Non nella pena,Nel delitto è l’infamia. Ognor CreonteSarà infelice; del suo nome ogn’uomoSentirà orror, pietà del nostro;
Non nella pena,Nel delitto è l’infamia. Ognor CreonteSarà infelice; del suo nome ogn’uomoSentirà orror, pietà del nostro;
Non nella pena,
Nel delitto è l’infamia. Ognor Creonte
Sarà infelice; del suo nome ogn’uomo
Sentirà orror, pietà del nostro;
oppure da Creonte:
E il cittadin che può far altro omaiChe obbedirmi e tacersi?
E il cittadin che può far altro omaiChe obbedirmi e tacersi?
E il cittadin che può far altro omai
Che obbedirmi e tacersi?
ed Emone rispondergli:
Acchiusa spessoNel silenzio è vendetta;
Acchiusa spessoNel silenzio è vendetta;
Acchiusa spesso
Nel silenzio è vendetta;
o quegli altri:
Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla...Seggio di sangue e d’empietade è il trono.
Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla...Seggio di sangue e d’empietade è il trono.
Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla...
Seggio di sangue e d’empietade è il trono.
Mentre il Parini seguiva la politica de’ filosofi d’allora, che il bene preconizzando, aspettavanlo dai principi e ne gli applaudivano, l’Alfieri professava odio ai re, e i suoi scritti contribuirono assai all’odierno disprezzo d’ogni autorità[283], del quale diede la formola in quel verso «Servi al poter, qualunque ei sia, frementi». Ma non era ancor venuto il tempo che s’espiasse in carcere ogni franchezza, nè l’Alfieri ci dice d’avere mai avuto il minimo disturbo. Del resto i re d’allora perchè aveano a sgomentarsene? forse essi impedivano di sepellire i morti come Creonte, o uccidevano i figli come Cosimo e Filippo, o perseguitavano i generi, o costringeano le mogli a bere nel teschio de’ padri? Poteano anzi sorridere di que’ tiranni che lasciansi dire in faccia tante ingiurie, quante nell’Antigone, nell’Oreste, neiPazzi.
Sceneggiare direttamente la politica volle l’Alfieri nelle commedie che intitolò l’Uno, iPochi, iTroppi, l’Antidoto, ove è novità il mostrare gli eroi dal lato prosastico. NellaTirannide, esagerazione delle esagerazioni di Rousseau, proclama la libertà antica, e osteggia le arti e l’industria; i popoli cristiani essere più schiavi che non gli orientali; per abbattere i tiranni suggerisce di mettersi tutti d’accordo nel non obbedire; quasichè, dato l’accordo comune, sia possibile la tirannia.NelPrincipe e le lettere, non che il regio favore produca uomini d’ingegno, sostiene che li pregiudica[284]; e indovina che «i lumi moltiplicati e sparpagliati fra molti uomini, li fanno assai più parlare, molto meno sentire, e niente operare» (cap.VIII). Nell’Etruria vendicataesalta Lorenzino de’ Medici tirannicida. NelleSatiresfoga un orgoglio misantropo. NellaVitaracconta con naturalezza sforzata i proprj casi, non sempre velando i riprovevoli[285], quasi il dir tutto faccia perdonare tutto, quasi il genio consista nel disordine; e al par degli altri autobiografi, raffazzona il proprio carattere qual vorrebbe fosse stato; si colloca sotto di un lume scelto arbitrariamente; e come nelle tragedie vuol mostrare continuamente lo sforzo anzichè la spontaneità, e dispensarsi dalle virtù ordinarie per raggiungere le straordinarie.
Così viveva dell’alito protestante del suo tempo, fra detrattori che gli davano noja, e ammiratori che gli faceano vergogna. Quando arrivò la Rivoluzione, di cui era parso un precursore, egli non la comprese o forsela comprese troppo; egli conte, stomacava quel dominio degli avvocati; bestemmiò bassamente i Francesi nelMisogallo, e confidando passeggero quel nembo, dedicava agli avvenire alcuna delle sue tragedie, e al principio di quell’immenso movimento faceva un’edizione delle sue opere con data posticipata: tanto non credeva potesse uscirgliene veruna lezione!
Allora rammaricavasi delle sue prose, temendo scapitarne nell’opinione de’ buoni: e l’abate Caluso ne lo consolava, mostrandogli esserne stata colpa lo educarsi su Montaigne, Elvezio, Machiavelli ed altri reputati grandi; che la gente assennata gli tenea conto del suo ravvedimento; ma non occorreva farne pubblica ritrattazione nè apologia, solo restringendosi «a dire che giovane, animato dall’odio della tirannide e da speranza di più felice stato per l’umana società, scrisse cose le quali poi la rivoluzione di Francia gli ha fatto scorgere inopportune, onde gli rincresce che, contro l’intenzione sua, siensi da altri pubblicate»[286]. Ma l’Italia lo porrà indelebilmente fra que’ suoi maggiori, ai quali è obbligo dire la verità perchè giovi ai posteri, per quanto devano strillarne i mediocri e i pedanti[287].
La rigidezza del sommo Astigiano rammenta le pose statuarie, e ci ritorna all’assunto parallelo, per veder anche nelle belle arti il rinnovamento. Nella scultura, ripudiate le bizzarrie berninesche, duravano tuttavia le smorfie, l’istantaneo, gli sfoggi di meccanica, come nelPio VI d’Agostino Penna per la sacristia vaticana, e ne’ costui angeli in San Carlo al Corso. Meglio Giuseppe Franchi di Carrara atteggiò le Sirene di piazza Fontana a Milano, e il De Maria alcuni monumenti nel cimitero di Bologna.
