In Cremona, che già sul fine del quattrocento mostrava abilissimi artisti, poi il pittore Bonifazio Bembo, e l’architetto Bartolomeo Gazzo, acquistarono grido Altobello Melone e Boccaccio Boccaccino, «il miglior moderno fra gli antichi e il miglior antico fra i moderni» di quella scuola, e che, quanto grandioso nel Cristo dell’abside in duomo, tanto grazioso si mostrò in minori soggetti. Il fare veneziano vi dominò da chela città venne a San Marco; e Camillo suo figlio, «acuto nel disegno, grandioso coloritore», come dice il Lomazzo che lo appaja ai sommi, a quella guisa carpì l’ammirazione. Dicevasi che ogni merito ne fosse dovuto alla verità degli occhi; ond’esso fece il Lazzaro resuscitato e l’Adultera senza pur un occhio: bizzarria imitata da un nostro contemporaneo nel supplizio di Giovanna Grey. Galeazzo Campi, e Giulio Antonio e Vincenzo suoi figli, e Bernardino parente ebbero colorito morbido, disegno corretto e grandioso; ma nobiltà ed eleganza perdeano man mano che acquistavano le qualità per cui gli esalta il Vasari. Di quattro sorelle Anguissola pittrici, la Sofonisba, dal duca d’Alba condotta in Ispagna, ottenne favore presso la regina, e adulazioni da esso Vasari[62].
Il Moretto (Alessandro Buonvicino), venuto quando le sventure disponevano Brescia alla pietà, mentre usava un sugo tizianesco, propendette alla scuola milanese per le ispirazioni, e alla soavità di Rafaello, che conobbe sol dalle stampe; e in patria lasciò dipinti, che i maestri ammirano per scelto e variato panneggiamento, magnifici accessorj e tinte di grand’effetto; noi per graziosa espressione di volti, per elevatezza e soavità devota. Gli vanno di brigata i suoi compatrioti Girolamo Romanino e Giambattista Morone sommo ritrattista, a cui la condotta studiata non toglie l’ingenuità.
Per decorare palazzi, molti Veneti si diedero alla quadratura, con buon intendimento di prospettiva; altri al paesaggio e agli ornati, del che avevano esempiodomestico in Giovanni da Udine, inarrivabile ne’ chiaroscuri, negli arabeschi, ne’ vasi, ne’ paesaggi.
L’architettura si corruppe men presto che la pittura; ma la venerazione pei classici ridestati e per Vitruvio fece considerar barbarie i lavori del medioevo, e scorrezione ogni novità; alla convenzionale purezza sacrificare l’esperienza di molti secoli, gli ardimenti ignoti agli antichi, e le forme generate da idee e da abitudini nuove. Smarrite allora le esoteriche tradizioni, tolti i reciproci sussidj, ripresi l’ordine e la regolarità classica, lo stile nuovo rimase disgiunto dai nuovi bisogni; copie senza relazione coll’originale, imitazioni senza vita, dove non si rinnovava già l’antico, ma se ne adottavano superficialmente le apparenze, mal conciliabili col vivere moderno.
Antonio Sangallo, di famiglia d’architetti, pel fiorentino cardinale Farnese disegnò in Roma il gran palazzo, che passa pel più perfetto che si conosca, massime il cortile, terminato poi da Michelangelo e dal Vignola. Varie parti del Vaticano eseguì, e principalmente belle scale; le cittadelle di Civitavecchia, Ancona, Firenze, Montefiascone, Nepi, Perugia, Ascoli: in quella d’Orvieto riparò al difetto d’acqua con un pozzo, per la cui doppia scala anche bestie da soma scendono e risalgono senza incontrarsi. Diresse a Roma le feste per Carlo V che tornava da Tunisi; e guardano come un modello la sua porta a Santo Spirito non finita.
Pirro Ligorio napoletano, ingegnere civile e militare, che fece l’originale casino del papa in Vaticano, e riparò Ferrara dal Po, pubblicava il primo libro sui costumi dei popoli; ci conservò disegnati i monumenti romani, ove spesso nelle iscrizioni erra, spesso nelle misure geometriche; pure giova tanto più perchè molti di que’ fabbricati più non sussistono. Anche SebastianoSerlio bolognese levò disegni e misure degli edifizj di Roma, su’ quali formò lo stile corrompitore dell’estetica tradizionale, e lo applicò in Francia a fabbriche e ad un buon trattato d’architettura.
Giacomo Barozzio da Vignola (1507-73) molte regole di prospettiva scoprì, e trovò ingegnose soluzioni. NellaRegola dei cinque ordiniridusse l’architettura a misure fisse e principio costante; nè pago agli esempj, indagò le ragioni, e proclamò che degli edifizj antichi più lodati il merito consiste nell’offrire una intelligibile corrispondenza di membri, convenienze semplici e chiare, e un complesso ove le minime parti vengono comprese e ordinate armonicamente nelle più grandi; lo che costituisce il fondamento delle proporzioni. La guerra non lasciò eseguire veruno dei progetti ch’e’ fece in Francia, nè quello pel San Petronio di Bologna; ma gli sono vanto immortale il palazzo ducale di Piacenza, varie chiese e nominatamente quella degli Angeli d’Assisi, eseguita poi dall’Alessi e da Giulio Santi. La chiesa del Gesù e la Casa professa in Roma avea disegnate con eleganza di profili e regolare distribuzione, guastata poi da Giacomo della Porta. Giulio III gli affidò l’acquedotto di Trevi, e la villa, sulla via Flaminia, a lui più cara che non gli affari, col vicino tempietto rotondo. Al palazzo di Caprarola pel cardinale Alessandro Farnese, in pittoresca situazione, diede aria di castello con pianta pentagona e bastioni al piede, mentre opportunissimi ne sono l’interna distribuzione e i disimpegni. Annibal Caro vi dirigeva le pitture, eseguite dagli Zuccari e da altri con prospettive del Vignola stesso. Allora Filippo II ergeva l’Escuriale, e da ventidue disegni di artisti italiani il Vignola ne compilò un nuovo; ma non volle andare ad eseguirlo, preferendo lavorare a San Pietro, ove continuò le idee di Michelangelo, alzando le due cupole laterali.
