Quell’unità geometrica, per cui dalle cause esterne einterne si vede preparato e svolto il diritto romano come legge, poi come scienza, gli manca: ma l’animosa novità fa perdonargli qualche pedanteria di principj; e veramente la sua fu la prima storia sistematica del diritto esterno romano, ove si distinguessero i tempi e le successive evoluzioni, mediante le quali i giureconsulti meglio si rivelano secondo l’intenzione della loro dottrina. Ma egli ripone il diritto nella storia, sebbene non consideri attentato alla libertà il formare un codice, come l’odierna scuola storica. Nel giurisprudente il Gravina esige perizia di latino, buon raziocinio, giusta storia. E tutto ciò egli ha, e l’arte di copiar bene; riconduce la giurisprudenza alle fonti, anzichè divagare in parole: ma più storico che filosofo, ogniqualvolta dai fatti vuol salire all’ideologia e alla metafisica del diritto, riesce incompiuto e vacillante, e pende alle inumanità di Hobbes, ammettendo il diritto del più sapiente, che, chi ben guardi, si risolve in quello del più forte. Non mostrò accorgersi quanto la giurisprudenza romana fosse giovata dall’avvicinarsele il cristianesimo; nè della giurisprudenza canonica e della feudale ebbe altrettanta cognizione. Bartolo e Gotofredo sbeffeggia, ma dopo essersene ampiamente giovato; come di Manuzio, Cujaccio, Hoffmann. Altrettanto di lui si valsero Terrasson e Hugo; fors’anche se n’ispirò il Vico, intento egli pure ad introdurre la filosofia nel diritto, discernendo la giurisprudenza pratica, la storica e la filosofica, e subordinando i fatti a larghissime astrazioni. Così associavasi la giurisprudenza alla storia.
Pari ai grandi dell’età precedente nessuno storico avemmo. Le cronache scomparvero dacchè la vita individuale andò smarrita nei dolori comuni, tacitamente oppressivi a guisa della mal’aria. De’ fatti contemporanei parlarono Galeazzo Gualdo incoltamente; Pier Giovanni Capriata abbastanza imparziale; Natale Contiin buon latino; il Casoni, buono pel secolo xvi, ma delXVIIresta solo un’accozzaglia di note, mal riunite dall’editore Benedetto Gritta. Da Girolamo Brusoni di Legnago, senz’arte d’aggruppare e con stile e passaggi vulgari, pagine intere copiò Carlo Botta[266]. Alessandro Zilioli veneziano, erudito e giureconsulto, continuò fino al 1636 leStorie più memorabili del mondodi Bartolomeo da Fano, che aveva continuato quelle del Tarcagnota da Gaeta, e fu continuato egli stesso fino al 1650 dal conte Majolino Bisaccioni ferrarese e dal Birago genovese. CerteVite de’ poeti italianid’esso Zilioli, tessute d’aneddoti poco onorevoli, non furono stampate. Pietro Nores narrò la guerra degli Spagnuoli contro Paolo IV.
Molti scrissero storie municipali, come la torinese e savojarda Emanuele Pingone; l’inquisitore Cimarelli quella d’Urbino, estendendosi a tutta l’Umbria senese; Pier Gioffredo la nizzarda, innestandovi documenti; il canonico Ripamonti la milanese, con verbosa fluidità latina; Ballarini e Tatti grossolanamente la comasca; Lavizzari quella della Valtellina. La storia di Ravenna di Girolamo Rossi fu pubblicata a spese della città, ed egli fatto dei senatori e medico della città, e col padre e i figli maschi esentato da ogni imposta. Delle napoletane si occuparono moltissimi, tra cui Francesco Capecelatro, imparziale e diligente; il padre Giannetasio in latino; Giannantonio Sumonte, il cui primo tomo, appena pubblicato nel 1602. Anche Camillo Tutini il suoDiscorso sulle leggi e sui sette grandi uffizjnon potè pubblicare senza molestie. Inveges Agostino di Sciacca in Sicilia diede gliAnnali di Palermo antico sacro; laCartagine siciliana, storia della città di Carcamo; e una del Paradiso terrestre. Le storie pisanedi Rafaele Roncioni procedono ingenue se non meditate e fine.
