CAPITOLO CLXX.Venezia.

CAPITOLO CLXX.Venezia.

Colla pace di Passarowitz Venezia era stata spogliata della Morea, e ridotta qual rimase fino alla sua caduta. Possedeva il dogado, cioè le isole e i contorni delle lagune; le provincie di terraferma, cioè Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Crema, il Polesine di Rovigo, e la Marca Trevisana che comprendea Feltre, Belluno, il Cadore; al nord del suo golfo il Friuli; a levante l’Istria[182]e la Dalmazia colle isole dipendenti; nell’Albania il territorio di Cattaro, Butrinto, Parga, Prevesa, Vonizza; nel mare Jonio le isole di Corfù e Paxo, Santa Maura, Cefalonia, Teak, Zante, Assò, le Strofadi e Cerigo.

Nel 1722 le anagrafi davano allo Stato quattro milioni e mezzo di anime, la rendita pubblica di sei milionidi ducati[183], e il debito di ventotto milioni. La sovranità spettava al granconsiglio, che componendosi di tutti i patrizj maggiori di venticinque anni, talora salì a mille ducento membri: ducento bastavano per le decisioni ordinarie, ottocento voleansi per le più rilevanti, onde togliere la possibilità di concerti e d’ámbito. Del doge sempre più restringeasi il potere: due pagine erano bastate alla promission ducale di Enrico Dandolo, alle quali aggiungendosi via via sempre maggiori restrizioni, fin pel caso che alcun bisogno l’obbligasse a levarsi dal consiglio[184], ne risultò un grosso volume,com’era quella proposta all’ultimo doge. Tanti riguardi costringevano il principe all’isolamento.

Il governare apparteneva al senato, annualmente eletto dal granconsiglio, e portato a cenventi membri, oltre i magistrati patrizj finchè duravano in carica; l’esecuzione affidavasi alla Signoria, collegio formato dal doge, da sei consiglieri, tre capi della Quarantìa, sedici savj; la giustizia, a quattro tribunali elettivi, tre dei quali componeano la Quarantìa civile, ed uno la criminale, di cui i presidenti sedevano nella Signoria e i membri nel senato. Il ministero pubblico presso queste era sostenuto dagli avogadori. Il consiglio dei Dieci, annuale, esercitava l’alta polizia, e sceglieva dal proprio seno due inquisitori neri e dalla Signoria un rosso, che questo per otto mesi, quelli per un anno, costituivano l’Inquisizione di Stato. Gliesecutori contro le bestemmievigilavano sulle superstizioni, le stregherie, le rappresentazioni sceniche, proibendo quelle di soggetto sacro. I procuratori di San Marco, prima dignità dopo il doge, gratuiti, e dispensati da ogni altro uffizio se non fosse d’ambascerie a teste coronate, tutelavano la basilica, i poveri, i pupilli, le pie istituzioni e le ultime volontà.

Questi erano a vita come il doge: tutte le altre magistrature erano a tempo, e tante, che il granconsiglio faceva sin nove elezioni per settimana, oltre quelle competenti al senato. I podestà di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno, il luogotenente d’Udine, il provveditor generale di Dalmazia, gli ambasciadori a Roma, Madrid, Vienna, Parigi, ilnobilea Pietroburgo aveano tenuissime provviste e arbitrariegratificazioni, ma se ne faceano scala al baliato di Costantinopoli, che fruttava copiosamente per ricche eventualità, senz’aggravio della repubblica: anche tutte le magistrature portavano tenuissimi stipendj, ma i patrizj le sostenevano senza sparagno per decoro della patria e proprio.

Tra le famiglie nobili veruna distinzione, nè tampoco di primogenitura; non titoli, non abito diverso: pure alcune si assicurarono i posti migliori, e una clientela fra’ patrizj poveri, col che diedero scacco al maggior consiglio deliberante, e trassero al senato la nomina, o almeno la presentazione alle cariche principali; poi dal senato stesso revocarono ogni cosa al collegio, e infine agli inquisitori. Di tal passo un tribunale divenne il governo, mercè di quel suo potere senza limiti nè appello.

Per conservare l’oligarchia si teneva chiuso il libro d’oro, mentre nobili nuovi l’avrebbero arricchita d’altre capacità, di giovinezza operosa e d’idee più franche. Nel 1775 fu riaperto per vent’anni a famiglie anche di terraferma che godessero un’entrata di diecimila ducati e nobiltà di quattro generazioni: ma sei sole concorsero, nè col diploma si dà la tradizione dell’amor patrio e della grandigia. Gli esclusi della nobiltà costituirono un terzo stato dicittadini originarj: il popolo stesso si divise in cittadini e plebe, alla quale non erano permesse che certe professioni e il traffico interno. Ogni sestiere della città avea privilegi e amministrazione propria, e così ciascun’arte, con capi e con distinte giurisdizioni di maggior o minore ampiezza; viluppo che inaspa gli occhi al secol nostro, avvezzo come i pupilli a lasciar far tutto dal babbo.

Come in tutte le oligarchie, frequentavano gli abusi e le malversazioni sull’esercito e nelle finanze: vivissimo il broglio, dove i nobili ricchi accarezzavano inobili poveri per ottenerne i voti, e questi i ricchi per averne impieghi, protezione, pranzi. Le donne costituivansi mediatrici di questo traffico de’ voti, degl’impieghi, della giustizia; nella quale i cancellieri potevano implicar gl’innocenti e dimettere i rei; che talvolta anche furono sottratti dalle prigioni, come avvenne a Galeano Lechi, nel 1785 lasciato fuggire dai piombi col pagare ventimila ducati agl’inquisitori.

Ne’ possessi oltremare peggiore il disordine; gl’impiegati estorcevano denaro e vendevano la giustizia, intanto che malversavano gli assegni fatti dalla repubblica per mantenere le fortezze e i porti. Severissima legge interdiceva ai nobili e ai loro dipendenti ogni relazione coi residenti di potenze straniere nè colle loro famiglie, talchè se uno dava una festa donde volesse escludere i non invitati, metteva alla porta un servo colla livrea d’ambasciadore forestiero. A pochi si permetteva il viaggiare, onde i costumi serbavano l’originalità.

Adunque concentravasi lo Stato nella città, la città in poche famiglie, ed unica forza pareva la debolezza degli obbedienti. La politica esteriore più non badava a Venezia che come a una preda agognata; il Turco le lasciava pace, salvo a correre qualche volta sopra le sue navi; i Barbareschi non erano repressi che da un tributo. La prudenza vantata di que’ senatori si limitava a conservarsi neutri fra le potenze belligeranti in Italia, in modo di non interrompere il commercio con esse, di non veder ribellate le serve provincie, di non aggravare i sudditi, e di non palesare la propria fiacchezza: ma questo aborrimento dalla guerra facea rassegnati ad ingiustizie, violenze, soprusi. Avendo l’ambasciador veneto sottoscritto per ignoranza alcune cambiali false d’un mercante a carico d’un Olandese, ne derivò caloroso carteggio, poi minaccia di guerra dall’Olanda, che viepiù imbaldanziva perchè Venezia non poteva armarepiù di otto vascelli: fortunatamente si finì con un accordo.

