LIBRO DECIMOSESTOCAPITOLO CLXXV.La Rivoluzione francese.
Dell’imitazione di Francia, sostituita alla evoluzione delle istituzioni patrie e storiche, apparvero gli effetti allorchè quel paese ruppe alla rivoluzione, che non dirigendosi a fini nazionali e speciali come le precedenti, ma a generali concetti, ad un ideale di libertà e d’umanità, valevole in ogni tempo e in ogni luogo, da ciò traea forza e importanza insolite, e il pericolo immanente che deriva dalla coscienza degl’intenti, sopravvivente alle istantanee commozioni. In fatti, scoppiata nel 1789, non è ancor finita oggi ch’io scrivo, dopo ottantott’anni di delitti atroci, di guerre sanguinose, di portenti dell’ingegno e del cuore, e il sovvertimento di tutte le cose umane e divine, e cento tentativi di restaurazione che fallirono tutti perchè, a mettere d’accordo le istituzioni coi costumi non bastano decreti o bajonette, parlamenti o galere.
La Francia, concentrando tutta la gloria e la potenza nel re, tutta l’autorità nel Governo, tutta l’amministrazione nella capitale, avea fissato un oggetto a tutti gli scontenti, un fomite a tutte le passioni, una mira a tuttii novatori: e quell’attività che, divisa fra ciascuna provincia, fra ciascun Comune, sarebbesi sfogata in parziali intenti, si ritorse verso il Governo o per avervi parte o per contrariarlo; gli si appose ogni colpa dacchè voleva arrogarsi ogni merito; ammirando in Inghilterra il reggimento parlamentare, anche i Francesi bramarono circondare il re d’istituzioni rappresentative, dove i nobili principalmente, ma anche i pensatori e gli abbienti potessero esprimere i loro voti e concorrere a far leggi; leggi che sarebbero lo stillato di quella sapienza che da un secolo vagliavano e divulgavano i filosofi, banditrice d’emancipazione, di spregiudizio, di filantropia, di naturali diritti; e che proclamata l’umanità nelle scienze morali come la natura nelle fisiche, instillava all’uomo la persuasione della propria onnipotenza.
Con quale ragione i re esigevano denaro senza chiederne il consenso al popolo contribuente, nè informarlo dell’erogazione? Pertanto, trovandosi angustiate le finanze, si gridò la necessità di radunare a consulta i notabili, e dietro a ciò di convocare gli eletti dello stato clericale, del nobile, del borghese, i quali spinti dal movimento pubblico, ben tosto (1789 19 giugno) presero il nome di Assemblea Nazionale.
La sovranità del popolo era idea antica, e Rousseau aveala ridotta a teoria scientifica congiungendola col diritto naturale e col dogma d’un’intera libertà primitiva, che poteasi nè alienare, nè trasmettere; sicchè la volontà popolare è giustizia, è morale, è religione. Con questi o simili principi i filosofi voleano scomporre lo Stato in idea, per rifarlo secondo la ragion pura; i rivoluzionarj vollero distruggerlo in fatto, per costituirne uno nuovo razionale. Quelli contentavansi di transigere quando avessero la realtà contro di sè, e cercavano giustificare queste transazioni col supposto d’un tacitoconsenso, purchè se n’appagasse l’interesse teoretico: la rivoluzione invece volle annichilare ogni istituzione che non s’uniformasse a’ suoi predicati di ragion pura. Vedendo difettoso il sistema sociale, rappresentavasi qual tipo di perfezione l’uomo staccato da’ suoi simili, il selvaggio d’America, il figlio della natura. Perciò le costituzioni politiche riguardavano l’uomo isolato, invece di cercare ciò che in ciascuna età doveva convenire agli uomini a norma della precedente[1]: non si dà veruna associazione intermedia fra l’individuo e lo Stato; ben si formano colleganze d’individui e d’interessi, ma senza ordinamento permanente.
Così i teoristi puri; alcuni però vagheggiavano le istituzioni inglesi, non accorgendosi come esse richiedano reciproco spirito di moderazione, profondo sentimento dei diritti delle due parti che si trovano a fronte, e come in nessun paese quanto in Inghilterra sia tanto apprezzata la libertà individuale, eppur tanto diffuso lo spirito d’associazione, mentre i migliori Francesi d’allora predicavano l’apoteosi dell’individuo isolato.
