Chapter 11

Vuolsi poi nel Beccaria sceverare ciò che è speciale al diritto di punire, e ciò che vi pose quasi di episodico, desunto spesso dalle idee anticristiane de’ suoi contemporanei. Questi faceano guerra alla famiglia in nome della libertà individuale, e il Beccaria sostenne con Rousseau che le «sempre mediocri virtù di famiglia» si oppongono all’esercizio delle pubbliche (§ 59); dichiara che l’aver considerato lo Stato come un’aggregazione di famiglie anzichè d’uomini, autorizzò funeste ingiustizie, perocchè le famiglie sono monarchie, laonde la soggezione domestica abitua alla soggezione civile, e insinua nelle società lo spirito monarchico; laonde si avranno ventimila liberi, cioè i capicasa, ma ottantamila schiavi; e a misura che i sentimenti nazionali s’indeboliscono, rinforzano quelli di famiglia, comandando un continuo sacrifizio di sè all’idolo vanoche si chiama bene domestico; mentre invece «quando la repubblica è d’uomini, la famiglia non è subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli si assoggettano al capocasa per parteciparne i vantaggi»[117].

Ecco dunque il legame più sacro ridotto a un’accomandíta[118]; ecco la dipendenza confusa colla schiavitù,l’autorità colla tirannia; ecco smentito il genere umano che tra le garanzie d’ordine pubblico ha posto l’avere famiglia. Egli trova strano il beneficare i suoi prima degli altri, dicendo che «l’amor del bene in famiglia, idolo vano, insegna a restringere le beneficenze a piccol numero», quasi che idolo vano non possa dirsi anche l’amar il bene della società in cui si nasce, vale a dire la patria. Ma lo spirito nazionale per noi è lo spirito di famiglia ingrandito, e la costituzione politica deve farsene appoggio contro la mobilità dello spirito individuale. Distrutta la famiglia, la repubblica cadrà nel despotismo. Chi ne la salverà? «un dittatore dispotico, che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio per edificare quanto egli per distruggere». E così infatti dovrà intervenire. Ma il Beccaria procede più innanzi, e con Rousseau va sino a chiamare la proprietà «diritto terribile e forse non necessario» (§ 22), egli il quale pure avea difesa «la sacra proprietà dei beni» (§ 32) e detto che «scopo dell’unione degli uomini in società era godere la sicurezza della persona e de’ beni».

Tali sfuggite sono viepiù strane in lui, che molto s’occupò d’economia pubblica. In gravissimo disordineera caduta la moneta nello Stato di Milano, collo sparire alcune specie, affluirne altre, colpa dell’autorità che avea voluto intrigarsene con tariffe, dove valutavansi le monete forestiere meno esattamente che non sapesse farlo l’interesse privato. La causa non saltava così agli occhi ai contemporanei; e invece di qualche provvedimento amministrativo, se ne fece un’indagine scientifica, appoggiandosi i più ai concetti di Locke, il cui libroSulla moneta e sugli interessiera stato tradotto nel 1751. Il Beccaria, come il Neri, sostenne il valore intrinseco del denaro dover equivalere al legale, nè computarsi la lega e la monetazione; chiari gli errori di calcolo incorsi nella tariffa, propose un magistrato che vegliasse alle successive variazioni di corso, e proponesse i mutamenti che bisognassero.

La sua fama era volata lontano, e Caterina di Russia lo invitò a sè; ma il ministero austriaco trovò indecoroso il lasciarlo partire, e per lui istituì una cattedra di economia pubblica. Per quella il Beccaria compose lezioni sull’agricoltura e le manifatture, che poi furono raccolte dalle sue bozze non forbite; eppure sono opera più originale che non quellaDei delitti e delle pene. Oggetto dell’economia pubblica pone la ricchezza, la quale consiste nell’abbondare delle cose necessarie, delle comode, delle aggradevoli; sicchè riguarda l’agricoltura, le manifatture, il commercio, le finanze, la polizia, sotto tal nome abbracciando l’educazione, la sicurezza, il buon ordine. Omettendo le ciancie e le digressioni, prese a fondamento lamassima quantità di lavoro utile, cioè che somministra la maggior quantità di prodotto contrattabile. Sopra questa teorica, che prevenne quella dei valori permutabili di Smith, proclamò la divisione del lavoro prima di questo, ma come fenomeno, non come causa principale dei progressi; determinò i criterj di regolare il prezzo dei lavori; analizzòle vere funzioni dei capitali produttivi e le vicende della popolazione; volle moderata la libertà nella contrattazione de’ grani; e cogli Economisti proclamò la sterilità delle manifatture e la dottrina del prodotto netto.

