LIBRO DECIMOQUINTOCAPITOLO CLXIII.L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana, Austria.
Quasi prosopopee di quella politica barcollante in intrighi, senz’idea elevata nè stabile morale, ci si presentano al limitare di quest’età due figure italiane, Elisabetta di Parma e Giulio Alberoni.
Quest’ultimo, nato a Piacenza (1664) da un ortolano, cresciuto cuciniere, buffone, negoziante, diè ricetto al romanziere francese Campistron, svaligiato mentre qui viaggiava; onde, allorchè il maresciallo Vendôme, destinato alla spedizione d’Italia, cercava d’un segretario che sapesse qualcosa di francese, Campistron gli propose l’Alberoni. Altri racconta che, dovendo il vescovo di San Donnino trattare a Parma con esso Vendôme, menò seco l’Alberoni perchè balbettava francese; e che questo, avendo trovato quel cinico alla bassa sedia, invece d’offendersi dell’indecenza, imitolla, col che andò a versi al maresciallo, che se lo tolse a servigio. Solite storielle con cui un’aristocrazia di bassa lega crede oltraggiar coloro che s’innalzano co’ proprj meriti.
Le vittorie del Vendôme assicurarono il trono di Spagna a Filippo V, il quale, bisognoso sempre di chi ne dirigesse i consigli e ne chetasse la coscienza, dopovedovo dell’amabile e intrepida Luigia di Savoja, s’era affidato alla vecchia e astuta principessa Orsini. Nelle costei grazie s’insinuò l’Alberoni, e per suo interposto nel favore di Filippo, che lo nominò conte e inviato alla Corte di Parma.
Quivi ducavano i Farnesi; e Ranuccio II (1646), che perdette Castro e Ronciglione, ebbe per favorito un Gaufrido, al quale poi fece mozzar la testa, indi un Giuseppino valente musico. Francesco succedutogli (1694) vide lo Stato sovverso dalla guerra di Successione, sposò la vedova di suo fratello Odoardo e non ebbe figli, talchè unica di loro stirpe rimaneva Elisabetta, nata da esso Odoardo. L’Alberoni divisò collocarla con Filippo V, onde la dipinse alla Orsini come «una dabbene lombarda, impastata di butirro e formaggio, la quale non avrebbe mosso un dito che a senno di lei, sarebbe venuta in Ispagna colle leggi che la principessa le prescrivesse»[40]; e la Orsini credendo nella riconoscenza, la propose a Filippo V. Conchiuse le nozze, l’Italiana varcò i Pirenei, e la Orsini le andò incontro; ma che? Elisabetta la fece prendere, e coi puri abiti che aveva indosso gettare in una carrozza, e nello stridor del dicembre portare fuori della Spagna, che più non vide; «colpo (diceva l’Alberoni) da Ximenes, da Richelieu, da Mazarino; e con questo solo rimedio si guariranno moltissimi mali creduti incurabili».
Elisabetta restò allora despota del marito e della Spagna. «Alterigia spartana, ostinazione inglese, finezza italiana, vivacità francese formavano il carattere di questa donna singolare, che arditamente camminava al compimento de’ suoi disegni, senza che nulla la facesse meravigliare od arrestarsi» (Federico II). Smaniosa di dominio, pur senza perdere l’allegria rassegnavasialla solitudine con un marito uggiato e cupo, devoto senz’esser religioso, timido e ostinato, lento di spirito, bisognoso di guida eppure desideroso di levar rumore e pesare sulla politica bilancia; tutto egli concedeva alla moglie, ch’ebbe l’arte d’isolarlo, e che, ambiziosa ma ignara di politica e d’affari, allevata angustamente ed allora sequestre dal mondo, odiando gli Spagnuoli e odiata da essi, non avendo, per riguardo al sentimento nazionale, potuto ritenere altro Italiano che l’Alberoni, tutta s’affidò a questo (1715), a cui doveva il trono. Per lei fatto cardinale, non ebbe il titolo ma la potenza di ministro come confidente del re e della regina, e si amicò la nazione col punir quelli che l’aveano aggravata e coll’accingersi a ripristinarne la grandezza. Tesoro esausto, popolo scoraggiato, non esercito, non marina, non potenti alleanze, non strade, non battelli su quei magnifici fiumi, non canali, non altra ricchezza che i ricolti aveva la Spagna, che esso Alberoni paragonava alla bocca, ove tutto passa, nulla rimane; ricevendo essa tanti tesori dalle colonie, e consumandoli senza nulla riprodurre.
L’Alberoni lavora diciott’ore al giorno; non rifuggendo dalle minuzie dell’economia, ristaura le finanze e l’industria; rende economica l’amministrazione, e limita gl’innumerevoli uffizj della casa del re; protegge il commercio delle colonie; induce il clero a contribuire alle pubbliche gravezze; chiede prestiti, tassa i ricchi, vende impieghi, recluta contrabbandieri e malandrini; e ben presto la Spagna ebbe sessantacinquemila armati, una marina e molti cannoni, e a Barcellona una delle migliori cittadelle.
Erano orditi a vastissime tessiture, che solo la riuscita potea salvare dalla taccia di temerarie. Perocchè la pace d’Utrecht aveva assestata l’Europa, ma solo diplomaticamente, arrotondando e bilanciando gli Statisenza riguardo ad indole e a simpatie di popoli; lasciava all’Inghilterra indisputato il predominio, assicuratole dal sistema de’ prestiti e dalla crescente marina; la Francia riducea in seconda fila, tanto più dacchè al gran Luigi succedeva un fanciullo di cinque anni (1715), vegliato nell’inferma culla dal duca d’Orléans che ne bramava la morte; alla eterogenea monarchia austriaca metteva a fianco due eserciti, quali potevano considerarsi la Prussia, il Piemonte. Intanto l’imperatore Carlo VI, oltre aspirare ad annetter la Sicilia al suo regno di Napoli, non sapea rassegnarsi alla perdita della Spagna, possesso de’ suoi avi: nè Filippo V a vedere il suo regno sbranato, e reso ligio degli Inglesi col ceder loro Gibilterra; come doleasi d’aver rinunziato al trono di Francia. Per verità ogni pace lascia molti guasti non riparati, e i politicanti se ne fanno un titolo a dir imminenti nuove rotture o a prepararle. E le desiderava Elisabetta, la quale non potendo sperare a’ suoi figliuoli il regno di Spagna perchè Filippo ne avea tre del primo letto, volea trovargliene altri. Ciò non poteasi che col rimescolar le carte; e vi si adoprava l’Alberoni, divisando collocare il suo re sul trono di Francia, e don Carlo figlio della Farnese, nel ducato di Parma, Piacenza, e fors’anche nella Toscana; rendere indipendente l’Italia collo snidarne gli Austriaci; a tal uopo aizzare Vittorio Amedeo II di Savoja contro Carlo VI mentre si trovava impegnato coi Turchi; da Napoli li caccerebbe una flotta ispana, ricoverata da esso Amedeo in Sicilia, al quale in compenso si darebbe anche la Sardegna; Napoli e i porti toscani verrebbero alla Spagna; Comacchio restituito al papa; il ducato di Mantova spartito tra i Veneziani e il duca di Guastalla, i Paesi Bassi cattolici tra Francia e Olanda.
Non meno dell’armi l’Alberoni maneggiava gl’intrighi;istigò Ungheresi e Turchi contro l’Austria; cercava conciliare Carlo XII di Svezia con Pietro czar di Russia; dava mano ai Giacobiti in Inghilterra; in Francia poi tramava (1717) per togliere la reggenza al duca d’Orléans e fare dagli stati generali nominar reggente il re di Spagna. A questa ordita teneano mano molti grandi, massime bretoni, e la dirigeva il principe di Cellamare napoletano, allevato alla corte di Carlo II, compagno di Filippo V alla battaglia di Luzzara, ministro di gabinetto a Madrid, e allora ambasciatore a Parigi. Di quivi all’Alberoni prometteva un’interna rivoluzione, favorita dallo scontento universale: ma l’abate Dubois, braccio destro del reggente Orléans, intercettò lettere che provavano, se non una vera cospirazione, però intelligenze ed offerte; onde furono arrestati il Cellamare ed altri.
Orléans perdonò, ma non vide scampo contro le trame dell’Alberoni che nel gettarsi coll’Inghilterra, per quanto la pubblica opinione disapprovasse questa legamostruosafra popoli che cristianamente si chiamano nemici naturali. L’Alberoni aveva favorito Giacomo Stuard, pretendente al trono d’Inghilterra, di cui era spossessato dalla casa d’Annover; sicchè Giorgio I s’alleò all’Austria «per difesa reciproca de’ possessi presenti e de’ nuovi acquisti», colla qual frase accennavasi alla Sicilia. Aderendo al trattato la Francia e l’Olanda, ne risultò laQuadruplice alleanza(1718), e il quinto articolo portava che i ducati di Parma e Piacenza e la Toscana si considererebbero feudi mascolini dell’Impero, e vacando si darebbero a un figlio d’Elisabetta: così disponendo delle eredità di persone ancor vive, e senza tampoco consultarle.
