Chapter 18

Pompeo Litta milanese (1781-1852) nelleFamiglie celebriavviò un’opera di pazienza e spesa, la quale comechè inesatta per la cronologia e la genealogia, si distingue per giudizj non vulgari e passionati e per epifonemi. Opere fastosissime, come ilCostume di tutti i tempi e di tutte le nazionidel Menin di Padova, e peggio ilCostume antico e modernoche va col nome di Giulio Ferrari di Milano, sono compilazioni di nessun vantaggio alla storia. V’è qualcuno che scrisse cinquanta volumi storici senza meritare altro posto che nella bibliografia. Alcune biografie del Lomonaco piacquero per calore giovanile e per quelle passioni, alle quali poi indulgendo egli si uccise: alcune di Carlo Rosmini s’allargano all’importanza di storia. GliUomini illustri di Ravennadi Filippo Mordani tra frasi compassate e generiche non danno giusto concetto del lodato nè il fanno amare[260]. Sono più vivi il Fabretti ne’Capitanidell’Umbria, il Ricotti ne’Capitani di ventura, il Promis negliArchitetti militari, e pochi altri che in tali lavori sanno far convergere que’ fatti minuti, privati e pubblici, che danno giusto criterio d’un uomo e della condizione d’un popolo[261].

AgliAnnali musulmanidel Rampoldi scema fede il non avere egli conosciuto le fonti e valersi delle traduzioni francesi, perfino nella trascrizione dei nomi; cita senza lealtà, e fin dicendo l’opposto; millanta Amari, dopo avere illustrato i Vespri siciliani, con amore e cognizione tessè la storia della Sicilia sotto la dominazione araba, grandemente esaltando quegli estranei signori.

Qualcuno abusò della pietà con leggende indiscrete; qualche altro si pasce di idee antiquate o servili o irose, sconnesse dal popolo e senza educare gli avvenire nella scienza del giusto e dell’utile, nella fratellanza operosa, in cui sta tutta l’italica speranza. Coloro che ebbero mano nelle vicende, coloro se non altro che patirono immediatamente, amano rivelarsi ai posteri, giustificare sè, accusare altrui: donde fra gli stranieri quell’infinità di memorie e di racconti contemporanei, che riaprono la feconda sorgente delle reminiscenze. Pochissimi da noi, fra’ quali levarono fama il fiorentino Laugier e il milanese Vacani descrivendo le battaglie napoleoniche. Appartengono alla polemica più che alla storia i racconti parziali delle vicende del 1821, del 30, del 48, e le tante della successiva trasformazione.

Adulterare di proposito la storia non è che di pochisicofanti; ma l’impressione che sul lettore è prodotta dalla vista delle cose attuali e la forza delle opinioni correnti, false o vere, generose od abjette, trasfigurano i fatti all’occhio che più vantasi spassionato: e chi abbracci abbastanza cose per essere imparziale, nutra virtù sufficiente per dar merito ai nemici e torto agli amici, e proclamare le virtù che giovino in ogni luogo e tempo, infondendo benevolenza e tolleranza colla certezza di non ottenere per sè nè questa nè quella, raro sorge fra noi. Ecco perchè al giorno della prova ci trovammo tanto minori di noi, e vagammo nelle astrazioni per difetto d’esperienza, disposti a gittar via le buone armi per afferrare le cattive.

Sulla filosofia della storia entrò di moda, principalmente fra’ Tedeschi, d’inventare sistemi, deducendone l’andamento dalle leggi dell’intelletto umano, talvolta sino a negare la libertà morale. Allora fu resuscitata la gloria del nostro Vico: alcuni vi tentarono qualche novità, e singolarmente il napoletano Janelli, e bizzarramente Giuseppe Ferrari.

Dall’indipendenza individuale, vagheggiata nel secolo scorso, il nostro era passato a proclamare l’importanza della sociale convivenza, nè fuori di questa potere effettuarsi le condizioni del progresso, mentre in questa anche i supposti disordini appajono o beni o il minor male. Quindi venerazione al senso comune; e quindi migliore intelligenza nelle varie età, tutte connesse colle antecedenti e colle susseguenti; quindi a fatti che sembrano stranianze ed eccezioni, trovata ragione nei tempi e nelle concatenazioni; i legislatori e i filosofi non essere isolati, non onnipotenti formatori d’una civiltà, ma efflorescenza naturale d’un dato stadio di forme civili e sociali, che gradatamente promuovono il progresso dell’individuo nel progresso dell’intera società. Nei fatti particolari non s’ha dunque a voler rinvenire il beneimmediato dell’individuo, ma spiegare le vie per cui il genere umano anche errando s’avvicina alla migliore attuazione del vero, del bello, del buono, librandosi tra la violenza logica dei radicali riformatori, e l’ottimismo indolente de’ fatalisti. La storia non fermasi ad alcuna parte distinta dello spazio e del tempo, ma all’intero andamento del genere umano con certe leggi, non intese eppure intravvedute, per cui le quistioni più particolari si annettono alle supreme, e a quelle che pajono metafisiche speculazioni.