Alla briga della successione spagnuola non prese parte Venezia, eppure si trovò costretta a mantener in armi ventiquattromila soldati; grave jattura quando appena usciva dalla guerra turca, e senza di lei fu sbocconcellata l’Italia. Le potenze violarono il suo territorio qualvolta ne trovarono il conto: la fiera di Sinigaglia istituita dai papi e presto divenuta primaria, faceva dannosissima concorrenza alla veneziana: navi inglesi e austriache baldanzeggiavano nel golfo ch’esso chiamava suo, e l’imperatore aperse a Trieste un porto franco, con fortificazioni ed arsenale, in onta dell’antica regina dell’Adriatico. Logorato il cassone dove riservavasi un fondo pei gravi bisogni, il debito crebbe fin a ducento milioni, e si dovette ricorrere per prestiti anche a forestieri, malgrado il divieto della legge.

Il commercio serbava appena ombra dell’antica floridezza[185], ritraeva anzi una specie d’infamia dall’esser interdetto ai nobili; al che si volle riparare nel 1784, animando i signori alle speculazioni. Ma il credito, che n’è anima, deperiva: il bancogiro parve vicino a rompere, ed emettere cedole invece di contanti: nella guerra per la libertà d’America, allegando che i Veneziani fossero alleati coll’Inghilterra, gli Spagnuoli e i Francesi assalivano le navi di San Marco, per modo che l’assicurazione montò fin al cinquanta per cento, e le botteghe in città diminuivano.

Cessato di guadagnare, sprecavansi i guadagni fatti,all’amor delle ricchezze surrogandosi la cupidigia di goderle, all’amor del lavoro la pretensione d’ozj fastosi, e quel vivere molle e pacato, che parve l’aspirazione del secolo scorso, onde rimase tradizione proverbiale della voluttuosa suntuosità de’ patrizj. Da Mestre fin a Treviso la bella via detta il Terraglio era sparsa di ville signorili; tra una continuità di queste serpeggiava il Brenta, dove primeggiavano quella de’ Foscarini alla Malcontenta, architettata da Palladio, dipinta da Paolo Veronese e dallo Zelotti, quella dei Pesaro alla Mira, ove il Tiepolo avea storiato il ricevimento ivi fatto a Enrico III di Francia; e l’altra a Stra, disegnata dal Frigimelica, dipinta da Fabio Canale, da Jacopo Guarana, dal Tiepolo, con magnifiche balaustrate di Giuseppe Cesa e Pietro Danieletti padovani, e stanze guarnite di rarità cinesi, turche, persiane, e quadri e statue, con camere distinte per la musica, pel giuoco, per lo studio, per la pittura; in quella d’Angelo Quirini ad Altichiero abbondava ogni sorta d’anticaglie e di preziosità raccolte ne’ suoi viaggi, illustrate dal Zoega, dal Morelli, dalla Rosenberg.

E tutti faceano gara nelle fabbriche, ne’ numerosi cavalli, nel lauto spendio, non limitato qui dalle leggi suntuarie della città; traevansi dietro una folla di parasiti, che venduta l’anima e lo spirito per lauti bocconi, ricambiavanli con celie continue e inesauribili aneddoti, a scapito dell’onestà e della carità. Intanto l’asse domestico abbandonavasi ad agenti scaltriti, che sapeano deviare alla borsa propria i denari del padrone; l’educazione dei figli ad abatuccoli, che gli allevavano a credere l’onnipotenza del denaro e il delitto della povertà.

Nella dominante la corruttela trovava fomento dalle seduzioni della gondola e della maschera. La maschera, cioè tabarro o bauta, cappello a due punte e mezzoviso nero, permetteasi dal 5 ottobre al 16 dicembre, poi da santo Stefano fin a tutto il carnevale, oltre il giorno di san Marco, la quindena della fiera dell’Ascensione, alla creazione del doge e ai solenni suoi banchetti, e in altre feste straordinarie e venute di principi. Allora il patrizio potea deporre la toga e la parrucca, e colla maschera al viso o nel cappello girare pertutto, e sin favellare coi ministri esteri in piazza, ne’ casini, al teatro. I monasteri di donne ricche e nobili erano convegno di brogli, di spassi, d’amori[186]; ne’ parlatorj atteggiavano pantaloni e pagliacci, o ballavansi minuetti signorili e popolari furlane; e i forestieri, compratori del nostro disonore, voleano acuire l’appetito colla difficoltà, seducendo monache, in cui vece è vero che talora trovavansi offerte dai mezzani pubbliche baldracche. Dietro le procuratìe teneansi appartamentini messi con ogni squisito lusso, ove i patrizj, disertati dalle famiglie, ritiravansi giorni e settimane come nell’isola d’Armida, fra tutti i solletichi del lusso e i fascini meretricj: e delle avventure, non che celarle, faceasi pompa, e d’aver a braccio la mantenuta, e suscitare clamorose gelosie. Ne derivavano conseguenze funeste, e dal 1782 al 96 si sporsero al consiglio dei Dieci ducensessantaquattro petizioni per scioglimento di matrimonj, ed ebbero corso.

Coll’immoralità forse intendeasi sviare le menti dalle cose pubbliche[187]; proposito ancor più micidiale oveda altri interessi non sieno elevati gli animi. Il cupo genio di quel tribunale dei Dieci, che incuteva spavento ai forestieri e che porse tanti foschi colori ai romanzanti de’ nostri giorni, riducevasi ad un abjetto spionaggio che impediva lo sviluppo dell’energia morale, a dare qualche specie di regola al mal costume. Una volta esso sbandì, ma tosto dovette richiamare lenostre benemerite meretrici, perocchè le costoro case o il parlatorio de’ chiostri erano i soli campi franchi dove non davasi ombra al Governo, perchè vi manteneva spie.

Palestra d’immoralità era il ridotto, ove a sessanta o settanta tavolieri il giuoco frenetico spostava le fortune: il presederli era privilegio de’ nobili, che stipendiati dalle compagnie, stavanvi in parrucca e toga da magistrato, mentre tutti gli altri portavano la maschera; e ambasciadori e ministri venivano a cercarvi le alternative d’opime illusioni e d’angoscie disperanti. Vi accorreano i bari di tutto il mondo per truffare: molti non viveano che di quella professione: sbanditi, cambiavano paese e nome, e proseguivano e tornavano, usufruttando le stolide speranze. Quando nel 1774 i correttori della promission ducale fecero chiudere il ridotto «come sorgente perniciosa di mali alla repubblica e allo Stato», i giocatori sparsero quella contaminazione in centinaja di privati casini, più rovinosi perchè non più sorvegliati.

Anche Verona ebbe un famoso casino, al quale essendo comparse nel 1773 alcune dame col guardinfante men voluminoso del consueto, se ne prese scandalo, tutta la città ne andò partita in pro e contro, e gli spiritis’infervorarono a tal punto, che per lasciar tempo di calmarli fu chiuso il casino. Non bastò, l’affare fu portato alla suprema magistratura della repubblica, e Giuseppe Torelli buon letterato ne scrisse gravi apologie.

L’eccesso spinse un tratto a provvedimenti eccessivi, si chiusero i caffè, si moltiplicarono ordini suntuarj, s’interdissero i libri empj: ma la moda ruppe quegli argini; riaprironsi le botteghe, alle feste si sfoggiò un lusso mai più veduto, i teatri superarono in magnificenza quelli di tutto il mondo.