A Carlo VI dava grande occupazione il Turco, il quale combatteva a vantaggio nella Morea, tolta, omai ai Veneziani, mentre sul Danubio era tenuto in soggezionedal principe Eugenio di Savoja. Il papa sconsigliava la guerra, massime a Filippo, che formalmente l’assicurò non volerla con nessun principe cristiano, ma preparare armi per ritogliere ai Barbareschi Orano. Intanto l’Alberoni sollecitava Vittorio Amedeo a invadere il Milanese e il Napoletano; ma vistolo alzare sempre più le pretensioni, argomentò fosse in trattati coll’Austria; onde gettata la maschera, con grossa flotta e truppe di sbarco quante non credeasi mai che la Spagna potesse allestirne, invade la Sardegna (1717 22 agosto); e strepitassero pure i gabinetti, egli non cercava giustificazione che dalla riuscita.
Cominciava il sistema, che fu caratteristico di questo secolo, di fiaccar il papa, e intanto volere da lui ogni cosa. Carlo VI, supponendolo d’accordo coi nemici, mandò via il nunzio e l’ambasciadore di Napoli, e sequestrò le rendite de’ prelati che abitavano in Roma. La Francia, disgustata dalla bollaUnigenitus, appellava al futuro concilio; gl’inglesi minacciavano bombardare Civitavecchia per essersi arrestato lord Peterborough, che aveva tentato rapire il pretendente ivi rifuggito; Filippo V incolleriva con Clemente XI perchè ricusò riconoscere arcivescovo di Siviglia l’Alberoni, onde richiamò tutti i suoi sudditi dallo Stato pontifizio, e proibì di cercarvi alcun benefizio o pensione.
Intanto esso Filippo scontentava la Sardegna con persecuzioni e con ammucchiarvi soldati, dei quali nessuno sapeva la destinazione, finchè con istupore di tutti egli piombò sopra la Sicilia. Dicemmo come questa fosse data a Vittorio Amedeo di Savoja; ma il possesso d’un’isola lontana costava al Piemonte troppo più del vantaggio, massime che le pretensioni di Carlo VI obbligavano a custodirla con buona guarnigione. Inoltre i Siciliani non erano nè per tradizione nè per affetto legati a quella dinastia, e alla loro vivacità mal confacevail riserbo piemontese; sicchè guardavano in sinistro Vittorio, e quando, fattosi coronare e convocato il parlamento (1713 25 8bre), se ne tornò in Piemonte, lo marchiarono di quella parola di straniero, ch’essi gettano a chiunque non v’è nato. Poi Vittorio venne a dissidj col papa pel famoso tribunale della monarchia, e a sostenere la controversia istituì una giunta, la quale tirannescamente spogliava, puniva fin di morte chi non volesse obbedir al re o disobbedire a Roma; talchè Italia fu inondata di esuli siciliani.
Or ecco Filippo proclamare all’Europa d’aver a re Vittorio ceduta l’isola, col patto espresso che ne conservasse i privilegi; avendoli violati, demeritava di possederla e ne decadeva, onde vi si fa gridar re. S’impennano le potenze, come avviene ad ogni violazione di trattati: Vittorio, côlto al laccio da uno più astuto, sbuffa, e ricorre alle potenze garanti della pace d’Utrecht: Carlo VI non vede mal volentieri tolta al Savojardo un’isola ch’egli agognava; ma avendo fatto arrestar a Milano un ambasciadore di Spagna, Filippo V gl’indice guerra; ond’esso manifesta la sua alleanza con Francia e Inghilterra. Gl’Inglesi cominciano le ostilità (1718 30 giugno), prima di dichiararle; i mari nostri e l’isola di Sicilia sono insanguinati da Imperiali, Inglesi, Spagnuoli: pure l’Alberoni tien testa a tutta Europa. Francia, Inghilterra, Olanda allora presero concerto, che Vittorio cedesse la mal tenuta Sicilia all’imperatore, e si contentasse della Sardegna, altrimenti sarebbe spogliato di quanto aveva ottenuto nel 1703, senza compensi. Il duca non sapeva acconciarsi a barattare la più bell’isola del Mediterraneo, con un milione ducentomila abitanti, contro un’incolta di quattrocencinquantamila persone: e colla Spagna maneggiava un’alleanza difensiva mentre dall’imperatore chiedeva la mano d’un’arciduchessa, e colla Corte di Madrid si accordava di lasciarle invaderela Sicilia come opportuna ad attaccar l’imperatore nel Napoletano. Che che ne fosse, e Sardegna e Sicilia bisognava conquistare: e in fatto la Sicilia andò ad uno strazio senza pietà[41]. Nelle acque di Siracusa la flotta spagnuola, assalita dall’inglese (11 agosto), perdette ventitre vascelli con cinquemila trecento uomini e settecenventotto cannoni, eppure quella nazione occupò l’intera isola, eccetto Siracusa, Trapani e Melazzo; poi in ogni dove infuriò la guerra, a tutta Europa tenendo fronte la Spagna.
Chi dava vigore a un paese rifinito e ad un re fiacco? l’Alberoni: sicchè contro di lui si ritorsero tutti gli odj e le armi sue stesse. Il Reggente non rifuggì dalle vie più basse per rovinarlo; guadagnò il duca di Parma, il confessore di Filippo e la balia della regina, e tutti sclamavano contro l’Alberoni, massime dacchè l’infelice riuscita lo accusava d’imprudenza; e la conclusione fu che il cardinale, come unico ostacolo alla pace, venne improvvisamente destituito (1720 3 xbre), negatagli udienza fin da quella ch’egli avea fatto regina, frugate a minuto le carte e le robe sue, e rinviato. Salito al colmo «senza aver tempo di contar gli scalini», come diceva la Orsini, forse è vero che si lasciò prendere dalle vertigini; come gli uomini nuovi, volle ostentar potenza; sempre smaniato di moversi e di movere, guardava il fine e non gli ostacoli; obbligato a servire alle passioni altrui e non potendo fidarsi degli Spagnuoli che lo odiavano, parve un millantatore e null’altro, ma potè dire al cardinale di Polignac: — La Spagna era un cadavere, io la rianimai; al mio partire essa tornò a coricarsi nel suo cataletto».
La sete del potere più non si estingue sulle labbra che ne gustarono le dolcezze o le amarezze; e l’Alberoni andandosene, persuaso che la sua carriera non fosse terminata, paragonavasi a que’ capitani di ventura che erano cerchi a gara quando congedati. Venuto a Sestri di Levante, Clemente XI, che l’aborriva come istigatore della guerra contro Carlo VI, o voleva dar soddisfazione ai potentati, gli mandò ordine di non farsi consacrar vescovo di Malaga sebbene già n’avesse le bolle, e di non recarsi a Roma; anzi istituì rigoroso processo per levargli la porpora. L’Alberoni, fuggito tra gli Svizzeri, se ne difendeva svelando i sozzi garbugli de’ gabinetti, tutti operanti senza virtù; e ai circoli e alle gazzette offrì lunga materia il nome di lui, insieme colla banca di Law e colla peste di Marsiglia.
Al conclave dopo la morte del virtuoso Clemente XI egli comparve; nè mancarongli voti per la tiara. Ma la ebbe Innocenzo XIII (1721), il quale sospese il processo contro l’Alberoni, che collocatosi a Roma, divisò un’alleanza cristiana per cacciare d’Europa i Turchi e spartirne il paese; messo legato a Ravenna, d’utili stabilimenti la dotò. Ma irrequieto e smanioso di maneggi, mancandogli campo più vasto, volle esercitarli contro la piccola repubblica di San Marino.