Quest’è vero che, delle libertà che poi la Francia e l’Europa acquistarono, non una sola per avventura ce n’è che non fosse richiesta nelle commissioni che allora i comizj elettorali diedero ai deputati; i nobili abdicarono spontanei ai loro privilegi, e col clero s’eguagliarono al terzo stato; onorata la parola di popolo; formulati i diritti de’ cittadini; il re non essere che primo magistrato: sicchè assodando tali acquisti, poteansi anticipare quelle libertà, le quali invece si pericolarono in orridi esperimenti, che ad alcuni le fanno ancora spaventevoli. La rivoluzione, scoppiata quando appunto sembrava rinascere la concordia fra principie popolo, dopo un secolo che si lavorava a redimere il genere umano col dargli, non la fede e la grazia, ma la volontà illuminata dalla ragione, mostrossi generosissima da principio, siccome un’ispirazione di sentimento; ma iniziata per improvvida leggerezza delle classi superiori, allattata da una filosofia che non riconosceva legittimo se non ciò che la ragione da sè riuscisse a creare e produrre, ingrandita dalle esitanze dei governanti, fu travolta nel vortice dagli ambiziosi, che, anelando ad un’influenza impossibile in tempi calmi, macchinavano la demolizione senz’ingerirsi della riedificazione; presto cadde in mano di sofisti, che la trassero negli orrori della demagogia; e da quella che prima parve una sommossa, uscì il totale spostamento della società civile dalle storiche sue basi. I deputati, raccoltisi per assodare il trono, gli si ritorsero contro; le assemblee primarie vollero governare; la plebe cominciò a tumultuare; i giornalisti e le conventicole, palestra di chi non ha nè l’elezion popolare, nè la consacrazione d’un carattere e d’un nome rispettato, faceano il loro consueto uffizio di seminar paure, malevolenze, furori, consigli esagerati; i rappresentanti vollero mostrarsi coraggiosi col sagrificare sentimento, opinioni, bene pubblico alla paura e alla popolarità. Luigi XVI, se non le amava, rassegnavasi alle novità che il secolo chiedeva; e al ben del popolo applicando le proposte dei filosofi, e filosofi assumendo a ministri, abbatteva le barriere da questi disapprovate, e dopo le dannose, anche le indifferenti, poi le utili, poi le necessarie; e di concessione in concessione, sempre persuadendosi che fosse l’ultima, si privò una dopo una di tutte le prerogative di re. Ben presto i deputati si eressero in Assemblea Costituente (1789 30 giugno); la parte puritana rivalsa, filantropicamente feroce scannava e scannava, e creava una società di mille ducento tirannicidi; giurati atogliere dal mondo i re. Non era più la nazione che operasse, bensì un partito, ilclubdei Giacobini, sicchè non impropriamente tutti i fatti di quel periodo sono popolarmente attribuiti, anzichè ai Francesi, ai Giacobini.
I quali dichiararono decaduto il re, poi mandarono al supplizio (1793 21 genn.) lui, sua moglie, sua sorella, e con loro uomini viziosi e uomini santi, intrepidi e codardi, sapienti e ignoranti, deputati e fanciulle, sacerdoti e miscredenti, bottegaj e marchesi, monache e meretrici, vittime e carnefici, con tremenda eguaglianza; centomila vite spegnendo fra gl’insulti d’una plebe cannibale, sopra decreto subitario di giudici implacabili perchè tremanti, i quali non so se più sia obbrobrio all’età passata l’averli prodotti, o alla nostra il pretendere giustificarli. Vedendo ai pensatori sottentrare gli uomini d’azione, poi i trascendenti, poi gl’invidiosi, poi l’infima ciurma, ciascuno strozzando i precedenti, ciascuno portato in trionfo prima d’essere trascinato alla forca, e stabilirsi la peggior tirannide, quella che si associa all’anarchia, molti vennero a discredere alla libertà e pensar necessario il despotismo, sciolto dalle forme e dalle consuetudini che prima lo tenevano nei limiti.
L’Europa aveva esultato alle fauste promesse d’una rivoluzione che accelererebbe l’attuazione del bene; e quegl’Italiani che aveano tenuto l’occhio ai progressi del secolo, si rallegrarono di veder assicurate quella libertà ed eguaglianza che da diciotto secoli erano state dal vangelo severamente annunciate e testè dai filosofi predicate gajamente. Ma come videro fondarle su canoni arbitrarj, dedurne sofistiche e fin scellerate illazioni, distruggere con intolleranza raggionacchiante gli acquisti dei secoli, delle dottrine de’ gran savj abbandonarsi l’applicazione al braccio della canaglia e allo schiamazzo delle meretrici, se ne stomacarono; e mentre dinanzi tesseano idillj con Elvezio, con Rousseau,col Filangieri, sbigottivano alle notizie che confuse ed esagerate giungeano traverso ai pochi giornali e alle proibizioni, parlando solo di decapitazioni, affogamenti, mitraglia, di provincie che mandavano lardoni per ungere la ghigliottina, di Giacobini che giocavano alle palle con teste di nobili, di deputati che prometteano strozzar l’ultimo re colle budella dell’ultimo prete.