Continuavano le solite feste e per le commemorazioni nazionali, e per le frequenti nomine di magistrati[188], e per venute di principi. E poichè si suole far segnalatissime feste agli idoli che stanno per andar a pezzi, memorerò le splendide accoglienze fatte in tutto lo Stato a Pio VI nel suo pellegrinaggio a Vienna; e molte iscrizioni ricordano anc’oggi i luoghi dove stette o celebrò e la benedizione che diede sull’allora ampliata piazza di San Giovanni e Paolo[189]. Vero è che il papa stesso ebbe a dire di scorgervi più curiosità che devozione; e gl’inquisitori di Stato disapprovarono le prostrazioni del doge Renier, e l’ammonirono che in altra simil evenienza tenesse modi convenienti alla dignità conferitagli dal granconsiglio. Quelle gelosie non saranno occorse nelle altre feste di cui furono onorati Federico IV di Danimarca, Gustavo di Svezia, Pietro czar, Giuseppe II.

Gran segno di depravato costume è l’esser potuto vivere a Venezia quel Casanova, che poi di sue avventure contaminò il resto d’Europa, e continua a farlonelle impudenti sueMemorie; e l’avervi trionfato il Baffo, che, nel patrio dialetto affrontando le frasi tecniche del bordello, col brago della lascivia deturpò la devozione, l’onore, la virtù, piantando i simboli osceni nel parlatorio e sugli altari, incoraggiando gl’intrighi amorosi e il giuoco, gridandoviva il vizio, negando Dio per surrogare al culto suo «la santa semplicità dell’oro». Eppur visse fra la gente d’onore, ottenendo quel rispetto che sovente è ispirato dalla paura.

Il popolo restava abbandonato all’ignoranza, alla depravazione de’ forestieri, all’esempio de’ signori. Lettura consueta de’ buoni era ilPerfetto leggendario, zuppo di baje: certe cartine portanti una preghiera all’Immacolata Concetta davansi da inghiottire a malati e perfino a bestie, e ne conseguivano guarigioni[190]: la religione faceasi consistere nelle grandi feste, nelle processioni sfarzose con lanternoni e baldacchini d’oro e mascherate d’angeli e santi. Sulla terraferma un umore bravo e manesco faceva frequenti le risse e gli omicidj; e gl’illustrissimi si vendicavano dell’inferiorità loro coll’esercitarvi una prepotenza di cui i plebei si rifaceano nella ristretta loro cerchia.

Vedemmo (Cap.CLXVII) come la Signoria secondasse l’andazzo col mozzare l’autorità ecclesiastica: allora parve non bastasse per la revisione dei libri il solo inquisitore, e gli fu accompagnato, per conto della Signoria, don Natale delle Laste, lodato erudito e censore condiscendente, al quale rifuggiva chiunque incontrasse altrove difficoltà. Poi fu vietato nel 1767 di vestire alcun nuovo frate o di tramutarlo da un convento all’altro senza assenso del magistrato; obbligo alle religiose comunità di denunziare con giuramento i beni,le rendite, fin le limosine che riceveano; dipendessero dal vescovo per lo spirituale, dal Governo pel temporale, non più da Roma: soppressi molti conventi[191]; vietato ai secolari di disporre de’ beni a vantaggio di comunità religiose. La beneficenza prese dunque altre vie, e la sola confraternita dei poveri vergognosi di Sant’Antonino somministrava medicinali a tutti i bisognosi della città.

Chiudere i monasteri e riaprir le bische e i lupanari non parve la più liberale procedura ad alcuni[192], e il Labia torse la poesia vernacola dal fomentare, com’è consueta, le vulgari passioni e i malevoli istinti, e — Se un poeta che cantò solo per iscandolezzare coll’oscenità e l’irreligione, era lodato da tutti, e nessuno zittì contro di lui, perchè tutti gridano contro di me, mosso da patria, religione e Dio?» Poi quando vedeva i padri della patria gravemente occuparsi, come i re, di vessare monaci o emanar regolamenti sulle messe e sulle fraterie, — Eh via (diceva), prendete piuttosto cura di questa libertà, di questo lusso, delle truppe, dell’arsenale, della mercanzia, così abbandonate. Una volta si era ricchi, con palazzi e botteghe piene; ora ciò sparve, ma ci vantiamo d’essere guariti dai pregiudizj. Questi spiriti forti dichiarano corbellerie i miracoli e birberie di frati; e che basta creder in Dio, se pure, giacchè neppur lui abbiam visto: così la pensano, e poi vogliono sostener l’onore della moglie e della madre, incerti dei figli e del padre. Vero cittadino repubblicano son io, che solo la mia patria ho in vista;e come tale vi provo che in politica non si dà di peggio che scemar la fede nel popolo. Provvedere alle pompe, chiudere i caffè, altre correzioni particolari sono follie, mentre si vorrebbe eleggere buoni magistrati che non dirazzassero dai primieri: impedire questa depravazione delle donne, impedire l’infezione dei libri». E compose un’arringa in versi al senato per mostrare che coteste abolizioni di frati repugnavano alla ragion di Stato, alle leggi costituzionali, alle arti e al commercio.

Pensate se le procuratìe e il ridotto fecero scene contro il retrivo, il bigotto![193]

Che se in lui, nel Goldoni, nel Gozzi, nei gustosi dipinti del Longhi, nel Pino, nel Bona, ci sembrano mascherate e sogni quel lusso mal temperato da leggi suntuarie, que’ mucchi d’oro messi al repentaglio d’una carta, se in costoro e in simili studiassimo i costumi d’allora, troppo facile ci riuscirebbe metter in beffa que’ popolani, che si divideano in fazioni non solo per Nicolotti e Castellani, ma pei varj candidati a beccamorto; che dovendo partire anche per un solo giorno, faceano addio di qua, addio di là; che all’udir una fucilata scappavano come i colombi. Chi vede anch’oggi esprimersi le stesse meschinità degl’istinti in iscene che non palesano tampoco bontà di cuore, sentesi inclinato a compatire, e a piuttosto rimpiangere quelle giornate di Venezia, ove il popolo intero e moltissimi forestieri in begli abiti e in bauta passeggiavano sotto le procuratìe o scivolavano in gondola, chiacchierando, celiando, pizzicando ciliegie, uva, fichi, gustando un’infinita varietà di zuccherini e canditi, e di sorbetti e gelati, o l’indispensabile vin di Cipro e il prelibato caffè di levante; mentre la poveraglia dilettavasi ai poponi, ai cocomeri, alle zucche barucche, ai frutti di mare; e i giovanisolaziericercavano rinomanza di eccellenti al vogare, al lanciar il pallone, ad abbattere tori; e icortesanpompeggiavano[194]; e tutto ciò fra un’incessante armonia di violini e ghitarre, e i lazzi d’un pantalone e d’un arlecchino, o l’improvvisare d’un poeta, o il cantare Rinaldo ed Erminia; spensierati sul domani, che sarebbe lieto non meno dell’oggi. E grandemente amavasi il cantare; «cantano i mercanti spacciando le loro mercatanzie; cantano gli operaj abbandonando il lavoro; cantano i barcajuoli aspettando i loro padroni: il fondo del carattere nella nazione è l’allegria; il fondo del linguaggio veneto è la lepidezza»[195].

Non v’era quel progresso ch’è laboriosa missione dell’uomo quaggiù: pure quasi sono fiori sbocciati fra i bronchi della vita; e non ci basta il cuore d’aborrirli quando li troviamo surrogati da un sistematico fremere, e indignarsi e deplorare i tempi, e riprovare il Governo qualunque sia, e piangere i figli rapiti dalla coscrizione, le sostanze decimate dalle imposte, la gioja compressa dalla Polizia.