Mozze le relazioni politiche dacchè fu circondata di Stati papali, serbava questa la virtuosa oscurità; ma la calma aveva indotto tal negligenza delle cose pubbliche, che si poteva a stento raccorre il consiglio. Si venne dunque al partito di restringerne il numero da sessanta a quarantacinque; ma allora gli esclusi levarono lamenti, donde dissidj e brama di mutazione. L’Alberoni s’affiatò con questi malcontenti, e côlto il pretesto di violate immunità ecclesiastiche, fece arrestare gentiluomini sanmarinesi nella Romagna, mandò truppe ai confini, e dipingendo a Roma quella repubblica come un ricoverodi riottosi e una Ginevra di miscredenti, e mandando firme di Sanmarinesi chiedenti l’aggregazione, persuase il papa a lasciarlo fare. Ed egli, cominciato al solito da querele per rifuggiti, per violati confini, negò lasciarvi arrivare i viveri (1739), poi cogli sbirri occupa il piccolo territorio, e chiama a solenne giuramento di fedeltà. Ma i migliori ricusano: — Ho giurato al legittimo signor mio, alla repubblica; e quel giuramento confermo», disse il capitano Giangi;Transeat a me calix iste, soggiunse l’Onofri; così altri; minacciati, se ne richiamano al papa, il quale, meglio informato, ordina si ripristini la repubblica. Quell’attentato vi ravvivò l’amore per la libertà e per una patria che sulla sua piccolezza avea chiamato l’attenzione dell’Europa; si comprese come la giustizia e la concordia sian necessarie; molti forestieri ne sollecitarono il patriziato, e crebbero le famiglie interessate al pubblico bene. L’Alberoni non fu punito che col trasportarlo alla legazione di Bologna; e fra gli storici rimase vituperato o lodato secondo passione. L’Italia non dimentica com’egli dotò la patria Piacenza d’un insigne monumento, al posto d’un antico ospedale di lebbrosi elevando un collegio per sessanta studenti, che ben presto diede segnalati uomini alla Chiesa e alle scienze[42].
Tolto di mezzo l’Alberoni, Filippo V lasciossi indurre dalla moglie a rassegnarsi ai dispotici ordinamenti della Quadruplice alleanza, rinunziando alla Sicilia e alla Sardegna; e a Cambrai si trattò d’accordi (1721 marzo). L’imperatore, irremovibile dal credersi unico legittimo padrone della Spagna, e geloso che le altre due potenze volessero aumentare l’ingerenza borbonica in Italia, frammetteva difficoltà sin nelle formole della reciproca rinunzia di lui alla monarchia spagnuola, e della Spagna ai possessi in Italia e ne’ Paesi Bassi; e riservavasi il titolo di re di Spagna e di cattolico, e di granmaestro del Toson d’oro. Adesso poi, che possedeva la Sicilia, nicchiava a concedere a don Carlo figlio della Farnese la promessa investitura eventuale degli Stati di Parma, Piacenza e Toscana, tanto più che i signori di questi paesi vi si opponevano, e viepiù il papa che vedea consideratifeudi imperiali quelli su cui la santa Sede pretendeva l’alto dominio. Alfine le lettere d’infeudazione furon date (1724) sotto la garanzia della Francia e Inghilterra.
Vedemmo comparire di mezzo la Toscana, perocchè anche questa era per andar vacante. Cosmo III granduca, più non sperando che Gian Gastone suo figlio avesse prole, chiese che il senato fiorentino, coll’autorità medesima onde avea conferito il dominio ai Medici, potesse ammettere all’eredità le femmine, pensando a sua figlia Anna, maritata nell’elettore palatino (tom.XI, pag. 256): ma regina Elisabetta s’industriò tanto, che il congresso di Londra riconobbe che essa, come nata da Margherita figlia di Cosimo II, riuniva i diritti delle famiglie Medici e Farnese, talchè Francia e Inghilterra ai figli di lei garantirono Parma e Piacenza e la Toscana, mettendovi intanto guarnigioni svizzere. Ma la santa Sede allegava l’alta sua signoria su Parma e Piacenza; il granduca adduceva l’indipendenza del Fiorentino, e la stranezza di disporre del suo senza tampoco sentirlo; la Spagna recava in mezzo i suoi diritti sul Senese, oltrechè non si rassegnava ad accettare con vincolo feudale possessi, che un giorno le tocchebbero liberi. I potentati sostenevano che tale assetto fosse necessario alla tranquillità d’Italia; l’Austria, possedendo i due estremi della penisola, avrebbela avuta tutta in balìa, tanto più che n’era esclusa la Francia. Sgombrate dalla Spagna le due isole, la Sicilia fu resa a Carlo VI, che dovè coi rigori e i supplizj tenerla fedele.
Tutto ciò chiamavasi pace; e chiamavansi politica queste miserabili triche di doti e successioni; e nimicizie e leghe e trattati e spese e guerre dei padri dei popoli si dirigeano al grande scopo di mettere in trono i figli della Farnese e la figliuola dell’imperatore. Quest’ultimo, non avendo maschi, aveva pubblicato una prammatica sanzione (1713 18 aprile), portante che potessero succedere lefiglie sue; e l’ottenervi l’adesione degli altri potenti divenne l’unico proposito della sua politica. Ma la Spagna vi repugnava, e chiedeva ch’egli si limitasse in Italia agli antichi dominj; saltava in campo il re di Sardegna, prevalendosene per domandar grado eguale agli altri regnanti; alle potenze marittime spiaceva che l’imperatore avesse eretto a Ostenda una compagnia pel traffico colle Indie: gravi imbarazzi alla diplomazia.
Quando il re di Francia, che avea fidanzato una figlia di Filippo V, sposò invece una polacca, Filippo irritato si ravvicina all’imperatore, aderisce alla prammatica sanzione, rinunzia ad appoggiare la resistenza dei principi italiani; si parlò fino di sposare Maria Teresa figlia dell’imperatore con don Carlo di Spagna. Di tale alleanza che succedeva a venticinque anni di collera, presero ombra le potenze settentrionali, e l’Inghilterra gliene oppose un’altra; Carlo VI, purchè riconoscessero la sua prammatica, abbandonò la Spagna; la Spagna a vicenda fece pace coll’Inghilterra, abbandonando Carlo VI, e ottenendo di mettere guarnigione a Livorno, Porto Ferrajo, Parma, Piacenza, affine di assicurarle a Don Carlo.
Così continuavasi a disporre dei dominj d’Italia, non dico senza badare ai popoli, ma nè tampoco ai possessori attuali, nè al signor sovrano qual era l’imperatore. Il quale offeso arma a Napoli e a Milano, ed essendo morto l’ultimo Farnese, occupa Parma e Piacenza (1727). Ma poichè la politica andava tutta a convenienze o capricci, senza elevazione, e perciò mutevole ad ogni vento, ben presto l’Austria s’allea coll’Inghilterra e coll’Olanda (1731 16 marzo), che riconoscono la prammatica sanzione; e la Spagna non tarda aderire, purchè a don Carlo assicurino le successioni disputate. Infatto egli ottenne Parma e Piacenza; ma quanto alla Toscana il granduca Cosmo III non sapeva rassegnatisi. E per verità nessuna ragioneteneano quelle potenze sopra lo Stato altrui, poca egli stesso, giacchè, cessando la famiglia con cui il paese avea contratto un’obbligazione, questo ricuperava l’indipendenza e libertà di disporre di se stesso. Cosmo medesimo il proclamava, asserendo che la Toscana non era obbligata da verun nesso feudale coll’Impero, e che casa sua non la teneva dall’investitura di Carlo V, bensì dall’elezione dei Quaranta. La politica guarda a convenienze, non a diritti.
Cosmo nel lungo suo regno non avea fatto che svigorire gli animi sotto un’afa chiesastica, mentre lasciava languire l’industria e l’agricoltura, e profittare i monopolisti e gl’ipocriti; moltiplicava le cariche e le dava in dote a zitelle onde crescere le famiglie che dipendessero interamente dal governo fin pel pane. Quando morì (1723 31 8bre) non fu dunque compianto, se non pel peggio che temevasi dal suo successore Gian Gastone. L’educazione accurata non aveva salvo costui dalle laidezze, di cui fece pompa nelle taverne tedesche e ne’ postriboli francesi. Logoro da queste e da cinquantatre anni, desiderava continuare nel far nulla, e non darsi briga d’un paese di cui restavagli solo un breve usufrutto, non aspettando successione dalla disprezzata moglie; sicchè abbandonò gli affari ai ministri, sè a lautezze scandalosamente libertine procacciategli dal cameriere Giuliano Dami; tratteneva giovinastri a centinaja, anche di famiglie illustri; e il paese imitatore, che era stato santocchio sotto il padre, si fece scapestrato sotto il figliuolo.
Alla Corte dava vivacità Jolante Beatrice, vedova del primogenito di Cosmo, traendovi belle dame e letterati, fra cui l’improvvisatore Bernardino Perfetti, che fu coronato poeta a Roma. Si rialzò l’Università, levando l’obbligo d’attenersi a temi e corsi prestabiliti; e vi dettavano il Caraccioli, il De Soria, il Corsini, il Fromond,il Rallo, il Capassi, il Fancelli; allo studio fiorentino, dove professavano il proposto Gori, il dottore Lami, il Salvini, il Targioni, il Cocchi, si aggiunsero una cattedra di gius pubblico, affidata a Pompeo Neri, e un osservatorio, diretto da Tommaso Perelli; si lasciò erigere in Santa Croce un monumento a Galileo, e tornar alla cattedra di filosofia Pascasio Giannetti; dal 1729 al 39 si compì la quarta edizione del vocabolario della Crusca; e il prete Antonio Bandini proclamava la libertà d’estrar granaglie dalla Maremma.