In Venezia con maggiore indipendenza s’architettava, desumendo molti concetti anche dal Levante, abbellendo il gotico[63], e variando in guise originali, quanto può vedere chi scorra il Canalgrande. Precoci frutti di buona scoltura e distinta dalla toscana sono le statue che nel 1393 Jacopo e Pier Paolo delle Masegne posero sopra l’architrave dell’abside di San Marco; e i capitelli del palazzo dogale, lavoro forse del malarrivato Filippo Calendario[64]. Da poi vi vennero molti Lombardi, fra’ quali Guglielmo bergamasco nella cappella Emiliana a Murano merita posto fra gl’insigni. Alessandro Leopardi fece nel deposito di Andrea Vendramin in San Giovanni e Paolo i migliori bassorilievi d’arte veneziana, il monumento Coleone e i pili di bronzo inpiazza San Marco. D’Antonio Rizzo da Bregno sono il monumento Tron ai Frari, di ricchezza non esuberante, l’Adamo ed Eva or posti rimpetto alla scala de’ Giganti da lui architettata, come anche il prospetto interno del palazzo dogale, e forse l’esterno verso il rio. A lui, a Paolo, a Lorenzo pur da Bregno, cioè comaschi, sono dovuti altri monumenti, e singolarmente quelli del doge Foscari e di Dionigi Naldo da Brisighella; altri a Pietro, Antonio, Tullio Lombardo, che segnano il passaggio fra l’ingenuo scolpire di quei delle Masegne e la raffinatezza già leziosa nel ricco deposito del doge Pier Mocenigo in San Giovanni e Paolo. Pietro Lombardo[65]fece Santa Maria de’ Miracoli con decorazioni francamente graziosissime. Altri di quella piuttosto colonia e scuola che famiglia operarono di decorare e d’architettare al modo dell’alta Italia; e nominatamente la cappella Zeno, ammirata in San Marco[66], alla quale preferisco il vicino altare; e a tacer altro, il palazzo Vendramin, la ricca torre dell’orologio, e il fianco del cortile ducale verso San Marco, «esempio d’aurea ed elegante ordinanza». Di Martino Lombardo basti accennare la scuola di San Marco, di bellissimo effetto. Dello Scarpagnino sono le fabbrichevecchie a Rialto e l’incantevole facciata dell’arciconfraternita di San Rocco. Bartolomeo Buono fabbricò le Procuratie vecchie. Gianmaria Falconetto veronese (-1524), mutatosi dal pennello alle seste, e nudritosi degli antichi, di cui disegnò e descrisse pel primo i teatri e anfiteatri, servì all’imperatore Massimiliano che allora aveva conquistato Verona; poi rimessa la pace e avuto perdono, di begli edifizj empì lo Stato, in Padova pose labellissima e ornatissima loggiadei Cornaro, le porte di San Giovanni e Savonarola, quella sotto l’oriuolo in piazza de’ Signori, e gli ornamenti di stucco alla cappella del Santo.
Mutò l’andazzo il Sansovino (Giacomo Tatti di Firenze 1479-1570). Già era chinato allo stile michelangiolesco quando dalla saccheggiata Roma ricoverò a Venezia, e nominatovi protomastro, sgombrò la piazzetta e vi pose l’ammirata loggetta, riparò le cupole di San Marco, fece la chiesa di San Geminiano, e più semplice, l’interno di San Francesco della Vigna, la scala d’oro, i bellissimi palazzi Cornaro presso San Maurizio, e Dolfin a San Salvadore; e nella facciata della Libreria, uno de’ migliori edifizj moderni, pretese sciogliere il problema difficilissimo, e nato da mala interpretazione del testo vitruviano, del far cadere la metà d’una metopa nell’angolo del fregio dorico. L’aveva appena finita, quando ne crollò la vôlta; ond’egli fu messo prigione, poi rilasciato, la eseguì di legno e cannuccie. Nelle scolture diede al gonfio; e i due suoi giganti che impiccioliscono la scala da essi denominata, sebbene non pecchino degli atteggiamenti teatralmente triviali, che allora usavano il Baldinelli e simili, mancano di significazione e di opportunità, e cedono a gran pezza alla dignitosa statua di Tommaso da Ravenna sulla porta di San Giuliano, alla Madonnina, e agli altri bronzi nelle nicchie della loggetta, e a quelli della squisitaporta, da lui soltanto disegnata, della sacristia di San Marco[67].
Andrea Palladio vicentino (1518-80), deliberato a non dare mai passo fuor dei canoni di Vitruvio, divenne modello del buon gusto per coloro che nol riscontrano fuori del greco e romano. A Roma postosi a misurare e disegnare le fabbriche antiche, sui loro restauri stampò un’opera, e un trattato d’architettura che fu voltato in tutte le lingue[68]. Avvertiva ch’è «comoda quella casa, la quale sia conveniente alla qualità di chi l’ha ad abitare»; e perciò «a gentiluomini e magistrati si richiedono case con loggie e sale spaziose e ornate, acciocchè in tai luoghi si possano trattenere con piacere quelli che aspetteranno il padrone per salutarlo e pregarlo di qualche ajuto e favore... Le sale servono a feste, a conviti, ad apparati per recitar commedie, nozze e simili sollazzi; e però devono esser molto maggiori degli altri, ed aver forma capacissima... Le stanze devono essere compartite dall’una e dall’altra parte dell’entrata e della sala... Ma si badi che le case siano comode all’uso della famiglia, senza la qual comodità sarebbero degne di grandissimo biasimo»; e qui segue a divisare le opportunità delle stanze grandi, mediocri e piccole, delle estive e invernali.