Allora parve non solo dovere di principe ma d’uomo il mettere un freno a quel furore, se non altro il protestarvi incontro colla guerra.
Leopoldo II fu il primo che osò avventare la scintilla in quell’ammasso di polvere; e a Mantova combinò (1791 27 agosto), a Pilnitz conchiuse un’alleanza di principi per istrappar dalla prigione i reali di Francia, e la Francia dalle branche dei Terroristi. Questi in risposta gli gettarono la testa del re e di chiunque era sospetto; e quando Leopoldo morì, Francesco II suo giovane figlio e successore si trovò incontro la guerra, ruggente dal Reno alle Alpi, e Francia che, accettata la sfida di Austria, Prussia, Inghilterra, accingevasi a spandere dappertutto i principj che nell’interno avea fatti sanguinosamente trionfare.
Pio VI propose di raccogliere l’Italia tutta in una federazione sotto la sua supremazia. Era il concetto di molti suoi predecessori; il concetto che, cinquant’anni dopo, bastò a indiare chi lo ripropose: ma all’Austria la lega italica facea paura più che l’invasione nemica; Venezia e Genova non voleano pericolare i traffici loro nè i grossi capitali impiegati in Francia; il duca di Modena, sapendo che i suoi antecessori nelle lotte tra Francia ed Austria erano stati sbolzonati qua e là, provvedeva a mettere in serbo tesori; la Toscana parteggiava per le idee francesi e il ministro Manfredino di Rovigo, ne’ cui splendidi circoli brillavano il vecchio Pignoni e i giovani Fossombroni e Neri Corsini, era chiamato ilmarchese giacobino; laonde il granduca, tuttochè austriaco, fu il primo che riconoscesse la repubblica francese, e Carletti suo ministro a Parigi erasi fin reso sospetto per esuberante patriotismo.
In Corsica l’Assemblea Costituente (1792) avea richiamato l’esule Paoli, che accolto in trionfo a Parigi e per tutta Francia, rivide la patria sperando sarebbe resa libera da que’ Francesi stessi che l’aveano incatenata. E raccomandava di preferire la fusione colla libera Francia a un’indipendenza che troverebbe venditori e usurpatori: — Quante volte non fu a me offerta la sovranità dell’isola! altri potrebbe valersene. Invece noi potremo giovare alla patria come rappresentanti nell’Assemblea, la quale un giorno darà lume e norma all’Europa intiera. Chi sa che gli eloquenti periodi non facciano crollare i troni dei despoti». Insieme diceva: — Deh nell’Assemblea ci fossero meno oratori e filosofi! La Magna Carta degl’Inglesi è breve; breve il bill dei diritti; ma quelle basi della libertà britannica non furono stese alla spensierata. Ora i Francesi cercano l’ottimo, e temo si espongano a perdere il buono; vorrebbero far tutto in una volta, e niente finora han fatto che non possa subito disfarsi».
Poi la sua fede repubblicana vacillò quando vide la Francia divenir empia e sanguinaria, e trafficare di popoli: temeva vendesse la Corsica a Genova, e la barattasse con Piacenza; e in paese l’agitazione facesse prevalere gl’intriganti, i calunniatori, i ladri, gente che guadagna dei torbidi. — Se cotesti signori hanno in sospetto noi che col latte abbiamo succhiato l’amore della libertà e dell’uguaglianza, e per essa sofferto tanto, non sarà lecito a noi tenerci in guardia da certi, il cui patriotismo non data che da tre anni, e che per la patria non hanno sparso sangue, non sofferto esigli, non devastazioni di beni? Pare si voglia tenere la Corsicadivisa in partiti, e per lo più chi risolve da lontano si appiglia al peggio». Poi ferito dalle solite ingratitudini popolane, disperò dell’esotica liberazione: — Non avrei mai creduto che ventun anno di despotismo avessero potuto distruggere tanta virtù pubblica, che in poco tempo la libertà avea fatto brillare nel nostro paese. Oh fossi morto il dì che seppi aver i Francesi donato alla nostra patria la libertà! Qual funesto avvenire non si offre alla mia mente! Siamo troppo lontani dal centro del movimento; il potere lontano non vede il male. Se lo vede, scrive lettere oratorie, che nulla valgono su animi impastati d’ignoranza e cupidigia, sconosciuti al mondo ed a se stessi, senz’idea del vero onore, e molto meno della vera gloria. Ah! e tanti sparsero il sangue sotto i miei ordini per dare la libertà a popolo tanto indegno!»
Accusato da compaesani (1793), l’uomo intemerato fu tradotto a scolparsi davanti ai manigoldi di Parigi nei giorni del Terrore. Il deputato Matteo Buttafuoco scrisse (Conduite politique du général Paoli) contro di lui e di Saliceti; ma l’opinione pubblica gli si rivoltò, e in molte parti la colui effigie venne arsa come d’aristocratico[2].