Il bene era guasto dagli sciagurati esempj del principe e dal turpe mercato che delle grazie e degl’impieghi faceva il Dami, sempre più despoto quanto più Gian Gastone anneghittiva e immalinconiva. Il quale, se talora alzava la testa dal vergognoso sopore, udiva i potentati mercanteggiare della successione di lui vivo; la Spagna volere che accettasse per successore don Carlo, e fin d’allora le guarnigioni; l’imperatore, ch’egli riconoscesse la supremazia imperiale. Anzi, com’ebbero stipulato del dominio, pensarono anche ai beni allodiali di Casa Medici. Mobili, gioje, capi d’arte, il fedecommesso di Clemente VII, gli acquisti fatti con risparmj, col traffico o colle confische; i miglioramenti recati a porti, palazzi, fortezze, artiglierie, principalmente i feudi da loro innestati nella ducea, e nominatamente Pontremoli e la Lunigiana, come possessi privati ricadevano di diritto alla elettrice palatina: ma la Spagna agognava anche a quelli, e intendendo susurrarsi d’indipendenza toscana, guarnì le fortezze.
Floscio in mezzo a tanti urti, Gian Gastone soscrisse al trattato di Vienna (1731 25 luglio), che senza lui avea disposto dei suoi Stati, e con unaconvenzione di famigliaaccettò per successore don Carlo, a patto che rimanessero integri i privilegi della Toscana. Ma al tempo stesso faceva una formale protesta contro la lesione recata all’indipendenzadel popolo fiorentino, il quale non poteva rimanere pregiudicato da un atto estorto colla forza: protesta che dovea pubblicarsi alla sua morte.
Sempre erasi convenuto che guarnigioni forestiere non verrebbero in Toscana, ma solo il designato erede: però alla Farnese parve indecoroso che un suo figlio vi andasse quasi in altrui balìa; onde gli accompagnò seimila armati (1736). E quando, al san Giovanni, i vassalli vennero a cavallo a deporre l’omaggio, tra feste che accoppiarono la suntuosità spagnuola colla raffinatezza toscana, allettata pure dall’ilare e graziosa giovinezza di don Carlo, questo ricevette l’omaggio in qualità di principe ereditario[43].
Frattanto un’altra eredità più pingue metteasi in questione, quella di Carlo VI. Favorì le arti belle che coltivava egli stesso, e principalmente la musica, e dalMetastasio fu celebrato come il Tito del secolo: ma non sapea farsi nè stimare come elevato, nè amare come popolare; spiava i domestici segreti, puntigliavasi nelle cerimonie; ligio ai ministri, eppur sempre sospettoso di quel che più di tutti valeva, il principe Eugenio di Savoja, la cui morte (1736) lasciò il massimo disordine in quel gabinetto. Avvezzato despotico, penava a rispettare le costituzioni de’ varj Stati; più che d’altro gloriandosi d’essere stato re di Spagna, questo titolo non volle rinunziar mai; Spagnuoli mettevasi intorno e negl’impieghi; e ostinavasi a volere i possessi italiani come quelli che gli davano e denari pelsecreto borsiglioe cariche da distribuire a sua voglia, mentre ne’ paesi germanici le costituzioni escludeano i forestieri. Or que’ consiglieri (se crediamo allaStoria arcanadel Foscarini, che è un’indagine del perchè l’Austria perdesse così rapidamente l’Italia nel 1735) lo traevano a strane e rovinose maniere di governare il nostro paese; tutto andava a chi più rubasse in aggravio de’ popoli: a Napoli ottantadue milioni di fiorini si estorsero nei ventisette anni di suo dominio; oltre diciotto capitarono direttamente all’imperatore o per fascie alle arciduchesse o per altre graziosità: a Milano s’incarì la diaria, mentre le somme destinate a mantenervi soldati e munire fortezze colavano nel borsiglio, lasciando il paese sprovvisto nelle occorrenze: or si moveva dubbio su antiche vendite fatte dal fisco alle città, e bisognava transigere in denari; or una città contendeva coll’altra, e sopivasi il litigio a denari, sempre con particolare guadagno dell’imperatore. Per due milioni e quattrocentomila fiorini vendette ai Genovesi il marchesato di Finale, importantissimo perchè metteva il Milanese in comunicazione col mare; vendette al re di Sardegna altri feudi sottratti al Milanese; vendette titoli, vendette soldati, e fomentò la guerra perchè velava tali dispersionidi denaro. Negl’impieghi e nelle magistrature poneva persone indegne, purchè pagassero; lasciava che i ministri lucrassero sulle entrate dello Stato, come egli partecipava alle venalità; e tenea mano agli appalti, che si deliberavano a prezzi ingiusti, supplendovi con altre gravezze sui sudditi, e coll’inumanità dell’esazione.
Napoli avea gran foreste di roveri, proprietà regia; quelle dell’Istria e dell’Ungheria poteano somministrare una ricca flotta, dietro la quale Carlo smaniava: ma la pessima amministrazione facea costar più a lui i legnami suoi che se avesse dovuto comprarli, e l’uffizialità sarebbe bastata a triplice armata. Pensò favorire il commercio, ma con espedienti improvvidi; alzando i dazj delle lane, rovinò gli armenti dell’Abruzzo; colla Compagnia dell’India istituita ad Ostenda, s’inimicò le potenze marittime, mentre egli nessun frutto ritrasse; coll’aprire il porto franco di Trieste, oltre mettere in sospetto i Veneziani, spoverì la fiera di Bolzano ed altre interne, e non che vi affluissero mercanti come credeva, sole tre famiglie di Lombardia vi si posero, e bisognarono ordini rigorosi per trarvi mercanzie. L’accordo ch’ei fece colle potenze Barbaresche affidava queste a penetrare nell’Adriatico a danno de’ Veneti e de’ Pontifizj, sicure di trovar ricovero nei porti napoletani.
De’ vizj suoi e di sua Corte non mancava chi l’avvertisse, e i frati italiani che quaresimavano a Vienna, non prostituivano alle adulazioni la parola di Dio; pure soltanto le lezioni costose dell’esperienza lo fecero scorto degli errori suoi, non l’emendarono. Tutta sua vita fu in guerra, e più in maneggi per far adottare la prammatica sanzione, per cui gli Stati di Casa d’Austria passassero nella sua figlia Maria Teresa. La Farnese mosse mari e monti per maritare costei col suo Carlo, che avrebbe potuto un giorno congiungere in sè i possessi d’Austria, Spagna e Francia; e fallitole l’intrigo,cercò almeno buscargli il Milanese e le Sicilie. Ma il Milanese faceva gola a Carlo Emanuele III di Sardegna, il quale paragonava l’Italia a un carciofo, che vuolsi mangiare foglia a foglia; e sentendo di qual peso l’alleanza sua sarebbe nei moti imminenti, volea farsela pagare con quel ghiotto boccone.
Di mezzo all’apparente cordialità trescavasi dunque e faceansi armi, quando un lontanissimo evento condusse in nuovo travaglio il paese. Ciò fu l’elezione del re di Polonia. Era caduta su Stanislao Lezczinski suocero del re di Francia; ma Russia ed Austria preferivano Augusto di Sassonia, e accostato un esercito ai confini, obbligarono ad eleggere questo (1719), sicchè Stanislao ne dovette partire. Di qui rottura tra Francia ed Austria, e briga di alleanze, ove subito prese parte la Spagna, ossia Elisabetta; la quale, sempre agognando tutta l’eredità austriaca, nè per difficoltà diminuendo l’ambizione materna, al suo Carlo diciassettenne che s’adagiava nel principato di Parma, manda dire: — Preparatevi a un molto più nobile trono; Spagna, Francia, Sardegna si sono collegate contro l’Impero, cioè per deprimere Casa d’Austria[44]ed escluderla da Italia: un esercito con Berwick l’assalirà sul Reno, un altro con Villars scenderà in Lombardia, una flotta nel Mediterraneo; a Genova e Antibo sbarcheranno genti e cavalli spagnuoli,comandati dal conte di Montemar in effetto, in apparenza da voi stesso, che presto saluterò re delle Due Sicilie».
Carlo Emanuele fu ancora in testa agl’intrighi (1733 26 7bre). L’imperatore lo credeva suo, atteso l’avergli esso domandata l’investitura degli Stati in Italia; sicchè vedendolo ingrossare di armi, supponeva mirasse unicamente a difendersi dai Francesi; e quand’egli chiese grani alla Lombardia, il conte Daun si fece premura di mandargliene[45]. Ma un momento dopo si seppe che il re, a patto di divenire padrone del Milanese, erasi unito alla Francia, dove i consigli dell’ottagenario Villars e degli altri vecchi soldati essendo prevalsi ai pacifici del ministro cardinale Fleury, preparavansi grossi eserciti. I quali per cinque vie sboccati e uniti al piemontese, occupavano Vigevano, Tortona, Pavia, e sono alle porte di Milano (1733 3 9bre). Carlo VI erasi avversate le potenze marittime colla sua compagnia d’Ostenda; quel sistema di corruzione così esteso avea fatto trascurare gli armamenti e i magazzini; e Daun côlto alla sprovvista, anzichè esporsi ad una sconfitta, si ritira nelle fortezze.Carlo Emanuele accolto con feste a Milano e dappertutto[46], vede aprirsegli il forte di Pizzighettone allora importante pel passo dell’Adda e con cento cannoni, e i minori di Lecco, Trezzo, Cremona, Fuentes, Novara, Arona; anche quel di Milano dopo lanciatevi quattordicimila cannonate e tre mila bombe: e tiene finalmente questo paese sì a lungo ambito, e se n’intitola duca.
Un potentato che tema un vicino, gliene oppone un altro. Carlo Emanuele dunque consentiva all’incremento d’un infante di Spagna, per quanto s’adombrasse dei Borboni; ma non volea snervar l’imperatore a segno che quelli restassero senza contrappeso in Italia: laonde sfavorì la marcia dell’esercito, restrinse le sussistenze, ricusò dare artiglieria per l’assedio di Mantova, nè secondare Villars che volea si procedesse prima che da Germania venissero rinforzi; onde il maresciallo Mercy ebbe agio di calar dal Tirolo a rinforzare la guarnigione di Mantova; Villars indispettito viene a prendere congedo dal re, il quale duramente gli dice: — Buon viaggio». Il maresciallo, passando per Torino, vi morì di ottantadue anni.
Intanto anche la Spagna, ossia Elisabetta collegatasi con Francia, manda una flotta in Toscana, che per sottrarre le Due Sicilie all’oppressione austriaca, all’austriaca avarizia, comincia a devastare spietatamente laMirandola, Piombino, il ducato di Massa e Carrara; poi l’infante don Carlo, dichiaratosi da sè maggiorenne a diciott’anni, e fatto generalissimo degli Spagnuoli[47], a capo di grosso esercito lentamente traversa lo Stato papale, guastando da barbaro.
Come il Milanese, così il Napoletano trovavasi a mala guardia, avendo l’imperatore e il gran cancelliere Zinzendorf intascato i denari degli armamenti, e per gelosia non lasciavasi che i natii si armassero: ingegner nessuni; uffiziali imberbi; soldati arrugginiti nelle guarnigioni; gli animi esasperati contro gli Austriaci venditori d’impieghi e sanguisughe, sicchè all’accostarsi di Carlo dappertutto si gridava il nome di Spagna, tantopiù che egli pagava appuntino, regalava, sovveniva, gettava manciate di denaro alla folla.
Il vicerè Giulio Visconti chiama all’armi (1734), ma non gli rispondono che banditi e condannati, sicchè fugge col denaro e cogli archivj, e dappertutto si surrogano i gigli alle aquile. Carlo entra in Napoli spargendo denaro, prostrandosi alle chiese, donando una magnifica collana a san Gennaro, schiudendo le prigioni ai malfattori, conservando i privilegi e i magistrati, e aggiungendo alla città il grandato di Spagna, e all’eletto e ai deputati del popolo il diritto di coprirsi in presenza del re. Maggiore fu il contento quando si seppe che il paese non sarebbe più una fattoria regolata dai vicerè, poichè Filippo V decretò che Carlo fosse re delle Due Sicilie, separate da Spagna; le nuove nomine di dignità soddisfecero i nobili; feste e grazie e illuminazione soddisfecero la plebe.
Il Visconti, ritirato in terra di Bari, fu sconfitto a Bitonto dal duca di Montemar, vero duce dell’esercito, il quale passò a sottomettere l’isola di Sicilia (maggio), invano difesa dal prode Lobkowitz; così l’intero regno riverì Carlo; mentre la fortuna austriaca abbassava anche in Germania, malgrado l’arte del vecchio principe Eugenio.
Il Milanese era stato preso troppo facilmente perchè si potesse dir vinto, e a Mantova si concentrarono sotto il maresciallo Mercy le truppe imperiali; ma costui, poco gradito per le violenze e per la prodigalità di sangue, non prosperò le armi, e morì (giugno) alla battaglia di Parma, la più sanguinosa che già un pezzo si combattesse, restandovi diecimila Austriaci. Meglio furono questi comandati a Quistello dal maresciallo conte di Königseck; ma vinti alla giornata di Guastalla (19 7bre), dovettero ritirarsi in Tirolo.
Allora Luigi XV (1735) rimise sul tappeto il vecchio disegnodi rendere indipendente l’Italia, per isbarbicare le continue occasioni di guerra; Lombardia sarebbe spartita fra Venezia, Genova, Piemonte; la Toscana resa ai cittadini; nessuno potesse principare in Italia che avesse possedimenti fuori. L’ambizioso Farnese impacciò i consigli, non soffrendo che suo figlio fosse privato della Toscana, benchè acquistasse le Due Sicilie; si tornò sulle armi; e gli Austriaci raccolsero grosso esercito negli Stati della Chiesa, i quali dovettero sostenerne le spese e le prepotenze; perchè i contadini in qualche luogo si opponevano allo sfrenato loro foraggiare, in altri impedivano i loro ingaggi o ricusavano le arbitrarie contribuzioni, le Corti di Madrid e di Vienna urlavano contro il papa, ne cacciavano i nunzj.
Ma la guerra omai non si faceva che lenta e per marcie: Carlo non tenea le Due Sicilie? e il re sardo il Milanese? che potevano altro bramare? Il cardinale Fleury smaniava di rimettere pace; l’imperatore non poteva che desiderarla: ma Luigi, che aveva protestato non volere un palmo di terra, e solo vendicarsi dell’affronto fatto in Polonia a Stanislao Lezczinski, non volle cessar l’armi se non fosse dato alla Francia il ducato di Lorena, che esso Lezczinski terrebbe a vita, in cambio della disturbatagli Polonia. Ma e il duca di Lorena? si compenserà col dargli la Toscana, la quale toglieasi a Spagna, come Parma, Piacenza, Mantova. Miserabili barattieri di popoli!
Adunque nella pace di Vienna (1738 8 9bre) fu assegnata la Toscana al duca di Lorena, che, morto allora Gian Gastone, ne prendeva possesso; in compenso don Carlo avesse le Due Sicilie e i porti del Senese con Porto Longone; Livorno restava portofranco; al re di Sardegna, i territorj di Novara e Tortona, divelti dal Milanese, e la supremazia feudale nelle Langhe; Parma tornava all’imperatore, ma i Farnesi portarono via lericchezze di loro famiglia e i capi d’arte di cui arricchirono Napoli.
Non si erano ancora deposte le armi, quando la morte di Carlo VI (1740 20 8bre) aprì la successione austriaca; e in onta alla prammatica sanzione, i potentati si avventarono per istrappare qualche brano d’eredità a sua figlia Maria Teresa, e Italia tornò sossopra.
La Francia pensava creare o ingrandire colle spoglie dell’Austria gli Stati secondarj, che si movessero a suo impulso. La Prussia voleva crescere in Germania sicchè l’Austria non vi facesse più da padrona. Il re di Spagna credeva che, mancata la linea austriaca, toccassero a lui il Milanese, Parma e Piacenza, sebbene col trattato di Londra del 1718 vi avesse rinunziato; sicchè armò, e impose a Carlo di Napoli che s’armasse. Per uno statuto del 1549 di Carlo V, qualora venisse meno la discendenza maschile di Filippo II, doveano succedere le sorelle; statuto confermato allorchè la costui figlia Caterina sposò Carlo Emanuele III di Sardegna. Il quale dunque sorgeva a dire che il ducato di Milano avrebbe dovuto toccargli fin dalla morte di Carlo II, ultimo maschio di Filippo II; e viepiù adesso che ogni seme di quella Casa era perito. Non credo che Carlo Emanuele III contasse gran fatto su questi titoli, abrogati del resto col riconoscere la prammatica sanzione: bensì sentiva che, come principe dell’impero dovea aver parte alle discussioni; e come posto fra i due maggiori contendenti, si darebbe a quello che meglio il compensasse. E dapprima prese accordo colla Francia per acquistare il Milanese, foss’anche col cedere la Savoja; poi riflettendo non tornargli utile il prevalere in Italia quella Francia che aveva dominato sì a lungo il Piemonte, e non vedendosi dalla Spagna offerti che ritagli del Milanese, agognato dalla Farnese, si volge a Maria Teresa.