La gotica basilica di Vicenza, cominciata il 1444, e che già rovinava, egli rinfiancó di portici a stile nuovo, con prodigalità di colonne. Ammirando quell’opera, i signori vicentini gli diedero commissione di palazzi, cherestarono poi incompiuti; fece la rotonda del Capra, e per l’Accademia Olimpica un teatro disposto all’antica per rappresentazioni di soggetto classico; e nell’entrata del vescovo Priuli coprì di disegni architettonici tutto il corso di Vicenza dal ponte degli Angeli fino alla cattedrale. Chiesto a gara per fregiare Venezia e le rive del Brenta, tutte le combinazioni di ordini e di materiali sperimentò ne’ palazzi, dove più che la magnificenza appare l’eguaglianza di molte fortune, e la gara di non parere inferiori al vicino. Belli sono gli atrj suoi, perchè tali li trovava ne’ Romani, ma appiccia quelli de’ tempj alle ville; negli appartamenti riesce discomodo, meno delle convenienze brigandosi che del gusto classico, dell’esecuzione corretta, delle forme scelte. Succeduto in Venezia al Sansovino, nel chiostro della Carità effettuò il piano dato da Vitruvio per le case romane; ma il fuoco lo distrusse, come il suo teatro. Nella chiesa e refettorio di San Giorgio Maggiore, anzichè il tempio gentilesco imitò le basiliche. Suo capolavoro è il Redentore, voto del senato per la peste del 1576: ma i pochi elementi offertigli dagli antichi lo costrinsero a riprodurre tre volte quella medesima facciata in Venezia, senza riguardo alla distribuzione interna, nè alla differenza tra due chiese di poveri Cappuccini ed una di lauti Benedettini. Concependo poi separate l’architettura e la scultura, lasciava le opere sue deturpare dagli stucchi e dalle statue farraginose del Vittoria e del Ridolfi.
A Brescia lavorò pel duomo e pel pretorio; a Torino pel parco reale; avea dato disegni per la cattedrale di Bergamo, e per altri edifizj non eseguiti; in somma non faceasi opera d’importanza, ch’egli non ne fosse sentito. Amò murare di mattoni, vedendoli durare più che la pietra. Edificando riccamente senza soverchia spesa, adoprando ogni sorta materiali a decorare, meritò essere studiato come classico, non dai contemporanei, cheanzi allora ruppero al peggio, ma dai moderni, e quando principal bellezza si considerò ancora la regola.
Il ponte di Rialto, studio di frà Giocondo, del Sansovino, del Palladio, fu dato a fare a Giovanni da Ponte, che offrì il disegno men costoso, e insieme così ardito che si dubitò della solidità, ora attestata da due secoli e mezzo. Fosse altrettanta la bellezza[69].
Vincenzo Scamozzi da Vicenza (1552-1616), recato all’arte dagli esempj del Palladio suo concittadino, e conoscendo i libri e i lavori degli antichi, si mostrò valente costruttore e ingegnoso a Venezia, vero campo dell’architettura civile; ma trovando già i primi seggi occupati, pensò sbizzarrire in novità o palliare l’imitazione, protestandosi indipendente da maestri, nè parlandone che per vilipendio. Il suo mausoleo del doge Nicola da Ponte nella Carità, più architettonico che altro, gli ottenne di lavorar la fronte della libreria di San Marco e le Procuratie nuove. Nella prima superò con lode l’ineguaglianza dello spazio; nelle altre adottò il disegno del Sansovino, peggiorandolo col sovrapporgli un altro piano, e adoprandovi i tre ordini, nel qual modo fu terminato da Baldassarre Longhena. Nessun lavoro volea ricusare per quanti gliene fioccassero, ma di molti non ci restano che i disegni. A Bergamo fece il bel palazzo del Comune: però al suo disegno per ricostruire quella cattedrale, fabbrica di Antonio Filarete, fu preferito quello del Fontana; a quello per la cattedrale di Salisburgo uno di Santino Solari comasco.
Nell’Idea dell’architettura universalelo Scamozzi intendeva a precetti unire esempj, raccolti da tutta Europa.Per averne i disegni teneasi bene coi nobilomini veneti che andavano ambasciadori, coi quali potè far lontani e ripetuti viaggi senza spesa, e tutto scrivendo, tutto delineando. Ma sarebbesi richiesto troppo più di cognizioni e di viaggi; ed egli riuscì confuso, prolisso, ingombro di digressioni, oltre la noja di vederlo sempre posporre alle sue le opere altrui, per quanto insigni. — Le fatiche le abbiam fatte molto volentieri, e per studio nostro particolare e per benefizio degli edificatori, e anche per lasciar qualche esempio del bel modo di edificare alla posterità; chè veramente nulla aveano lasciato ad esempio Palladio, Buonarroti, Vignola, Sanmicheli, Sansovino, ecc.»; così nell’Idea: e perfino nel testamento scriveva: — Ho procurato di restituire alla sua antica maestà questa nobilissima disciplina...; con molta fatica e spesa ho ridotto a perfezione i miei libri...; ho adornato Venezia d’infinite fabbriche, le quali in bellezza e magnificenza non cedono a qualsivoglia delle antiche... Non dubito che li miei scritti di tante fabbriche fatte da me non sieno per conservare la memoria del mio nome a pari dell’eternità».
La loggia di Brescia basta a lode del Formentone vicentino, come il palazzo ducale di Modena a lode del romano Bartolomeo Avanzini.
A Milano già eransi fatti il canale della Muzza e il Grande, i maggiori del mondo, eppure guidati senz’altra arte che quella d’un agrimensore di genio. Ora Giuseppe Meda ideò i navigli di Paderno e di Pavia con nuovi congegni, e architettò il maestoso cortile del seminario grande. Per quello così teatrale del collegio Elvetico e per la biblioteca Ambrosiana s’immortalò Fabio Mangone; Martino Bassi architettò la porta Romana e San Lorenzo; Vincenzo Seregni molte fabbriche attorno alla piazza de’ Mercanti e alcuni chiostri; Francesco Richini molte chiese e varj palazzi, tra cui quello di Brera, notevoliper grandiosità, apparenza scenica e bei cortili: eppure son nomi ignoti agli storici.