Alfine la Corsica, esacerbata dagli eccessi de’ rivoluzionarj diede ascolto agl’Inglesi e agli altri nemici diFrancia, e si ribellò. La repubblica francese, che, minacciata da tutta Europa, a tutti intimava guerra, avea spedito l’ammiraglio Truguet ad occupare la Sardegna, ottima per assicurarsi il Mediterraneo e tener in soggezione i Côrsi. Erasi supposto che quell’isola fosse ostile a’ suoi re per irrequietudini precesse: ma l’ardor nazionale vi rinacque, e sopite le rivalità, ognuno s’avventò alle armi. Fra gli apprestamenti attorno a Cagliari uno è sopraggiunto dal suo personal nemico, che gli avventa ingiurie e minacce; egli ascolta, reprimendo la smania di vendetta, poi curvasi a far una croce in terra; e rialzatosi con fronte risoluta — Per questa croce e per la causa che insieme difendiamo, ora ti perdono: partiti i nemici, ti darò risposta».
Tra per questo e per una sformata procella, i Francesi dovettero ritirarsi lasciando qualche distaccamento; in quell’impresa fecero la prima comparsa due famosi; Massena, nizzardo al servizio piemontese, che vedendo non poter elevarsi perchè non nobile, era passato a Marsiglia, dove oscuro visse finchè la rivoluzione nol chiamò all’armi, e queste portò ai confini italiani, e contro Livenza patria sua, ch’erasi rivoltata ai repubblicani invasori: e Napoleone Buonaparte, giovane côrso, che contemporaneamente avea dalla sua patria assalite le isole dello stretto di Bonifazio, e dovette andarsene egli pure. Esultarono i principi d’Italia della vittoria sarda, faustamente ominandone alle divisate imprese: Pio VI mandava congratulazioni come di gloria immortale[3]: Paoli ne prese animo ad effettuare la sollevazione della sua patria, e cacciati i commissarj francesi, la offrì all’Inghilterra.
Non era a credere che Francia torrebbesi in pace losmacco sofferto, tanto più che altri casi pareano provocarne le armi. Ucciso il re, la Convenzione deputò Semonville a Costantinopoli per farvi riconoscere la repubblica; ma aveva incarico dai moderati di passare in Toscana, mentre Maret andrebbe a Napoli, onde combinar le guise di salvare gli altri membri della famiglia reale. Per giungervi senza metter piede in terre ostili, essi vennero ne’ Grigioni, donde per la Valtellina passerebbero sul Veneto e al mare. Ma l’Austria, d’accordo coi Planta famiglia allora predominante nella Rezia, pose un agguato presso Chiavenna (25 luglio), e violando il territorio amico, rapì que’ Francesi, e li mandò di prigione in prigione[4].
Roma, sbigottita d’una rivoluzione germogliata dall’empietà, e dell’empietà proclamatrice, interruppe i grandiosi suoi lavori, ospitò generosamente le vittime e i preti perseguitati; e Pio VI sfogava i suoi dolori in concistoro esclamando: — Ah Francia, dai predecessori nostri chiamata specchio di tutta cristianità, come ci sei oggi avversata? come resa più fiera di quanti mai v’ebbe persecutori? Ahi Francia, Francia!»[5]Pure guardavasi dal provocare i furori rivoluzionarj. Ma allorchè vide abolita la religione, trucidati i sacerdoti, invaso il territorio ecclesiastico d’Avignone e del Venesino[6], minacciato se stesso nelle canzoni patriotiche,ove preconizzavansi nuovi Galli alla Roma dei preti, nel suo stemma che bruciavasi, ne’ fantocci che si strascinavano e impiccavano a contumelia di lui, lanciò la scomunica contro la repubblica.
Il cardinale Bernis, perchè ricusò dare il giuramento costituzionale che i rivoluzionarj esigevano dai preti, aveva cessato d’essere rappresentante della Francia a Roma; e verun altro essendovi stato aggradito, lasciavansi regolar le cose dalla legazione di Napoli. Quando si trattò d’esporre lo stemma della repubblica francese, come già erasi fatto a Genova, a Venezia, in Toscana, il papa ricusò. Makau, residente francese in Napoli, scrisse al cardinale Zelada segretario di Stato, poco importare che il papa riconoscesse la repubblica francese, la quale esisteva per propria volontà; ma volere che fra ventiquattro ore fosse posto quello stemma; e in caso d’opposizione o d’oltraggio ad alcun Francese, la gran nazione piglierebbe severa vendetta. Questa intíma egli fece presentare solennemente (1794 31 genn.) da La Flotte uffiziale di marina, e da Ugo Bassville segretario di legazione, i quali da alcuni mesi soggiornavano a Roma trescando; e La Flotte colle parole gravò il tono della lettera, la quale anche fu divulgata.