Questa navigava in pessime acque, parendo tutta Europa congiurata a ritorle i lenti acquisti de’ suoi avi, restringendola all’Ungheria, la Bassa Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, le provincie belgiche. Federico II di Prussia, eroe filosofo, le occupava la Slesia; il duca di Baviera la Boemia ed era proclamato imperatore; gli Spagnuoli sovrastavano all’Italia; dal Napoletano moveansi i Borboni a minacciare Toscana, Parma, Piacenza, Lombardia; il papa li lascierebbe passare, il duca di Modena si collegherebbe con loro.
Maria Teresa, profuga sin da Vienna, avea dovuto ritirare le truppe dall’Italia, e con patti onerosi procurarsi amici: onde convenne con Carlo Emanuele (1742 1 febb.) che essa impedirebbe Spagnuoli e Napoletani d’avanzare verso Modena e la Mirandola; egli, mettendo da banda le sue ragioni fino a guerra finita, difenderebbe la Lombardia. Trattato di due nemici, intenti solo a schermirsi da un terzo, come lo qualificava Voltaire; e dettoprovvisionaleperchè esprimeva la riserva che il re potesse disdirlo mediante il preavviso di un mese, cioè se Francia e Spagna gli facessero condizioni più vantaggiose.
Venezia volle tenersi neutra, benchè Maria Teresa minacciasse di nuovo suscitarle addosso i ladroni di Segna. A Modena sedevano gli Estensi, principi quieti; e Alfonso III a sessantott’anni abdicò (1629) per rendersi cappuccino a Merano nel Tirolo, dove apostolò eretici, assistette appestati. Francesco suo figlio, modello di cortesia e di generosità, in istrada parlava con questo e con quello, dava udienza a tutti, donava con modesta liberalità; sapeva che qualche cavaliere fosse in bisogno? giocava con esso al tiro o al pallamaglio, ad arte perdendo; ad alcuno chiedeva la borsa, simulando averne bisogno, poi gliela rendeva impinguata; o nella giubba o nel cappello sguizzavagli destramente un rotolo di monete, o fingea lasciarsene cader di mano, e come leaveano raccolte non volea ripigliarle; e li donava di vesti, come fossero da lui smesse, e vi trovavano denari. Al Poggio suo segretario rimproverò una lettera come mal fatta; ma il dì medesimo, quando fu a tavola con alquanti amici, gli mandò un viglietto contenente la donazione della casa e d’alquanti poderi. Amò anche le arti, e cominciò il palazzo di Modena, buon disegno dell’Avanzini. Un prossimo parente del maresciallo di Gassion avendo commesso profanazioni in una chiesa, lo fece fucilare, respingendo le istanze di grazia col dire: — Gli perdonerei se mi avesse fatto perdere una battaglia: ma non d’aver mancato di rispetto alla casa di Dio.
Alfonso IV fu generalissimo (1658) delle armi francesi in Italia, ed ebbe l’investitura di Correggio. La sua vedova Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, regolò con accorta bontà la fanciullezza di Francesco II. Al quale morto senza figli, sottentrò lo zio Rinaldo, figlio di Francesco I, che vedemmo ravvolto nella guerra per la successione spagnuola. Nel 1707 ricuperò gli Stati; nel 1710 acquistò la Mirandola, che l’imperatore, per castigare Pico d’avere parteggiato coi Francesi, fece mettere quasi all’incanto e gli cedette per ducentomila pistole: ma di ottenere Comacchio, disputato sempre dal papa, disperò allorquando l’imperatore rinunziò a pretenderlo.
Nella guerra dei Gallo-Ispani (1734), Modena fu occupata dal maresciallo Maillebois e gravata di contribuzioni. Rinaldo, che erasi rifuggito a Parigi, fu poi restituito nella sua residenza, e l’anno appresso gli succedette Francesco III (1737) che allora combatteva i Turchi in Ungheria come generale dell’artiglieria imperiale. Egli erasi proposto di rimanere neutro nella guerra scoppiata: ma Traun governatore della Lombardia collo svillaneggiarlo e invaderne gli Stati lo spinse a chiarirsinemico della sua padrona. Subito Tedeschi e Sardi occuparono lo Stato, mentre il duca ricoverava sul Veneto, «portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie» dice il Muratori. Questi allora trovavasi bibliotecario in Modena, e avendogli il re di Sardegna domandato — Come mi tratterà nella sua storia?» rispose: — Come vostra maestà tratterà la patria mia».
Il duca di Montemar, che dalla sinistra del Po avea veduto senza muoversi la presa di Modena e della Mirandola, sfila allora verso la bassa Italia, e non volendo aprirsi a forza il passaggio per la Toscana, sbarca a Orbetello, e uniti i suoi Spagnuoli a dodicimila Napoletani, traversa violentemente il territorio della Chiesa. In Roma i suoi, per ingaggiare soldati, trascorrono a seduzioni e violenze di tal guisa, che il popolo, irritato di vedersi rapire mariti, figli, padri, tumultuò, coi sassi plebei affrontò fucili e cannoni, e fu forza calar seco a patti, e congedare quanti eransi incorporati ne’ reggimenti spagnuoli. Questi esercitarono vendetta sulla campagna, ma la pagarono col sangue. Il cardinale Alberoni, che non potea dimenticare la politica, proponeva di opporre a questi stranieri una lega di tutti i principi italiani, capo il pontefice; ma questo si accontentò di bandire un giubileo.
Mentre prima il principe Eugenio colle rapide marcie solea moltiplicare un piccolo esercito, allora il Montemar, che pur tanto avea giovato alla prima conquista del Regno, lasciò languire un esercito poderoso; senza riguardo nè all’onore spagnuolo, nè al pericolo degli alleati, nè al conquasso dei popoli, perdendo settimane in marcie di poche ore; accostavasi ai nemici, poi rifocillavasi indietro; non difendeva i suoi posti, non attaccava i deboli, lasciando indisciplinare i soldati, estender le malattie e i vizj, e prevalere gli alleati. Fu mandatoa scambiarlo il conte di Gages fiammingo, che a Camposanto di Modena venne a battaglia (1743) cogli Austro-Sardi, poi ritiratosi a Rimini, cedette il comando al duca di Modena.
Maria Teresa, non iscoraggiata da tanti nemici, rinnega Carlo VII benchè regolarmente eletto imperatore dai principi di Germania, e avvolgendo questi in una guerra di mero suo profitto, chiama per la prima volta i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa meridionale, e versa contro i suoi nemici e sopra la povera Italia bande ferine di Panduri, Tolpasci, Anacchi, Croati, Varadini, terribili d’aspetto e d’armi, anelanti alla ruba, indifferenti al sangue, e che rinnovarono gli orrori della guerra dei Trent’anni.
Unica l’Inghilterra serbò fede alla prammatica sanzione. Improvvisamente (19 agosto) una sua squadra si presenta davanti a Napoli con galeotte e bombe, e il comandante Matthews intima a quel re di richiamare le sue truppe dalla Lombardia, o bombarderà la capitale: tempo due ore a decidere. Non erasi mai pensato a munir Napoli, nè i castelli erano provvisti; onde fu forza rassegnarsi, e l’esercito napoletano richiamato, prese quartiere sul Perugino.
Carlo Emanuele seguitava intanto pratiche colla Spagna o colla Francia; e questa non potendolo trarre a sè, mandò nuove truppe al Varo e all’Alpi. Egli, facendo valere i suoi gravi sacrifizj e le proposizioni avute da Francia e Spagna, insisteva per nuovi compensi: l’Inghilterra spingeva Maria Teresa a consolidare quella lubrica alleanza con Savoja, facendo positive concessioni. L’imperatrice reluttava e diceva: — Se cedo ancora, mi resterà in Italia sì poco da non meritare d’essere difesa; non mi lascia che l’alternativa d’essere spogliata dalla Francia o dall’Inghilterra»; dovette piegarsi ad un trattato segreto (13 7bre) conchiuso inWorms, pel quale Carlo Emanuele riconosceva la prammatica sanzione, rinunziando ad ogni pretensione sul Milanese, e obbligandosi a mettere in campo quarantacinquemila uomini. Essa «in ricompensa dello zelo e della generosità con cui erasi avventurato a vantaggio della Casa d’Austria», oltre un sussidio di quattro milioni all’anno, obbligavasi a cedergli il Vigevanasco, il contado d’Angera con tutta la riva occidentale del lago Maggiore e la meridionale del Ticino, e Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino alla Nura; e terrebbe in Italia trentamila uomini sotto gli ordini del re. L’Inghilterra si obbligava a pagare al re di Sardegna ducentomila sterline l’anno[48], e secondarlo con poderosa squadra nel Mediterraneo, nè ascoltare veruna proposizione d’assestamento dell’Italia senza consenso di esso.
