CAPITOLO CLIV.Toscana.

CAPITOLO CLIV.Toscana.

Così i paesi retti militarmente; la Toscana intanto avea principi e governo non forse migliori, ma volenti la pace, e che confondevano il ben proprio con quello de’ sudditi: onde ebbe a soffrire di meno, e avvolgeva di postumo splendore la decadenza. Cosmo I granduca al duca d’Este scriveva: — Con questi principi grandi è necessario governarsi in modo, che noi consideriamobene i loro fini, e ci andiamo ajutando con avvertirci l’un l’altro, e opporci alle loro ingiuste mire, in forma che non ci mova la passione di Francia o di Spagna, ma solo il bene universale d’Italia, nostra patria». Vedemmo (t.IX, p. 501) com’egli, strozzata la repubblica colla forza e coll’astuzia, saldasse l’autorità con atti umani e con fieri, carezzando letterati e artisti, lasciando a tutti libertà di scrivergli, ma perseguitando a sangue coloro che si ostinassero sulle antiche reminiscenze. Se è merito ristabilir pace e giustizia a costo della libertà, egli il fece, e fuor di Firenze i Toscani erano contenti di lui. Ma i molti profughi, svampandosi coll’ultimo ristoro de’ vinti, lo sparlare, il disonestarono di nerissime accuse, che ripetute nel secolo passato dai fautori di Casa d’Austria succeduta a’ Medici, e nel nostro da quei che avversano il principato, lo scolpirono nelle storie, ne’ romanzi, nelle tragedie come un Tiberio (1562). Di cinque figliuoli natigli da Eleonora di Toledo, l’epidemia ne rapì di tratto due e la madre; e la malevolenza diffuse che don Grazia in rissa uccidesse il fratello Giovanni cardinale; di che furibondo il padre trucidò l’omicida; ed Eleonora per crepacuore ne morì. Aggiungeano che, feconda di sè, Cosmo desse una sposa al figlio, e più che da padre amasse la figlia Isabella. Nel fare il famoso corridojo che, traverso alle case di mezza città, congiunge i Pitti cogli Uffizj, entrato in casa Martelli vi conobbe la Camilla, e l’ebbe a sue voglie; ma essa si raccomandò a Pio V che lo indusse a sposarla, benchè senza titolo nè onori. Il giorno che egli morì, il successore le intimò di chiudersi nelle Murate, dove essa fece un tal tramestìo, che le monache impetrarono fosse trasferita altrove, e morì imbecille.

Il figlio Francesco Maria (1574), non avendo i talenti nè la prudenza di Cosmo, s’abbandonò all’Austria, mentredisonoravasi in amori. Bartolomeo Capello veneziano, da Pellegrina Morosini avea generato Bianca, che bella, giovane e mal custodita dopo la morte della madre, prese vaghezza di Pietro Bonaventuri fiorentino, ragioniere al banco de’ Salviati a Venezia, e uscita una notte per parlargli lasciando socchiusa la porta, accadde che un fornajo di gran mattina andando per l’arte sua, credendola dimenticanza, serrò i battenti (1565 28 9bre). Non potendo più rincasarsi inosservata, ella fuggì all’amante, e venuti a Firenze si sposarono. Il consiglio dei Dieci, sopra istanza del Capello, e supponendola rapita per gola della pingue dote, bandì una taglia sopra il Bonaventuri e suoi complici, esigliò Bianca, confiscandole seimila ducati che teneva della madre. A Firenze ella con filtri e prestigi, come si disse, guadagnò il cuore di Francesco Maria. Il marito oltraggiato le rese la pariglia amoreggiando Cassandra Ricci maritata ne’ Bongianni; finchè Roberto de’ Ricci con altri dodici l’assalì sul ponte Santa Trinita e l’uccise; mentre alcuni mascherati uccidevano nel proprio letto la Cassandra.

Il granduca, non solo agli aggressori lasciò tempo di rifuggire in Francia, ma non dissimulò d’essere stato conscio del fatto. Poco poi Giovanna d’Austria, costui moglie, le cui gelosie aveano cresciuto lo scandalo, o sconciando o pel cruccio di quella tresca moriva, e il vulgo susurrò di veleno. Tanto più che, due mesi dopo, egli sposava secretamente la Bianca[116](1578); poi finito il lutto, il partecipò ufficialmente alla Signoria di Venezia. E questa, ad istanza di lui, nominò cavalieri della stola d’oro il padre placato e il fratello di lei; non che abolir la sentenza e il processo, lei dichiarò vera e particolarefigliuola della Repubblica, inviandoleuna corona ducale. Allora letterati e scienziati le dedicarono scritture; Speron Speroni la lodò in versi, la lodò il povero Torquato Tasso[117], al quale largì protezione e una tazza d’argento; che più? Sisto V le mandò la rosa d’oro.

Bianca a posto turpemente acquistato si mantenne con intrighi, cinta da gentaglia ordinaria, ebrei, fatucchieri, distillatori, indovini; coi quali si bisbigliava studiasse incantesimi e fatture per mantenersi l’affetto del marito e il modo d’aver figliuoli. A questo desiderio non riuscendo, ne suppose uno, del quale dicono mandasse a male la madre.

Più profittevolmente trescava Vittorio fratello di lei, intromettendosi agli affari, e vendendo le grazie; chiese a prestanza dal granduca tremila scudi, ed alterò la cifra in trentamila; del che scoperto, fu dal granduca cacciato. La Corte si modella sul padrone; Piero fratello del granduca pugnalò la moglie per infedeltà, che troppo aveva provocate colle sue; Isabella, suora di lui, pochi giorni dopo è strangolata dal marito fra gli abbracci conjugali.