Pellegrino Pellegrini di Tibaldo (1527-92), milanese nato a Bologna, rammaricato di mal riuscire nella pittura, volea lasciarsi morire, poi meglio si consigliò a voltarsi all’architettura. Tra molti suoi lavori grandiosi e scorretti sono i santuarj di Ro e di Caravaggio, l’arcivescovado di Milano, la casa professa dei Gesuiti a Genova. Dichiarato ingegnere dello Stato di Milano e direttore della fabbrica del duomo, ne disegnò il pavimento e la facciata, dove Martino Bassi s’oppose a molte sue bizzarrie, appoggiato dal voto di buoni maestri[70]. Da Filippo II chiamato ad architettare l’Escuriale, ne fu rimunerato con gran somma e col feudo di Valsolda.
Genova, sentendosi ricca, volle anche esser bella, e i suoi signori quasi d’accordo presero ad ornarla, e non potendo estenderla in quartieri nuovi, rifecero i vecchi, nel che si esercitarono Andrea Vannone comasco, Bartolomeo Bianco, Rocco Pennone lombardo, Angelo Falcone, il Pellegrini, altro di bel nome. Anima di tutti fu Galeazzo Alessi perugino, che in patria avea compiuta la fortificazione cominciata dal Sangallo, e molti palazzi, e in Genova aperse la strada Nuova, fronteggiata dei superbi palazzi Grimaldi, Brignole, Lercari, Carega, Giustiniani, pei quali la natura chiedea distribuzione diversa, e offriva marmi e colonne. Quello de’ Sauli va fra’ meglio intesi d’Italia, tutte colonne d’un sol pezzo di marmo. Tacendo alcune ville ne’ contorni, eseguì la Madonna di Carignano, una delle più finite e solide chiese; prolungò il molo, abbellì il porto e i granaj; nell’arditissimo edifizio de’ Banchi, con pochissimi materiali coperse la lunghezza di trentacinque metri e la larghezza di ventidue. Anche altrove lavorò, e a Milanoil palazzo di Tommaso Marino, sfoggio degli ordini e delle decorazioni più appariscenti, e la troppo carica facciata di San Celso.
Michele Sanmicheli (1481-1559) apprese l’arte dal padre e dallo zio, e dai resti dell’antichità, prima in Verona sua patria, poi in Roma, ove presto salì in rinomanza. Nella cattedrale d’Orvieto, lavorata dai migliori architetti precedenti, s’uniformò al loro stile; a quella di Montefiascone, trovandosi più libero, fece una cupola ad otto spicchi, la cui circonferenza costituisce il tempio. D’altre opere abbellì la sua patria e Venezia, e non imprendea lavoro senza avere fatto cantare messa.
Il suo nome è specialmente affisso all’architettura militare, la quale avea dovuto riformarsi col cambiar delle armi. Già se n’erano occupati il Brunelleschi, che lavorò di fortificazioni per Filippo Maria Visconti, e a Pisa, a Pesaro, a Mantova; Mariano Jacopo Taccola e Giorgio Martini senesi, Leon Battista Alberti, Lampo Biraghi milanese, che fu de’ primi a parlar d’artiglierie, proponendole per liberare Terrasanta. Il trattato, che Roberto Valturio stese ad istanza di Sigismondo Malatesta, portò in queste costruzioni il lume, che nelle civili quel dell’Alberti; e può vedervisi il passaggio fra le armi da tiro antiche e le nuove. Ne scrissero pure per incidenza Pietro Cattaneo da Siena, Daniele Barbaro, il Filarete, Antonio Cornazzano, Francesco Patrizio, Vannoccio Biringucci, e per tacere d’altri, Leonardo da Vinci.
Il Sanmicheli, quando ebbe da Clemente VIII l’incarico delle fortificazioni dello Stato papale, e principalmente di quelle di Parma e Piacenza con Antonio Sangallo seniore, s’innamorò di tal genere, e ne conformò il sistema al mutato modo di guerra. Sin allora una robusta mura, largo fossato, torri quadre o rotonde che proteggessero la frapposta cortina, distanti due trard’arco, bastavano per proteggere una città. Introdotte le armi da fuoco, colle rotonde si richiesero torri angolose, che precedettero i baluardi propriamente detti[71], e che, al comparire di questi, bisognò demolire, perchè, sporgendo dalla cortina, impacciavano la difesa. Il Sanmicheli fece i bastioni a triangolo saliente più o meno ottuso, appoggiato sui due fianchi che proteggono le cortine, con camere basse ai fianchi, che raddoppiano il fuoco, e schermiscono la cortina e la fossa. Mentre nel modo antico la fronte restava scoperta, qui tutte le parti venivano tenute in riguardo dai fianchi de’ bastioni.
Alle difese piombanti sostituivansi così le fiancanti, alle mura perpendicolari quelle a scarpa; l’artiglieria, dando ad angolo obliquo nei muri, facea minor colpo che percotendo a retto; e se anche smuri la camicia esteriore, il terreno si regge per se medesimo. A questo modo il Sanmicheli fabbricò a Verona il bastione della Maddalena ed altri, demoliti ai dì nostri per condizione della pace di Lunéville; e quelli di Legnago, Orzinovi, Castello; poi a Sebenico, Cipro, Candia, Napoli di Romanìa, buone barriere contro gli Ottomani. Della fortezza di Lido a Venezia, sopra terreno molliccio e flagellato dalla marina, si fece la prova collo sparare da quelle mura tutta l’artiglieria grossa a un tratto.
Dalla forza il Sanmicheli non dissociava la bellezza, ornando le entrate cogli accorgimenti che il Vaubansuggeriva dappoi: e le porte Nuova, del Pallio, di San Zenone a Verona mostrano quanto giovi l’accordo di molteplici cognizioni.
Galeazzo Alghisi da Carpi inventò di applicare la cortina a tanaglia a qualsiasi poligono, e volle sperimentare la bontà delle cortine addietro, riflesse in angolo quanto più acuto tanto migliore; ma la prova stette contro di lui. Nicolò Tartaglia prevenne i tiri di rimbalzo, che si credono inventati un secolo e mezzo più tardi; primo disputò intorno ai gradi d’inclinazione dei pezzi, all’effetto de’ projetti, alle distanze dei tiri ragguagliate all’inclinazione ed alla carica; e molti miglioramenti propose circa la forma de’ baluardi e cavalieri. Giambattista Bellucci da San Marino, che servì al Marignano nell’oppugnazione di Siena, a Francesco I e ad altri, perfezionò le fortificazioni. In tempo che tanta fiducia si riponeva in queste, Giambattista Zanchi dimostrò che contro l’offensiva non danno altro vantaggio se non del tempo che gli assediati ebbero per provvedersi: e null’altro che traduzione dell’opera sua è quella del La Treille[72], che i Francesi adducono come la prima di tale materia in lor favella.