Pochissimo confidava ne’ suoi concittadini, molti dei quali in fatti mormorarono contro di lui; ma il governatore, dico il governatore austriaco, lo tolse in protezione, lo pose nel magistrato politico camerale e a capo dell’istruzione, e ne chiese i consigli, fra’ quali furono quello d’una moneta conforme in tutta Italia e di misure divise per decimi, e desunte dal sistema mondiale. Colla buona indole poi acquistava credito alle dottrine che professava; scrisse contro il lotto, e sebbene chiamatovi dalla sua carica, non assistette mai alle estrazioni: eppure placido e fin timido, non credea doversi sagrificare la pace all’amore della verità; e appena il mondo l’ebbe conosciuto, egli si tacque.

Giovanni Lampredi fiorentino (-1793), oltre indagare debolmente la filosofia degli antichi Etruschi e confutare Rousseau e Samuele Coccejo, stampòJuris publici universalis, sive juris naturæ et gentium theoremata(1776), testo in molte Università, ove coordina le migliori opere anteriori, s’emancipa dai principj del diritto romano divenuti disopportuni, e sostiene che alle leggi positive precede sempre una immortale: vorrebbe le leggi diminuissero in proporzione dei progressi della civiltà, poichè il bene non si fa che spontaneo, e una legislazione complicata può divenire tirannica anche negli Stati liberi. Il diritto delle genti deduce da quel di natura, e annunzia non darsi verun legittimo impero se non sopra chi vi acconsente; e quando un principe cede qualche suo Stato, i cittadini di questo non essere tenuti a obbedire al nuovo padrone. Intorno alle relazioni fra i popoli neutri in tempo di guerra, stette per l’opinione più liberale confutando Galiani.Fu tacciato di ligio perchè sostenitore della maggioranza de’ vescovi contro il Ricci.

Domenico Azuni pubblicò (1827) unDizionario universale ragionato della giurisprudenza mercantile, ben diverso da quello del Savary, giacchè tira a mostrare i principj della ragion commerciale, e risolverne le controversie: invece di trarre iPrincipj del diritto marittimo dell’Europadai puri fatti, rimonta alla ragione universale. Poi in francese trattò sull’origine della bussola, una storia della Sardegna ed altri lavori di legge o di erudizione. Seppe spogliarsi del gergo legulejo e non isfrantumare la materia, per modo che ciascun articolo riesce un trattato compiuto. Egli erasi valso a man salva d’una storia del diritto marittimo, che il napoletano Jorio avea premessa a un codice mercantile, di cui gli avea dato incarico il re delle Sicilie: l’Azuni la spogliò delle formole e citazioni e la rese leggibile; e divenne egli stesso la fonte a cui largamente attinse il Pardessus.

Mario Pagano della Lucania fece un esame della legislazione romana, eSaggi politici de’ principj, progressi e decadenza della società, sulle idee di Vico, ma svisate dalle leggerezze francesi e dall’innesto del sensismo corrente, e nell’andamento del civile consorzio non serenasi nel progresso, ma vede sempre la decadenza. Perì martire della Rivoluzione, e con lui Domenico Cirillo medico, che commentò e crebbe la botanica di Linneo, il quale gli si professa obbligato della conoscenza di molti insetti; trattò delle prigioni e degli ospedali, declamando contro gli abusi di que’ ricettacoli dell’umana miseria.

Vigilio Barbacovi trentino (1738-1825), come cancelliere sostenne contro il magistrato civile le pretensioni di quel principe vescovo, il quale, ad istanza di Giuseppe II, gli commise di fare indue mesiun codice giudiziario, che inchiudeva buone riforme, ma incontrò tante opposizionifra ragionevoli e pregiudicate, che non si potè attuare. Nè i popoli mostrarono gradire il Barbacovi, e infine il padrone lo congedò; e quando, scoppiata la Rivoluzione, il Trentino divenne provincia austriaca, il Barbacovi non ebbe più che a fare apologie sue e brigare lodi, le quali non gli manterranno quel primato che a lui pareva di meritare. Sarebbe però ingiustizia il negargli merito in alcune quistioni particolari, come sulla decisione delle cause dubbie, e sul giuramento nei giudizj civili.

