Chi non si sgomenti delle lungagne, trova nella costuiPoetica d’Aristotelemolta erudizione, riflessi sottili, critica assennata, e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire. Spesso egli censura Virgilio; a Dante imputa la pedanteria di parole scientifiche, ingrate e «inintelligibili a uomini idioti, per li quali principalmente si fanno i poemi»; incolpa di plagio l’Ariosto, oltre l’infedeltà storica sino ad inventare a capriccio i nomi dei re.
Non era più il tempo che l’Italia splendesse unica al mondo; e Francia poteva opporle Montaigne, Balzac, Voiture e l’altra plejade non duratura; Spagna e Inghilterra gl’immortali nomi di Calderon, Lope de Vega, Camoens, Shakspeare. Questi conoscevano e usufruttavano la letteratura italiana; e da Andrea Navagero ambasciator di Venezia presso Carlo V, che molto viaggiò e ben vide e ben descrisse, fu ispirato l’amore pei nostri classici a Giovan Boscano Almogaver, che postosi sull’orme del Petrarca, introdusse la correzione nella poesia spagnuola; alle fonti nostrali attinsero Garcilaso de la Vega imitatore del Sannazaro, e Diego Hurtado de Mendoza (t.IX, p. 482); il principe de’ poeti francesi Ronsard traduceva sonetti del Bembo; il maggior tragico dell’Inghilterra e del mondo, Shakspeare,dai nostri novellieri deduceva alcuni soggetti da drammatizzare, come più tardi Milton scriveva sonetti italiani, e Molière razzolava ne’ nostri comici per trovarvi o temi o caratteri o scene; Grangier traduceva Dante, e tutti i Francesi leggevano il Petrarca, come poi il Tasso.
Al contrario, i nostri mai non danno segno di conoscere i grandi contemporanei[111]; e allorchè il Castelvetro, che pur esso forse ne avea contezza solo per udita, osò dire che in Francia e in Ispagna si trovavano scrittori grandi quanto in Italia, se ne scandolezzarono i pedanti, che mai non gli aveano saputi; e rabbuffollo il Varchi, il quale poi sosteneva Dante esser superiore ad Omero. Dal che pullularono nuove quistioni; e per puntiglio Belisario Bulgarini senese s’aguzzò a spulare difetti nella Divina Commedia, in una serie di lettere e risposte e dissertazioni, dimostrando che non era vero poema perchè mancava alle regole d’Aristotele: il Mazzoni scese nella lizza a difenderla.
Ma quel poeta, il più ispirato insieme e calcolato, il più lontano dall’orpello e dal gergo convenzionale, che reggesi soltanto su nome e verbo senza epiteti nè frasi, mal s’affaceva all’arte raffinantesi; la sua simbolica cristiana diveniva meno intelligibile all’irruente classicismo; studiavasi, ma non come ritratto di cose cittadine e incarnazione di credenze vive; e posponevasi al Petrarca, a cui si usava la venerazione che più non s’aveva per la Bibbia, togliendo a disputar delle parole, stillarne ogni voce, ogni verso, ogni sentimento, ogni atto. A tacere gl’infiniti commenti, dei quali sopravvisseroquelli di Bernardino Daniello e d’Alessandro Velutello, Simon della Barba perugino, a proposito del sonettoIn nobil sangue vita umile e cheta, dichiarava qual sia stata la nobiltà di madonna Laura; Lodovico Gandini lungamente indagò perchè messer Francesco non avesse mai encomiato il naso di lei; poi disputavasi se fu donna vera; se allegoria, cosa rappresentasse: e si prese scandalo quando il Cresci osò crederla maritata. Così da lite nascea lite, mentre Carlo V spegneva l’indipendenza d’Italia, e Lutero squassava la potestà di Roma.
Di mezzo al culto che prestavasi alle lettere, ecco il ferrarese Giglio Gregorio Giraldi sostenere, non solo la vanità, ma il pericolo del sapere (Proginnasma); la medicina incertissima, garbugliona la giurisprudenza, bugiarde e sofistiche l’eloquenza e la dialettica, piacentiera al vizio la poesia; i letterati inetti a governare le città e le famiglie; Roma, grande finchè rozza, essersi corrotta a misura che ingentiliva. Sono i paradossi che a Rousseau furono poi suggeriti da accessi di superbia, come al Gregorio da accessi di pogadra; il quale, del resto, conchiude avere scritto per pura mostra d’ingegno. Forse per penitenza ordì la storia degli Dei, poi ancor più quella scabrosa de’ poeti anteriori e de’ viventi.