Il granduca Francesco moriva al 20 ottobre 1587, e al domani la Bianca, si disse per opera del cardinale Ferdinando Medici; il quale non soffrì ch’ella fosse deposta nelle tombe ducali, gli stemmi e i ritratti di lei furon levati d’ogni dove, il senato veneto proibì ogni lutto: il figlio suppositizio non fu riconosciuto: Bartolomeo restò ricchissimo ma disonorato, come che quelguadagno fosse «non conveniente alla grandezza dell’animo d’un generoso nobil veneziano che ha il suo fine sol nella vera gloria, la quale può bruttare un sol punto»[118]. Pellegrina, figlia di Bianca Capello, sposò il conte Ulisse Bentivoglio bolognese, il quale avendone ricevuto torti, la fece ammazzare presso Bologna (1598) con due donne ch’erano seco e il cocchiere.

Il cardinale Ferdinando succeduto al fratello (1587), trovava tesori procacciati col traffico di diamanti e con due banchi a Venezia e a Roma: altri guadagnò col trarre, in grave carestia, molti grani dall’Inghilterra e dal Nord: quattro navi sue, con patente inglese e olandese, faceano vivo contrabbando in America a danno di Spagna: e impiegando un milione di scudi, sorpassava ogni concorrenza; provvede di denaro l’imperatore contro i Turchi, di truppe il principe di Transilvania; ad Enrico IV mandava secreti sussidj in odio di Spagna, e cercò riconciliarlo col papa; per lo che l’ambasciadore spagnuolo a Roma eccitò il famoso capobande Alfonso Piccolomini a invader la Toscana; ma Ferdinando lo prese, e malgrado i reclami l’appiccò (1591).

Tre milioni di scudi si ricavavano fra drappi di seta, tele d’oro e d’argento, e rasce, che esitavansi in Inghilterra e in America; trecentomila scudi l’anno si spendeano in comprare sete greggie di Napoli; esercitavansi pure i rischiosi giuochi di banca; sicchè quando Filippo II fallì, molte case ne rovinarono. Ma già le nazioni studiavansi di non avere bisogno di mercanti forestieri, e viepiù Sully, l’accorto ministro di Enrico IV, sotto cui cessarono i vivi traffici colla Francia, e si chiusero le ultime case fiorentine a Lione. Allora molti che negoziavano fuori, rimpatriati si applicarono all’agricoltura; i Corsini e i Gerini da Londra, i Torrigianida Norimberga; fiorentini si fecero i Ximenes mercanti portoghesi; il granduca da’ proprj piantonaj distribuiva gelsi a’ proprietarj: insieme si estesero gli uliveti e le vigne, piacque il lusso de’ giardini, ornati con pellegrinità d’Asia e d’America; e i Gaddi, i Salviati, gli Strozzi, gli Acciajuoli, i Riccardi vollero emulare quelli del principe, e scienza cavalleresca parve l’orticoltura, e da tutta Europa si cercavano i giardinieri toscani; molte piante cretesi arricchirono la botanica, e dall’Ida non meno che dal monte Baldo ne portò Giuseppe Casabona; a Matteo Caccini è dovuto il gelsomino arabico, detto mugherino. Francesco Carletti fiorentino, da suo padre negoziante spedito a Siviglia a imparare la professione, in Africa trafficò di schiavi, indi in America, nelle Indie, al Giappone e alla Cina; spogliato dagli Olandesi, a Firenze ad istanza del granduca stese (1601) il racconto de’ suoi viaggi, da uomo incolto, ma buon osservatore; diede le prime esatte notizie sul muschio, sul cocco delle Maldive, sulla cocciniglia, e insegnò l’uso della cioccolata. Filippo Sassetti negoziante erudito, di cui si han buone lettere, specialmente relative ai lunghi viaggi in Europa e in Asia, di là mandava preziose rarità al granduca.

Grosseto era stata in man dei Francesi fino al 1559, poi Ferdinando s’applicò a migliorarla, procurandovi acque salubri, scavando fossati, demolendo pescaje; ne alleggerì le imposte, edificò case, fece far le fortificazioni colla bella rôcca e coi bastioni agli angoli delle mura esagone. A Pisa riparò la primaziale, incendiata nel 1595, allacciò molte polle d’acqua salubre per condurle in città, dove edificò un collegio, la loggia dei banchi e il canale Navicelli verso Livorno. Tutto il Val di Chiana può dirsi da lui creato; diè scolo ai traripamenti del lago di Fucecchio, fece canali e dighe nella maremma di Siena, protesse il littorale mediante lenavi dell’Ordine di Santo Stefano; le quali, nella memorabile impresa guidata da Jacopo Inghirami (1607) contro Bona, presero undici insegne, millecinquecento schiavi ed armi moltissime. Coi «metalli rapiti al fiero Trace», in un’altra battaglia nell’Arcipelago, Gian Bologna fuse la statua di Ferdinando per la piazza dell’Annunziata.