Il suo compatrioto Carlantonio de’ Pilati di Tassulo (-1802), dettò leggi in patria, poi volle scorrere l’Europa studiando i Governi; dappertutto ben accolto, da Leopoldo chiesto più volte a Vienna; e scrisse i proprj viaggi nelleLettere di un filosofoe l’Osservatore francese in Amsterdam. Nel libroIntorno alla legge naturale e civileenumerò con acume e verità i principali difetti delle istituzioni romane, domandando sieno abolite come nocevoli alla giustizia, peste della moderna società. Nell’altroDei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia, invelenito in successive edizioni, se prima contentavasi di domandare a Clemente XIII parziali rimedj e l’abolizione della mendicità, in fine si scagliò furibondo contro i papi, i preti, i frati, con idee ancor più protestanti che giansenistiche; e insomma vorrebbe che i principi traessero ogni azione a sè, istituissero collegi dai quali toglier poi le cariche dello Stato; «donde nascerà che col tempo la miglior parte della nobiltà e delle altre più agiate persone dello Stato verranno tutte ad avere delle cose quelle idee che al principe piacerà di far loro istillare per mezzo de’ professori; avrà il clero e la miglior parte del popolo secolare dalla parte sua; la maniera di pensare delle più riguardevoli classi de’ suoi sudditi sarà conforme alla sua, ed il resto del popolo si lascerà pian piano vincere anch’esso» (pag. 209).

Così in nome della libertà saldavasi la tirannia, e doveano scorrere sessant’anni di durissime prove prima che il più alto magistrato d’una gran nazione pronunziasse: — Il maggior pericolo de’ tempi moderni viene dalla falsa opinione che un Governo possa tutto, e sia essenza d’ogni sistema di soddisfare a tutte le esigenze, rimediare a tutti i mali»[119].

Invece di arrestarsi su qualche punto particolare come i precedenti, Gaetano Filangieri di Napoli (1732-87) disegnò unaScienza della legislazioneabbracciante l’economia politica, il diritto criminale, l’educazione, le proprietà, la famiglia, la religione. Noi professiamo che il diritto è un lato dell’intera vita d’un popolo, il quale inseparabilmente si connette cogli altri lati e colle diverse manifestazioni dell’attività di quello; laonde non origina dalla riflessione e dalla scelta, bensì da un senso intimo e fisso, dalla coscienza (per usare la parola di Hegel e Schleiermacher) di un elemento necessario, manifestantesi nella pratica; e perciò nazionale e variabile, non universale e immanente. I legislatori non sono che l’organo di questa coscienza nazionale, e danno perfezionamento alle sue produzioni, forma precisa a’ suoi sviluppi. I prammatici invece fanno tutte le norme e istituzioni giuridiche nascere dalla riflessione e dal tendere a uno scopo: i promulgatori del diritto naturale lo fondano s’un principio astratto, non connesso cogli altri elementi della vita d’un popolo, e tale che, come razionalmente necessario, si applichi a tutti i tempi, cioè non sia capace di progresso.

Montesquieu nelle speciose sue superficialità non credette le leggi avessero una bontà assoluta, bensì relativa ai tempi e ai luoghi, essenziale condizione d’una buona legge ponendo il corrispondere ai bisogni del paese percui è fatta; e cercava la giustificazione, il motivo di quelle che più sembrano scostarsi dall’ideale: Filangieri, al preciso contrario, ammette leggi buone per tutti i tempi e i luoghi. Montesquieu osserva le ragioni di ciò che si fece: il nostro addita ciò che doveasi fare, supponendo sempre all’individuo un senso più retto del comune, e attribuendo a quello il regolare le leggi a norma della ragione. Sono i filosofi che fanno le leggi, ad essi spetta ora cancellare il passato, distruggere quelle lasciateci dagliIrochesi dell’Europa. «L’autorità può tutto quanto vuole; per mezzo di una tenue ricompensa accordata con qualche splendida dimostrazione, essa fa nascere i genj e crea i filosofi; essa forma lelegioni interedei Cesari, dei Scipioni, dei Regoli, col comprimere la sola molla dell’onore» (ii. 16). Eppure egli era concittadino di Vico: ma col costituire una legislazione universale mostrava di mal intendere il progredire e svolgersi dell’umanità, che altri ordini e leggi richiede nella sua maturità. Che se voleva prefiggere questi generali canoni di legislazione, avrebbe dovuto in prima analizzare le norme della perfettibilità umana, e forse allora sarebbegli apparso la vanità di precetti astratti, che vorrebbero rendere immobile un’arte, la quale non vale se non in quanto si piega alle modificantisi relazioni sociali.