Antonio Canova (1747-1822), nato da un tagliapietre di Possagno, a Venezia educato nell’arte dal Ferrari Torretti, alla fiera dell’Ascensione espose l’Orfeo, mentre un’opera dello stesso titolo, musica del Bertoni, era cantata dal famoso Guadagni; e la meraviglia pubblica restò divisa fra il provetto musico e il novizio scultore. Ottenuta dal senato la provvisione di trecento scudi, a Roma il Canova dubitò di se stesso nel trovarvi un gusto sì discorde da quel ch’egli aveva in concetto; ma strappò ammirazione coll’Icaro e Dedalo, ove pose tanta verità e naturalezza quanta in nessun lavoro posteriore[288], e si asseriva fosse ricalcato sul vero, talmente si era avvezzi a veder lavorare sol di memoria. Ma già lo Zulian suo mecenate aveagli dato un marmo da cui cavò il Teseo: poi Hamilton e Volpato gli ottennero la commissione del Deposito che il cavaliere Carlo Giorgi ergeva a papa Ganganelli col prezzo di dodicimila scudi. Nel grandioso lavoro egli conobbe di poter improntare orme proprie; effigiò grandiosamente il protagonista; e mentre nelle pieghe e nell’arricciatura del camice sfoggiò abilità meccanica non inferiore a quelli che più se ne vantavano, uscì dai consueti simboli delle virtù, ed ebbe compita a venticinque anni l’opera sua forse migliore. Come il Baretti sospendeva la frusta per ammirare i versi sciolti del Parini, così il mordace Milizia assumeva il tono dell’entusiasmo[289].
Dappoi nel monumento di papa Rezzonico, il Canova conobbe come, nella grandiosità di San Pietro, il corretto paja gretto: ma se i barocchi vi ovviavano con vesti farraginose e tronfi atteggiamenti, egli compose largo eppur regolato. Lasciamo lodare i leoni e criticare la poca maestosa Religione e il torso del Genio imitato; ma a quel pontefice orante in semplicità sublime applaudono la ragione e il sentimento, e vi si riposa l’occhio, stancato delle distraenti fantasticaggini, che sformano il maggior tempio della cristianità.
La Repubblica veneta fece fare dal Canova un monumento all’ammiraglio Emo, pel quale gli assegnò cento ducati vitalizj, oltre una medaglia d’oro di cento zecchini; doni viepiù pregevoli perchè allora egli non possedeva ancora quella gloria, della quale vogliono un brano i potenti col mostrare di favorirla; inoltre gli commise il monumento di Tiziano, ed esso ne preparòil disegno, ma poi assassinata la Repubblica, adattò quel pensiero al mausoleo di Maria Cristina a Vienna; vero poema con nove figure al naturale, ben più lodevoli che non le simboliche de’ due sepolcri papali. Le ricche occasioni svilupparongli il talento; ma egli studiava senza interruzione, eseguiva da sè ogni cosa; il che, se gli toglieva di moltiplicar lavori, facea li avvicinasse alla perfezione. E veramente egli radunava i meriti sparsi tra molti, saviezza di comporre, espressive fisionomie, disegno castigato, forza di scalpello, maestria paziente nel finire le estremità e i capelli, e dare carnosità a segno che gli apposero di verniciare le sue statue.
Agli appunti dell’invidia rispondeva con nuovi prodigi, e fu gridato principe, e svegliò l’attività. In riconoscenza, allo Zulian suo patrono offrì una Psiche, che poi Napoleone volle per sè e donolla al re di Baviera. La Maddalena non effigiò nella solita peccatrice, voluttuosa più che penitente, ma e colla sobrietà di rilievo e coll’aggruppamento della persona rimosse dalla compunzione ogni profanità. Tacciato di freddezza, lavorò l’Ercole e Lica, il Teseo col Centauro, l’Amore e Psiche, intrecci di caldissima azione. Anche i bassorilievi modella insignemente, nè confonde le ragioni loro con quelle della pittura.
Eppure egli non apriva una strada nuova, ma aspirava ad essere il migliore dell’antica, siccome Vincenzo Monti; e la grazia molle, l’attenuamento dell’espressione, un’eleganza sottile, e la materiale abilità vagheggiava meglio che il sentimento profondo; siccome allora faceano l’Appiani, il Volpato, il Morghen. I marmi antichi attraevano l’ammirazione piuttosto degli scienziati ed archeologi che degli artisti, i quali non pensavano a riprodurre con regole dedotte da essi. Canova il fece, e divulgava le copie greche e romane ingentilite, donde le lodi attribuitegli d’aver rinnovato l’antichità; e comeun antico egli fu imitato, cioè secondo un metodo arbitrario e forme convenzionali; gli scolari suoi abjuravano alla propria personalità, non per cercare da esso modelli nuovi, ma per imitare in esso gli antichi, siccome i poeti faceano nel Monti; un’idealità convenzionale, anzichè la natura viva e vera.
Allo scultore men che ad altro artista è data libera scelta di soggetto; e il Canova dovette adulando rappresentare Napoleone da semidio, Ferdinando di Napoli da Minerva, e da muse e divinità le principesse. Bel campo per quelli che vogliono svilire questo maestro, certamente troppo esaltato dai contemporanei: ma a chi in Belvedere mostra quanto alle antiche statue rimangano inferiori la Venere e il Perseo, ch’egli fece per supplire a quelle rapite dal francese conquistatore, non lasceremo inferirne che l’arte nostra sottostia di necessità alla classica, ma che non si può pretenderne pieno il volo quando la si releghi ad imitare.