Nè l’un nè l’altro vestivano carattere uffiziale; onde il Governo avrebbe potuto punirli come sommovitori, eppure trangugiò. Ma quei due uscirono pel Corso colle nappe tricolori, e il popolo ne assalì la carrozza, e gridando — Viva il papa, viva san Pietro» uccise Bassville; a fatica i soldati papali camparono gli altri e l’accademia francese dalla plebaglia, che si buttò a rubare, spogliarbotteghe, assalire il ghetto; e per più giorni continuò urlando non voler più Francesi. Alle grida impotenti con grida terribili rispondeva Francia, imprecando all’intolleranza dei preti e agli stiletti degl’Italiani. Ma altrove occupata, per allora dovette contentarsi di mandare emissarj a disporre colle opinioni il trionfo delle armi.
Grande stromento a ciò erano le loggie muratorie; e quelle di Napoli, tratto ardimento dalla vicinanza della flotta francese di La Touche, concentraronsi in un club rivoluzionario, ove discutere di legislazione e di riforme. Donato Frongillo vuolsi ne abbia dato spia; Rey, che Luigi XVI avea destinato ministro di Polizia e che era fuggito a Napoli, vi raccolse prove contro ventimila rei e cinquantamila sospetti di massoneria. Carolina, come austriaca e come sorella di Maria Antonietta, esecrava i Francesi, e la fomentavano Acton e gl’Inglesi, sperando ridurre quell’importantissima regione al loro patronato. Veduta la lunga lista dei proscritti, il marchese del Gallo le diceva, — Mandateli a far un viaggio in Francia, e se sono giacobini torneranno realisti»; ma essa, dalla paura resa spietata e detestando quelvieto pregiudizioche affigge infamia al delatore, empì il paese di spie; di rei e di sospetti le fosse di Castel Sant’Elmo e di Messina; istituì una giunta di Stato che, di cinquanta arrestati, tre mandò a morte, di cui il maggiore avea ventidue anni; altri relegati o in carcere; undici sciolti. Del processante marchese Vanni, giudicato con passione come si fa sempre di questi manigoldi, fu detto esacerbasse i rigori, inventasse le colpe ove non potea trovarne; che processando fin Luigi Medici capo della Polizia, valente uom di Stato, gli contestasse lettere venute di Francia; ma che un giudice integro dimostrò essere scritte su carta fabbricata a Napoli.
A Palermo, scopertasi una congiura (1793 agosto) di trucidare (diceasi) nel venerdì santo l’arcivescovo e i principali e stabilir la repubblica, fu decapitato un De Blasis, impiccati molti. Intanto invitavansi i possidenti a formare sessanta battaglioni di ottocento uomini, e venti squadroni di censessantacinque; si levò straordinariamente il sette per cento sui beni ecclesiastici, e gli argenti non necessarj delle chiese al tre e mezzo, e contro cedole di credito il denaro de’ banchi pubblici, i quali erano ricchi di settanta milioni di franchi per intenti di beneficenza; si raccolsero fin a trentaseimila armati, centodue legni di varia grandezza, con seicentodiciotto cannoni e ottomila seicento uomini di ciurma; e la fame spingea moltissimi ad arrolarsi.
V’ha esagerazione evidente in quanto si disse allora e si scrisse poi contro quel Governo da chi aveva interesse a screditarlo: ma certo esso mancava di buona fede; non osando far appello al patriotismo, domandava gli argenti a titolo di «rimettere in vigore le antiche leggi suntuarie, tanto utili allo Stato»; faceva armi, nè dicea contro chi e perchè: i giovani, insofferenti del bastone tedesco, disertavano; degli altri moriva gran numero ne’ micidiali campi di Sessa e di San Germano.
Insomma i principi d’Italia, non appoggiati all’opinione, sentivano il nembo dalla Francia avvicinarsi alle loro teste; nè di forze tampoco tenevansi provvisti, perchè le precedenti guerre aveano mostrato che da armi straniere si decidevano le sorti nostre, e perchè la succeduta pace ne gli aveva divezzati; e tutti pensavano quel che il granduca diceva: — Principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini». Questo in fatti non armava che quattromila soldati; un migliajo e mezzo Genova, stupendamente fortificata; altrettanti il Modenese; men del doppio Parma; due centinaja Lucca;seimila il papa colle fortezze del Po, d’Ancona e Civitavecchia. La Lombardia, forte per Mantova, Pizzighettone e Milano, non teneva in piedi più di ottomila uomini, cerniti dagli ergastoli o feccia venale; i Francesi nel 1705 v’aveano sperimentato la leva sforzata, ma invano; quando Maria Teresa nel 1759 la ritentò, i giovani fuggivano; Giuseppe II ne esentò questa provincia; e adesso che, scoppiata la guerra della rivoluzione, Francesco II richiedea mille trecento reclute per compire i due reggimenti italiani Belgiojoso e Caprara, lo Stato se ne sgravò coll’obbligarsi di centomila zecchini l’anno finchè tornasse la pace.