Come storiografo di Venezia il Parata era seguitato in latino da Andrea Morosini, erudito e sperto del governo; poi da Michele Foscarini. Giambattista Nani (-1678) «tra le fatiche e i sudori di molti impieghi, e in più legazioni pellegrino per corti e paesi stranieri» espose i fatti dal 1613 al 71; e il secondo volume riempie colla guerra coi Turchi. Si gloria di voler dire la verità, e di «poterlo, atteso il suo accesso a principi, il negozio coi ministri, il discorrere con gli esecutori delle cose più insigni, il veder i siti,... l’ingresso nei pubblici archivj e ne’ più segreti consigli», e l’essere le imprese state maneggiate in buona parte da’ suoi maggiori e da lui. Chiaro spositore e non inelegante, abbastanza netto da antitesi e metafore, di rado però s’incalora, e nei riflessi va generico e comune. Mentre questi eransi stampati sol dopo morte, a Pietro Garzoni (-1719) impose la Signoria di consegnare, ogni due anni, quanto avesse terminato. Uomo d’affari e testimonio oculare, ebbe a narrare fatti gloriosi, quelli contro Maometto IV e successori suoi; e l’opera fu accolta con gran favore: ma dei sacrifizj a cui lo costringeva la protezione, diede novella prova l’ordine trovato non è guari di sopprimere passi concernenti l’acquisto e la perdita dell’isola di Scio, in cui egli «con pericolosa esattezza avea svelato materie arcane e gelose».
Strana è la facilità degli storici d’allora a registrare baje, e scarseggiando d’erudizione, alterare sino o fingere documenti per condiscendenza e adulazione a famiglie. Alfonso Ciccarelli, per avere nella storia della casa Monaldesca (1580) inventato carte false, venne condannato a morte; ma de’ suoi inganni o di simili si valsero altri, come il Sansovino nella Casa Orsini e nelleFamiglie celebri d’Italia; Pietro Ricordati nellaStoria monastica; Ferrante della Marra ne’Discorsi delle famiglie estinte e forestiere e non comprese nei seggi di Napoli; Eugenio Gamuni nelleFamiglie nobili toscane e umbre; il Morigia nelleFamiglie milanesi; Pier Crescenzi nellaNobiltà d’Italia; il Vedriani ne’Cardinali modenesi; ed altri, che provano quanto scarsa fosse l’arte critica. All’opera di Lodovico Della Chiesa suiMarchesi di Saluzzo(Torino 1598) vengono in appendice elogi d’illustri famiglie di colà, Arbazzia, Barbetti, Biandrata, Caroli, Castiglioni, Chiesa, Della Torre, Gambandi, Leoni, Pevere, Romani, Saluzzo, Tiberga, Vacea, probabilmente lavoro del Chiesa stesso, benchè attribuito a un Carlo Ravano cremonese. Antonio Filippini di Vescovato in Corsica, perseguitato dalle alterne fazioni, volle trasmettere ai posteri il racconto delle guerre del 1555 e 64 di cui era stato testimonio, e vi unì tre antiche cronache di Giovanni della Grossa, Pietro Monteggiani e Marcantonio Ciaccaldi, e così formando una storia della Corsica: questi bevono grosso; egli è abbastanza imparziale, ma monotono. Pozzo di Borgo, quand’era ambasciadore di Russia nel 1832, ne procurò una nuova edizione a Pisa, da distribuire gratis a tutte le comunità e famiglie ragguardevoli di Corsica.
Esce dalla comune Vittorio Siri (-1685), parmigiano benedettino, che giovane cominciò un ragguaglio delle vicende giornaliere; e levò grido, massime che l’italiano correva allora quanto oggi il francese. Le quistioni per Mantova e il Monferrato ben discute pendendo ai Nevers e alla Francia, onde Richelieu lo favorì, e gli schiuse gli archivj; Luigi XIV il nominò limosiniere e storiografo; le Corti di Firenze e di Modena il regalavano; ministri e ambasciadori il visitavano e porgevangli informazioni a loro modo, affine d’illudere la posterità. Oltre i quindici grossi volumi delMercurio politico(1635-55), gli otto diMemorie recondite(1601-40) sono ricchi di documenti autentici, benchè raccolti senza fior di criterio; narra prolisso, avviluppa gli avvenimenti, e uccellando a pensioni, collane, impieghi, sagrifica il vero, e secondo il vento sparla di quei che prima aveva incensati. Così l’Assarini, il Brusoni, il Priorato, il Pastori sono novellisti sfacciati e venderecci, dicendo e disdicendo secondo sono pagati: così i tanti storici dei duchi di Savoja, e Giambattista Birago Avogadro genovese, autore delMercurio veridico, che più volte s’abbaruffò col Siri. Del Pallavicino e del Leti parlammo già (pag. 339).
Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio, era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse i giornali politici, che dalla moneta che costavano si disserogazzette. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel 1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi loSpione turco, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le quistioni teologiche e metafisiche d’allora.
Nel 1665 era comparso a Parigi ilJournal des savants, cui tennero dietro ilMercure galant, poi i giornali di Trévoux e Verdun, che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro imitazione FrancescoNazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma ilGiornale dei letterati, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da sè, quantunque di materie variatissime.
Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustraAmbrosianæ basilicæ monumenta; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli; Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].
Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica, e principalmente dal Baronio (tom.X, pag. 550). GliAnnalidi esso furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora non usasse. Anche leVite dei papi e cardinalidel Ciacconio furono proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gliAnnali del Vecchio Testamentodel novarese Agostino Tornielli. LaStoria generale de’ Conciljdi monsignor Marco Battaglini è prolissa di stile e inesatta di critica; come quella delleEresiedel Bernini, figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie, accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo, ed eccitò i Francesi ad imitarlo nellaGallia Christiana, di cui il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse laSicilia sacra; Cesare Caraccolo laNapoli sacra. Appena merita essere nominato ilMare oceano di tutte le religioni del mondodi Silvestro Maurolico (Messina 1613).
Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per laStoria del Pelagianismo, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa, ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia; Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture. Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’Imperium orientale, iNumismata imperatorum romanorum.
Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (Sacrorum oleochrismatum myrothecium sacroprofanum,1625); alle epistole ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari; ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli bassanese. Gian Macario fece unaHagioglyptasulle pitture e sculture cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese (-1674),priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne operaRerum liturgicarum, laDivina psalmodia, spiegazione dell’uffizio con curiose ricerche sul significato, e iPrincipi della vita cristiana, libro paragonato all’Imitazione di Cristo. Giuseppe Maria Tommasi, figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità liturgiche (Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores, 1680), responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò laConciliazionedi quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno. Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran merito; fra cui primeggiano quella deiSacri edifizj di Costantino, e iVetera monumenta, dando l’origine delle prime chiese, il modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti il Bona e il Mabillon; esaminò pure ilLibro pontificalee leVite dei papid’Anastasio Bibliotecario.
Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin dal 1569 stampatoDe scribenda historiacon buoni precetti; poi il ferrarese Ducci nel 1604 un’Ars historica, di cui è poco meno che traduzione l’Arte storicadi Agostino Mascardi da Sarzana (1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale ingrediente, non s’impicciolisca latragedia con minuzie di racconti nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. Ladicitura istorialevorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni, l’armonia non la misura della poesia.
Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nellaCongiura di Fiesco, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli storici stessi, e più agli uomini.
Antodio Possevino (1534-1611) nellaBibliotheca selectaesibisce una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza, e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori di esse. La compie l’Apparatus sacer, catalogo ragionato di ben seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor segregata nazione (tom.X, pag. 471).
IlMappamondo istoricodel gesuita Antonio Foresti (Parma 1690) vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria; nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo, Silvio Grandi della Cina.
Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani da Borgo San Sepolcro col cardinaleCommendone per venticinque anni girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose (De scriptis invita Minerva) i viaggi di Luigi suo fratello per tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi ottenne l’indigenato; e scrisseRerum Polonicarum libri tres, opera capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo, ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino, esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia, titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (De bello sicambrico) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega Smalcaldica.
Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite, andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno, cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose, e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella parte più vana della storia, la descrizionedei fatti d’armi. E solo per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615), che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid, ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità, digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609 lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].
Gaspare Scioppio, autore di unaGrammatica philosophica, in rotta coi Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’ letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’Infamia Famiani, notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del latino diè prove esso Strada nelleProlusiones, precetti ed esempj di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei maggiori poeti latini; e da GianoParrasi è rifatto Lucano, dal Bembo Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare ciascuno.
Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte; esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere, non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma, lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è per istrada assassinato.
Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori, di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze; semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.
Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti fiorentino e Giambattista e GirolamoVecchietti da Cosenza viaggiarono e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore. Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani, principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri napoletano compì per terra ilgiro del mondonel 1698, e la sua relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’ non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e massime le Filippine e il Messico.
Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età, «inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò laGeografiain dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera. Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora inutile allungarsi nel provare cheil Messico non è il Catajo. Il padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.
Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nellaGeographa et hydrographa reformatapropostosi, di far meglio de’ vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni, nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia che Delisle[271]abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue, cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il 5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il VecchiettiDe anno primitivo, nè Leone AllacciDe mensura temporumraggiunsero il merito cronologico di Petau o di Scaligero.
La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica e il dizionario ebraici, fece leConcordanze bibliche, stampate postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524, correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci ebraiche e d’altre lingue orientali.
Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 laGeografiad’Edrisi, nel 93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.
Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte discorredell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba, erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la via allo studio scientifico del cinese.
Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Mariain Cœlo eo,dove al Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare quaranta persone.
Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie, pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gliEtruscarum antiquitatum fragmenta, pubblicati il 1632 da Curzio Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca Ambrosiana.
La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nellaSicilia descritta con medaglie(1612), opera da altri accresciuta, e più dal Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.
Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese, quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino (1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj classici; conobbe i dottidel tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin, Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori, piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare laTavola iliacadel Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.
Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda, e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.
Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri compilò leInscriptiones athleticæ;Padova fu illustrata da Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il velo de’ geroglifici egizje spiegare laTavola isiaca[276]. Degli illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo le recenti scoperte.
Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e, tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso, che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.
Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le vedute della storia, il mondo conoscevameglio se stesso, e diveniva sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia, da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.
In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744), autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero, ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui faceva versi per occasioni, panegirici ai suoivicerè, diatribe contro gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni, non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.
S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodotoun passo d’oro, che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira Dante, Leibniz, Newton e iltre volte massimoBacone: ma le idee loro non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso a congiungere ilcertodella filologia colverodella filosofia. Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma nissuna grande scoperta[277].
L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale, eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture, induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata percezione non basta a provar l’esistenza, e ilpenso dunque esistoriducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione; e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini; e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge aricomporre, supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare. Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.
Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nelGiornale de’ letterati, che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’ politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.
Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce ad attuare il tipo eterno della giustizia.
Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità, egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli investigare come dallo statoex legenascessero le aristocrazie feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi, e l’agricoltura, eil pudore del cielo, dei vivi, dei defunti; i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili a render legali gliatti. Intanto si ha la città eroica, composta di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio del privilegio e della forza. Così gliinteressidominanti nel Machiavelli e laragioneesaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.
Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche, filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo, imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di talidegnitàviene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi, come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone, Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la personificazione collettiva delle persone eminenti,giacchè il senso comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni successive lostrascinarono, loviolentaronoa crederlo un mito; non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della democrazia.
Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri, senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.
Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica; repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.
Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia, anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni, le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggiimmortali di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza, cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni, ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo, sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità, delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante, l’imperatore che livella il diritto.
Questa è dunque unascienza nuovadell’intera umanità. La Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al mondo delle nazioni.
Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale, cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità. Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella eroica, e colle frasi espresseper via di fatti, rilesse in tutti i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi; delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di ricondurre alla sua preordinata storia romana.
A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione, s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla, la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti, lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj, supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.
Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi, violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente, che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri, di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.
Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini; tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma peimondi infiniti possibili.Glien’è riprova la barbarie rinnovata del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia nella barbarie.
Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i classici e lo stile storicomezzo fra prosa e verso, e fosse dai contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio, nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e più innanzi.
Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia; forse ilNuovo Organodi Bacone gli suggerì l’idea d’una scienzanuova; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di que’ pochi ch’egli intitolapassi d’oro, cioè verità quasi sfuggite agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli,pensatore sì robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale; Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.
Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della ragione.
L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo, e la non più disputabileemancipazione dello schiavo: l’ammirazione delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase che ilferreo mondofosse in pieno decadimento: osservando declinare l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità, credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità, e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.
Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quellamelanconìa che dà grandezza, fattosi interamente antico,ficcòla filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò. Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nelDiscorso sulla storia universaleavea dato una filosofia della storia, ponendole per centro il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi della vita,sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero; alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei; sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità, dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario dell’inevitabile decadenza.
Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione».