Chapter 27

307.Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.308.Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».309.Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez.I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez.II. c. 8).310.Del telescopio, pag. 486.311.Nel Collegio Romano esistono manoscritte (CodiceB, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».312.Nescio quo fato ductus, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.313.Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma:Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y.L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse:Cinthyæ figuras emulatur mater amorum.Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.314.I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».315.Bacone conobbe le opere di Galileo. VediOrganon, lib.II. afor. 39;Sylva sylvarum, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’Introduction of the literature of Europe etc. di Hallam, nelPreliminary dissertation to Encyclop. britan.di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».316.Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole.Nelli,Vita di Galileo.317.Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero, egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono assegnati mille fiorini.318.Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo del mondo, che è incessantemente variabile. VediClemens,Giordano Bruno et Nicol von Cusa; 1847, pag. 97.319.È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom.V. 1854: — Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».320.Pensieri diversi.321.Systema cosmicum, dial.II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel 1597:Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit.KepleriOpera, tom.II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di Galileo ignoravano.322.Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata,Galilee, vicisti».Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio «pernicioso per lo spirito e per la fede».Savérien,Dictionnaire des mathématiques, tom.I.La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.323.— Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’operaDe romano pontificefu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.324.Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.Di questi fatti si vedano le prove inGiambattista Venturi,Memorie e lettere inedite e disperse di Galileo Galilei, Modena 1818.325.Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»326.L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche. L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia, e lagnavasi cheinter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est durius, tacendum; 23 luglio 1633; nelleOpere di Galileo Galilei, tom.IV. Firenze 1854.327.Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile 1633.328.Il Bernini, nellaStoria delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste accuse, che leMemorie e letterepubblicate dal Venturi aveano sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza apporgliene di falsi.Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscoloGalileo e l’Inquisizione. Comprende anche il processo del 1615, ma per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il vero contro i volgari declamatori.Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la verità, se egli negò, segue questa formola:Tunc DD. sedentes etc., visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc.Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge:Et cum nihil aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel processo, ove diceasi:Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione etc.329.Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 ilDialogo intorno al sistema copernicano, che manoscritto esisteva presso quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore, e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi; corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti Copernico e Astunicadonec corrigantur; Foscarini, KepleroEpitome astronomiæ copernicanæ; Galileo,Dialogo, et omnes alios libros pariter idem docentes; ma nel 1820 era stato permesso di trattare della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli rispose le precise parole seguenti:Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto».Le opere di Galileo Galilei, tom.IX. p. 196.Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio 1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli; e che a questa mia discolpa rispose,Lo crediamo, lo crediamo, soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima».Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna,alter Archimedes, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta della sua servitù».E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna, egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V. R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre matematico di Bologna».Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette gesuita, mentre era gesuato.330.Sui satelliti di Giove, 1666.331.In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile alla parabola.Zach,Zeitschrift für Astronomie, vol.VIII. p. 379. an. 1827.332.In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un secolo dopo istituì le festeSecularia Torricelliana.333.Ænigma geometricum aD. Pio Lisci pusillo geometra,che è anagramma diA postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo, che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto, volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello, ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito; il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col pirone susseguente il detto pendolo».VediGiornale dell’Istituto lombardo, 1854, novembre. Galileo, il novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misuranon solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti ancora; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore, minuti primi, secondi e terzi, epiù se più piace; mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna precisione.334.Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del 1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio, nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’ primi lumi della verità».335.La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti; ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo da Vinci e dal Cardano (VediLibri,Histoire des mathématiques en Italie, nº 2 del vol.IV), e massime dal Cesariano (Commenti a Vitruvio), nel quale (allo stesso foglioXXIII) è descritta la macchina a vapore eolipila.336.L’Iride, opera fisica matematica; Bologna 1678. Alle pagine 28 e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.337.VediFord’sHandbook.338.Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.

307.Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.

307.Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo morì l’8 gennajo 1642.

308.Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».

308.Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».

309.Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez.I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez.II. c. 8).

309.Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez.I. c. 23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari, collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più vicini» (Sez.II. c. 8).