Venezia muniva Peschiera, Legnago, Palmanova verso il continente, Zara e Cataro nella Dalmazia, Corfù nel Jonio; l’arsenale ben provvisto, nel 1754 potè allestire cinquanta legni di diversa portata; i duemila suoi soldati erano Schiavoni e Albanesi, nè ai patrizj permetteva i comandi di terra; ma faceva ammaestrare ed esercitare dappertutto lecernideo milizie campagnuole, che erano forse trentamila uomini; e nelle varie provincie tenea da venticinque condottieri di armi, nobili che in compenso d’ottenuti privilegi dovevano alla chiamata comparire con cento uomini a cavallo, armati a loro spese.
Di trentacinquemila uomini era l’esercito napoletano; ma fatto e rifatto in pochi anni, mancava di solidità, e d’uniforme e consentita disciplina. Le somme spese da Acton, e l’apparato belligero davano a credere ai popoli che il Reame figurasse come potenza di mare: ma quella flotta era vistosa abbastanza per compromettere lo Stato, non abbastanza forte per difenderlo. Ed ecco il La Touche con nove vascelli di linea e quattro fregate si presenta a Napoli, intimando alla Corte riconosca il nuovo plenipotenziario francese, tengasi neutrale, disapprovi una nota del suo ministro a Costantinopoli in discredito dell’ambasciatorefrancese, o bombarderebbe. Si dovette piegare la testa, e Ferdinando IV fu il primo re che riconobbe la repubblica francese.
Solo il Piemonte, dalla sua postura chiamato ad ingrandire per le armi, alimentò lo spirito guerresco con trentacinquemila uomini e quindici castelli. Sotto Carlo Emanuele III una scuola militare fiorì alla disciplina di Alessandro Papacino de Antoni, che scrisse ad uso di quelle l’Architettura militare, l’Esame della polvere, l’Uso delle armi da fuoco, l’Artiglieria praticae altre opere, tradotte anche in francese, oltre un racconto della guerra del 1753. Vittorio Amedeo III, che diceva stimar più un tamburino che tutti i membri dell’Accademia, nel grosso esercito che riformò nel 76, poi di nuovo nell’86, profuse il tesoro paterno, e crebbe a cenventi milioni il debito pubblico; fabbricò la fortezza di Tortona, compì quella d’Alessandria: ma l’essere sempre generale supremo il re, e alla nobiltà riservati i gradi, impediva di formarsi valenti capitani e di eccitare i soldati colla speranza.
Questo paese per la vicinanza di Francia fu il primo a sentirsi in pericolo. Vittorio Amedeo III (1773-96), non eroe, neppur guerriero benchè soldatesco, seguiva materialmente la politica de’ suoi avi. Devoto, e imparentato con una sorella e con due fratelli di Luigi XVI, credette dovere di cristiano, di re, di parente l’armarsi; diè ricetto ai nobili francesi che uscivano di patria non come vittime ma come ribelli, e che a Torino macchinavano una controrivoluzione; il conte d’Artois che fu poi Carlo X, di là sparpagliava agenti dappertutto, e trovava piacentieri, e prometteva soggiogar presto la Francia; ma il popolo li chiamavaquelli della settimana venturaper le sempre prorogate speranze. Re Vittorio cogli altri potentati s’accordò sui modi di soffogare questo che credeva incendio momentaneo, etogliere qui speranza ai novatori, i quali si manifestavano con parole e con qualche mal represso movimento, specialmente in Savoja dove Thonon insorse per unirsi alla repubblica francese e alla ginevrina. Quando Semonville fu spedito a proporgli alleanza colla Francia (1792 7bre), egli nè udire tampoco lo volle; anzi, sollecitato dai fuorusciti e dal nuovo imperatore, allestì a guerra la Savoja e Nizza, e conchiudeva con lord Grenville alleanza contro la Francia, obbligandosi a tener in piedi cinquantamila uomini.