Quello sfarzo de’ patrizj, circondati da stuoli di servi e cameriere, con ville pompose come reggie, gavazzanti di compagnia e di banchetti; e i teatri divenuti materia di diplomazia, e il frenetico giuoco, e il lusso de’ cavalli e de’ vestiti, e le donne sfavillanti di gemme e di spirito quanto scarse d’educazione e di condotta; e le caccie fragorose, e il ligio abate e le cameriere civette, e i gondolieri mezzani, e i cortigiani bravacci, e i servigevoli parrucchieri, disdicono a un gran popolo, ma non bastano a farlo perire. Perì forse l’Inghilterra, che pur era la maestra di quelle e peggiori depravazioni?Nè gli altri paesi d’Italia valeano nulla di meglio; se non che Venezia spiccava di più per le gloriose tradizioni, ed ebbe scrittori che ne tramandarono ai posteri, come le glorie, così lo scadimento.

La nobiltà provinciale, improvvidamente esclusa da ogni partecipazione alla sovranità della dominante, aborriva quel Governo perchè l’invidiava; ma la plebe, in nullità così spregiata da soffrire che i nobili sputassero sulla platea dai privilegiati palchetti, mostrava sempre e riverenza e affetto ai patrizj, cui il costume cercava avvicinarli con varie gradazioni di patronato. Talvolta fin cencinquanta compari assisteano al battesimo de’ patrizj, e sempre doveano essere plebei; pena l’esiglio al sacerdote che ne tollerasse uno patrizio: fin coloro che portassero lo stesso nome (senso) riguardavansi in qualche modo imparentati. Rispettosa fin alla bassezza, la plebe sfuggiva d’urtare in questi, più fastosi che soperchiatori, alle cui spalle viveva allegra, senza gloria ma senza bisogni, piuttosto spensante che rassegnata. Quando Paolo di Russia e sua moglie godettero lo spettacolo della caccia del toro in piazza San Marco, stupirono al vedere tra gente affollatissima bastare a tener l’ordine quattro fanti degl’Inquisitori colla loro bacchetta nera.

Nel 1783 s’una popolazione di tre milioni e mezzo le entrate non eccedevano sei milioni e settecentomila ducati, e le spese sei milioni e seicentoventicinque mila, con un debito di quarantaquattro milioni. Questa tenuità dell’imposta obbligava nei bisogni a far prestiti o aggiungerne di straordinarie, le quali mal ideate o mal percette, rendeano scarsamente, e così esponeano la Repubblica a soccombere a paesi, dove nell’esigere non s’avea rispetto a necessità de’ sudditi e in tempi in cui non si trattava di far felici i paesi ma di farli forti.

Noi veneriamo la libertà dovunque un lampo cen’appaja, e comprendiamo donde traggano gli astj coloro che, talvolta in senso opposto, piaccionsi a calunniare Venezia o insultarla; ma inverte l’ordine della libertà chi la fa protettrice del monopolio, de’ privilegj di pochi sovra la moltitudine. È obbligo d’un Governo sviluppare gli elementi vivificanti della società, e reprimere i deleterici. Or Venezia aveva per assioma, — Di Dio si parli poco, della serenissima nè ben nè male».

Intelligenza unita al cuore forma l’eroismo, e per questo Venezia era ingrandita, della cui storia il tratto più caratteristico può dirsi l’amor di patria, che splende in ogni colpo di pennello e di scalpello, in ogni libro, in ogni festa, ne’ grandiosi sagrifizj per lo Stato, nel gratuito servirla. Or esso soccombeva al morbo del secolo, il razionalismo, che spegneva tutti gli entusiasmi, e sostituiva idee e costumanze forestiere col titolo di filantropia, d’universale cittadinanza. Ed ecco agli abiti caratteristici sottentrare quelli alla Montgolfier, alla Figaro, al globo di Roberto, e cappellini alla Basilio, alla vedova di Malabar, e i Caracos; gli uomini vestir all’inglese; leggersi gli Enciclopedisti, più pericolosi ove non porgeasi educazione bastante per confutarne il dubbio epigrammatico o la miscredenza; gli stessi preti talvolta dal pulpito o li lodavano o gl’imitavano.

Poi si vollero aver qui pure, altra imitazione forestiera, le loggie massoniche. Pare ve le impiantasse un Sessa napoletano; e v’erano affigliati conti, abati, negozianti, massime gioventù, che da quella consorteria trovavasi giovata nel viaggiare in paesi forestieri, e dalla conoscenza delle straniere attingeva lo sprezzo delle patrie istituzioni. Quegli oculatissimi Inquisitori non ne vennero a conoscenza che pel caso, dicesi, d’un Girolamo Zulian che dimenticò in gondola un rotolo di carte massoniche, il quale fu portato all’Inquisitore di Stato.Subito invasa la loggia presso San Simon Grande, se ne asporta quel mistico e burlesco corredo di teschi, di pentagoni, di seste, di tamburi, di cazzuole, di grembiuli, e son bruciati al cospetto del popolo, che li crede stregherie: vengono proibite anche le loggie aperte a Vicenza e Padova, cui erano aggregati il Carburi, il Festari ed altri professori; ma non s’inflisse castigo agli aggregati, potenti troppo e numerosi; e ben presto nuove congreghe furono surrogate.

Le idee dell’universale egualità ivi professate doveano rendere esoso un Governo fondato sul privilegio d’una classe; e principalmente arridevano ai nobili poveri, classe pericolosissima in libero Stato, e che dalla chiesa di San Barnaba intorno a cui abitavano, erano intitolati Barnaboti, discendenti dai cadetti delle famiglie principali e da quelle aggregate in occasione della guerra di Chioggia. Brogliar voti per le magistrature, sollecitare ne’ processi, scroccare strisciando avanti ai ricchi, sbraveggiare sopra i poveri, biscazzare, erano le occupazioni di costoro, le cui donne fra’ loro privilegi contavano quello di poter mendicare in zendado. Carichi di debiti e di superbia, insultavano ai creditori come a villani, e li costringevano a lunghi processi, donde sguizzavano all’appoggio d’altri nobili.

Chi dicesse a cotesti che era un’ingiustizia il non equipararli agli altri nobili, che aveano diritto naturale a tutti gl’impieghi e gli onori, trovava facile ascolto e pronto fermento, siccome chi oggi vanta al povero il diritto di aver lavoro o di dividere le ricchezze col capitalista. Pertanto costoro ordirono di sovvertire la Repubblica, uccidere il doge Paolo Renier, la Signoria e gli affezionati al Governo, per surrogarvi Barnaboti. Si disse quel che si dice sempre, cioè che avessero intesa coll’imperatore, ch’egli darebbe diecimila soldati, ed essi gli cederebbero la Dalmazia. Gl’Inquisitori di Statoscopersero dove Giorgio Pisani teneva il piano della congiura, e un pitocco potè carpirglielo senza ch’egli se ne avvedesse. Il Pisani si presenta candidato alla dignità di procuratore di San Marco; e riuscito per appoggio dei Barnaboti, fa la solenne entrata, ma al domani è arrestato e chiuso in fortezza, e così Carlo Contarini, Pier Alvise Diedo, Matteo Dandolo; e la plebe si rallegra di non essere caduta in man de’ nobili poveri, che ai vizj degli altri avrebbero unito l’avidità stimolata dal lungo digiuno.