Il governo inglese tutto storico, il quale conserva tanti abusi perchè proteggono tante libertà, pareagli dover essere riformato secondo le idee speculative correnti; e pur mostrando capirne anche le difficili particolarità e lodando l’istituzione de’ giurati, in generale lo crede peggiore del potere assoluto, disapprova l’autorità conservata alla corona, e la Camera alta, e la felice attitudine di modificare le leggi. Venerando i filosofi d’allora, di cui non solo riprodusse molti raziocinj, ma pagine intere tradusse, ne adottò la favola del pattosociale: nel diritto penale non ha novità, ma va pedissequo al Beccaria senza i suoi ritegni; poichè, come Benthain e Feuerbach, disse i castighi essere legittimi perchè necessarj a custodire i diritti e l’interesse dei più, e secondo questi doversi misurare. Più si badò sulla procedura, con calore svelando gli abusi che del resto al suo tempo già erano crollati o scossi. Felicemente indicate le somiglianze fra l’istruzione giudiziaria inglese e la romana, invoca il processo pubblico e contraddittorio, vitupera il segreto e le orride prigioni, eppure impugna il sistema dell’accusa per mezzo del ministero pubblico, e la vorrebbe libera a qualunque cittadino.

Nelle leggi della ricchezza segue nel bene e nel male gli Economisti; ma poichè allora l’esperienza avea tolto credito al sistema mercantile, egli propende alla piena libertà, disapprova le dogane come infausta eredità de’ Romani; deplora le nazioni costrette a ricevere le pacifiche merci quali un nemico, o farne seme di corruzioni e frodi: quindi al modo de’ Fisiocratici graverebbe tutta l’imposta sopra le terre; eppure conchiude al colbertismo, alle bilancie, con que’ vacillamenti che troppo sono consueti ai nostri economisti. Se deperirono l’agricoltura, l’industria, la popolazione, ne incolpa l’intromettersi del Governo: eppure secondo l’andazzo, concentra tutte le funzioni sociali in mano del principe, volendone continua l’ingerenza; ad esso chiede la riforma del popolo, modellando le moltitudini sul tipo de’ filosofi, e affidando le sorti del genere umano all’individuo. Attribuendo suprema importanza all’educazione, ne delinea una pubblica, ove i giovani, sottratti alla domestica affezione, sono dall’autorità foggiati come le aggrada. Poco poi Robespierre proclamava la stessa dottrina fra mucchi di cadaveri[120], cioè l’immolazionedell’indipendenza personale e della famiglia sull’altare di quel panteismo politico che Rousseau avea predicato volendo «trasportare il me nell’unità comune».

Il Filangieri, giovane, benevolo, persuaso che basti enunciare la verità per farla adottare, non calcola le difficoltà, e perciò non limita le speranze. Il prolisso sermoneggiare, la teatrale improvvisazione erano vizj del tempo; e come Hutchison, Smith, Buffon, Raynal, Rousseau, credette l’eloquenza convenisse alle scienze, viepiù qui per iscuotere la letargia dell’egoismo. Pure di sotto a quel fasto non trapela l’orgoglio personale, come dagli Enciclopedisti; e il Filangieri mostrasi verace amatore dell’umanità, di cui deplora i mali, cerca coscienziosamente i rimedj; e a quest’espansione di benevolenza è dovuta l’efficacia che esercita sui lettori, e ch’io vorrei provata da tutti i giovani di venti anni, a costo di sorbirne alcune idee incompiute od eccessive.

Ed egli allora aveva trent’anni, e a trentasei morì, prima d’aver conosciuto, nel ministero delle finanze a cui era chiamato, le difficoltà pratiche e l’impossibilità di rinnovellare di colpo un popolo; prima d’avere, nell’imminente rivoluzione, veduto dileguarsi le utopie dinanzi alle severe lezioni della sventura; prima d’aver potuto espandere le sue agitatrici verità ne’ parlamenti della sua patria, e d’esserne forse la vittima.

