Roma però pensava altro modo di ribattere i colpi di lui, e commise un’altra storia d’esso concilio a Terenzio Alciato gesuita romano. Raccolse egli una congerie di materiali; che, essendo egli morto, furono affidati all’altro gesuita Pallavicino Sforza (1607-67) pur di Roma, uno dei migliori in quello stile leccato che per alcuni è il solo bello. Ebb’egli aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e, a differenza del Sarpi, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; dà un catalogo deglierrori di fattodel Sarpi fin alla somma di trecensessantuno, oltre infiniti altri (dic’egli) confutati di transenna. Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, confrontò le asserzioni di lui coi documenti a’ quali s’appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza; bensì alcune volte s’appose in fallo, e come avviene nella polemica, eccedette; vuole scagionar tutto, perchè tutto accagionava frà Paolo; affievolisce dove non può negare; dissimula qualche objezione, qualche documento; sta poi a gran pezza dal brio del Sarpi, oltre il disavvantaggio di chi è ridotto a schermirsi, eribattere ogni tratto l’opinione altrui. Dove il Sarpi è sottile, maligno e di felice talento nell’esposizione, quantunque scorretto nella lingua, il Pallavicino è ingegnoso, ma fa sentire sempre l’arte, paniccia i pensieri nelle frasi, e per istudio d’armonia casca talvolta nell’oscuro, spesso nell’indeterminato, e convince del quanto l’eleganza resti inferiore alla naturalezza. Frà Paolo suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie; mentre il Pallavicino rivela caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze; istruisce meglio, ma il Sarpi è letto più volentieri, come avviene di chi attacca; nè l’uno nè l’altro hanno l’imparzialità di storici, volendo questo denigrare ogni atto, quello difenderli tutti; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposto eccesso.
La storia era stata chiamata dai Protestanti a coadjuvarli, e nelleCenturie di Magdeburgopretendevasi osteggiare il cattolicismo, raffacciando le antiche alle credenze e alle pratiche odierne. Vi si oppose dunque una storia ecclesiastica tutta in senso cattolico e propugnatrice della primazia papale, per opera di Cesare Baronio (1538-1607) da Sora nel Napoletano. Dagli archivj pontifizj trasse egli documenti importanti alla storia di tutta la civiltà, della quale Roma era fin allora stata il centro; e noi già l’indicammo come la fonte migliore per la conoscenza del medioevo (tom.VII, pag. 351). Arrivò solo al fine delXIIsecolo, donde lo continuarono poi il Rainaldi e il Laderchi. Piissimo uomo, lavorava l’intera giornata all’opera sua, e mangiava colla servitù; nè cambiò tenore dopo ornato cardinale. Non iscusa mai il delitto, e ne’ successi vede sempre il castigo o il premio di Dio: tema eccellente per prediche, ma fallace perchè suppone che la retribuzione tocchi quaggiù. Ignorava il greco, e facea tradurre dal Muzio. Frà Paoloesortava il dottissimo Casaubono a scrivere contro del Baronio, del quale non è mal che non dica; lo scaltrisce però di nol tacciare di fraude o malafede, chè nessuno gli crederebbe di quanti il conobbero, essendo uomo integerrimo; se non che bevea le opinioni di chi stavagli attorno[429]. Neppur la venerazione alla santa Sede nol fa dissimulare i vizj di qualche pontefice, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente, anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze de’ papi». Anche il cardinale Pallavicino, a chi l’appuntava d’aver rivelato le loro azioni biasimevoli rispondeva: — Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[430]. E ai dì nostri il più avventato lodatore dei papi diceva, che a questi non si deve se non la verità.