Risoluto, giusto, operoso, ingenuo, eppur cauto, il terzo granduca favorì le scienze naturali e matematiche, fondò il museo di storia naturale a Pisa, ravvivò l’Università di Siena; talvolta raccoglieva i migliori dotti nelle sue camere, e in presenza de’ figli metteali su dispute di fisica, di matematica, di letteratura. Già da cardinale avea aperto a Roma la stamperia di Propaganda, e compratovi la Venere, l’Arrotino, l’Ermafrodito, i Lottatori e la famiglia di Niobe per ornare la villa che ivi eresse sul Pincio. Emilio de’ Cavalieri gentiluomo romano, messo ispettore sulle varie arti, cercò promoverle; e a tacere i lavori d’orefice e giojelliere e musaicista, le fabbriche di cristalli e di majoliche emularono quelle di Faenza, Urbino, Fossignano, Arbisola; le fonderie di Gian Bologna servirono, a tutt’Europa, e Ferdinando si piaceva di regalare alle Corti e agli ambasciatori oggetti d’arte nostrale, e massime commessi di pietre dure.

Esso Cavalieri unì lo spettacolo teatrale colla musica, frapponendo al dialogo ariette. Poi si pensò che gli antichi accompagnavano la recita colla musica, onde Giulio Caccini romano maestro di cappella compose arie, Giacomo Peri inventò armonie pel recitativo; e laDafnedi Ottavio Rinuccini fu rappresentata il 1594, poi l’Euridicedello stesso quando Maria de’ Medici sposò Enrico IV nel 1600, indi l’Ariannanel 1608.

Cosmo I aveva ordinato che la somma di cinquantamila scudi destinata ai funerali del principe si applicasse agli orfanelli; Ferdinando volle altrettanto; e divenneroil fondamento di quel ricchissimo istituto degli Innocenti. Nel cedere Siena, erasi stipulato che i matrimonj de’ granduchi dovessero approvarsi dall’Austria; ma Ferdinando se ne emancipò, sposando una principessa di Lorena. Anche nel resto operò con politica indipendente; in ventitre anni non cambiò di ministri; e mentre Savoja e Spagna sprecavano in armeggiamenti, egli lasciò morendo (1609) dieci milioni di ducati, e due milioni in pietre. Giovan de’ Medici, suo fratello naturale, fu valentissimo capitano nelle guerre di Francia e Ungheria[119].

Suo figlio Cosmo II era stato diligentemente educato da Celso Cittadini, da Giambattista Strozzi, dal Galileo; ma riuscì fiacco di salute e di carattere; abbandonava gli affari alla moglie, alla madre, a Curzio Pichena ministro di suo padre; e limitavasi a maneggiar paci e combinare matrimonj fra’ principi. In mezzo ai dolori della gotta, voleva senza interruzione feste, banchetti, giuochi, spettacoli; onde allora fu introdotta nel palazzo Pitti una società di nani e buffoni, e si videro fin cavalli sulle scene.

Ferdinando avea tenuto mano con tutti i bascià rivoltati alla Porta, e con Scià Abbas di Persia. I Drusi, tribù ricoverata sul Libano, di una religione mescolata d’islam e di cristianesimo, resistettero ai Turchi, e fattisi indipendenti, pigliarono a capo Fakr-Eddyn (1613), il quale con un pugno di prodi tenne testa agli eserciti musulmani. Sgomentato da nuovi preparativi, costui fuggì a Livorno colla favorita, la figlia, il visir e molte ricchezze, offerendo di far omaggio del suo Stato a’ principi cristiani, e campeggiar per essi in Terrasanta, se volessero ajutarlo a difendere i proprj dominj. Il re di Spagna ordinò al vicerè Ossuna di rimetterlo ne’ suoi Stati, che in fatto ricuperò ed estese, giovandosi delle dissensioni de’ Musulmani: e continuando relazioni amichevoli col granduca, molti operaj toscani trasse colà. Lasciossi poi persuadere a recarsi a Costantinopoli, ove Amurat IV il tenne in onoranza, poi lo fece strangolare (1635). I suoi discendenti continuarono a dominare nel Libano. Allora il granduca ideò una lega contro i Turchi, che doveva abbracciare tutta cristianità; e sebbene non gli badassel’Europa, assorta nelle rivalità di Francia e Spagna, egli ne prese occasione di riguarnir la marina toscana, che ricche prede condusse a Livorno.

D’amore pubblico più che di prudenza diè segno Cosmo nel suo testamento, ove alla moglie e alla madre, destinate reggenti, proibiva di lasciar in Firenze risedere ambasciadori, massime dell’imperatore o dei re di Francia o di Spagna, nè verun principe forestiero; nessuno estranio in impieghi; non confessori fuorchè francescani; del tesoro ducale non si facessero prestiti od imprese mercantili.

Le reggenti di Ferdinando II (1621), sviando da queste intenzioni, empirono la Corte di lusso, d’intrighi, di frati, di garriti teologici; profusero titoli di duchi e marchesi fin a persone di servizio; col trafficare dei grani della maremma senese rovinarono questa provincia; e mentre Cosmo risparmiava trentamila scudi l’anno, si dovette intaccare l’erario.