Primeggiava tra’ Franchimuratori Angelo Quirini, che ne’ viaggi avea conosciuto i filosofisti svizzeri e francesi, riverito a Ferney Voltaire, a Colmar Corrado Pfeffel, loro patriarchi. Molto egli aveva studiato i libri del granconsiglio e la legislazione arcana, e divenuto avogador del Comune[196](1761) a concorrenza con Giovanni Donà, usò ogni prova per mozzare la potenza dei Dieci. Ma gl’Inquisitori lo fanno arrestare e tradurre in terraferma. Si esclamò alla minacciata libertà, e siccome soleasi alla morte del doge e ne’ casi più urgenti, si adunarono cinque correttori delle leggi, magistrato temporario che proponeva riforme al maggior consiglio, il quale ne risolveva prima di nominare il principe.

Quello spaventoso tribunale dei Dieci poteva essere distrutto da un momento all’altro, bastando non dar a nessuno voti sufficienti per entrarvi; e così avvenne allora in ben quattro votazioni, sicchè pareva cassato. Alcuni però de’ correttori dissentivano; e Marco Foscarini, insigne per letteratura e ambascerie, e per la franchezza d’un discorso dove avea patrocinato la Dalmazia contro lo sciagurato governo che se ne faceva, dissedavanti al maggior consiglio un’arringa, ch’è delle più eloquenti fra le politiche, mostrando esagerato il concetto della fierezza di quel tribunale; giovar le denunzie secrete, altrimenti per paura non si farebbero; mentre l’oscurità de’ giudizj pareggia ogni esterna accidentale differenza della nobiltà veneta, e anche i patrizj più altamente locati sottopone all’egual giustizia. Ogni cambiamento nel governo tendere alla distruzione di questo; le soddisfazioni concesse all’imperita moltitudine aprir la via a nuove pretensioni; e ne sarebbe avvilita in faccia ai principi l’opinione del governo, e minacciata la città di corruttele, ch’erano sconosciute ai maggiori[197].

La proposizione per allora venne messa da banda, fra immensi applausi del maggior consiglio e della popolaglia che volea bruciar le case dello Zeno e del Malipiero oppositori, mentre faceva falò a quella del Foscarini: ma nel 1779 fu riprodotta ad istanza di Domenico Contarini, barnaboto che coll’avvocheria s’era acquistato denaro e nome. Egli tratteggiò al vivo lacorruzione de’ costumi, il caro de’ viveri, gli abusi degli uffiziali, che carchi di miseria e di fame, non servono e mangiano; e scarsamente provvisti, pure vivono da gran signori.

Molti anni si protrasse il dibattimento, e ne provennero scissure. Paolo Renier, essendo bailo a Costantinopoli, speculò sì opportunamente, da guadagnare novantamila zecchini, coi quali comprò i voti degli elettori e gli applausi del vulgo per ottenere il corno ducale. Forse le sono dicerie di partito; il fatto sta che, salito doge, si oppose di tutta forza ai novatori coi quali avea intrigato nel 1762, e diceva: — Le eccellenze vostre vogliono il ben apparente o il ben reale? Se il reale, non v’è bisogno di correzione: basta che lo vogliano e l’hanno. Il loro ben reale è di curar la Repubblica, è la concordia degli animi, è il sospirar tutti d’accordo al decoro, alla grandezza, alla gloria della nostra patria... Noi che abbiamo servito e dentro e fuori, sappiamo come pensano i monarchi, e avvertiamo le vostre eccellenze a pensare seriamente. I monarchi, per la loro organizzazione, per la differenza del lor governo, per la grandezza loro, per le speranze, per la soggezione dei loro sudditi, odiano mortalmente tutte le repubbliche, e quest’odio è radicato fin dai secoli più lontani in tutta l’Europa, e lo dice perfin Cicerone parlando del popolo romano; oggi poi tutti i monarchi, muniti di somme forze, hanno coperto di vilipendio le repubbliche, ormai ridotte pochissime in Europa. Le eccellenze vostre fortunatamente per la felice situazione del loro Stato sono sicure pel sito, ma non lo sono già pel dominio. Oggidì tutti i monarchi stanno oculati sulla Repubblica; tutta l’Europa aspetta di vedere lo sviluppo di nuove cose, per cui sono sempre pronti: poichè se l’ambizione e l’interesse sono passioni potenti in noi, sono potentissime ne’ monarchi, attenti semprea dilatarle, e a non perder occasione di dar loro nuova esca. Da queste nostre presenti combustioni, i sovrani stanno per formare il loro giudizio. Chiamo Dio Signore in testimonio; io mi trovai a Vienna nei tempi torbidi della Polonia, e là ho sentito più volte a ripetere:I signori Polacchi non vogliono aver giudizio, vogliono contender fra loro; l’aggiusteremo noi, ci divideremo la preda, perchè uno Stato che si governa male da sè, chiama gli stranieri a governarlo. Se c’è Stato che abbia bisogno di concordia siamo noi, che non abbiam forze terrestri nè marittime, non alleanze, viviamo a sorte, colla sola idea della prudenza del Governo della Repubblica veneziana. Questa è la nostra forza».

È lode l’aver preveduto i pericoli: ma è troppo vulgare il distoglier dalle riforme col mostrarne le eccedenze; l’impedire che si correggano istituti, colla speranza che si migliorino gli uomini. La proposizione del Contarini, sulle prime sostenuta a gran voci, fu poi abbandonata dai più; si continuò nel letargo vizioso, e la plebe applaudì agli oppositori della riforma, insultò ai promotori, il Contarini fu relegato a Cataro, altri altrove; e i conservatori applaudendo a se stessi, aspettavano dal turbine quelle mutazioni che fatte a tempo lo avrebbero prevenuto.

Pure questo poco che dicemmo basterebbe già a mostrare che Venezia non rimase stazionaria allorchè il progresso avventavasi ad una rapidità disordinata. Nel 1735 fu dichiarata portofranco la città, per imitare ciò che l’Austria avea fatto con Trieste, e il papa con Ancona. Il Goldoni, tornando da’ suoi viaggi, rallegravasi nel veder illuminata Venezia, mentre buje rimanevano le vie delle metropoli da lui visitate. Nel 76 l’architetto Macaruzzi inventò l’edifizio per la fiera, di legno sì ben congegnato che in cinque giorni si piantava,in tre si riponeva. Nel 70 il senato fece raccogliere tutte le leggi dimassime di governo, cioè di materia feudale dal 1328 innanzi: vera legge nuova fu il codice per la marina mercantile, che si pubblicò nell’86: il magistrato delle acque radunava pure tutte le ordinanze relative ai porti e alle lagune: le prime leggi organiche sullo scavo delle miniere sono dovute a Venezia (6 marzo 1679 e 18 settembre 1784), e prepararonsi gli statuti civili e criminali, che furono presentati al senato nell’89.

