Chapter 27

401.Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’ Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es. nellaLXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».NellaLXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».NellaLXXIV: — Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch’è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».NellaLXXV: — Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero; ma questo son ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d’Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s’averebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anco in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti li vescovati delli Stati suoi d’Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un’intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitare l’espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra conscienza.«L’altro giorno è stato carcerato per il Santo Officio l’abate di Bois francese dell’ordine de’ Celestini per ordine della regina, per esser quest’uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudizio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de’ Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest’uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l’hanno benissimo trappolato, e sì bene che la passerà male, non avendo alcun appoggio e malissimo veduto dall’ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè fra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico che questo pover’uomo debba correre la fortuna di frà Fulgentio Cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».NellaLXXVI: — Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell’abate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover’uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l’ultimo, che si fiderà di chi si professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell’Inquisizione. Fu preso il dì 10 e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penetrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d’occulto. Certo è che l’ambasciadore del re ha parte in quella morte.«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d’Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l’ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca, veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di avere il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all’esazione; e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono per confini».402.Venezia 1670, cap. 116.403.Statuti dell’Inquisizione di Stato, supplem.I, art. 3.404.— E se gli detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all’interdetto ecclesiastico la città di Venezia e le altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati e cappelle domestiche, non possono celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l’avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggetti, e se bene sono di jus patronato eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell’istesso doge e senato...«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da’ sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro gli stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche agli detti doge e senato, o qualsiasi loro persone concessi, in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi e scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla Sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».* Inoltre, nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch’egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1515, ove scrive d’aver inteso dal nunzio pontifizio che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si aveva fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto; del che il re fin d’allora ne facesse avvertire la repubblica per l’ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città; e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era grandemente conturbato». VediRelazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.Il Foscarini, condannato poi pel noto accidente, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s’è reso indegno della gratia del prencipe, nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutar il legato assolutamente». Rifiutare un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!405.Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo, «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d’altre opere dice sempre: — A norma delle pubbliche mire venne dal nostro autore intrapresa»; pag. 101, epassim.406.Opinione di frà Paolo come debba governarsi la repubblica per avere il perpetuo dominioecc.407.Filippo II avendo fatto ammazzare dal famoso suo secretario Perez l’altro secretario Escovedo, il confessore di lui ne scolpava l’esecutore scrivendogli: —Secondo la mia opinione sopra le leggi, il principe secolare che ha potestà sopra la vita dei sudditi, come può torla loro per giusta causa e per giudizio in forma, può anche farlo senza tutto ciò, giacchè le forme e la sequela d’un processo sono nulla per lui, che può dispensarsene. Non v’è dunque colpa in un suddito che, per ordine sovrano, dà morte a un altro suddito: si dee credere che il principe diede quest’ordine per giusto motivo; come in diritto lo si presume sempre in tutte le azioni del sovrano». Lettera del settembre 1589 pressoMignet,A. Perez et Philippe II.Il Sarpi dunque non era peggiore degli altri politici contemporanei.408.Mémoires de Duplessis-Mornay,X. 292. Parigi 1825. — È capo d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età.Siste pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce — terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum — quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris — octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp.1667.409.LetteraLXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza con essi.410.— Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende senza passar più oltre.Lettera di frà Paolo, di Venezia il 18 febbraio 1612.411.Frà Fulgenzio.— Nel lib.IVdellaLetteratura venezianadel Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i prelati e i monaci.412.Ricavansi tali particolarità dalleMemoriecitate. Vedi pureBlicke in die Zustände Venedigs zu Anfang desXVIIJahrhunderts, negliHistorische politische Blätter für das Katholische Deutschland. Monaco 1843.* Questo punto fu trattato nelleMemorie storiche e letterarie della società tedesca di KönigsbergdaG. Mohnicke,Versuche zu Anfang desXVIIJahrhunderts etc.