Girolamo Muzio (1496-1576) nato a Padova, ma che s’intitolava justinopolitano perchè oriundo e cittadino di Capodistria, buon’ora attaccatosi a persone illustri lodandole e ad esse dirigendo lettere e componimenti, a Venezia lega pratica coi giovani studiosi: nel concorso apertosi per la cattedra di retorica, dove gli aspiranti doveano ciascuno leggere per tre o quattro giorni sopra alcun classico, egli menò la briga fra gli studenti perchè fosse preferito Giambattista Egnazio, che perciò lo alloggia e nutre: agli spettacoli che da natale a tutto carnovaleogni domenica davansi ora sull’uno ora sull’altro campo delle chiese, con balli e improvvisatori, vagheggia un’alta donna, che presto gli è tolta da morte: poi coi nobiluomini visita varie parti d’Italia, soffrendo dall’insolenza militare, ed ora ai militari si unisce al soldo del conte Claudio Rangone: ito in Francia con questo, vi conosce la Corte: serve a Galeotto Pico, usurpatore della Mirandola, poi al duca di Ferrara, ove canta la celebre Tullia d’Aragona, per la quale, dopo ammogliato, dettò il trattato intorno al matrimonio. Col Varchi, col Cittadini, col Cavalcanti, col Tolomei si rissò per cose di lingua (pag. 141); con Fausto da Longiano, coll’Attendolo, coll’Averoldo, con Giambattista Suzio, con altri per punti e giudizj cavallereschi; giacchè, vedendo non poter fare abolire il duello (dic’egli), volle almeno porvi regola, e le opere sue in tal proposito, stampate con privilegio di Pio V, passavano per classiche: poetò anche[112], e divisava un’epopea su Goffredo Buglione, che forse avrebbe distolto il Tasso dalla sua. Talento universale, diplomatico e guerriero, letterato e teologo, prosatore e poeta, instancabile disputatore, diede egli stesso il catalogo degl’innumerevoli scritti che poterono «uscir dalla penna ad uomo che, dal ventesimoprimoanno della sua età fin al settantesimoquarto ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le corti di cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». La suaArte poeticaha merito di non servili giudizj, appuntando l’Alighieri per durezza, per mollezza il Petrarca, il Boccaccio perchè prosastico ne’ versi e poetico nella prosa: all’Orlandopreferisce le commedie dell’Ariosto; e di certe verità gli daremmo lode se non venissero dal farnetico d’accattar brighe, che l’accompagnò quanto visse.
Alfonso de Ulloa, figlio d’un capitano di Carlo V, e soldato egli stesso sotto Ferrante Gonzaga, tradusse in italiano un’infinità di opere spagnuole, tra cui principalmente la vita di Colombo scritta da Ferdinando suo figlio, preziosa perchè l’originale andò perduto: scrisse pure la vita di Carlo V, di don Ferrante, e altre storie di pochissimo valore.
Fra cotesti scarabocchiatori, che a forza di lodarsi a vicenda si creavano una reputazione, novereremo anche Francesco Sansovino figlio dell’architetto, che tradusse, raccolse, compose, raffazzonò orazioni, lettere, poesie, una storia dei Turchi, l’arte del secretario, le famiglie illustri, il ritratto delle città, osservazioni sulla lingua e sulDecamerone, Venezia descritta, del governo dei regni e delle repubbliche, e ortografia, retorica, arte oratoria; molte altre opere promise, ne stampò d’altrui col proprio nome, e di sue con nome finto; ebbe amicizie ed inimicizie, doni, titoli accademici, lode di contemporanei e anche di posteri; e maggiori lodi si diede da se stesso, o le finse dategli in lettere[113].
Siamo entrati con costoro nelle fogne della letteraturamilitante, corrispondente alla giornalistica d’oggi, fin d’allora chiassosa, intrigante, vaniloqua, superba, carezzatrice de’ mediocri e di chi paga, implacabile a chi mostra ingegno o dignità. E ce ne verrà a mano di tali, che il classare fra i letterati sarebbe vergogna, come il mettervi la plebe degli odierni giornalisti.