Venezia non era dunque così decrepita, e basti citare la gigantesca opera de’ Murazzi, diga marmorea opposta al mare,ausu romano, ære veneto, dal 1744 all’82[198]. Non che difettasse di lettere, pochi altri paesi la poteano pareggiare. Oltre quelli di fama europea, quali Marco Foscarini, Apostolo Zeno, i due Gozzi, il Goldoni, Benedetto Marcello, Angelo Maria Quirini, vi fiorivano i poeti Ermolao Barbaro, Daniele e Tommaso Farsetti, i Valaresso, la Cornelia Barbaro Gritti, amica di Metastasio, di Goldoni, di Frugoni; suo figlio Francesco che tradusse ilTempio di Gnidoe laPulcella, e fece apologhi in veneziano; il Vitturi e il Chiribiri, che fecero versi troppo lepidi per prete[199]. Angelo Dalmistro, ammiratore del Gozzi, parve emularne il brio e la correzione: Giuseppe Manzoni fu autor di favole che ancora si ristampano: Leonarducci dettò la cantica della Provvidenza in modi danteschi: l’abateAntonio Conti, buon matematico, fece anche tragedie discrete: Zaccaria Valaresso nelRutzwandscandparodiò l’Ulissedel Lazzarini. Tre fratelli Barbarigo furono tutti frati e buoni letterati. Zaccaria Sceriman fece ilViaggio di Enrico Wanton ai regni delle scimie, e Francesco GrittiLa mia storia, opera narcotica del dottore Pifpuf(1767), romanzi ben superiori a quelli del Chiari, come delle migliori memorie del secolo erano quelle di Carlo Gozzi, del Gratarol, e pur troppo del Casanova, che abbandonandosi agl’istinti d’una natura frivola e sensuale, scrisse poi come operava, cioè senza pensarvi, e fortunatamente non può prendersi per tipo nè del veneziano nè dell’uomo.

Girolamo Giustiniani, lodato in magistrature, teneva in casa un’accademia di eloquenza estemporanea. Una per le scienze ecclesiastiche s’aprì in San Francesco delle Vigne, segretario Giacomo Agostino Gradenigo, poi vescovo di Chioggia e di Ceneda, e scrittore. Quasi un’accademia erano le case di Giustina Michiel e d’Isabella Albrizzi, alle quali i forestieri sollecitavano l’onore d’essere presentati. Flaminio Corner, illustratore delle chiese venete, una raccolta di lettere e documenti regalava a San Michele di Murano: Teodoro Correr con mediocri mezzi procacciò un tesoro d’arti e letteratura patria, che poi lasciò al Comune: Filippo Farsetti, oltre spendere un milione di ducati nella villa di Sala, fece modellare in gesso i capi della scultura antica e moderna, in sovero e pomice i ruderi di Roma, copiar le pitture di Rafaello nelle loggie Vaticane e del Caracci nella galleria Farnese, e con bronzi, modelli, schizzi gli espose nel suo palazzo a chiunque volesse profittarne, incoraggiandovi anche con annui premj: suo cugino Giuseppe Tommaso, cavaliere di Malta, invitò i poeti a illustrar ciascuno qualche capo di essa galleria: Natale delle Laste ne fece la descrizione latina, sicchèla fama se ne diffuse a tutta Italia. Il qual Tommaso scrisse versi in italiano e meglio in latino, e raccolse una biblioteca che emulava la raccolta del cugino, e che con pari liberalità apriva agli studiosi.

Il senatore Zulian incoraggiava il Canova e Pierantonio Serassi; dal Volpato faceva incidere la pianta di Padova di Giovanni Valle; e com’era consueto ai nobilomini, menò seco a Costantinopoli il naturalista Fortis, il botanico Cirillo, lo Chevalier che illustrò la pianura di Troja, e raccolse insigni anticaglie, fra cui il Giove Egioco, uno de’ più vantati cammei antichi, che lasciò alla Marciana con altre preziosità. Antonio Cappello, procuratore di San Marco, di cui son famosi i dispacci che di Francia scrisse alla Serenissima, procurò molte belle edizioni, fece eseguire a bassorilievo i fatti della guerra di Troja dal Canova, al quale innalzò poi una statua nel prato della Valle, come il senatore Falier aveagli ottenute le prime assistenze e commissioni. Francesco Pesaro procurò l’edizione genuina della storia del Bembo e delle opere del Gozzi.

Francesco Foscari senatore attese alla pubblicazione di grandiose opere, quali ilTesoro delle antichità sacrein trentasei volumi, e laBiblioteca de’ padri antichi greco-latini. Sebastiano Crotta lasciòMemorie storico-civili sul governo della repubblica; la cui storia uffiziale, dopo l’aspro e incolto Garzoni fu scritta da Marco Foscarini, poi da suo figlio Francesco nel 1774, e la illustrarono pure Giannandrea e Gian Benedetto Giovanelli, e più rinomato Vittor Sandi, che dettò laStoria civile dalla fondazione di Venezia sino al1767, con goffo stile ma cognizioni estesissime, profittevoli ai posteriori. Gian Domenico Tiepolo scrisse sugli uffizj municipali di Chioggia, poi confutò il Daru. Giambattista Galliciolli, raccoglitore instancabile e coscienzioso di profane e sacre memorie intorno agli usidi Venezia, che le lingue orientali parlava come la natìa, fece laFraseologia biblica, unTrattato dell’antica legislazione degli Ebrei, l’Origine dei punti, Pensieri sopra le settanta settimane di Daniele[200]. Orientalista valentissimo era Carlo Visconti prete di San Trovaso; e il Lalande dà per uno de’ maggiori ellenisti Giambattista Schioppalba.

Illustri medici vi fiorivano, il Lotti, il Paitoni, il Pellegrini, il Pezzi, il Cullodrovitz, ii Gallino, l’Aglietti: Gian Girolamo Zannichelli di Spilimberto avea inventate le pillole di Santa Fosca, mentre continuava in credito la misteriosa teriaca. Nel fôro, carriera che tanti allettava per la pubblicità e per guadagni, ebbero fama il Gallino, l’Alcaini, lo Stefani, lo Svario, il Santonini, Carlo Cordellina, che per la reputazione di probo, pratico eloquente, acquistò ingenti ricchezze, e ben ne usava, accogliendo il fiore de’ grandi, de’ dotti, de’ forestieri; superbi palazzi alzò, uno a Montecchio Maggiore, ove per cinquant’anni continuò splendida villeggiatura, l’altro a Vicenza architettato dal famoso Calderari, dove si ritirò a vivere gli ultimi anni, e di cui fece poi dono a quella città.

Gianmaria Ortes abbiamo già mentovato fra gli economisti. Matteo Dandolo alla traduzione deiSaggidi Hume sul commercio prepose una lettera sui modi di rifiorire quello di Venezia. Francesco Zanetti per la dissertazione sull’Egitto avanti i Tolomei ebbe un premio dall’Istituto di Francia, uno per l’altra sugli attributi di Saturno e di Rea; suo fratello Anton Maria, custode della Marciana, pubblicò il catalogo de’ manoscritti di questa e della pittura veneziana[201]. Mentre Zaccariainfervoravasi in polemiche letterarie e teologiche di senso papale, il teatino Contini sosteneva le opinioni giansenistiche e leopoldine. Giacomo Coleti gesuita continuò l’Illyricum sacrumdel Farlati e dissertò sugli antichi pedagoghi; Demetrio Coleti proseguì l’opera dell’Ughelli, e fece un dizionario storico-statistico dell’America meridionale(1772), dove a lungo dimorò; Nicolò Coleti assistette alla ristampa del Labbe arricchendola, e in loro famiglia si accolse la più ampia raccolta di storie generali e particolari d’Italia. Il librajo Modesto Fenzo diè fuori la lodataBiblia sacra cum selectissimis literalibus commentariis; il padre Giacomo Maria Paitoni unaBiblioteca de’ volgarizzatori di greci e latini, ben più ricco dell’Argelati; il Canciani raccolse leLeggi de’ Barbari; altre cose il padre Angelo Calogerà; il Rubbi unParnaso italianoe uno de’ traduttori, un epistolario, ed altre compilazioni non prive di gusto. Il Mittarelli, oltre far il catalogo della libreria di San Michele a Murano, ajutò il Costadoni nell’illustrare le cose ecclesiastiche e principalmente l’Ordine de’ Camaldolesi, nel quale allora viveva a Murano Mauro Capellari, divenuto poi Gregorio XVI.