—Tentativi fatti al principio del secoloXVIIper introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo.Le quali lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe megliosaper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio,sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement contropesé par la lenteur du p. Paul.413.Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva:Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in defæcando lectorum judicio. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto:Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus.Vos et dominationiresistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem aspirarunt, tota visdominationisin nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus!Ep. 574.Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce allaStoria arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671:Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits neveux de monsieur Duplessis-Mornay.Non così credo autentiche leScelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti. Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».414.LetteraLXX, 13 settembre 1611.415.Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609:Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu, prêcheur admirable. Mémoires, 393.Il Pallavino, nella prima edizione dellaStoria del concilio Tridentino, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò. Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo d’eretico avanti al senato veneto.416.Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay.* In una cronaca citata dal Cicogna,Iscrizioni, tom.V. p. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S. Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».417.LetteraXLIVal signor Dell’Isola.418.LetteraLXallo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay,X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione dellaStoria del Concilio di Trento, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva:Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Opp. di frà Paolo,VI, 79. NellaLIIIlettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui».LetteraLXXXVIII.419.LetteraLI, 12 ottobre 1610.420.LetteraLXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nellaStoria arcana della vita difrà Paolo Sarpi, scritta daM. G. Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.421.Lettera 6 marzo 1611.Memorie,X. 169. NelleLettere diplomatichedel Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».422.Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis.Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontraremagnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607):Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili:O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis?E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge:In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.423.Mémoires de Sully, tom.III. p. 27.424.In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».425.Morosini,Storia, lib. 18. p. 699.* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’ signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».426.LettereLVeXI, XIIal signor Dell’Isola.427.Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito, e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che «l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib.XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. AbbiamoFrà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolaridiGiusto Nave, Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini, e stampate a Lucca; come pureJustification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d’un prêtre italien à un magistrat françaisetc., Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.428.Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che, non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato. Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio. Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi, avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa, poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma; frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e falso.429.Letteradell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica forma, fece porre quest’iscrizione:PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate neiRegesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098, di Filippo Jaffe, Berlino 1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e 1881 al gran Bollario: delXIIsecolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.430.Lettera2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze».Tapparelli,Saggio teoretico di diritto naturale, notaCXXVII.431.Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit.Lutero,Ep.401.432.Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vediMuratorial 1531.433.Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.434.J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Hala, 1849) vuol provare che laConfessio fideinon è già del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel 1530.Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853Die romanischen Waldenser ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttoché protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.435.Gilles,Histoire générale des Eglises vaudoises, cap.I.436.Hamon,Vie de saint François de Sales, 1854.437.Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio Mediceo (Corrispondenza di Napoli), forse non autentiche, certamente esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da Montalto. Dicono:— S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè San Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1º del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di mille quattrocento: ed oggi, che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso voglion far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria, e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare...«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castegneta, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli...«Questi eretici portano origine dalle montagne d’Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi ilcrescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa che vivono male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».438.Leti,Italia regnante, tom.I. 37.

