Molti asserivano di no: e quelli d’allora vi davan troppo ragione, massime le commedie a soggetto. Una banda di cotesti recitava libertinamente a Milano; san Carlo li colpì d’una decretale, e il governatore inerendovi li sbandi; ma essi ricorsero al santo, mostrandogli come ne resterebbero ridotti in ultima miseria; ed esso accolseli con carità, e permise continuassero gli spettacoli, patto però che sottoponessero l’orditura a persone da lui destinate. Simile precauzione fu pigliata altrove.

Vedemmo come Filippo Neri introducesse gli oratorj, che prima erano laudi cantate in chiesa sopra musica di Giovanni Animuccia, maestro in San Pietro; poi crebbero fino a compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri. Quando però la musica più non era che studio di superate difficoltà, continue fughe, e imitazioni e combinazioni disparate, e poneva gloria in imitazioni di suoni, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, la voce umana non valutando che come un altro stromento,poteva più convenire alla santità di riti che elevino l’anima al Creatore? In composizioni di quattro, cinque, sei, sette e fin otto parti, le parole si intralciavano, nè più offrivano senso; i compositori si permetteano di intercalarne di italiane e perfino di oscene; gli organisti cercavano l’effetto da arie conosciute, e intere messe furono composte sovra motivi profani. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini, per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de’ salmi e la misura sillabica negli inni. I riformatori e cattolici e protestanti ne esclamavano dunque: il concilio di Trento se ne mostrò scandolezzato, comepiarum aurium offensio. Paolo IV fece esaminare se dovesse tollerarsi la musica in chiesa; e la commissione a ciò eletta stabilì non si canterebbero messe e mottetti in cui si trovasse quella confusione di parole, nè sopra arie profane, e s’ammetterebbero solo testi adottati dalla Chiesa: ma i maestri assicuravano non si potrebbe in un canto figurato far intendere chiaramente e costantemente le parole, in grazia delle fughe e delle imitazioni, carattere della musica sacra.

— E perchè non si potrebbe?» disse Pier Luigi Palestrina (1529-94). Allievo dei Fiamminghi, che allora tenevano il campo in quest’arte, ed escluso dalla cappella per essersi ammogliato, viveva nella solitudine e nel bisogno, approfondendosi nell’arte sua fino ad elevarsi a composizioni libere e originali. Conosciuto, e posto maestro di cappella a San Giovanni Laterano, puntò iTrenidi Geremia, ilMagnificat, gl’Improperj, non sagrificando la parola all’armonia. Invitato a comporre una messa che servisse di sperimento, vi si pose come uomo che deve salvar da morte la sua arte: sul suo manoscritto si trovò,Signore, illumina me; e dopo due poco felici tentativi, gli riuscì la famosamissa papalisa sei voci reali nel genere antico italiano, conmelodia semplice, rispettando l’espressione rituale, e adattandola alla varia significazione de’ cantici e delle preghiere: onde la paragonava alle celesti che l’Apostolo prediletto udì nelle estasi sue.

Bastò perchè fosse vinta la causa a quest’arte come alle altre; e mentre la Riforma non sapeva che distruggere e abolire, anche in ciò la Chiesa ravvivava e santificava[381]. Preso un motivo, il Palestrina lo svolge con tutto l’artifizio del contrappunto fugato, rimovendo qualunque accompagnamento strumentale. Precisione, chiarezza, severo rispetto dell’armonia, grazia, verità d’espressione unita a gusto delicato, nobile semplicità nella modulazione, il fanno ammirare; e mentre nei Fiamminghi tutto era ritmo e matematica, egli possedeva lo spirito, l’unzione; cantava invece d’argomentare; alle forme materiali dava serenità e vita, quasi volesse effettuare quel concetto di san Bernardo che la musicasit suavis at non sit levis, sic mulceat aures ut moveat corda, tristitiam levet, iram mitiget, sensum literae non evacuet sed faecundet[382]. Non raggiunse la pienezza dell’arte, sicchè possiam paragonarlo al Perugino: e sebbene tuttora povero di melodia, sì possedeva il sentimento puro dell’armonia e della tonalità, che altri non seppe con pari felicità ed eleganza far cantare quattro, sei, fin otto parti distinte. I madrigali suoi sono ancora l’inarrivabile emulazione de’ contrappuntisti; ma chi assistette un venerdì santo alla cappella Sistina, dica se non possa esprimere più al vero l’intimo senso della Scrittura, e la significazione sua simbolica. Handel e poc’altri ne pareggiarono lamaestà di stile; nessuno la potenza, il profondo e semplice accento, la mistica tenerezza, l’incantevole soavità delle armonie, per rivelare i dolori della madre d’un Dio o le ambasce dell’Incarnato, o trasportarci in un mondo invisibile ad ascoltare le sinfonie di cui gli angeli circondano il padiglione dell’Eterno.

Mentre dunque, al principio del secolo tutto era paganeggiato ne’ costumi, nelle arti, ne’ governi, nella chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si nutriva; potenze ecclesiastiche robustissime entrano ne’ consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll’acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l’autorità di Pietro.

Se la Riforma non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi cui l’alta istruzione veniva affidata, se anche gli Ordini nuovi s’intepidirono o corruppero, ecco la carità che aveva balsami per ogni piaga, e impediva che la corruzione toccasse all’estremo. Anime stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio: le Suore della carità lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane sepellendosi anticipatamente, parevano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dappertutto; cercando l’ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia; e il rinvigorito spirito cristiano combatteva l’effervescenza della carne e la voluttà sensuale.


Back to IndexNext