Nelle scienze positive il padre Giovanni Crivelli diede elementi di geometria, fisica, aritmetica, e prese parte alla quistione di Leibniz sulle forze vive, come pure il Polleni. Giambattista Nicola trattò della soluzione analitica del caso irreducibile. Lo Zendrini primeggiò fra gl’idraulici. Ignazio Vio fu lodato naturalista. La musica vi gareggiava colla napoletana.

Andrea Tirali ben architettava secondo il gusto d’allora; Pierantonio Zaguri, discreto poeta, fu non felice artista; ben migliore il Temanza. Pietro Longhi ritrasse i costumi con comica verità, ingegno, allegria, e talvolta sconcezza. Era recente la memoria del Tiepolo, del Canaletto, del Piazzetta. Lo scultore Ferrari Torrettisentiva il bello, pur dolendosi di non saperlo raggiungere; ma quanto procedesse al meglio appare dalla differenza che corre fra le statue della facciata de’ Gesuiti e quella dell’Emo all’Arsenale, e fu maestro al Canova, veneto anch’esso. Antonio Diedo architetto, poi segretario dell’accademia delle belle arti, lasciò fabbriche e libri. Silvestro Dandolo nella spedizione contro i Barbareschi acquistò l’esperienza di mare, che il fece segnalato fin al 1847.

L’Università di Padova conservava l’antica reputazione, e oltre i nostri, venivano a educarvisi i Greci, e ne uscirono Ugo Foscolo, Delviniotti, Coletti, famoso nelle successive vicende: e là nel 1765 s’istituiva la prima cattedra in Italia d’economia rurale, coperta dall’Arduino, che tanto favorì le società agrarie, formatesi in tutto il dominio.

Ricche biblioteche possedettero il Giovanelli, che la sua lasciò alla chiesa di San Marco; Giovan Giustiniani, che l’univa alla Marciana; Pietro Grimani, d’eloquenza impareggiabile, membro della regia Società di Londra, poi doge nel 1741. Quella di Matteo Pinelli, descritta in sei volumi dal Morelli, fu poi venduta a Londra come quella del medico Paitoni. Il quale Jacopo Morelli fece pure il catalogo de’ manoscritti posseduti dai Nani, e delle storie d’Italia dei Farsetti; un trattatoDella letteratura veneziana nel secolo XVIII[202]; unSaggio sulle pompe nuziali de’ Veneziani(1793); e fu un Varrone per dottrina, giovandone chiunque il richiedeva; e introdusse di stampare qualche antica scrittura inedita, invece delle scipite raccolte per nozze e monacazioni.

Il gesuita Luigi Canonici adunava un medagliereprezioso, una raccolta singolare di crocifissi e moltissimi libri, fra cui quattrocento edizioni della Bibbia in cinquantadue lingue. Anche il poeta Girolamo Ascanio Molin lasciò alla Marciana molti libri e numismi; e ricca collezione di dipinti e incisioni all’accademia di belle arti. Si hanno a stampa i cataloghi delle biblioteche Pinelli, Pisani, Svajer, e di molte corporazioni religiose; e così della biblioteca e del gabinetto del cavaliere Giacomo Nani, le cui monete cufiche vennero alla Marciana. Il senatore Andrea Memmo, mecenate del Lodoli, governando Padova vi fece il prato della Valle e l’ospedale. Lorenzo Memmo stampò ilCodice feudaledella repubblica. Nicolò Antonio Giustiniani, vescovo di Verona e Padova, pubblicò molte opere ecclesiastiche, e a Padova alzò un ospedale, e lasciò la sua biblioteca all’Università. E ospedale e biblioteca pose a Udine ov’era vescovo Gian Girolamo Gradenigo, autore delleCure pastorali, dellaBrixia Christiana, e dellaLetteratura greca in Italia. Pierantonio Zorzi, vescovo di Ceneda, poi di Udine e cardinale, fu studioso della poesia e dell’eloquenza. Gian Andrea Avogadro, vescovo di Verona, era stato predicatore lodatissimo. Lodovico Flangini, traduttore dell’Argonauticapoi cardinale, succedette nel patriarcato di Venezia al pio quanto dotto Giovanelli. Pietro Zaguri vescovo di Vicenza a quei poveri lasciò il poco che vivo non avea distribuito dell’aver suo, e confutava Rousseau nelPiano per dare regolato sistema al moderno spirito filosofico. Il seminario di Padova fu rifabbricato dal vescovo Carlo Rezzonico, che poi fu papa Clemente XIII. Crema si ricorda del vescovo Gandini, che combatteva i filosofanti, come il conte De Cattaneo e Troilo Malipiero, e il Zorzi che divisò un’Enciclopedia italiana.

A Venezia si stampavano i migliori giornali, siccome la raccolta d’opuscoli del Calogerà e del Mittarelli; ilGiornale letterariodi Apostolo e Caterino Zeno, proseguito poi dal Lami; laFrusta letterariadel Baretti; l’Osservatoredel Gozzi; laMinerva, ilCorriere letterario, laBiblioteca moderna, che dava estratti de’ libri nuovi; l’Europa letterariadella Caminer Turra; ilGiornale de’ confini d’Italia; oltre i giornali medici dell’Aglietti e dell’Orteschi, e quel di scienze naturali e commercio del dottore Griselini.

Senza recitare tutti i nomi onde Venezia allora si abbelliva, tanto basti a provare che non era nè più pervertita nè più ignorante d’altri paesi, come si piacquero dipingerla quelli che vollero scolparne l’assassinio. Bensì le mancavano le qualità che in altri popoli poteano elidere i difetti, e tra esse il valor militare, in un tempo in cui acquistava predominio la forza armata. Lusinga del secolo erano la pace e i progressi pacifici, e nessuno in Italia pensava a sciupare in armi i tesori ch’erano reclamati dai miglioramenti civili. Neppure Venezia lo fece, laonde si trovò incapace di resistere alla nuova arbitra del mondo.

La marina mercantile non contava meglio di quattro o cinquecento navi, e la militare una dozzina in acqua, e venti interminabili sui cantieri. Per aborrimento alle innovazioni, si conservò ai vascelli la foggia antica; segrete le pratiche di costruzione, come i processi della chimica.

Le galeazze erano state riformate nel secoloXVII; e la descrizione e il disegno dati dal Coronelli mostrano che i remi aveano cessato di disporsi a tre per banco come nelle antiche, ma equatamente lungo i due fianchi, in numero di quarantanove, lunghi quarantadue piedi, mossi ciascuno da sette uomini. Oltre questi trecenquarantatre remiganti, ogni galeazza portava ducento soldati cogli uffiziali, sessanta marinaj, un comíto, un pedota, uno scrivano, un chirurgo, un medico, quattrocapi bombardieri, otto bombardieri, due remaj, quattro calafati, quattro marangoni. Il governatore e il nobile teneano per proprio servigio un cappellano, un computista, e uffiziali e ministri: sicchè l’equipaggio constava di settecento uomini. I trentasei pezzi d’artiglieria di bronzo pesavano da ottantanovemila libbre venete: aggiungansi i moschettoni da forcine, appoggiati alle sponde, i brandistocchi, le spade ed altre armi. Una galeazza bellica costava cenventimila ducati, e l’annuale mantenimento dell’arme ducati ventiseimila quattrocento, non computando il biscotto, la polvere e le altre munizioni. La Repubblica ne avea sei[203].