Il granducato era da prima composto dei dominj delle repubbliche fiorentina e pisana, eccetto le isole d’Elba, Pianosa, Montecristo, e il distretto di Piombino, sovranità riservata agli Appiani. Cosmo I nel 1546 avea comprato dai conti di Noceto la rôcca Sigillina nel vicariato di Bagnone; nel 49 dai Malaspina il feudo di Filattiera; nel 51 il castello di Corlaga; a nome di sua moglie Eleonora di Toledo acquistò pure Castiglione della Pescaja e l’isola del Giglio; nel 57 ottenne il territorio di Siena, escluso Orbitello e il resto de’ Presidj, riservati dalla Spagna; dalla quale comprò inoltre il castello di Portoferrajo e sue circostanze nell’isola d’Elba. Dipoi Francesco I acquistò nel 74 Luzuolo e Riccò, e nel 78 Groppoli ed altri distretti in Lunigiana. Ferdinando I comprò dagli Orsini le contee di Pitigliano e Sorano,solfanello delle guerre d’Italia, come Cosmo le chiamava: poi Cosmo II dal conte Sforza Santafiorala contea di Scansano nel 1615, nel 16 quella di Castell’Ottieri dal conte Ottieri, nel 18 Terrarossa in Lunigiana dai Malaspina. Infine Ferdinando II dal conte Sforza ebbe nel 1633 la contea di Santafiora, e nel 50, al prezzo di cinquecentomila scudi, dal re di Spagna il distretto di Pontremoli, già feudo imperiale de’ Fieschi, poi confiscato pel duca di Milano[120].

Ancora duravano le forme repubblicane, e rappresentava il popolo un consiglio di ducento cittadini, da cui si sceglievano quarantotto detti il senato; quattro de’ quali per turno di tre mesi componeano il consiglio del duca, e con lui rappresentavano la signoria. Nel resto continuavansi le magistrature repubblicane, traendole a sorte fra i cittadini abili agli uffizj maggiori. I Ducento aveano diritto di convalidare o invalidare gli atti solenni e legislativi; il duca poteva proporre a loro qualunque legge; ma ed esso e quelli non poteano risolvere che coll’approvazione del senato.

I due consigli conservaronsi sempre, benchè ai Ducento alla fine non rimanesse che di spedire suppliche di monasteri, concedere certificati di cittadinanza o salvocondotti, deliberare sulle ripudie, sulle emancipazioni, e simili. Coi nomi e le forme antiche, la volontà del principe era però legge unica; nè i Medici applicarono all’uffizio consueto delle monarchie, d’unificare gli ordini e gli uffizj: il Senese e il Fiorentino rimanevano paesi distinti; le città continuavano ad odiarsi per unalibertà che tutte aveano perduto; tanti statuti contavansi quante città o borgate o corporazioni.

Il magistrato supremo componevasi di cinque senatori, un auditore e un cancelliere, scelti fra i più insigni giureconsulti d’Italia, preseduti da un luogotenente del duca. Molteplici i tribunali, la più parte di mercanti ed artieri, mal distinti d’attribuzione, e perciò difficili e dispendiosi. Così un magistrato di otto conservatori vegliava sull’osservanza delle leggi, giudicando chi le trasgredisse; di sei negozianti componeasi il tribunale della mercanzia; il magistrato delle decime soprantendeva a ciò che concernesse il fisco; il magistrato degli otto di guardia e balìa alle cause criminali; il magistrato di parte guelfa su fiumi, ponti e strade; aggiungete il magistrato dei nove, quelli dell’archivio, quelli dei capitani d’Or San Michele, della dogana, e via là, a tal segno che settantadue tribunali vigevano nella sola Firenze. Cosmo II rese stabile la Consulta incaricata di esaminare le regole di ragione, la quale presto pigliò giurisdizione estesa, e massime sotto le tutrici empì gli affari di fiscalità teologiche e giuridiche, e aperse il campo agli arbitrj.

Quante poi le interne diversità! Pistoja e Pontremoli erano governate dalla Pratica secreta, nè poteano scegliere i proprj magistrati. Monte Sansovino, le contee di Pitigliano, Sovana, Scansano dipendeano da due sovrantendenze arbitrarie, che vi delegavano a podestà i loro creati. Nelle città mandavasi un gentiluomo per vicario, o un cittadino per podestà nelle terre e borgate; che conduceva notaro, attuaro, giudice, col consiglio e l’opera loro regolandosi. Ma i ricchi non rassegnavansi ai governi piccoli; i poveri aveano troppi incentivi ad abusare; nè le estorsioni restavano represse dal rigoroso sindacato.

Gabelle molteplici e vessatorie, e chi tardasse un’oraa pagarle gravavasi del venti per cento a pro dell’esattore. Pei contratti doveasi il sette e tre quarti per cento; e se non si pagasse, l’atto rimanea nullo. I magistrati dell’abbondanza trafficavano di grani, impinguandosi sulla miseria. Sussistendo qui pure la preferenza degli abitanti della città su quelli della campagna, i foresi venivano sacrificati ai privilegi di quelli. Il Monte di pietà, che ad orfani e vedove sovveniva per interesse moderato, cominciò a prestare alla bisognosa Spagna, e ne ricevette in cambio mercanzie, sicchè divenne e banco e negozio, e concentrò i capitali, col suo monopolio rovinando ogni altro traffico. Sopravvenne la fame, poi la peste del 1630 che sospese per sempre le manifatture: l’erario esausto ricorse al Monte contraendo un debito di ottocentomila ducati. Minute prammatiche e uggiosi divieti impacciavano ogni andamento; quali piante coltivare, come manipolare il pane, dove vendere il pesce e le derrate; vietato uscir di paese per acquistarsi il vitto: un giorno si proibisce aucchiare stami e lane, pochi anni dopo si permette, essendo impossibile far senza: si vieta usar le mortelle per le concerie, poi si concede. Nel 1651 si vieta di portar fuori l’artifizio della seta, pena la vita; e l’operajo che fosse migrato, poteva esser ucciso impunemente (Galluzzi). Intanto cessava il commercio d’economia in grazia dell’operosità d’Inglesi o Olandesi, le manifatture languirono, il popolo mendicava o birbava; anche la terra isterilivasi, il caro del sale disajutava la pastorizia; frodavasi, e ne venivano rovine di famiglie; il popolo vessato dalle maremme fuggiva a Piombino, a Orbitello, in Romagna.