Allora si rincalorisce la guerra. Carlo Emanuele, inseguendo gli Spagnuoli capitanati dal duca di Modena, giunse fino a Bologna; il principe di Lobkowitz, chiaro per vittorie in Boemia, succeduto al Traun, entra nelle Legazioni, mandandole a sperpero con una di quelle guerre di movimenti che devastano senza risolvere, mostra ancora ai Romani un esercito di Barbari, e s’avvia su Napoli, spargendo larghissime promesse di Maria Teresa. Ma popolo e nobili, indignati che ne fosse tentata la fedeltà, si restrinsero al loro re, superbi dellaconfidenza mostrata da Carlo, fin a sprigionare quei che avea chiusi per inconfidenza, s’accinse a tutelare il nuovo regno.
Lobkowitz menava ventimila fanti, seimila cavalli, oltre le bande irregolari e molti scorridori ungheresi; li secondavano i navigli. Più numerosi erano i Borbonici, meno riputati; e nè gli uni nè gli altri facendosi scrupolo di ledere territorio amico, lo Stato pontifizio resero teatro di battaglie. A Velletri gli Austriaci diedero assalto sì improvviso (1744 10 agosto) al campo, che il re e il duca di Modena a fatica fuggirono in camicia; ma il duca di Castropignano seppe conservare la posizione in modo, che ben presto volse in fuga gli Austriaci. Stettero però ancora due mesi a fronte gli eserciti, ciascuno sperando che la fame e la peste distruggerebbe l’altro; e in fatto, dopo lasciate innumere vite a miserabile spettacolo, Lobkowitz dovette sonare a ritirata, e mostrare i laceri avanzi a quella Roma che dianzi avea insultata. Il conte Gages, unito a un esercito che Francia spediva per Genova, incalzò gli Austriaci, facendo orrida la via coi disertori che lasciava impiccati, mentre la peste desolava i due campi.
Anche sul mare infuriavano le regie ire, mentre empivano di strage la Germania. Morto il ministro Fleury, che sempre avea sollecitato la pace, Francia caldeggiò la parte spagnuola contro Maria Teresa, e mandò un esercito di qua dall’Alpi; grosse battaglie si combattono; altri Gallo-Ispani coll’infante don Filippo e col principe di Conti, secondati dalla flotta, prendono Nizza e la Savoja. I passi delle Alpi sono vigorosamente protetti dai Piemontesi, e tra le fazioni più famose del secolo contansi la presa di Demonte e l’assedio di Cuneo (7bre), ove le popolazioni secondavano l’esercito, a differenza di ciò che avveniva nella restante Italia; e sebbene il re fosse sconfitto, l’avversario dovette sgombrare il Piemonte.
Ma ben presto don Filippo ritorna, Carlo Emanuele è sconfitto a Bassignana (1745 27 9bre), lasciando pochi uccisi e moltissimi prigionieri: e l’infante don Filippo entra coi Gallo-Ispani in Milano trionfante, e la Farnese esulta del sapere la pingue città in pugno al suo secondogenito. Ma la regina d’Ungheria raddoppia di sforzi, e avendo dal terribile suo avversario Federico II comprata la pace col cedergli la Slesia (1746), manda Lichtenstein con nuove truppe nel cuor dell’inverno, sicchè ben presto i Gallo-Ispani devono lasciar Milano ai Tedeschi, che mandano a saccheggio Parma, mentre i Gallo-Ispani si rinforzano in Piacenza.
Appoggiato ai Tedeschi, Carlo Emanuele si rifà, vince Gages e Maillebois (16 giugno), mentre rinterza trattati colla Francia per conseguire maggiori vantaggi e l’ambito Milanese, semina zizzanie tra Spagnuoli e Francesi; questi batte a Piacenza e obbliga a ripassar le Alpi; e morto Filippo che ostinavasi alla guerra per suo capriccio e per stimolo della Farnese, Ferdinando suo successore (luglio) richiamò d’Italia le truppe spagnuole.
Maria Teresa, carattere virile, virtuosa in mezzo a tante Corti depravate, altera dei diritti di regina e di austriaca, intendeva all’ingrandimento della propria casa e dei proprj figli, senza intaccare i privilegi locali, che formavano la costituzione storica de’ differenti suoi popoli. Avea sposato Francesco, già duca di Lorena poi granduca di Toscana; e benchè di lui amorosissima, e il facesse dodici volte padre, non gli lasciò ombra d’autorità; sicchè egli dovette restringersi a cure parziali, e a guadagnare sugli appalti fin con somministrare forniture ai nemici di sua moglie.
Maria Teresa inviò un corpo nel Ferrarese, che, per castigare il duca di Modena, imponesse grossissime contribuzioni, e guastasse i beni allodiali di Casa d’Este, benchè assegnati alle sorelle, e fin quelli di Massa eCarrara, la cui duchessa Maria Teresa Cibo era moglie del principe ereditario che fu poi duca. Vacando, per la morte dell’ultimo Gonzaga, il ducato di Mantova, Maria Teresa l’occupò come appendice del Milanese, protestandone fin suo marito, che qual imperatore di Germania, lo credeva a sè ricaduto. Dopo la vittoria di Piacenza, gli Austro-Sardi vogliono profittare del buon destro per ricuperare il Napoletano: ma l’Inghilterra, per castigare Francia d’aver favorito il pretendente, gli obbliga a volgersi contro la Provenza, lo perchè occupano la più parte del Genovesato.
Il marchesato del Finale tra il Monferrato e la riviera genovese, dalla famiglia Del Carretto, che lo teneva in feudo, era stato nel 1590 venduto agli Spagnuoli che l’unirono al ducato di Milano; quando i Francesi uscirono d’Italia nel 1707, gl’Imperiali se ne impadronirono, poi Carlo VI nel 1713 lo vendette a Genova per un milione ducentomila piastre, come feudo dipendente dall’Impero, e glielo confermò nel trattato della Quadruplice alleanza nel 18, e in quel di Vienna nel 25. Eppure Maria Teresa, come roba sua, nel 43 ne cedeva i diritti al re di Sardegna, per l’unico titolo che al Piemonte importava avere comunicazione immediata colle potenze marittime ad esso alleate.
Genova non era più la donna dei mari, ma quel popolo conservava vigorosi caratteri, operosità, amore del franco stato; l’aristocrazia dominante non escludeva il merito, e ricordavasi dell’origine sua popolana; i suoi capitalisti possedeano per quattordici milioni di rendita sui banchi di Francia. Protestò essa contro tale usurpazione, che poteva costituire sulla Riviera un porto emulo del suo, fece armi; e aderendo a Francia, Spagna e Napoli nel trattato d’Aranjuez, agevolò ai Borbonici il passo per la Lombardia. Gl’Inglesi reclamarono perchè Genova cessasse dall’armarsi, attesochè nemicinon aveva, e dal molestare il loro alleato di Savoja; e non ascoltati, predarono le navi (1746), e mandarono l’ammiraglio Rowley a bombardar Genova, il Finale, San Remo, sollecitati dal re di Sardegna, che istigava anche i Corsi. Ma dopo la vittoria di Piacenza e la ritirata degli Spagnuoli, benchè avesse e armi e viveri, Genova trovandosi incalzata per terra dagli Austriaci, per mare dagli Inglesi, scontentò il popolo pel lavoro mancato nella lunga guerra e pei difficoltati trasporti, sicchè temeva proclamasse Maria Teresa, e dovette patteggiare col comandante degli Austriaci marchese Antonio Botta Adorno, e cedergli una porta, raccomandandosi alla generosità dell’imperatrice.
Se i soldati tedeschi in tutta quella campagna si erano mostrati brutali e ingordi, massime a Parma e Piacenza, qui ancor peggio, quasi il Botta s’invelenisse dell’averla per patria. Impose dunque condizioni come a città vinta: consegnassero le porte, i forti, le munizioni da guerra e da bocca, libero agli eserciti austriaci di traversare le terre della repubblica; il doge e quattro senatori passassero fra un mese a chiedere perdono alla clementissima sovrana di ciò che è sacrosanto diritto, il difendersi da aggressori; detto fatto pagassero cinquantamila genovine (da cinque franchi) per rinfresco ai soldati; poi determinava la contribuzione di guerra a tre milioni di genovine entro quindici giorni, o il saccheggio; tanto e non meno bisognando all’esercito per la spedizione in Provenza e contro Napoli. Di tutto allora si cominciò a far denaro; gli argenti delle case, i tesori sotto la fede pubblica depositati nel banco di san Giorgio, andarono alla zecca, onde passar poi nelle tasche de’ soldati per stipendj e per ricompense; molto ne fu mandato a Milano.