310.Del telescopio, pag. 486.

310.Del telescopio, pag. 486.

311.Nel Collegio Romano esistono manoscritte (CodiceB, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».

311.Nel Collegio Romano esistono manoscritte (CodiceB, f. 15) alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario. Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle sue osservazioni:

«Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,

«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù. Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna, o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile, il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo, sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte, et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno. Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto, circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».

312.Nescio quo fato ductus, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.

312.Nescio quo fato ductus, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.

313.Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma:Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y.L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse:Cinthyæ figuras emulatur mater amorum.Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.

313.Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per accertarle, la pubblicò con questo anagramma:Hæc immatura a me jam frustra leguntur, o. y.L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere stesse:Cinthyæ figuras emulatur mater amorum.

Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.

314.I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».

314.I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».

315.Bacone conobbe le opere di Galileo. VediOrganon, lib.II. afor. 39;Sylva sylvarum, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’Introduction of the literature of Europe etc. di Hallam, nelPreliminary dissertation to Encyclop. britan.di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».

315.Bacone conobbe le opere di Galileo. VediOrganon, lib.II. afor. 39;Sylva sylvarum, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane di recente da Drinkwater Bethune, nell’Introduction of the literature of Europe etc. di Hallam, nelPreliminary dissertation to Encyclop. britan.di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».

316.Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole.Nelli,Vita di Galileo.

316.Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole.Nelli,Vita di Galileo.

317.Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero, egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono assegnati mille fiorini.

317.Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero, egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono assegnati mille fiorini.

318.Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo del mondo, che è incessantemente variabile. VediClemens,Giordano Bruno et Nicol von Cusa; 1847, pag. 97.

318.Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo del mondo, che è incessantemente variabile. VediClemens,Giordano Bruno et Nicol von Cusa; 1847, pag. 97.

319.È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom.V. 1854: — Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».

319.È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom.V. 1854: — Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».

320.Pensieri diversi.

320.Pensieri diversi.

321.Systema cosmicum, dial.II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel 1597:Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit.KepleriOpera, tom.II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di Galileo ignoravano.

321.Systema cosmicum, dial.II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel 1597:Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit.KepleriOpera, tom.II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di Galileo ignoravano.

322.Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata,Galilee, vicisti».Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio «pernicioso per lo spirito e per la fede».Savérien,Dictionnaire des mathématiques, tom.I.La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.

322.Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata,Galilee, vicisti».

Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio «pernicioso per lo spirito e per la fede».Savérien,Dictionnaire des mathématiques, tom.I.

La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.

323.— Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’operaDe romano pontificefu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

323.— Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».

Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’operaDe romano pontificefu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

324.Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.Di questi fatti si vedano le prove inGiambattista Venturi,Memorie e lettere inedite e disperse di Galileo Galilei, Modena 1818.

324.Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.

Di questi fatti si vedano le prove inGiambattista Venturi,Memorie e lettere inedite e disperse di Galileo Galilei, Modena 1818.

325.Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»

325.Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»

326.L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche. L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia, e lagnavasi cheinter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est durius, tacendum; 23 luglio 1633; nelleOpere di Galileo Galilei, tom.IV. Firenze 1854.

326.L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche. L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia, e lagnavasi cheinter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est durius, tacendum; 23 luglio 1633; nelleOpere di Galileo Galilei, tom.IV. Firenze 1854.

327.Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile 1633.

327.Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile 1633.

328.Il Bernini, nellaStoria delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste accuse, che leMemorie e letterepubblicate dal Venturi aveano sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza apporgliene di falsi.Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscoloGalileo e l’Inquisizione. Comprende anche il processo del 1615, ma per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il vero contro i volgari declamatori.Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la verità, se egli negò, segue questa formola:Tunc DD. sedentes etc., visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc.Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge:Et cum nihil aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel processo, ove diceasi:Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione etc.

328.Il Bernini, nellaStoria delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste accuse, che leMemorie e letterepubblicate dal Venturi aveano sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza apporgliene di falsi.

Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscoloGalileo e l’Inquisizione. Comprende anche il processo del 1615, ma per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il vero contro i volgari declamatori.

Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la verità, se egli negò, segue questa formola:Tunc DD. sedentes etc., visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc.

Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge:Et cum nihil aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione, remissus fuit ad locum suum.

Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel processo, ove diceasi:Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa abjuratione etc.

329.Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 ilDialogo intorno al sistema copernicano, che manoscritto esisteva presso quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore, e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi; corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti Copernico e Astunicadonec corrigantur; Foscarini, KepleroEpitome astronomiæ copernicanæ; Galileo,Dialogo, et omnes alios libros pariter idem docentes; ma nel 1820 era stato permesso di trattare della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli rispose le precise parole seguenti:Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto».Le opere di Galileo Galilei, tom.IX. p. 196.Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio 1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli; e che a questa mia discolpa rispose,Lo crediamo, lo crediamo, soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima».Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna,alter Archimedes, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta della sua servitù».E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna, egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V. R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre matematico di Bologna».Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette gesuita, mentre era gesuato.

329.Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 ilDialogo intorno al sistema copernicano, che manoscritto esisteva presso quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore, e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi; corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti Copernico e Astunicadonec corrigantur; Foscarini, KepleroEpitome astronomiæ copernicanæ; Galileo,Dialogo, et omnes alios libros pariter idem docentes; ma nel 1820 era stato permesso di trattare della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.

Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli rispose le precise parole seguenti:Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto».Le opere di Galileo Galilei, tom.IX. p. 196.

Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio 1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli; e che a questa mia discolpa rispose,Lo crediamo, lo crediamo, soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima».

Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna,alter Archimedes, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta della sua servitù».

E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna, egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V. R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».

Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre matematico di Bologna».

Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette gesuita, mentre era gesuato.

330.Sui satelliti di Giove, 1666.

330.Sui satelliti di Giove, 1666.

331.In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile alla parabola.Zach,Zeitschrift für Astronomie, vol.VIII. p. 379. an. 1827.

331.In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile alla parabola.Zach,Zeitschrift für Astronomie, vol.VIII. p. 379. an. 1827.

332.In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un secolo dopo istituì le festeSecularia Torricelliana.

332.In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un secolo dopo istituì le festeSecularia Torricelliana.

333.Ænigma geometricum aD. Pio Lisci pusillo geometra,che è anagramma diA postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo, che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto, volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello, ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito; il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col pirone susseguente il detto pendolo».VediGiornale dell’Istituto lombardo, 1854, novembre. Galileo, il novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misuranon solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti ancora; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore, minuti primi, secondi e terzi, epiù se più piace; mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna precisione.

333.Ænigma geometricum aD. Pio Lisci pusillo geometra,che è anagramma diA postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo, che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto, volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello, ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito; il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col pirone susseguente il detto pendolo».

VediGiornale dell’Istituto lombardo, 1854, novembre. Galileo, il novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misuranon solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti ancora; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore, minuti primi, secondi e terzi, epiù se più piace; mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».

Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna precisione.

334.Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del 1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio, nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’ primi lumi della verità».

334.Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del 1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio, nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’ primi lumi della verità».

335.La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti; ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo da Vinci e dal Cardano (VediLibri,Histoire des mathématiques en Italie, nº 2 del vol.IV), e massime dal Cesariano (Commenti a Vitruvio), nel quale (allo stesso foglioXXIII) è descritta la macchina a vapore eolipila.

335.La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti; ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo da Vinci e dal Cardano (VediLibri,Histoire des mathématiques en Italie, nº 2 del vol.IV), e massime dal Cesariano (Commenti a Vitruvio), nel quale (allo stesso foglioXXIII) è descritta la macchina a vapore eolipila.

336.L’Iride, opera fisica matematica; Bologna 1678. Alle pagine 28 e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.

336.L’Iride, opera fisica matematica; Bologna 1678. Alle pagine 28 e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.

337.VediFord’sHandbook.

337.VediFord’sHandbook.

338.Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.

338.Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.


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