La Corte mutò anche in un fasto sontuoso l’antica apparenza cittadinesca; ebbe teatro, nani, buffoni; estese caccie riservate, le quali concedeansi anche a gentiluomini; e sull’esempio de’ principi, i costumi si cangiarono.Francesco I col chiamarsi attorno i feudatarj del ducato innestò l’ambizione delle cariche, per le quali si dismesse la mercatura; Orsini, Savelli, Gonzaga si cercarono titoli di marchese e di conte; s’introdussero servili formole nelle lettere[121]. I titoli di Corte prevalseroalla dignità magistrale, e un senatore s’ebbe da meno che un ciambellano; in conseguenza cercossi il lustro delle famiglie coll’accumulare le sostanze e restringere i diritti della successione femminile qual era portata dall’antico stile repubblicano: ai soli grandi si permise di tenere armi, ed essi ne abusavano per braveggiare. Alla dissolutezza palliata s’univa la manifesta ferocia; bravi dappertutto; e le immunità e gli asili delle chiese arrestavano il corso della giustizia. Quel carattere così proprio e inciso, quell’arguzia, quell’ingegno agile insieme e profondo, quella semplicità che non toglieva gli ardimenti, quella minutezza mercantile che non esinaniva il genio del bello, quell’impronta nel parlare, nello scrivere, nel fabbricare, per cui una cosa si caratterizza fiorentina senza far fallo, sparvero per dar luogo a modi contegnosi e austeri.

Ferdinando II, preso a governare da sè (1627), tentò allogare le nocche della reggenza, e insinuare gusto nel lusso, gentilezza ne’ costumi. Eccellent’uomo, rispettoso a fratelli e parenti, nella peste del 1630 girava egli stesso soccorrendo; educato a rispettare i dotti dal gran Galileo, al cui letto di morte assistè, insinuava ai nobili l’amor delle arti; visto in teatro il Chiabrera, se lo volle al fianco per tutta la rappresentazione; interveniva all’accademia del Cimento; invitò il tedesco Giambattista Bulinger, lo scozzese Tommaso Dempster, erudito diferrea memoria, ma bizzarrissimo, forzoso, accattabrighe, scrittore disordinato, il quale illustrò le antichità etrusche; il naturalista Nicolò Stenon, ed altri dotti stranieri. Torricelli, Viviani, Bellini, Redi, Magalotti fregiarono le Università di Pisa, Firenze, Siena; sorsero nuove accademie; fu rinnovata quella degli Immobili, la prima che si proponesse di divertir il pubblico col teatro della Pergola. Si sanarono maremme, si raccolsero le acque termali, fu estesa la coltura del filugello e d’alcune piante esculente, e vennero in fama gli agrumi toscani. Valent’uomini cercarono pel mondo cognizioni e rarità, onde si fondarono il gabinetto fisico e i serragli d’animali vivi in Boboli, e il museo di fossili e testacei e d’altra suppellettile, che il principe crescea ricambiando i doni colle essenze e le medicine della sua fonderia.

Di Livorno, borgo mentovato appena ne’ bei tempi di Pisa, i Fiorentini non tardarono a comprendere l’importanza[122]. Il duca Alessandro vi eresse la fortezza vecchia; Cosmo I un molo a disegno del Vasari, e un nuovo canale, e vi si allestivano le galee pei cavalieri di Santo Stefano; Francesco I con gran solennità gettò le fondamenta delle nuove mura, secondo la pianta del Buontalenti, compite poi da Ferdinando I con belle porte e ponti di pietra e opportuni munimenti, e ogni sorta edifizj, oltre il lazzaretto e il gran molo[123]che univa per centomila braccia lalanterna alla terraferma, sicchè potette considerarsene il fondatore, e la chiamavala mia dama. Procurò estendere verso Spagna e Ponente il commercio di cui fallivano le occasioni in Levante: assicurava persone e beni di chi accasasse a Livorno, veroasilodove non faceasi indagine di qualsifosse delitto anteriore, talchè vi accorreano molti indebitati, corsari arricchitisi, Ebrei e Cristiani nuovi di Spagna e Portogallo, Cattolici fuggenti d’Inghilterra, Greci fuggenti di Turchia, Corsi malcontenti dei Genovesi, fuorusciti di tutta Italia e di Provenza. Ferdinando II fabbricò il quartiere, per somiglianza denominato Venezia, e meglio stabilita la franchigia del porto, fra la guerra universale vi dava ricovero a tutte le navi, per quanto nemiche; sicchè Livorno non crebbe come le capitali, a scapito del restante paese, ma mediante i forestieri; negozianti n’erano i ricchi, e la pigione de’ magazzini rendeva al granduca centomila scudi. Esso Ferdinando aveva dal granturco ottenuto salvocondotto pe’ suoi sudditi in tutti gli scali della Porta; tentò una società mercantile coi negozianti di Lisbona, cui i Toscani avrebbero contribuito quattro milioni di ducati d’oro, assicurati sul magistrato dei capitani di parte guelfa; ma poi reputando o soverchia o scarsa la sua marina, vendette tutti i legni alla Francia (1647), e così Toscana cessò d’essere potenza marittima.

