Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove cioè presumeasi competesse il giudizio a chipreveniva: ma il Granuela,trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri. L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della scomunica,e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori, cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso gli scomunicatiandassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente l’assoluzione.
I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni, controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili e conclusioni generali. Sull’orme di lui ilGiannone informa de’ giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per tutta Europa.
Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap.CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia, favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il 1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti; uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli ambiziosi, porgeano speranze;i cospiratori non isdegnarono ricorrere al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.
Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali. La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]
I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.
Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolodi vicerè a quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerèseppe opporvi che un’altra congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al supplizio alla spicciolata.
Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire a Roma presso Clemente VII loro zio.
Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’ masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso, le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava di vedere il paese devastato nella peggior maniera.
Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe, Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi. In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal re.
Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata come in terraferma, anzi credutaopportuna contro le esuberanze dei magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente ma come superiore al Governo; scomunicòperfino la gran corte e l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo spettacolo d’unauto-da-fèsopra un francese Verron calvinista, un moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana, pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di quietismo.
Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana, attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre le causedirettamente (per viam saltus), e non solo per gravame (per viam gravaminis); vi metteano giudici secolari; non soffrivano d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe quistioni con Filippo II.
Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo, ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte, del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome del re.
La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere, vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse anche duchi e principi; e la nobiltàfeudale vi conservava molta potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali. Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti. Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli Svevi e d’Aragona, per la grazia di DioXXIIconte di Ventimiglia, marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore, Procida, Lementini,XVIIIconte-marchese di Geraci, principe di Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa, Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato, Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni colla torre di Falconara[67].
V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi. Garzia Toledo a Palermo fece costruire il moloe la via principale, un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti, impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone, dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’ ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello d’America.
Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano, che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’ ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di lire.
Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si mantenevano moltissime galee. Qualmeraviglia se il popolo ogni tratto tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni erapane.
Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta. Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma, hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato, esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione, i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà civile.