Jacopo Lentieri bresciano scrisse dialoghi su questo proposito e sul levare le piante delle fortezze; e primo vestì di matematiche la scienza delle fortificazioni. Carlo Theti insegnò varj contrafforti, recinti doppj, controguardie continue, bastioni distaccati. Pierantonio Fusti da Urbino, detto il Castrioto, osteggiò Siena, munì San Quintino, Calais e tutta quella frontiera con un campo trincerato, fece tre forti in Navarra, e morì ingegnere generale di Francia il 1563. Egli avea stampatoDellafortificazione delle città(Venezia 1564), insieme con Girolamo Maggi che difese Famagosta, dove preso dai Turchi, dopo dura cattività fu strozzato. Gabriele Tadini di Martinengo restaurò le fortificazioni di Bergamo; operò per Venezia nella guerra contro la Lega, onde meritò d’esser fatto soprantendente alle fortificazioni di Candia; fu de’ più attivi difensori di Rodi, indi granmaestro dell’artiglieria di Carlo V; infine provvide a fortificare le isole dell’arcipelago contro i Turchi.
Vuolsi saper grado a questi ingegneri d’aver opposto un riparo ai nuovi Barbari che minacciavano la civiltà europea, e contro cui i re litigiosi lasciavano Venezia a combatter sola.
Aristotele Fioravanti, che in Bologna trasportò la torre della città, lavorò molte fortezze per la Moscovia. Rodolfo, dopo fatti i baluardi di Camerino, sua patria, in Transilvania e in Polonia servì al re Stefano Batori, e v’insegnò l’uso delle palle roventi. Nelle Fiandre il Paciotto alzò la cittadella di Anversa, e diede disegni per quelle d’America: altre ne fortificò nelle Fiandre Ascanio della Cornia. Girolamo Bellarmati, fuoruscito senese e autore di unaCorographia Thusciæ, fu ingegnere maggiore di Francesco I, costruì il porto dell’Havre de Grace allo sbocco della Senna, e bastionò Parigi; e volendo il re mandarlo coll’ammiraglio conte dell’Anguillara ad assalir Barcellona, ricusò, perchè con quello era stato costretto due volte a fuggire[73].
Con Caterina de’ Medici andarono in Francia Girolamo e Camillo Marini, il Campi, il Befani, ingegneri militari, e il cavalier Relogio che fortificò sapientemente la città di Brouage. Antonio Melloni da Cremona, dopo difesa Vienna e ajutato a prendere molte fortezze sulReno, ove allestì un campo trincerato per quarantaquattromila Francesi, ne fabbricò altre in Picardia, prima che Calais fosse presa dal nostro Strozzi; poi ottomila Italiani con esso guidati dal principe di Melfi, combatteano altrettanti Italiani che, al soldo d’Inghilterra, in Boulogne si munivano per opera dell’ingegnere Girolamo Pennacchi da Treviso, che vi perdè la vita nel 1544.
Bourg-en-Bresse fu munito dal Busca milanese. Alessandro del Borro aretino, allievo del Piccolòmini, utilissimo all’Impero, massime per avere fortificato Vienna, già prima munita da altri Italiani, quali il Floriani di Macerata, Pietro dal Bianco, lo Scala, Giovan Peroni, intervenne alle principali battaglie di quel tempo; a servigio di Venezia, sottomise Egina, occupò Tenedo e Lenno, e morì dalle ferite tocche nel difendersi con una sola nave contro tre barbaresche[74].
Ostilio Ricci toscano fortificava le isole di If e Pommiers: Agostino Ramelli milanese serviva al re di Polonia, e morì sotto la Roccella, da lui munita: il Pasini ferrarese fortificò Sedan: nel Portogallo lavorò Vincenzo Casali, autore della darsena di Napoli: e a Saragozza Tiburzio Spannocchi faceva un ponte levatojo che bastava un soldato ad alzarlo, e non se ne vedeano le catene. Francesco Giuramella munì Custrino; il Bosio genovese fondeva artiglierie pei Russi; il Solaro costruiva due castelli a Mosca; Simone Genga nel 1581 muniva le sponde della Duina.
Più segnalato nella pratica e nelle teoriche fu Francesco Marchi bolognese, ingegnere di Alessandro de’ Medici, poi di Pierluigi Farnese e di Paolo III, indi passato in Fiandra colla costui vedova Margherita, dove attese trentadue anni a munimenti militari, e introdussele carrozze all’italiana. D’un suo lavoro esteso su molte scienze e molte macchine, restato imperfetto e inedito, porse ampia informazione il Fantuzzi negliScrittori bolognesi. Inventò molte guise di bastioni, cavalieri, rivellini, aloni, tanaglie semplici e doppie, grande varietà di linee magistrali, fossi, strade coperte. Cercò innanzi tutto di elevare il carattere e la morale dell’uomo. Gli si accerta il merito dei tre metodi attribuiti a Vauban, al quale forse solo spetta la gloria delle applicazioni sistematiche, e dell’alleare l’arte delle fortificazioni colla strategia.
Nè a sostenere la priorità degli Italiani è inutile il riflettere che i nomi delle fortificazioni nuove sono la più parte d’origine nostrale anche nel parlar francese, e a tacerepiattaforma, mina, rivellino, ingegnere,possiamo addurrebastione, cittadella, baluardo, orecchione, merlone, parapetto, gabbioni, casematte, caserme, banchetta, cannetta, lunetta, contrascarpa, palizzata, spianata, bomba, artiglieria...