Armi e viveri non mancavano; guarnite le fortezze e gli arsenali; l’Inghilterra, oltre spedire nel Mediterraneo una flotta, lo sussidierebbe di ducentomila sterline l’anno; ordinate preci nelle chiese, su tutta la linea dall’Isero al Varo si distesero truppe piemontesi, poi rinforzate dagli Austriaci. Il movimento era concertato con quel di tutt’Europa, sorta contro la Francia: ma questa pose tre eserciti che tenessero in freno gli alleati sul Reno, il quarto con Montesquiou volse alla Savoja. Avea appena quindicimila uomini, scompigliati, sprovvisti, ma teneva intelligenze nel paese. Benchè da quarantacinque anni godesse pace, e se non contenta fosse almeno tranquilla, con imposte lievi, non cresciute da sessant’anni, pochissimi delitti, nobiltà moderata e non esclusiva, emancipate le persone e le proprietà, a Chambéry ed altrove s’erano insinuati i sommovitori, e sospiravano la libertà francese. Sebbene la Convenzione avesse dichiarato non voler fare conquiste, Montesquiou insisteva perchè s’assalissero i diciottomila Piemontesi; e l’ottenne, incolpando questi re di cento falli speciosi o contestabili, mentre la ragione vera stava nel voler sconcertare gli alleati mediante un grande colpo, e poter condurre anche quest’esercito alla difesa del Reno. Adunque, in nome della nazione francese, e vantandosi di «esser il primo a introdurre lebandiere della libertà in un paese che n’è degno», violò ogni diritto e ogni forma col neppure darne avviso; e dopo fatto giurare alle truppe (7bre) «di rispettare le persone e le cose, non combattere che i satelliti dei tiranni, e proteggere la libertà de’ popoli», egli entrò in Savoja fra gli applausi de’ patrioti, e i balli attorno all’albero, ch’erano alla rivoluzione d’allora ciò che furono i banchetti a quella del 1848. Al 1º ottobre non vi restava più un soldato piemontese; e nello stile enfatico de’ bullettini scriveano i commissarj dell’esercito delle Alpi: — Superammo senza la minima resistenza la barriera che separava la repubblica da un popolo schiavo; l’albero della libertà, i colori nazionali, ilça iramoltiplicavansi sui nostri passi; e i più semplici montanari c’indicavano la strada per lacapitale della nuova Francia».
Parve un artifizio quella ritirata, tanto più che la minima resistenza potea scompigliare il piccolo esercito francese quando appunto la guerra volgeasi in peggio sul Reno, e la disobbedienza propagavasi nell’esercito[7]:ma come si conobbe il vero, Lazzari capitano de’ Piemontesi fu sottoposto a consiglio di guerra e degradato, e quest’esercito in tutta Europa tacciato di vile, prima che se ne vedessero di ben più gagliardi e agguerriti fuggire davanti a quei militari improvvisati. Perocchè la nazione intera si avventava alle frontiere, e giovani eroi briachi d’entusiasmo introdussero una tattica nuova, senza riguardi alle vite o ai disagi dell’uomo, nè quartieri d’inverno, nè riposi da marcie, nè tende o baracche; sicchè davanti a quel misto di generosità, di cupidigia, di terrore, che fu carattere della Rivoluzione, anche i migliori ordini degli altri paesi dovettero soccombere alla forza, divenuta supremo movente. Poco andò che anche Nizza fu presa, e scrittovi sulla cattedraleTemple de la raison; e nella festa del 10 agosto 1793 si diede il volo ad uccelli che portavano l’atto costituzionale, per annunziare al mondo la fraternità francese.
Dall’invasa Savoja, i rifuggiti, soliti sparnazzatori di vanti e di sgomenti, fuggirono a torme sopra Torino: ma sebbene l’esercito fosse sfasciato, le popolazioni avverse ai Giacobini sfogavansi in vendette; e coll’antico nome di Barbetti, masnade assalivano e trucidavano alla spicciolata i Francesi nelle montagne nizzarde. Sul mare, Oneglia era centro della pirateria contro laFrancia: ma avendo percosso una nave mandata con proposizioni, l’ammiraglio Truguet la bombardò (1792); tutta la gente fuggì, eccetto i frati che si credeano inviolabili, e che furono tutti trucidati, ed arsa la città.
I grossi capitali che i suoi negozianti aveano in Francia, obbligavano la repubblica di Genova a circospezione; d’altra parte unirsi al Piemonte non osava, sapendone la lunga cupidigia; non all’Austria, di cui aveva spezzato i ferri; talchè teneasi di mezzo fra le pretensioni opposte di Parigi e di Londra. Quest’ultima, abusando della marittima superiorità, sorprese in porto laModesta, fregata francese, e mandò intimare ai Genovesi cessassero ogni comunicazione con Francia, e non ne ricevessero veruna nave: prepotenza inaudita! Poi i Côrsi, alzata bandiera inglese, sfogavano l’odio antico, corseggiando sulle coste.
Essendo chiuso dagl’Inglesi il porto di Genova, la Toscana avrebbe potuto vantaggiarsi collo spedire olj, saponi, grani in Francia: ma Inghilterra le intimò cacciasse tutti i Francesi (11 8bre) e anche l’ambasciadore entro quarantott’ore; e il granduca, avuta garanzia de’ suoi Stati da quella potenza, abbandonò la politica d’interesse per quella di sentimento, e armò, rinnovando la milizia paesana al modo del Machiavelli.