Nella guerra di Castro, Ferdinando parteggiò con Venezia e Modena contro le pretensioni pontifizie; onde empì Toscana di lance spezzate, cioè bravacci e malviventi di tutta Italia, chiesti a rinforzo dell’esercito. Il peggiore fu Tiberio Squilleti napoletano detto frà Paolo, perchè cominciò da francescano e finì assassino di mestiere. Livorno era convegno di cosiffatti, che dal Regno e dalla Lombardia vi accorreano in sicurtà, e trovavano chi li reclutasse.

Le relazioni fra Toscana e Francia si avvivaronomediante due regine, date dalla Casa de’ Medici. Caterina, figlia di Lorenzo duca d’Urbino e di Maddalena della Tour d’Auvergne, e cugina di Clemente VII, nel 1533 sposò Enrico II, e rimastane vedova, stette reggente nella minorità di tre figliuoli, che successivamente salirono al trono. Era forestiera e perciò i Francesi la denigrarono; fu reggente nel calore delle fazioni, e perciò ebbe accanniti avversarj, i quali la ritrassero come il tipo dell’astuzia e della fierezza italiana, d’una politica egoista, d’una fredda crudeltà, accagionandola di tutte le colpe de’ figli suoi, e fin della strage del San Bartolomeo. Queste dicerie furono accettate dalla storia, scritta con leggerezza, e servile all’opinione forestiera, e che la presenta con ciglio feroce, tra figli carnefici e corte manigolda; e pur testè il Michelet la chiamava un verme sbucato dal cimitero d’Italia. Bella, maestosa, nel vigore degli anni, istruita dalle sventure de’ suoi e dalle proprie, irritata dalle umiliazioni sofferte da un marito che la posponeva alla druda titolata, lui morto più non depose le gramaglie, nè disonorossi con cattivi costumi, quantunque negli altri li tollerasse. Amata da’ suoi figliuoli, benchè li trattasse da assoluta, inarrivabile nel fascinare gli spiriti, teneva la Corte più splendida d’Europa, allettandovi i grandi coll’aumentare a cencinquanta le damigelle d’onore, e divertirli ora con feste e cavalcate e caccie, ora con balletti che ella medesima desumeva dal Furioso o dall’Amadigi: proteggeva artisti e dotti, e all’occasione sapeva mettersi a capo d’un esercito[124]. Lo storico Brantôme,quantunque suo avversissimo, non ne intacca i costumi, e dice che spendeva quanto papa Leone e Lorenzo de’ Medici; magnifica in ogni suo atto, non veniva menoalla grazia e al gusto; e mentre l’accusavano di cumular tesori, alla morte non le fu trovato un soldo, anzi ottomila scudi di debito. Nel governare mostrò abilità insigne, dedotta da quel sentimento d’una grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie de’ partiti; sapendo sputar dolce e inghiottire amaro: nel voler conservarsi il dominio conservò la Francia, che minacciava cadere nella tirannide o andare a brani, e si mostrò francese più che i Francesi stessi. Enrico IV diceva al presidente Claudio Groulard: — Affeddidio, che poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia, e le due famiglie di Navarra e di Guisa avide d’usurpar la corona? Non doveva ella sostenere di strane parti per ingannare gli uni e gli altri, eppure salvare come fece i suoi figliuoli, che regnarono successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta? Mi maraviglio non abbia fatto di peggio»[125]. Vero è che la politica può scusar fatti, che la morale disapprova irremissibilmente, nè quella di lei era migliore della machiavellica.

Questo Enrico IV avea più volte ricorso per denari al granduca Ferdinando I, che gli fece grossi prestiti, esigendo, oltre l’interesse, una sicurtà. A titolo di questa erasi anche impadronito delle isole d’If e di Pomègue in faccia a Marsiglia; per recuperare le quali Enrico spedì a Firenze quel che fu poi cardinale D’Ossat, il quale dopo grandi fatiche riconobbe al granduca il credito di un milione censessantaquattromila centottantasette luigi d’oro, da rimborsare in dodici anni. Enrico pensò spegnere questo debito col chiedergli in mogliela nipote Maria, e l’ebbe col soprappiù di seicentomila scudi di dote. La sposa, nel 1600, mosse da Livorno per Marsiglia su legni altrui, non avendone la Francia, donde s’avviò a Parigi tra feste continue, a gara segnalate. In Avignone, allora papale, entrò sopra un carro tratto da due elefanti, e v’ebbe un accompagnamento di duemila cavalieri, sette archi, sette teatri, giacchè gli Avignonesi vantavano che la loro città avesse il tutto in numero di sette, sette parrocchie, sette palazzi, sette conventi vecchi, sette monasteri, sette ospedali, sette collegi, sette porte; ed oltre le arringhe e i versi, le si offersero molte medaglie d’oro coll’effigie sua e della città. A Lione incontrò il marito, che la trovò assai men bella del ritratto, ingrassata, occhi fissi, modi sgraziati, carattere caparbio; ed essa di rimpatto trovava lui molto vecchio, nè seppe vincere mai la repugnanza che gliene aveano ispirato quand’era eretico. Riuscì dunque infelice quel matrimonio: egli donnajuolo, non la amò neppur quando il fece padre; essa gelosa, veniva a incessanti garriti, nè troppo si dolse allorchè fu assassinato. Fatta allora reggente per Luigi XIII novenne (1610), ella cambiò di politica, chinando a Spagna; e mediocre di spirito e di cuore, lasciossi regolare da Leonora Galigaj sua sorella di latte, e dal costei marito Concino Concini fiorentino. Questi comprò il maresciallato d’Ancre in Picardia, ottenne varj governi, e sorresse potentemente Maria nella lotta che dovea sostenere contro i grandi feudatari e i principi del sangue e i Protestanti, che ruppero in aperta guerra civile. Perciò esoso come chiunque resiste, egli ebbe vituperio di basso ambizioso; e tutta la Corte cospirando contro di lui, persuase al re pupillo di liberarsene. E fu assassinato (1617) e tratto a strapazzo dal popolo; e la marescialla sottoposta a un processo ancor più vile che imbecille, quasi avesse chiamato in Francia ebrei, maghi, astrologi, fatto talismani per soggiogarela regina. — Il filtro che adoprai, è l’ascendente che ogni spirito superiore acquista sovra un debole», rispose la Galigaj, e sopportò dignitosamente le stolte accuse e la morte ignominiosa[126].

Maria, quando imprigionata e allora compianta, quando a capo del governo e allora aborrita, indovinò i meriti del Richelieu, e lo fece innalzar cardinale e ministro; ma ne provò l’ingratitudine e dovette esulare, sempre fra brighe e raggiri finchè morì (1642): giudicata da viva e anche dopo morte dal lato più vulgare.

I mali trattamenti di Luigi XIII a sua madre e l’assassinio del maresciallo d’Ancre gittarono zizzania fra il granduca e la Francia. Il parlamento di Parigi nella confisca dei beni del Concini comprese duecentomila scudi ch’egli tenea sul Monte di pietà di Firenze, e mandò a staggirli. L’impadronirsi di somme deposte sotto la pubblica fede, senza un giudizio reso nel paese stesso, repugnava al diritto pubblico, e la Toscana vi si oppose; ma la Corte di Francia tenne per offesa la propria dignità, e ne fece un capo grosso.

Colla moglie Vittoria d’Urbino Ferdinando II visse discorde, pur le abbandonò l’educazione di Cosmo III, ch’essa crebbe fra ignoranti, i quali lo svogliarono delle lettere e scienze profane per impanicciarlo di teologia: onde succeduto al padre (1670), in cinquantatre lunghi annimostrossene troppo degenere. Dai viaggi riportava non cognizioni, ma vilipendio del proprio paese, e il fasto forestiero[127]. La vivace Margherita Luigia d’Orléans, sposatagli nel 1661, sprezzava questo pesante devoto,e Medici e Rovere e Toscana: innamorata d’un altro, aborriva d’esser madre, e serpentò tanto che il marito dovè permetterle di tornare in Francia. Rinchiusa nel monastero di Montmartre, essa vi appiccò il fuoco, e al marito scriveva, tra mille altre sguajataggini: — Quel che mi duole è che noi andremo ambidue a casa del diavolo, e avrò il tormento di vedervi anche colà... Vi giuro per quella cosa ch’io odio più, che è voi, che io patteggerò col diavolo per farvi arrabbiare e per sottrarmi alle vostre pazzie... Che vi serve la devozione? fate quello che volete, siete un fior di roba, che Dio non vi vuole e il diavolo vi rifiuta».

Eppure egli n’era geloso; e malevolo, soppiattone, inesorabile, alternava un fasto eccessivo con pii esercizj, e processioni, e offerte a lontani santuarj; fabbricò chiese; pose in venerazione san Cresci, nobilitando la chiesa di esso a Valcava in Mugello, e bandì un Servita che sosteneva apocrifi gli atti del colui martirio, e così eccitò una controversia, a cui presero parte buffa i begli spiriti. Tenea corrispondenze alle Corti de’ principi protestanti, onde trarli alla fede romana. Ito algiubileo a Roma, per poter toccare le sante reliquie, privilegio di canonici, si fece conferire tal dignità, e in abito canonicale mostrolle al popolo[128]. Per voto andando a visitare la tomba di san Carlo a Milano, fu ricevuto splendidamente dai principi, e Ranuccio II di Parma fabbricò apposta il teatro Farnese, dove le allegorie furono divisate dal Pozzi vescovo di San Donnino, e dove si macchinarono spettacoli, più ricordevoli che non la storia del paese.

Ai granduchi era stato assegnato il primo posto dopo la repubblica di Venezia, cioè precedenza sopra tutte le repubbliche e i ducati; ma quando il duca di Savoja conseguì gli onori reali, Cosmo reclamò tanto, tanto spese, che l’imperatore gli consentì il grado medesimo, onde prese il titolo di Altezza reale. Profusamente regalava; patrocinava i principi esteri presso la Corte di Roma, il che gli dava aspetto di primo principe d’Italia; e guadagnavasi i ministri forestieri. I suoi vini erano una squisitezza alle Corti di tutta Europa, e gliene venivano in ricambio piante ed erbe pe’ suoi giardini, medaglie e rarità pe’ musei; i missionarj d’Oriente gli inviavano Indiani, due Calmuchi il czar, due Groenlandesi il re di Danimarca. Per bastare a tali splendidezze alternava assurde ordinanze finanziarie e meschinissime grettezze; oltrechè le principali cariche erano messe a prezzo, o date per intrighi di preti e di famigli. Cosmo i processi voleva compendiosi, feroci i supplizj sulle piazze, per le strade; ma ai potenti restava sempre modo di riscattarsi a denaro. Diffondeva spie per conoscere i costumi; mandava attorno frà Domenico di Volterra in equipaggio di Corte a informarsene e correggerli; le discordie tra le famiglie credeva rassettare con matrimonj da lui ordinati, e che moltiplicavanogl’infelici; che più? vietò ai giovani di frequentar case dove fossero fanciulle da marito.