Altri s’occuparono dell’architettura nautica, come Camillo Agrippa milanese[75]e Mario Savorgnano conte di Belgrado[76]. Nell’idraulica molti ebbero ad esercitarsi e a scrivere, fra cui il longevo Luigi Cornaro tratta delle lagune venete come difesa[77].
Come in queste grandi opere, così in minori s’addestravano i nostri. La scrittura e la pittura, uscendo insieme dal santuario, continuarono lungo tempo affratellate; e la miniatura de’ libri dove procedeano di conserva, mantenne a lungo i tipi, che gli artisti abbandonavano. Che se la stampa e l’incisione le aveano tolto importanza, ne abbiamo ancora stupendi esempj inlibri devoti e in corali, anzi può dirsi che i migliori fossero degli ultimi tempi. A Venezia il codice di Marciano Capella, alluminato dal fiorentino Atavanti sul finire del Quattrocento, con tale ricchezza d’oro, di minio al modo antico, di oltremare al modo nuovo, e tanta varietà di figure e di fregi, dedotti dalla natura materiale, dalla fantastica e dalla simbolica, impone l’ammirazione anche ai più ritrosi. Meravigliosi corali dalla Certosa di Pavia passarono in Brera a Milano: di bellissimi Antonio Cicognara ne miniò pel duomo di Cremona, e nel 1484 un mazzo di tarocchi pel cardinale Ascanio Sforza. E come che questa minuta maniera fosse considerata di povero gusto, fatta per denari, ristretta a copiare materialmente il vero, molti cultori trovò, fra’ quali primeggiarono Girolamo de’ Libri, Liberale da Verona, don Giulio Clovio croato, e Felice Ramelli suo scolaro, frà Eustachio, frà Filippo Lapaccini ed altri Domenicani. Il breviario della Marciana, che fu del Grimani, opera dell’Hemmeling, disputa il primato colle miniature di Stefano Fouquet di Tours, oggi possedute dai Brentano di Francoforte.
Benvenuto Cellini, orefice e fonditore di cui altrove discorreremo, unicamente a Michelangelo soffriva d’essere considerato inferiore; nel suo Perseo risente dell’esagerazione dominante, ma è considerato inarrivabile nel niello e nelle orificerie. Usavano allora ai berretti medaglie d’oro, e Caradosso Foppa milanese le facea pagare non meno di cento scudi l’una. Il Cellini, che lo reputava «il maggior maestro che di tali cose avesse visto, e di lui più che di nessun altro aveva invidia», ne fece di molte, e vezzi per gli arredi papali e per le belle della Corte francese. La preziosità della materia fece perdere molte delle opere sue; le rimaste non è prezzo che le adegui. E forse tutti i grandi artisti si esercitarono anche in piccoli getti e giojelli.
Le gemme non pareano lusso bastante se non fossero lavorate; e Giovanni delle Corniole s’immortalò sotto il Magnifico Lorenzo, e fece uno stupendo ritratto di frà Savonarola; Domenico de’ Cammei milanese ritrasse Lodovico Moro in un rubino; Giovan Antonio milanese nel più gran cammeo moderno ritrasse fin alle ginocchia Cosimo duca, Eleonora sua e sette figli; il Raggio intagliò sopra una conchiglia l’inferno di Dante, colle bolgie e i diversi supplizj. Una meraviglia sembrarono i cristalli dei cinque fratelli Saracchi; uno dei quali pel duca di Baviera fece una galea legata in oro e gioje, con schiavi negri, artiglieria che sparava, vele e tutto; un vaso gli fu pagato seimila scudi d’oro, oltre duemila lire di regalo. Jacopo da Trezzo scolpì in diamante lo stemma di Carlo V, e per l’Escuriale di Madrid un tabernacolo con otto colonne di diaspro e sanguigno e dovizia di statue d’oro, di gemme.
Valerio vicentino (-1546) in gemme fece composizioni difficili, «con una pratica così terribile, che non fu mai nessun del suo mestiere che facesse più opere di lui» (Vasari). Una sua cassettina, con nove compartimenti nel coperchio e nove nell’urna, storiati della vita di Cristo, gli fu pagata duemila scudi da Clemente VII, che la regalò a Francesco I in occasione delle nozze con Caterina de’ Medici. Una d’argento con fregi e statue michelangiolesche e molti soggetti in cristallo di rôcca, che come del Cellini mostrasi nel museo di Napoli, è fatica di Giovan Bernardi di Castelbolognese. Matteo del Nazaro veronese in un diaspro sanguigno fece una Deposizione dalla croce, ove le macchie rosse figuravano il sangue; comprato a gran valuta da Isabella d’Este marchesa di Mantova. Francesco I lo chiamò in Francia, pensionato come artista non meno che come sonatore, poi gli diede a lavorare alla zecca. Una serie d’intagliatori nostri continuò a quella Corte, e di loro certamentesono i braccialetti in conchiglie di Diana di Poitiers, che or s’ammirano al gabinetto imperiale di Parigi. Girolamo del Prato cremonese, detto il Cellini lombardo, fece nielli, medaglie, oreficerie, e un giojello che Milano donò a Carlo V. In commessi di pietre dure lavorarono altri milanesi a Firenze e in Francia: e sin dai Fiorentini erano allogate opere ad orefici milanesi[78].
Molti mostrarono eccellenza nelle medaglie[79], altra imitazione degli antichi; e ve n’ha de’ primi artisti, e principalmente del Pollajuolo. Vittore Pisanello da Verona si applicò affatto a questo genere, che può dirsi da lui creato, con teste finitissime e variate, e nel rovescio belle invenzioni, trattate con vita e con ardito disegno. Gianpaolo Poggi fiorentino lavorò alla corte di Filippo II: così Leon Leoni aretino, e Pompeo suo figlio. Ma a migliorare le monete correnti si pensò tardi, e coll’uso dello stampo.