La miglior canapa si trae dal Padovano; e la Signoria, invece di farne provviste pel sartiame, obbligava a deporre nell’arsenale tutta quella che giungesse a Venezia; col che i mercanti trovavansi accomodati di magazzino gratuito, e il Governo conosceva di quanta potesse disporre, avea priorità nella scelta, e non comprava più dell’occorrente. Le corde riuscivano sì bene, che si davano per ogni nave quattro soli cavi di rispetto, mentre Inglesi e Francesi ne davano sei. Però le navi di Venezia erano costrette avere poca carena in grazia de’ bassi fondi[204], e quindi poco minacciose: alcune da cento cannoni non uscirono che per pompa.

Al crescere della potenza turca erasi sentito il bisogno d’avere galee stabili, e nel 1545 s’istituì il magistrato alla milizia di mare. Le ciurme erano tutte d’abitanti del dogado, fra i sedici e i cinquant’anni, che s’iscriveano ogni due anni; doveano sommare a diecimila, ma poi furono or più or meno, e si potè anche redimersene a denaro: in caso di bisogno levavansi, ed erano divisi inartigiani, pescatori, gondolieri, i quali ultimi venivano posti su galere di scuola, servendo al solo esercizio ordinario; e sebbene volontarj, teneansi alla catena fin all’imbarco. Per le navi grosse voleansi marinaj già sperimentati. I forzati aveano pessimo trattamento; non ospedale, e ammalandosi doveano pagare medicine e medico; si permetteva andassero a terra come facchini e servitori per guadagnarsi le prime necessità; gravavansi di debiti, e così finita la pena bisognava rimanessero per ispegnerli. Ai capitani stessi delle galee spettava la spesa delle provvisioni e degli uomini; nè la Repubblica li stipendiava se non dal punto che mettessero alla vela. Voleasi con ciò impegnare i ricchi agli armamenti, e distogliere i nobili poveri dai comandi, sicchè ne rimanesse il lucro ai denarosi. Gl’impieghi dell’arsenale erano poco più che titoli senza peso, i figli sottentrando ai padri se n’intendessero o no. Da seicento ragazzi, ignoranti malgrado i dieci maestri, vagabondavano scroccando, finchè giunti all’età, per impegni o per riguardo venivano accettati nell’arsenale, dove stavano scioperi, essendovi obbligati al lavoro appena un giorno alla settimana o al mese. I famosi boschi erano dilapidati, intanto che le navi non reggeano al mare; mancavasi d’ingegneri, di maestranze, di marinaj; tanto più dacchè la Russia, che allora compariva a competere la padronanza del mare, ingaggiava i Greci e i Dalmatini. Nel 1774 si mutò sistema, e lo Stato assoldò gli equipaggi, mentre il progresso degli stranieri indusse a migliorare anche qui le costruzioni navali.

Venezia non era mai stata potenza guerresca di primo ordine, e più che a minacciare Italia attendeva a difendersi in Levante; non volle adottare eserciti stabili e nazionali come la restante Europa; e nelle guerre comprometteva l’unità del comando col mettere a fiancode’ generali un provveditore. Lo Schulenburg aveva nel 1729 esibito un sistema d’armamento, che importava diciottomila cinquecento fanti, e due mila fra cavalleria, artiglieria e genio: ma l’artiglieria principalmente rimase trascurata. Pochissime truppe avea Venezia in terraferma; di più in Dalmazia e nelle isole di Levante, formate di forestieri, oltre il reale macedone, reggimento di Albanesi: ma accettavansi senza cautele, non si esercitavano per risparmiar la polvere, teneansi sparsi in modo da perdere ogni uniforme disciplina e soggezione, ridicoli per divise cenciose, temuti per fame e sete insaziabile, mal riparate sotto frasche, intesi coi contrabbandieri e coi masnadieri, dei quali talvolta usurpavano il mestiere, o più innocentemente applicavansi all’agricoltura. I tre reggimenti di cavalleria, croati, corazzieri, dragoni, sparsi a drappelli per paesi donde non erano mai mutati, il più che facessero era portar i messaggi e le intimazioni curiali. Le cernide poi, che non assumevano l’armi se non per guerra guerreggiata, vi si ascriveano solo per aver licenza di portar armi e agevolezza di contrabbandare tabacco, sale, polvere. I soldi facevansi stentare, e i provveditori bisognava supplissero con prestiti sul proprio credito. Dopo la pace di Passarowitz le fortezze lasciaronsi conquassate e cadenti, con moltissimi cannoni ma smontati, moltissima polvere, ma spesso guasta e fradicia; sottilissime le guarnigioni: nelle fosse si seminava; sugli spalti eransi piantati ulivi e gelsi, e la vite intrecciava i pampani ai vilucchi e ai caprifichi delle feritoje: di rado i bombardieri faceano spettacolo di sè, del resto piazzeggiavano al sole della riva degli Schiavoni e all’ombra delle procuratie[205].

Oh sì! appena jeri Venezia ha mostrato che l’incomparabile sua posizione può farla resistere alle forze d’un grand’impero; ma a tal uopo voglionsi ed esaltazione di sentimenti, ed esempio di vicini, e speranza in lontani, e concordia interna; e di questa appunto sentivasi il supremo difetto non colà solo ma in tutta Italia.

Pure sfavilla sugli ultimi giorni di Venezia l’astro di Angelo Emo. Conobbe egli i difetti della marineria, e cercò introdurre nelle costruzioni le teoriche di Bouguer; ed essendosi fatto un vascello da settantaquattro con gli alberi connessi, mentre prima anche i maestri erano d’un pezzo solo, quali ne porgevano le selve di Cansiglio e di Avronzo, egli fu spedito (1755) con questo e con due fregate a rincacciare i pirati del Mediterraneo, dove abituò le disusate ciurme a sfidare gli elementi e il fuoco nemico. Come almirante governator di nave (1765), cioè viceammiraglio, sforzò il dey d’Algeri alla pace, e fu eletto capitano delle navi, cioè ammiraglio (1769). Ne’ magistrati pacifici fece migliorare il modo delle esazioni, levare la pianta dell’estuario e impedirne le colmate: ottenne dalla gelosa Inghilterra laminatoj pel rame da rivestire le chiglie: pensava all’asciugamento d’un gran tratto del Veronese: coll’Austria, che pel lido degli Uscocchi spingendosi al mare, aveva incessantemente turbato i Veneti, fece un accordo per la navigazione del canale della Morlacca (1784). Spedito poi contro Tunisi, inventò le galleggianti, con cui affrontò e gli scogli di Fax e i bassifondi di quella Tunisi, che sebbene assai meno fortificata, avea respinto Carlo V: e quivi formò que’ marinaj, che da poi fecero bellissima prova, ma a servigio di stranieri. Costretto a ridursi nell’Adriatico per l’infausta guerra fra la Porta e la Russia, lasciò navi che tenessero in soggezione i Barbareschi, contro i quali accingeasi di nuovo allorchè a Malta morì (1792) non senza sospetto di veleno, prima di vedere i disastridella sua patria[206]. La quale fu in tempo di fargli erigere un monumento da un altro immortale suo figlio, di cui i primi passi erano stati incoraggiati da patrizj veneti, le prime opere erano state applaudite alla fiera dell’Assunta, ove, al modo de’ giuochi Olimpici, faceasi mostra d’ogni bellezza d’arti ingenue e d’industri.


Back to IndexNext