401.Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’ Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es. nellaLXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».NellaLXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».NellaLXXIV: — Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch’è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».NellaLXXV: — Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero; ma questo son ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d’Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s’averebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anco in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti li vescovati delli Stati suoi d’Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un’intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitare l’espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra conscienza.«L’altro giorno è stato carcerato per il Santo Officio l’abate di Bois francese dell’ordine de’ Celestini per ordine della regina, per esser quest’uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudizio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de’ Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest’uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l’hanno benissimo trappolato, e sì bene che la passerà male, non avendo alcun appoggio e malissimo veduto dall’ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè fra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico che questo pover’uomo debba correre la fortuna di frà Fulgentio Cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».NellaLXXVI: — Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell’abate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover’uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l’ultimo, che si fiderà di chi si professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell’Inquisizione. Fu preso il dì 10 e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penetrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d’occulto. Certo è che l’ambasciadore del re ha parte in quella morte.«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d’Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l’ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca, veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di avere il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all’esazione; e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono per confini».

401.Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’ Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es. nellaLXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

NellaLXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».

NellaLXXIV: — Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch’è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

NellaLXXV: — Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero; ma questo son ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d’Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s’averebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anco in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti li vescovati delli Stati suoi d’Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un’intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitare l’espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra conscienza.

«L’altro giorno è stato carcerato per il Santo Officio l’abate di Bois francese dell’ordine de’ Celestini per ordine della regina, per esser quest’uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudizio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de’ Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest’uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l’hanno benissimo trappolato, e sì bene che la passerà male, non avendo alcun appoggio e malissimo veduto dall’ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè fra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico che questo pover’uomo debba correre la fortuna di frà Fulgentio Cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

NellaLXXVI: — Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell’abate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover’uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l’ultimo, che si fiderà di chi si professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell’Inquisizione. Fu preso il dì 10 e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penetrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d’occulto. Certo è che l’ambasciadore del re ha parte in quella morte.

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d’Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l’ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca, veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di avere il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all’esazione; e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono per confini».

402.Venezia 1670, cap. 116.

402.Venezia 1670, cap. 116.

403.Statuti dell’Inquisizione di Stato, supplem.I, art. 3.

403.Statuti dell’Inquisizione di Stato, supplem.I, art. 3.

404.— E se gli detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all’interdetto ecclesiastico la città di Venezia e le altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati e cappelle domestiche, non possono celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l’avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggetti, e se bene sono di jus patronato eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell’istesso doge e senato...«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da’ sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro gli stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche agli detti doge e senato, o qualsiasi loro persone concessi, in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi e scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla Sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».* Inoltre, nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch’egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1515, ove scrive d’aver inteso dal nunzio pontifizio che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si aveva fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto; del che il re fin d’allora ne facesse avvertire la repubblica per l’ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città; e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era grandemente conturbato». VediRelazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.Il Foscarini, condannato poi pel noto accidente, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s’è reso indegno della gratia del prencipe, nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutar il legato assolutamente». Rifiutare un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

404.— E se gli detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all’interdetto ecclesiastico la città di Venezia e le altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati e cappelle domestiche, non possono celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l’avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggetti, e se bene sono di jus patronato eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell’istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da’ sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro gli stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche agli detti doge e senato, o qualsiasi loro persone concessi, in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi e scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla Sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

* Inoltre, nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch’egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1515, ove scrive d’aver inteso dal nunzio pontifizio che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si aveva fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto; del che il re fin d’allora ne facesse avvertire la repubblica per l’ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città; e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era grandemente conturbato». VediRelazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.

Il Foscarini, condannato poi pel noto accidente, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s’è reso indegno della gratia del prencipe, nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutar il legato assolutamente». Rifiutare un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

405.Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo, «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d’altre opere dice sempre: — A norma delle pubbliche mire venne dal nostro autore intrapresa»; pag. 101, epassim.

405.Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo, «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d’altre opere dice sempre: — A norma delle pubbliche mire venne dal nostro autore intrapresa»; pag. 101, epassim.

406.Opinione di frà Paolo come debba governarsi la repubblica per avere il perpetuo dominioecc.

406.Opinione di frà Paolo come debba governarsi la repubblica per avere il perpetuo dominioecc.

407.Filippo II avendo fatto ammazzare dal famoso suo secretario Perez l’altro secretario Escovedo, il confessore di lui ne scolpava l’esecutore scrivendogli: —Secondo la mia opinione sopra le leggi, il principe secolare che ha potestà sopra la vita dei sudditi, come può torla loro per giusta causa e per giudizio in forma, può anche farlo senza tutto ciò, giacchè le forme e la sequela d’un processo sono nulla per lui, che può dispensarsene. Non v’è dunque colpa in un suddito che, per ordine sovrano, dà morte a un altro suddito: si dee credere che il principe diede quest’ordine per giusto motivo; come in diritto lo si presume sempre in tutte le azioni del sovrano». Lettera del settembre 1589 pressoMignet,A. Perez et Philippe II.Il Sarpi dunque non era peggiore degli altri politici contemporanei.

407.Filippo II avendo fatto ammazzare dal famoso suo secretario Perez l’altro secretario Escovedo, il confessore di lui ne scolpava l’esecutore scrivendogli: —Secondo la mia opinione sopra le leggi, il principe secolare che ha potestà sopra la vita dei sudditi, come può torla loro per giusta causa e per giudizio in forma, può anche farlo senza tutto ciò, giacchè le forme e la sequela d’un processo sono nulla per lui, che può dispensarsene. Non v’è dunque colpa in un suddito che, per ordine sovrano, dà morte a un altro suddito: si dee credere che il principe diede quest’ordine per giusto motivo; come in diritto lo si presume sempre in tutte le azioni del sovrano». Lettera del settembre 1589 pressoMignet,A. Perez et Philippe II.

Il Sarpi dunque non era peggiore degli altri politici contemporanei.

408.Mémoires de Duplessis-Mornay,X. 292. Parigi 1825. — È capo d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età.Siste pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce — terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum — quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris — octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp.1667.

408.Mémoires de Duplessis-Mornay,X. 292. Parigi 1825. — È capo d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età.Siste pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce — terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum — quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris — octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp.1667.

409.LetteraLXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza con essi.

409.LetteraLXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza con essi.

410.— Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende senza passar più oltre.Lettera di frà Paolo, di Venezia il 18 febbraio 1612.

410.— Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende senza passar più oltre.Lettera di frà Paolo, di Venezia il 18 febbraio 1612.

411.Frà Fulgenzio.— Nel lib.IVdellaLetteratura venezianadel Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i prelati e i monaci.

411.Frà Fulgenzio.— Nel lib.IVdellaLetteratura venezianadel Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i prelati e i monaci.

412.Ricavansi tali particolarità dalleMemoriecitate. Vedi pureBlicke in die Zustände Venedigs zu Anfang desXVIIJahrhunderts, negliHistorische politische Blätter für das Katholische Deutschland. Monaco 1843.* Questo punto fu trattato nelleMemorie storiche e letterarie della società tedesca di KönigsbergdaG. Mohnicke,Versuche zu Anfang desXVIIJahrhunderts etc.—Tentativi fatti al principio del secoloXVIIper introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo.Le quali lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe megliosaper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio,sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement contropesé par la lenteur du p. Paul.

412.Ricavansi tali particolarità dalleMemoriecitate. Vedi pureBlicke in die Zustände Venedigs zu Anfang desXVIIJahrhunderts, negliHistorische politische Blätter für das Katholische Deutschland. Monaco 1843.

* Questo punto fu trattato nelleMemorie storiche e letterarie della società tedesca di KönigsbergdaG. Mohnicke,Versuche zu Anfang desXVIIJahrhunderts etc.—Tentativi fatti al principio del secoloXVIIper introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo.Le quali lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe megliosaper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio,sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement contropesé par la lenteur du p. Paul.

413.Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva:Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in defæcando lectorum judicio. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto:Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus.Vos et dominationiresistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem aspirarunt, tota visdominationisin nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus!Ep. 574.Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce allaStoria arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671:Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits neveux de monsieur Duplessis-Mornay.Non così credo autentiche leScelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti. Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

413.Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva:Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in defæcando lectorum judicio. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto:Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus.Vos et dominationiresistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem aspirarunt, tota visdominationisin nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus!Ep. 574.

Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce allaStoria arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671:Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits neveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche leScelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti. Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

414.LetteraLXX, 13 settembre 1611.

414.LetteraLXX, 13 settembre 1611.

415.Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609:Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu, prêcheur admirable. Mémoires, 393.Il Pallavino, nella prima edizione dellaStoria del concilio Tridentino, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò. Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo d’eretico avanti al senato veneto.

415.Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609:Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu, prêcheur admirable. Mémoires, 393.

Il Pallavino, nella prima edizione dellaStoria del concilio Tridentino, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò. Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo d’eretico avanti al senato veneto.

416.Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay.* In una cronaca citata dal Cicogna,Iscrizioni, tom.V. p. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S. Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

416.Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay.

* In una cronaca citata dal Cicogna,Iscrizioni, tom.V. p. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S. Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

417.LetteraXLIVal signor Dell’Isola.

417.LetteraXLIVal signor Dell’Isola.

418.LetteraLXallo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay,X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione dellaStoria del Concilio di Trento, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva:Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Opp. di frà Paolo,VI, 79. NellaLIIIlettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui».LetteraLXXXVIII.