Alcuni, preponendo il guadagno alla gloria, davansi a contraffare l’antico, e Giovanni Cavino da Padova empì il mondo di medaglioni falsi, mentre avrebbe potuto insignemente far di proprio. Michelangelo disse essere giunta al colmo l’arte, quando vide una medaglia di Alessandro Cesari, detto il Grechetto, che nel diritto rappresentava Paolo III, nel rovescio Alessandro Magno che s’inchina al gran sacerdote a Gerusalemme: il costui Focione non cede ad antichi. Anche il baccanale, detto sigillo di Michelangelo, fu per un pezzo creduto antico, ma si sa lavorato da Maria di Pescia.
Il magistero della tarsia (1549) fu vôlto principalmente a stalli di coro e sacristia. Gli armadj di Santa Maria del Fiore di Benedetto da Majano sono ammiratissimi, e più le opere ch’egli mandò a Mattia Corvino. Frà Damiano da Bergamo, converso in quell’ordine de’ Domenicani, che di tanti artisti segnalossi, lavorò insignemente in patria, ma più a Bologna pel coro di San Domenico, migliorando la maestria de’ colori e degli scuri, tanto da emulare il dipinto[80]. A suo fratello Stefano pajono da attribuire le tarsie ne’ Benedettini di Perugia, su disegno del Sanzio o di Rafaellin del Colle o forse di lui stesso. Altri compaesani lo imitarono, quali Lorenzo Zambelli nel coro della cattedrale di Genova, a Bergamo i fratelli Capodiferro da Lovere in quel di Santa Maria Maggiore, e Piero de’ Maffeis, e i Belli: così furono lodati i Legnaghi e frà Rafaello da Brescia, i Genesini da Lendinara, gl’Indovini da Sanseverino, in Milano Cristoforo Santagostino, Giuseppe Guzzi, Giambattista e Santo Gorbetti. Padova, Verona, Treviso, Venezia ebbero stupende tarsie da tre frati Olivetani, il più celebre de’ quali, frà Giovanni da Montoliveto veronese, chiamato da Giulio II, al Vaticano intagliò una bellissima porta su disegno di Rafaello; oltre gli stalli di cui ora si vanta la cattedrale di Siena. Fra varj che mostrano a Napoli, il coro di San Severino e Sossio per Bartolomeo Chiarini e Benvenuto Tortelli di colà, dal 1550 al 65, è meraviglioso per varietà ed eleganza. Conquest’arte si posero ai quadri cornici bellissime; e Rafaello fece lavorare porte e soffitte in Vaticano da Giovanni Barile.
Sto per chiamare tarsie i chiaroscuri di pietre commesse, arte forse nata, certo perfezionata a Siena nel meraviglioso pavimento del duomo, da Duccio cominciato rozzamente, proseguito dai migliori, via via raffinando sin al Beccafumi. I musaici di San Marco furono una scuola continua in Venezia; ma di migliori se ne compirono a Roma.
Nell’arte delle finestre colorate ci vinceano Francesi e Fiamminghi. Bramante chiamò maestro Claudio e frà Guglielmo di Marcillac per ornare il palazzo Vaticano e Santa Maria al Popolo: l’ultimo arricchì d’altre opere Arezzo, Firenze, Perugia, e fu maestro del colorire al Vasari, che nel ripagò con un’affettuosa biografia. Artisti nostri in tal genere troviamo Fabiano di Stagio Sassoli e Battista Porro aretini, Pastorino Micheli da Siena, Maso Porro da Cortona, Visconti e Andrea Postanti all’Incoronata di Lodi, un Alessandro fiorentino che fece quelli di Santa Maria Novella a Firenze: ma non son certo de’ Vivarini quelli in San Giovanni e Paolo a Venezia. Molti Gesuati applicaronsi a questo artifizio.
Neppure negli smalti non raggiungemmo i forestieri; ma mentre questi asseriscono che di translucidi se ne fecero soltanto nel cinquecento, noi possiam mostrarne sin dal 1350 a Orvieto ed a Venezia.
L’arte delle majoliche, come accennammo (p. 15), fiorì a Urbino, Pesaro, Gubbio e Casteldurante. In Pesaro l’artifizio era antico, giovato dalla fina terra del Foglia (Isauro), ma risorse sotto gli Sforzeschi, tanto che questi regalarono vasi, nel 1478, a Sisto IV. Hanno la particolarità d’un lustro meraviglioso di vernice, quasi di perla, che cangia di riflessi a ogni voltarsi. Dal 1500 al 1540 gli artisti lavoravano su cartoni diRafaello, comprati da Guidubaldo, che ne fece disegnare anche da altri artisti, massime da Rafaele del Colle e Battista Franco veneto. Giacomo Lanfranco trovò di mettervi l’oro vero, e ne fece di forma antica con rilievi, ond’esso e la famiglia ebbero il privilegio di tali manifatture. Francesco Maria donò alla spezieria della Madonna di Loreto 300 vasi, la più parte disegnati dal Franco, e che passano pei più belli: altri mandavansi a varie Corti, storiati con fatti d’allora, o del Testamento, o della mitologia, e talora con versi, ovvero con frutti, con amori, con allusioni, con oscenità; o sbizzarrivasi in calamaj, gruppi, vasi magici, rinfrescatoj: faceansi anche pavimenti a disegni.
Delle fabbriche d’Urbino la prima menzione cade nel 1477, poi nel 1501. Giorgio Andreoli forma la gloria di Gubbio, eccellente non solo ne’ modelli, ma nella pittura e scultura, e introdusse il buono stile, mentre quivi insegnava il segreto de’ colori rosso, verde, aureo e argenteo, che aveva imparato in Lombardia. Morì dopo il 1552.
Di Casteldurante le produzioni erano grossolane finchè da Luca della Robbia non s’imparò la maravigliosa vernice. Si valsero di disegni di Rafaello, e dal 1535 all’80 ebbero i principali artisti, molti de’ quali andarono in colonia in altri paesi, ad Anversa, alle Jonie, in Venezia. I fratelli Orazio e Camillo Fontana raggiunsero l’eccellenza, e dietro loro il Piccolpassi, Luzio Dolce, Giustino Episcopi, Tommaso Amantini, Taddeo Zuccari, che disegnò una credenza da donare a Filippo di Spagna. Quivi le fabbriche durarono anche dopo che ne’ paesi anzidetti erano cadute dopo il 1560, perchè mancò l’incoraggiamento, e perchè s’introdussero le porcellane della Cina, superiori al certo per finezza e colore, ma spoglie d’ogni merito artistico[81].