Pertanto un Italiano, che da un pezzo guardava ai passi dell’umanità anche fuori di paese, si persuase che tutte le verità importanti alla vita si racchiudono nella storia, scienza generale e non isolata, e dapprima storicamente furono e possono essere enunciate; che nè un individuo nè una nazione si può conoscere appieno se non si studii in tutta la serie della sua vita; che la moralità de’ fatti privati e pubblici deriva dalla conoscenza delle circostanze, nè queste possono abbracciarsi se non nel complesso delle cose che precedettero e seguirono; mentre restringendosi a un punto solo, si distruggono la ragione storica e la ragione umana. Ebbe dunque l’ardimento o la temerità di riassumere in una storia universale quello che sui singoli punti di essa aveano discusso e pronunziato nostrali e forestieri, e darvi non solo esterna simmetria, ma intima unità, seguitando il genere umano che tutto insieme migliora di continuo, sotto la guida della Provvidenza: e quel progresso additò nelle idee, nelle dottrine, nei sentimenti, nell’acquisto di libertà e di dignità; perciò studiando in complesso le scienze, le religioni, le arti, le costumanze; procurando si apprezzasse il passato senza voglia di rifarlo, non si guardasse il medioevo come un grande abisso fra due mondi[262], negando conservasse e producessegermi di civiltà, ma non pretendendo trovarveli appieno svolti e maturati; insomma si riponesse l’uomo al posto dove i filosofisti aveano collocato delle astrazioni. In conseguenza notabili riuscirono i giudizj ch’ei portava sugli uomini, collocandoli in mezzo alle circostanze e alle idee del loro tempo, eppure in ogni età e luogo raffrontandoli alla morale indefettibile, e deducendone la ragione filosofica e il criterio morale. Anche artisti e letterati circondando di ciò che doveva ispirarli, non li valutava soltanto secondo la bellezza formale, ma stimando gli antecedenti passi dello spirito, le tendenze verso il futuro, il nuovo impulso che ciascuno aggiunse all’impulso continuo provvidenziale.

Chiedeano i grandi dottori: A quale scuola appartiene egli? è novatore o retrivo? perchè tanto rumore? come si elevò senza il nostro voto, senza incensare agli idoli che giorno per giorno noi gridiamo immortali e domani sotterriamo? porta un metodo o una dottrina? è una scoperta?

Era la perseveranza di cercare la verità, la buona fede in riconoscerla, la franchezza in esporla tutt’intera e complessiva, senza timore di nemici, e, ciò che più costa, senza connivenza ad amici. Considerata come evoluzione dello spirito universale nel tempo, e in particolare come progresso della coscienza della libertà, la storia diveniva opera di morale e politica più che di letteratura: e in fatto quelli che si proposero con dottrina e coerenza di mettere quell’opera nel fango o sul piedistallo, tolsero appunto di mira i suoi giudizj. Nuovi o no che fossero, giusti o meno, traevano vigoredall’essere per la prima volta applicati non a fatti e personaggi singoli e speciali, ma all’intera storia; la quale ordendosi sulla conoscenza della natura dell’uomo, sull’efficacia delle istituzioni e dei fatti nella condizione dei popoli, non destava minore interesse al tempo di Cesare e di Confucio, che a quello di Napoleone e di Saint-Simon.

A noi non pareva che, d’una scuola che ora udiamo compassionare come sfruttata e «immiseritasi nella religione e nella morale», riuscirebbe compiuto il quadro se non avessimo accennato a un’opera, la quale (non essendosi comprata l’impunità con forme elastiche ed espressioni mitigate a norma del giusto mezzo che si pretende) aperse campo a rumorosi dissensi, produsse critiche più voluminose di essa, ma i cui sentimenti e l’esempio non rimasero inefficaci neppure su quelli che la rinnegavano. Se non che l’autore, mentre conosceva come si abbia diritto di chiedere ad un libro la trasparenza d’ogni frase, la precisione d’ogni pensiero, la sicurezza d’ogni giudizio, affinchè, lucido e ardente, ispirato dalla passione, temperato dalla ragione, rechi lume all’intelletto, calore al sentimento, rinforzo alla volontà, sentiva quanto ad adempiere tali doveri lo rendessero impotente il suo ingegno, il suo isolamento, i suoi contemporanei.

Chi ci trovasse o ingrati agli antecessori o malevoli ai successori, voglia indicarci perchè, non dirò non li lodino, ma non se ne valgano gli stranieri; perchè quivi stesso si ricevano così scuratamente i lavori nazionali, mentre con deplorabile leggerezza si traduce ogni miseria che sgorghi di Francia[263]; perchè alcunisfacciati od ignoranti osino asserire il falso, addurre testi bugiardi, documenti sfigurati, e ottengano assenso dai giornali e persino reputazione di eruditi; perchè sì rara s’incontri quella critica che ricostruisce il passato vagliando le sodezze del vero dalla pula dell’immaginazione e dell’arbitrio, dai miti e dalle frodi. Italia aspetta ancora lo storico, il quale la metta sulle vie che solo possono convenirsi all’avvenire, colle maschie melanconie; con quel coraggio tranquillo che sa dare torto anche alle persone ed ai partiti che venera; ed affrontando i pericoli della sincerità, maggiori in paese che non c’è avvezzo, e dove la tribuna è riservata ai sofisti, non guarda quali simpatie e quali rancori ecciterà, non teme applausi che gli varranno calunnie, nè dissensi che gli varranno la persecuzione dei forti o la denigrazione de’ gaudenti, de’ quali è legge l’esagerazione e vanto l’astrazione inapplicata.


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