418.LetteraLXallo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay,X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione dellaStoria del Concilio di Trento, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva:Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Opp. di frà Paolo,VI, 79. NellaLIIIlettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui».LetteraLXXXVIII.

419.LetteraLI, 12 ottobre 1610.

419.LetteraLI, 12 ottobre 1610.

420.LetteraLXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nellaStoria arcana della vita difrà Paolo Sarpi, scritta daM. G. Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.

420.LetteraLXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nellaStoria arcana della vita difrà Paolo Sarpi, scritta daM. G. Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».

Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.

421.Lettera 6 marzo 1611.Memorie,X. 169. NelleLettere diplomatichedel Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

421.Lettera 6 marzo 1611.Memorie,X. 169. NelleLettere diplomatichedel Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

422.Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis.Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontraremagnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607):Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili:O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis?E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge:In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

422.Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis.Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontraremagnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607):Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili:O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis?E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge:In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

423.Mémoires de Sully, tom.III. p. 27.

423.Mémoires de Sully, tom.III. p. 27.

424.In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

424.In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

425.Morosini,Storia, lib. 18. p. 699.* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’ signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

425.Morosini,Storia, lib. 18. p. 699.

* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:

«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’ signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

426.LettereLVeXI, XIIal signor Dell’Isola.

426.LettereLVeXI, XIIal signor Dell’Isola.

427.Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito, e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che «l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib.XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. AbbiamoFrà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolaridiGiusto Nave, Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini, e stampate a Lucca; come pureJustification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d’un prêtre italien à un magistrat françaisetc., Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.

427.Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito, e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che «l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib.XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. AbbiamoFrà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolaridiGiusto Nave, Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini, e stampate a Lucca; come pureJustification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d’un prêtre italien à un magistrat françaisetc., Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.

428.Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che, non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato. Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio. Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi, avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa, poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma; frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e falso.

428.Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che, non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato. Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio. Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi, avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa, poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma; frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e falso.

429.Letteradell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica forma, fece porre quest’iscrizione:PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate neiRegesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098, di Filippo Jaffe, Berlino 1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e 1881 al gran Bollario: delXIIsecolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.

429.Letteradell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica forma, fece porre quest’iscrizione:

PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.

PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.

Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate neiRegesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098, di Filippo Jaffe, Berlino 1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e 1881 al gran Bollario: delXIIsecolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.

430.Lettera2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze».Tapparelli,Saggio teoretico di diritto naturale, notaCXXVII.

430.Lettera2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze».Tapparelli,Saggio teoretico di diritto naturale, notaCXXVII.

431.Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit.Lutero,Ep.401.

431.Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit.Lutero,Ep.401.

432.Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vediMuratorial 1531.

432.Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vediMuratorial 1531.

433.Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.

433.Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.

434.J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Hala, 1849) vuol provare che laConfessio fideinon è già del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel 1530.Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853Die romanischen Waldenser ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttoché protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.

434.J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Hala, 1849) vuol provare che laConfessio fideinon è già del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel 1530.

Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853Die romanischen Waldenser ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttoché protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.

Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.

435.Gilles,Histoire générale des Eglises vaudoises, cap.I.

435.Gilles,Histoire générale des Eglises vaudoises, cap.I.

436.Hamon,Vie de saint François de Sales, 1854.

436.Hamon,Vie de saint François de Sales, 1854.

437.Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio Mediceo (Corrispondenza di Napoli), forse non autentiche, certamente esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da Montalto. Dicono:— S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè San Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1º del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di mille quattrocento: ed oggi, che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso voglion far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria, e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare...«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castegneta, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli...«Questi eretici portano origine dalle montagne d’Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi ilcrescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa che vivono male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

437.Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio Mediceo (Corrispondenza di Napoli), forse non autentiche, certamente esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da Montalto. Dicono:

— S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè San Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1º del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di mille quattrocento: ed oggi, che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso voglion far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria, e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare...

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castegneta, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli...

«Questi eretici portano origine dalle montagne d’Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi ilcrescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa che vivono male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

438.Leti,Italia regnante, tom.I. 37.

438.Leti,Italia regnante, tom.I. 37.


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