Anche Napoli, malgrado la neutralità stipulata colla Francia, promise unire alle forze inglesi seimila uomini, quattro vascelli di linea e quattro minori ed altrettante fregate e più occorrendo; impedire ogni commercio colla Francia, aprendo invece i porti (12 luglio) alle navi inglesi. Difatto le napoletane corsero colle flotte alleate a predare il ricchissimo arsenale francese di Tolone; ma trovandolo difeso da Napoleone Buonaparte, dovettero ritornarsene con molto spesa e nessun profitto, per propria scusa esagerando il valore e la fierezza de’ Francesi. Subito il re rifece l’esercito, e Acton e Carolina vigilavanopersonalmente, animavano, faceasi denaro di tutto.
Quando poi Montesquiou, conquistatore della Savoja, fu destituito (1794) dalla repubblica perchè mettea freno ai patriotici assassinj de’ Nizzardi, e le arcadiche atrocità di Robespierre esacerbarono sì che parea le popolazioni si rivolterebbero contro la tirannide de’ Terroristi, la coalizione si rannodò col disegno d’invadere la Francia. Per verità, il Piemonte se avesse concentrate le forze s’un punto solo, e preso accordo coi Lionesi, coi Provenzali, cogli altri Girondini e Federalisti, avrebbe sostenuto la prima figura in quei tentativi, e fors’anche mutato le sorti di Francia[8]. Ma re Vittorio, di molto coraggio e niun’abilità, preferì distendere le sue truppe lungo la frontiera in aspetto di difesa, e aborrendo dallostendere la mano agli uccisori di suo cognato, preferiva operare di conserva coll’Austria, colla quale a Valenciennes (23 maggio) convenne sulle spartizioni; i paesi che si togliessero a Francia verso Italia, cadrebbero al re in compenso d’altri verso il Milanese ch’e’ cederebbe all’imperatore.
Ma anche nell’esercito piemontese diffondeansi i dogmi rivoluzionarj, propagatore principale il côrso Cervoni, che per compenso fu poi eletto a generale di brigata nell’esercito italiano. I Sardi si erano valorosamente schermiti da’ Francesi; ma non per questo rassegnavansi all’oppressione piemontese, e spedirono una deputazione dei tre ordini a Torino, domandando fossero levati molti abusi, mantenuti i privilegi, raccolti gli stamenti. La Corte la trattenne lungamente a Oneglia, poi permessole di venire, sei mesi le tardò udienza, infine non diè che parole (1793 28 aprile). Avutolo per un oltraggio, Cagliari insorge, nè la forza basta a reprimere; il vicerè e l’arcivescovo partono, s’adunano dappertutto gli stamenti, e si rinviano i Piemontesi impiegati e i vescovi; poi subito i contadini ricusano le prestazioni ai baroni, la demagogia gavazza fra disordini e sangue; e tutto è peggiorato dalle rivalità degli Angiò e dei Petzolo.
Così l’Italia era disunita e fiacca; intanto che la Francia, tuffata la guerra intestina in un mare di sangue, spediva Kellermann (1793), che con cinquantamila uomini rincacciò i Piemontesi, tornati nella Savoja; un altro esercito per la riviera invade Ventimiglia e Oneglia; altri Francesi versavansi dal Cenisio sul Piemonte, non rattenuti che dal forte della Brunetta; e le creste delle Alpi e degli Appennini divennero teatro di fiere battaglie, dove il valore piemontese riscattò gli smacchi della prima campagna, respingendo anche più volte i Francesi. Ma questi procedeano; presero anche l’inespugnabile Saorgio e Col di Tenda. I re, tentennanti dipaura, moltiplicano minaccie, arrestano, uccidono, raddoppiano di vigilanza, interdicono ogni convegno anche letterario. Ma dal re di Napoli non si possono ripromettere soccorsi, perchè ha il fuoco in casa: all’Austria, paga di avere assicurata la sua Lombardia dall’invasione, poco caleva che re Vittorio recuperasse i territorj perduti, e mentre accalorava le imprese in Fiandra, qui spediva solo pochi reggimenti comandati dal barone Devins, buon allievo di Laudon, ma vecchio, podagroso, avaro, mentre vecchio e malaticcio pur era il barone Colli, austriaco nato a Vigevano, che ferito nel petto a Belgrado, doveva farsi portare in lettiga, eppure era stato chiamato a capitanare le armi piemontesi[9]. Francia senza perder tempo assale gli alleati nel campo di Dego, li riduce a ritirarsi, e baldanzosamente spiega la bandiera tricolore sulle Alpi marittime e sulle savojarde, a guisa di turbine addensato sulle vette minacciando la sbigottita Italia.