Altre majoliche lodatissime fabbricavansi ad Atri negli Abruzzi e principalmente dai Grue.
Artisti italiani e l’italiano esempio diffusero il moderno gusto e la correzione oltr’Alpi, e fecero abbandonare il gotico: del che il primo esempio è forse nella sala della coronazione a Praga, e in una fabbrica di Solesmes nella Turena del 1493. In Francia lo stesso Luigi XI, in mezzo all’ignobile suo corteggio, apprezzò i meriti di Giovan Bellino. Carlo VIII, invaghito della nostra coltura, menò di là dall’Api artisti e artieri[82]; fece eseguire molti lavori, principalmente ad Amboise, «da operai eccellenti scarpellini e pittori che avea menati da Napoli» (Commines); e la sua tomba di marmo nero con figure di bronzo dorato è del modenese Paganini. Francesco I, svegliato dal funesto suo sogno della conquista d’Italia, si fece a Fontainebleau un’Italia artifiziale, raccogliendovi i rottami del paese, al cui naufragio avea troppo contribuito; e il maresciallo di Chaumont, che governando il Milanese, avea procurato alleviare la servitù col proteggere le arti, chiamò di quivi Andrea Solaro, che dipinse il castello di Gaillon. Leonardo da Vinci avrebbe potuto educare i Francesi non a contraffare i nostri, ma a studiare in che modo operassero; non abbagliarli coll’entusiasmo, ma secondare la qualità in essi dominante, l’intelligenza. Al contrario, col recare di colpo la Francia a copiar l’Italia, le fu tolto il vantaggio del noviziato, e affogata l’originalità nell’imitazione. Rosso de’ Rossi fiorentino, quasi non esistesse pittura prima del grande stile, e non comprendendo se non quella che sapeva, operava di pratica, e pretendendo non seguire alcuno, cadeva nelfantastico; nella Trasfigurazione a Città di Castello, collocò a’ piè del quadro una zingarata. Costui impiantò a Parigi la scuola italiana, compatendo cotesti Francesi secchi, poveri; pochi accettava a scolari, e a patto che rinnegassero le tradizioni nazionali e ingenue, per assumere il teatrale, il lezioso; a compagni preferiva i mediocri, onde adoperò Lorenzo Naldini allievo di Francesco Rustici, il quale pure aveva lavorato colà; Antonio Mimi, Domenico del Barbiere, Luca Penni, Bartolomeo Miniati, Francesco Caccianimici.
Il Primaticcio di Bologna, che gli succedette nella sovrantendenza ai reali edifizj, derivava da Rafaello, ma erasi cambiato dopo visto Michelangelo e sotto Giulio Romano, con cui lavorò nel palazzo del Te; conservava dell’eleganza, ma credeva ai metodi di scuola. Decorò la villa di Fontainebleau, e vi pose molte statue e modelli antichi: v’ebbe a collaboratori Bagnacavallo, Ruggeri di Bologna, Prospero Fontana, Nicolò dell’Abbate modenese, che tutti lasciarono opere in Francia. Girolamo della Robbia, itovi nel 1530, ornò il palazzo di Madrid nel bosco di Boulogne, con terraglie dipinte magnificamente, alcune grandissime e con rilievi: ma tutto fu diroccato nel 1792, e le opere vendute a un terrazziere, che le macinò per farne cemento. Domenico Boccadoro di Cortona, nel disegnare il palazzo di città a Parigi, non dimenticò i bisogni e il gusto del paese, onde le larghissime finestre del pian terreno, la tettoja molto inclinata, con forma monumentale. Il Vignola stette due anni a Parigi, il Serlio vi morì, il Bellarmati, il Bellucci, Gianangelo da Montorsoli, altri ed altri chiamati o venuti; sicchè Fontainebleau fu un museo d’opere italiane e di copie, su cui si formarono alcuni buoni, quali Pietro Lescot, Goujon, Cousin, Delorme, che per incarico di Caterina de’ Medici alzò il Louvre.
Contucci da Montesansovino fu in Portogallo; in Inghilterra Jacopo Aconzio, Girolamo da Treviso e Toto della Nunziata; in Ispagna Leon Leoni, l’Anguissola, il Pellegrini. Matteo Pietro Alesio romano dipinse a Siviglia un san Cristoforo, le cui gambe al polpaccio han quattro piedi di larghezza. Fu ammirato dagli anatomisti, ma egli, veduto un Adamo di Luigi di Vargas, dichiarò: — Una gamba di questo vale ben più che tutto il mio Cristoforo».
Pier Torrigiani, allevato negli orti di Lorenzo de’ Medici con Michelangelo, prese ira contro di questo, e gli ruppe il naso; fuggito, militò nelle truppe del Valentino, poi da mercanti si lasciò condurre in Inghilterra, ove fu ammirato pel mausoleo di Enrico VII nell’abbadia di Westminster. Per un grande di Spagna lavorò un bambin Gesù, che fu trovato mirabile; e il committente per pagarlo gli mandò a casa alcuni sacchi di denaro: ma svolgendoli trovò ch’erano piccole monete, sommanti appena a trenta ducati; onde stizzito diè del martello nell’opera propria. Il grande, in luogo di vergognarsi, ne volle vendetta, e l’accusò come oltraggiatore d’immagine sacra; onde preso dall’Inquisizione e messo allo spasimo, lasciossi morire.
Il czar Ivan, che allora tentava introdurre la Moscovia nella società europea, chiese artisti nostri: e nel kremlin di Mosca, Aristotele Fioravanti fabbricò la chiesa; Pierantonio Solaro nel 1487 il palazzo detto di granito, terminato da Paolo Bossi genovese, da Marco ed altri; Aloisio milanese vi fece il Belvedere, e finì l’Assunta con nove cupole, e altre fabbriche, dove l’orientale era modificato secondo il tipo italiano, che collocavasi a fianco alle piramidi del Messico e alle pagode dell’India[83].