E appunto questi ardimenti, anzichè anticipassero le verità che i tempi maturarono, nasceano dal non avere que’ nostri partecipato agli affari, sicchè non valutavano gli ostacoli che alle massime speculative e astratte sono poste dai fatti e dalla necessità; e la mancanza di libertà legali spingeali in quel vago ed esagerato,che non potrebbe essere corretto se non dalla sperienza; come le allucinazioni di chi visse al bujo, si guariscono non col ricacciarvelo, bensì col dargli piena luce.

Insomma i nostri che volevano lode di pensatori, seguivano più o meno servilmente le idee degli Enciclopedisti. Anzi l’Enciclopediavenne tradotta in italiano a Lucca, e perchè le anime timorate non se ne sgomentassero, si prese il compenso di mettervi delle note; e l’arcivescovo Manso aveva assunto di così correggere gli articoli di scienze sacre; come chi credesse potere impunemente dare a bere la stricnina unendovi dello zucchero; e ben presto egli desistette da un uffizio, ove reale era il pericolo, ipocrito il rimedio.

Deplorando i guasti di quell’opera, l’abate Zorzi veneziano ideò un’Enciclopedia italianache vi facesse opposizione; piantando un albero del sapere, differente da quello di D’Alembert, e mandandolo fuori per programma con due articoli di capitale importanza sulla libertà e sul peccato originale: ma poco dopo moriva di trentadue anni e con lui il suo divisamento[121].

Per resistere alla piena richiedeasi coraggio, dovendo attendersi insulti ed epigrammi dai despoti dell’opinione, pronti invece ad inneggiare chi andava colla corrente. Non ne mancarono alcuni de’ nostri, ed oltre i teologi, e massime il Concina e il Finetti, avversarj risoluti del gius naturale acattolico, fra’ veneziani Antonio Gandini scrisseLe verità di teologia naturale e le verità cattoliche; il conte Giovan De Cattaneo nella Uranide confutava atei e machiavellisti, Voltaire e Montesquieu[122]; Troilo Malipiero dettò quattroNottiin versi contro Rousseau; encomiate e tradotte furono le opere di Antonio Valsecchi veronese deiFondamentidella religione e fonti dell’empietà, La religione vincitrice, La verità della Chiesa cattolica romana.

I filosofi teorici seguitavano l’empirismo inglese e il cinismo francese; e come continuazione di Locke, Condillac presto invase le cattedre, e tutta la filosofia si ridusse ad analisi delle idee, ad una miserabile esilità, che genera presunzione d’essere filosofo a chi nè tampoco dai limitari salutò questa scienza. Antonio Genovesi proclamò la libertà del raziocinare, quando ancora le scuole partivansi fra Aristotele e Cartesio; le più volte si limita al senso comune, e doversi filosofare sulle idee che possono aversi, non sottilizzare sull’indovinello; caratteri del vero essere la chiarezza e l’evidenza; dalle dimostrazioni stabilite non doversi dipartire per rispondere ad opposizioni difficili; e confessava di non sapere ciò che non sanno tutti. Egli divulgò Locke; poi il padre Soave volgarizzò ilSaggio sull’intelletto(1775) di questo ch’e’ chiama «e il primo e il più grande fra’ metafisici»; e dietro ad esso parlò della formazione della società e del linguaggio, e stese un corso di filosofia dove la virtù è definita «l’abito di fare azioni buone non comandate, o superiori al dovere», onde non sarebbe virtù la giustizia, non l’essere buon re, non il salvare la patria. Paolo Doria cartesiano combattè Locke perchè non intese le idee innate, e suppose certi i principj come in geometria così nella metafisica; e dopo avere questa esclusa senza ragione, ammise poi la sostanza infinita, e per lei la cognizione di Dio. Scarella, negliElementi di logica, ontologia, psicologia e teologia naturalepel seminario di Brescia (1792), propose una novità del sillogismo particolare, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente, combattè lo scetticismo non meno che gli Scolastici, e ripose il principio della certezza in quelpredicatoche chiaramente vedesi esistere o no nelsoggetto.

Il padre Ermenegildo Pino milanese, geologo, architetto, idraulico, nellaProtologiaprofessa rivelata la parola, e batte le meschinità condillachiane; ma rimase inefficace perchè scrisse in latino, e confuso per ricerca d’eleganza. Cesare Baldinotti (De recta mentis institutione. De metaphysica generali), in latino elegante lucidamente espose i sistemi filosofici, con rapidi e sicuri giudizj su’ suoi predecessori[123]: che se, come i suoi contemporanei, mostra disprezzo per gli Scolastici e non vede che futilità nella quistione degli universali, ben valuta Cartesio ed anche Kant, del quale fa una buona confutazione, mostrando come tolga quella certezza, per cercare la quale inventò il suo sistema.