Dove non vuol essere taciuto un fatto che a tutta Europa diede a dire. Il cavaliere Roberto Acciajuoli amava Elisabetta Marmoraj, moglie del capitano Giulio Berardi; modesta e virtuosa, quant’egli era colto d’ingegno ed elevato di sentimenti. Rimasta lei vedova, ognuno credeva si sarebbero sposati; ma il cardinale Acciajuoli volea quel suo nipote unire con qualche famiglia romana, che lui ajutasse a divenir papa. Fallitegli le persuasioni e le minaccie, il cardinale ricorse al granduca perchè impedisse quelle nozze; e il granduca, incapace di disdir nulla a un cardinale che potea salir papa, fece chiudere l’Elisabetta in un monastero. Com’è consueto, l’amore del giovane se ne incalorì; non potendo accostarsi all’amata, la sposò per lettera; e fuggito a Mantova, pubblicò l’atto, e domandò le fosse consegnata. Il granduca, l’arcivescovo, i parenti stettero al no; i migliori giureconsulti di Lombardia dichiaravano legale tal matrimonio; ma que’ di Firenze non gli davano che il valore di sponsali. Vacando la santa sede, l’Acciajuoli mandò la storia e le allegazioni a tutti i cardinali, il che tolse ogni speranza del papato allo zio: il granduca si sdegnava di veder palesata la sua ingiustizia; pure alfine restituì la libertà alla dama. Essa corse tosto allo sposo in Venezia a dividerne gli stenti e la persecuzione; ma poichè tutta Italia col prenderne interesse riprovava il granduca, questi domandò alla repubblica glieli consegnasse, col titolo che avessero mancato di rispetto e obbedienza al loro sovrano. Essi trafugaronsi verso Germania in abito fratesco, ma a Trento riconosciuti e menati in Toscana, l’Acciajuoli fu condannato in vita nella fortezza di Volterra, e privato delle sostanze: la dama, se volesse sostenere la validità del matrimonio avrebbe egual trattamento; ma essavacillò, e all’eterna prigionia col marito preferì il viver solitaria[129].

Il Redi consigliava al granduca il passeggio come rimedio ai mali derivatigli dall’intemperanza; e poichè i suoi esercizj li faceva nella galleria, vi riunì quanto di raro possedeva la sua famiglia, facendo venire da Roma la Venere e gli altri capolavori. Campò ottantun anno (1723).

Il cardinale Francesco Maria, fratello di Cosmo, fu secolarizzato; ma Eleonora di Gonzaga sposatagli mai non lasciossi accostare da questo vecchio sciupato, che ribramando gli ozj lasciati, morì il 1711. Ferdinando, primogenito di Cosmo, allievo del Redi, del Viviani, del cardinale Noris, coi vizj rese l’animo e il corpo incapaci di amar la moglie, e morì a cinquantatre anni. Gian Gastone, secondogenito, unico sopravvivente, fu infelice nel matrimonio come tutti i Medici; sua moglie duchessa di Lauenburg, grossolana, disamata, aborrente l’Italia, non volle mai uscire dalla sua Boemia; ed egli alla taverna, al giuoco, a tutti i vizj cercò distrazione dalle miserie che vedeva e prevedeva. Caccia i tanti frati e i tanti delatori; abolisce quelle che il vulgo chiamavapensioni sul credo, assegnate a Turchi, Ebrei, Protestanti venuti cattolici, e che mantellavano l’inerzia e l’impostura. Allora alle penitenze sottentrano feste, corteggiamenti, donne, carnevali, e la principessa Violante asseconda quel nuovo andazzo; nelle ville si recitano commedie dai nobili, che vanno alla Corte vestiti alla francese, anzichè coll’abito di gala, e conversano famigliarmente col duca.

Disperato d’aver eredi, e considerandosi soltanto usufruttario del paese, Gian Gastone ne trascurò la gloria e il prosperamento: abbandonato ai capricci di unostaffiere, tre sole volte il consiglio di Stato radunò nei quattordici anni di regno; sparagnò sulle prime, poi dettogli che lo spendere giova ai popoli, profuse in gioje, manifatture, capi d’arte, e in garzoni libertini, facendo il popolo soffrire delle crescenti imposte, rese men sopportabili dal terribile gelo del 1709. E di peggio prevedeasi, poichè i pretendenti, che già coll’avidità spartivansi il retaggio del granduca ancor vivo, ad ogni suo mal di capo sporgeano la mano e volean mettervi guarnigioni. Cosmo III avea procurato di prevenire quei mali col far riconoscere il diritto in cui Firenze rientrava di esser libera al cessare della famiglia, a cui, ragione o no, erano stati attribuiti que’ paesi dal diploma del 1530. Ma ridestando la repubblica, Siena sarebbesi staccata, e così i feudi della Lunigiana; i Farnesi metteano in campo la parentela; di fuori poi, se Inghilterra e Olanda vel confortavano, mostravasi contrariissima l’Austria; sicchè Cosmo cercò trasmettere il dominio a sua figlia Anna, moglie di Guglielmo principe palatino. Ma Carlo VI dichiarò che la Toscana, feudo imperiale, a lui ricadrebbe quando vacasse, e con truppe sostenne la impugnata pretensione. Gian Gastone propose unire la Toscana a Modena, di cui era duchessa una discendente da Cosmo I, e l’imperatore non se ne mostrava alieno; ma sopravvennero guerre che sovvertirono i disegni.

E così le italiche fortune erano tramenate da capricci, da ambizioni, da pretendenze d’eredità; e questi obbrobrj intitolavansi pace.


Back to IndexNext