Il re di Sardegna si lamentò che del bottino non gli si facesse parte: sostenuto dagli Inglesi ricuperavaNizza, e prendeva Savona, il Finale, altri posti della Riviera, esclamando contro i Genovesi che osavano difenderli; una nave inglese all’imboccatura del porto taglieggiava e metteva a preda quanti vascelli capitassero a Genova. Per la paura più non si portavano tampoco i grani, e pativasi di fame; fuggivano i principali negozianti, i maggiori ricchi, i membri del piccolo consiglio.
Ad istanza di Benedetto XIV, Maria Teresa condonò il terzo milione; ma il Botta non solo lo volle, ma ne aggiunse un altro pei quartieri d’inverno. Tanto spoglio di città già esausta dalla lunga guerra di Corsica! Eppure la brutalità nemica non n’era sazia; si arrivò a volere che Genova somministrasse le proprie artiglierie per poter con queste toglierle le sue città. E se, come i Romani ad Alarico, chiedeva — Cosa ci lascerete?» il turpe Botta rispondeva: — Gli occhi per piangere». Vile! qualcos’altro resta sempre al popolo ridotto alla disperazione.
Per favorire la decretata spedizione di Provenza, di cui il re di Sardegna era destinato generalissimo, il Botta levò i cannoni anche di Genova; ma nello strascinare un mortajo da Portória (5 xbre), si sfondò la strada e gran fatica dura vasi a cavarnelo. I Tedeschi col bastone obbligarono qualche popolano ad ajutarli: ma un Balilla, ragazzo vulgare, comincia a resistere e rivoltarsi; i suoi lo secondano colle grida e le sassate; il rombazzo ingrossa, e impetuoso si diffonde per la città; rapisconsi le armi ove si trovano: da principio i popolani son più uccisi che uccisori, e gli Austriaci li deridono, e al grido diViva MariarispondonoViva Maria Teresa. Ma il furore cresce; si serragliano le vie; Croati, Panduri e quegli altri feroci soccombono alle armi plebee; fanciulli e donne strascinano i cannoni ove mai non sarebbesi creduto; improvvisati artiglieri, improvvisati fucilierimostrano che sanno vincere e frenar la vittoria: frati e preti ispirano misericordia, ma non fiacchezza. Invano i nobili suggeriscono prudenza, moderazione, e di non sonare a stormo; le campane a martello chiamano i valligiani del Bisagno e della Polcévera; quel Botta, che aveva sbraveggiato il popolo, sente che cosa il popolo vaglia, e fremente e confuso è costretto andarsene.Viva Maria, Genova è salva (10 xbre).
Un applauso universale salutò le cinque giornate; i Tedeschi dalla Riviera si ritrassero di qua dell’Appennino; e accertata la vittoria, anche i nobili parteggiarono colla plebe. Deltradimentofremette Maria Teresa, e tacciando di lesa maestà un popolo indipendente, decretò il sequestro di quanto possedevano i Genovesi ne’ suoi Stati, colpendo così e gl’innocenti che trovavansi lontani da Genova, e la pubblica garanzia delle casse pubbliche, e portando a inevitabili fallimenti[49]. Nè paga a tanto, spedì rinforzi a punir il popolo di quella fedeltà che negli Ungheresi ella aveva applaudita, e che qui chiamava ribellione. Lo Stato di Milano fu obbligato dare cinquecento carrette con quattro cavalli e un uomo ciascuna per condur le provvigioni, e migliaja di villani requisiti per ispianare le strade all’artiglieria. E s’affollarono sul territorio le truppe austriache, che rinomate per valore quanto per cattiva amministrazione, riuscivano gravosissime ovunque stanziassero, e in conseguenza indisciplinate.
Il generale Schulemburg, ripresa la Bocchetta (1747), mandò bande di Croati, le cui fierezze fecero inorridire l’Europa, e indussero i Genovesi a intimargli, se non cessava taglierebbero a pezzi gli uffiziali che tenevano prigionieri. Il popolo sistemò la difesa, e armò le compagnie secondo le varie arti, gridandoLibertà o morte, e ascrivendoalla beata Vergine ogni vantaggio che ottenesse sui nemici; si cessò dai vizj, si faceano penitenze e processioni.
Quell’eroismo inaspettato tra la fiacchezza del secolo, mosse Spagna e Francia a sostenerli, pentite e vergognate, d’aver in Italia lasciato cadere ogni loro fortuna. Il cavaliere Bellisle, fratello del maresciallo, avendo tentato passar il colle dell’Assietta, vi lasciò la vita (19 luglio) e la vittoria, nè più i Francesi s’avventurarono su terre piemontesi. Il re di Sardegna aveva potuto prendere Savona, sulla quale ostentava antichi diritti: ma la spedizione di Provenza gli fu interrotta dai mancati soccorsi; e gli Austro-Sardi, che vi aveano sofferto ogni specie di stento, furono cacciati a maledizione dal devastato paese, de’ cui ulivi si servirono a far fuoco, e dove lasciarono morto un terzo delle truppe e quasi tutta la bellissima cavalleria. Mentre stringevano Genova con fierezza per terra lo Schulemburg e per mare gl’Inglesi, il francese duca di Boufflers sosteneva colla sperienza il coraggio popolano; tantochè l’austriaco dovette levar il campo e ritirarsi verso la Lombardia. I Genovesi usciti in festa per la campagna, deploravano desolate le loro ville e dappertutto traccie dell’immanità dei Croati; ma esultavano dell’essersi riscossi col proprio braccio.
Morto fra i compianti il Boufflers, al duca di Richelieu succedutogli pochissimo rimase a fare, ma non ritirò le truppe sinchè non fu ripristinato il governo dei pochi. Il popolo aveva redenta la patria, il popolo vinti i nemici di essa; l’aristocrazia gli rimetteva il freno. Fu quella forse la prima guerra alla moderna, ove si continuassero le trattative insieme colle operazioni militari. E fra le proposte fatte alla Sardegna, merita menzione il progetto di Francia, pel quale, cedendo Nizza e la Savoja, Carlo Emanuele sarebbe ajutato aconquistar il Milanese d’accordo con Spagna e Napoli: del ducato di Mantova s’investirebbero Venezia o il Piemonte: in Italia dove straniero più non rimaneva, si formerebbe una confederazione de’ principi per assicurarli da attacchi esterni e da interne perturbazioni, allestendo all’uopo un esercito di ottantamila uomini, comandato dal re di Sardegna, o in difetto suo da quel di Napoli. Taciamo tutte le minuzie di che il bel concetto nazionale era rinvolto dai lucri domestici e dalle ambizioni della Farnese: ma Carlo Emanuele voleva anzitutto la fusione degli Stati promessigli[50]; temeva che, coll’escludere l’Austria dall’Italia non restasse senza contrappeso il protettorato della Francia, e tenne fermo all’alleanza austriaca: onde Asti fu presa, sciolto l’assedio d’Alessandria, e chiusa per cinquant’anni l’Italia ai Francesi.
A questi danni fatti dai re, venivano di conseguenza epidemie e strani morbi, e un’epizoozia e dilagamenti de’ fiumi dell’alta Italia[51], e venti furiosi a Genova. Alfine i principi, spossati di far tanto male, conchiusero pace ad Aquisgrana (1748 15 8bre). Lo scopo di tanto sangue era ottenuto: cioè Maria Teresa, tuttochè femmina, ereditava gli Stati di suo padre, e alla grandezza della sua Casa dava il rinfianco dell’alleanza inglese. Però, per quanto ella cercasse disdire il trattato di Worms, allegando d’aver giurato conservare integra l’eredità paterna, e di non dover desolare i Milanesi che vedeansi tolti i paesi dove teneano le più pingui proprietà, dovette rassegnarsi cedendo al re di Sardegna l’alto Novarese, il Vigevanasco, porzione del Pavese, il contado d’Angera,sicchè il Ticino diventava arcifinio dal lago Maggiore sino al Po. Il Finale fu tacitamente restituito a Genova coll’antico Stato, e tolto il sequestro sui beni de’ Genovesi, nulla badando a Maria Teresa che continuava a pretendere il milione imposto dal Botta. Elisabetta Farnese fu paga nella materna ambizione, vedendo al suo Filippo assicurati non solo il ducato di Parma e Piacenza, ma quelli di Guastalla, Sabbioneta e Bozzolo, dov’erasi estinta la famiglia dritta dei Gonzaga[52]. Don Carlo ebbe garantite le Due Sicilie, edassenti alpatto di famiglia, per cui tutti i Borboni doveano avere gli stessi nemici e assicurarsi i possessi, determinando i sussidj in evenienza di guerra. Francesco III di Modena tornò nel dominio, e per le spese ebbe in compenso la signoria di Novellara, estinti i Gonzaga che vi dominavano.
Come nella guerra, così nella pace il popolo italiano non era intervenuto che per soffrire: pure la gelosia reciproca delle potenze fece che la dominazione straniera non restasse più di qua dall’Alpi, se non nel Milanese, scemato anch’esso di preziosi cantoni.