Jacopo Stellini somasco (-1770), figlio d’un sartore di Cividale, geometra, poeta, teologo, chimico, fisico, indaga il nesso di tutte le scienze; stabilisce la filosofia sui sensi e sulla ragione o sulla intera natura umana; il bene dipendere dall’equilibrio delle umane facoltà. Nel trattato sull’Origine e i progressi de’ costumiassegna tre epoche della natura umana: nella prima i sensi dominano sull’animo, quando gl’istinti han prevalenza, onde nessuna onestà o giustizia; nella seconda alla giustizia si mescono lussuria, vanità, ambizione; viene poi la terzadel mutuo commercio fra l’anima e il corpo, quando appajono la vera virtù, i precetti morali, le leggi. Svolgeva dunque le idee del Vico in senso contrario, giacchè questo cercava la morale delle nazioni mediante quella dell’individuo; Stellini fece la storia de’ costumi degl’individui mediante la morale delle nazioni; Vico additò le origini della civiltà negli asili aperti intorno agli altari; Stellini prese qual principio di nazione qualunque ricovero dove la madre tra i figliuoli sapesse a paterna carità commuovere i maschi vagabondi[124].

Appiano Buonafede (-1793) con varietà e cognizioni scrisseDelle conquiste celebri esaminate col diritto naturale delle genti, impugnando la ragion delle spade; laStoria critica e filosofica del suicidioe principalmente laStoria ed indole d’ogni filosofia, dove giudica autori e sistemi con lealtà e indipendenza, imitando ma troppo disugualmente lo stile irrisorio di Voltaire. Bersagliato dal Baretti, rispose con pari villania e maggior lepore. NellaRestaurazione della filosofia ne’ secoliXVI, XVII, XVIIIesamina le differenti scuole, men negli autori stessi che ne’ loro critici, lavorando di seconda mano, ma con estesa lettura. A quel «giorno ampio e perpetuo, di cui dicono che noi ora creature privilegiate e luminose godiamo» non pare credere troppo: ma insinua la necessità d’esaminare il passato; chè, «quando ancora non incontrassimo sempre quella luce continua che gli amici dell’età nostra raccontano, avremo almeno, in luogo di un sogno allegro, questa vera luce di più, la quale potrà insegnarci a tentar nuovi scoprimenti e a non essere tanto superbi nella mediocrità». Crede che, se i Cinquecentisti «in luogo di tanti sonetti e canzoni e prosetteatticissime, e latinissime, e ricchissime di tutto fuorchè d’anima e di vita, si fossero rivolti alle regie strade della solida verità, avrebbero eguagliati e fors’anche vinti i progressi delle seguenti età». Combatte gagliardo le dottrine machiavelliche e irreligiose, e cotesti legislatori della natura, e moralisti della materia organizzata, che facevano ricalcitrare il mondo contro i missionarj del vero; e li paragona a nembi, vulcani, precipizj, mentre sta fermo l’eterno assioma che «senza l’ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra»; sicchè finiva rallegrandosi che «questo sia il fondamento della evangelica e cattolica repubblica nostra», e guardando con pietà «i vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla».

Con ben altro vigore il savoiardo Sigismondo Gerdil (-1793), nell’Introduzione allo studio della religione, in italiano alquanto prolisso, assume che i più grand’uomini fiorirono senza la vantata libertà del pensare; francheggia la scuola italica di Pitagora contro gli empirici; contro Locke l’immortalità dell’anima e delle idee secondo Malebranche; contro Raynal la religione e la sana economia; le pratiche dell’educazione contro Rousseau, il quale lo diceva l’unico de’ suoi contraddittori che meritasse di essere letto intero: tratta del duello contro i pregiudizj comuni; contro i pregiudizj filosofici discorre della libertà e dell’eguaglianza; contro Hobbes confuta la materialità della sostanza pesante: mostra quanto ingiustamente Giuliano sia detto da Voltaire modello dei re, e da Montesquieu il più degno di governare uomini. Benedetto XIV, usatolo a molti lavori, lo compensò colla porpora chiamandolonotus orbi, vix notus urbi; e sarebbe potuto salire al trono pontifizio, se l’Austria non l’escludeva.


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