Ultima miseria d’un paese, quando, perduta la fiducia in sè e ne’ suoi, dalla sventura aizzato a discordie, mancante di amici organizzati e di nemici rispettosi, esercita il piccolo resto di libertà a scoraggiare: miseria più deplorabile quanto maggior bisogno di gloria letteraria e morale ha una nazione, a cui ogni altra via è chiusa d’attestare alle venture che la presente generazione non era vile. A chi svelasse tali piaghe non era perdonato dal bugiardo patriotismo, nè fu perdonato a noi; ma per acquistare diritto di dire il vero agli avversarj, bisogna non temiamo di dirlo a noi stessi.
E venendo ai particolari, additavano gl’impiegati corrotti e inabili negli Stati pontifizj e siciliani, duri e servili in Piemonte, sbadiglianti in Toscana, dappertutto irrazionalmente obbedienti; avvocati ciancieri, vagheggianti costituzione parlamentare per solo esercizio di eloquenza; nobili, in Lombardia ricchi, gaudenti, oppositori; in Piemonte ligj, influenti, studiosi; incolti e lascivi a Napoli; avversi ai preti nelle Romagne, quanto propensi a Roma; il clero alto lussureggiante a Roma, o persecutore in Sardegna, dappertutto ombroso delle libertà; il basso, scarso d’educazione e di virtù, o giansenista o papale per tradizione non per meditazione; i pochi studiosi, scissi tra Liguori e Perrone, tra Rosmini e Gioberti, tutti lagnantisi de’ superiori ecclesiastici e secolari; i frati scaduti di zelo e di scienza; i Gesuiti odiati perchè zelo e scienza ostentavano; i negozianti uggiati delle gravezze e degli impacci, ma aborrentida sovversioni che ne crescerebbero all’industria loro materiale.
Il dover sottrarsi a una vessazione dava l’abitudine di sprezzare o eludere le leggi anche le più opportune, il che è uno degli abiti più funesti. Scarsi gli eserciti, e più lo spirito militare, non meno che quello delle grandi imprese; rare le idee pratiche, atteso che non s’agitassero nella pubblicità; nullo il sentimento della legalità, e di quella solidarietà per cui si considera come proprio il torto fatto a uno qualunque; non rispetto per l’operosità, nè tolleranza pe’ dissensi; non dignità per comporli e discuterli; non intelligenza fra gl’ingegni, e ciascuno disamato, se non anche calpesto, nel brano di terra che gli è patria, sconosciuto negli altri.
Il popolo non legge: il vulgo giudica dai giornali e sulle pancacce, rimpiange il Governo passato, querelasi degli aggravj, della coscrizione, dello scarso soldo, del tenue commercio, della molesta Polizia, ma composto e tranquillo in Piemonte; in Lombardia beffardo, odiante i Tedeschi e rifuggente dall’arme; più cheto nel Veneto, donde si cernivano eccellenti soldati della marina e granatieri; acqua cheta e bella creanza in Toscana; nelle Romagne manesco, brigante, cospiratore; in Roma ligio alla lautezza clericale, che gli alimenta l’infingardaggine e l’orgoglio del nome romano; in Napoli spavaldo, superstizioso, senza dignità nè costanza; nelle provincie sofferente, astuto, coraggioso, anneghittito; in Sicilia rozzo e fiero, potente agli odj come ai sacrifizj, irreconciliabile col dominio, e disposto a qualunque rischio per abbatterlo.
De’ letterati la più parte avversi al Governo, e da questo sospettati, perseguiti o, dove meglio, dimenticati; quella età che preferisce all’ordine la libertà, l’entusiasmo alla ragione, imbevevasi d’idee sovversive, efremeva d’un giogo di cui invece però d’analizzarne la forza e la natura per romperlo, si piaceva aggravarselo colle intempestive reluttanze e cogli impotenti conati, testimonio d’estrema debolezza, che sfiancano chi li commette, e rendono gagliardo e sprezzante chi senza fatica li compresse. I giornalisti, genuflessi alla mediocrità, idolatri del negativo e della sovranità del nulla, chiunque si elevasse sorvegliavano coll’ansietà della diffidenza; petulanti perchè servili, faceano aborrire la franchezza col separarla dalla dignità, col deprimere ogni elevazione morale all’insolenza faccendiera e alla fatuità elegante davano baldanza d’oltraggiare gli alti pensatori e i caratteri intrepidi: e questi appunto erano più calunniati perchè sprezzatori della calunnia; non vedendoli tali quai si volevano, erano rappresentati quali non erano, o denunziati disertori, titolo che i partiti infliggono a chiunque non li serve a loro modo. Così di generosi ditirambi mantellavasi un abjetto egoismo, e col dispetto del gaudente contro il pensatore, di tutta la loro enfiata vanità aggravavano l’uomo che vale, impacciavano l’uomo che vuole; e fiacchi essi, tali dichiaravano gli altri: non ascoltati, faceano ogni opera perchè ascoltato non fosse nessuno; e a maggior baldanza calunniavano chi alla calunnia men bada perchè se ne sente superiore.
Tali dissensi nimicavano fra loro gli stessi liberali; e più dove poteano manifestarsi, cioè fra i migrati, che pretendeano dirigere da Parigi e da Londra le fortune della patria, e intanto non s’accordavano sui modi; troppo spesso simili a due corpi, che, egualmente elettrizzati, si respingono. Tutti convenivano nell’odiare l’Austria, sentendo sempre nell’aria l’occasione, e persuadendosi che non potesse venire se non di fuori. Intanto la declamazione era l’arma che più usavano, e il torsi fede od efficacia col mentire e coll’esagerare,coll’amplificare in verso o in prosa i patimenti degli Italiani, facendo supporre la disperazione in quelli che adagiavansi nell’incremento della prosperità materiale.
Molti migrati onore e compassione acquistarono a sè e alla causa loro coll’intelligenza, col carattere, coll’industria. Luigi Filippo, salito al trono per una rivoluzione, adoprò un ingegno raro e una ferrea volontà a frenare ogni nuovo prorompere; pure non la potea rinnegare, nè disdire coloro, la cui colpa consisteva nell’aver fallito in tentativi, in cui erano riusciti i suoi. Perciò quei profughi v’ebbero cortesie, onori, promesse da principio, poi freddezze, poi dimenticanza: alcuni non ottennero il pane se non arrolandosi nella legione straniera, altri lasciandosi relegare in qualche città; chi sentiva dignitosamente pensò a guadagnare colle proprie mani; chi potea, visse come si vive a Parigi, onorato a misura delle spese, e qualche volta anche dell’ingegno. Altri de’ migrati erano i patentati impresarj di rivoluzioni; o quei che, stando male in paese, amavano cambiare plaga; o che aspiravano alla gloriola d’essere del numero de’ perseguitati. Tra questi prevaleva l’opinione giacobina della potenza del numero, che è ancora la forza, ed esserne impulsi efficacissimi le società segrete; agli incorreggibili Governi doversi surrogare la sovranità popolare, non solo come fonte, ma anche nell’applicazione del potere, la democrazia riducendo a repubblica, e questa nemica ai nobili, ai preti, abbracciante tutta l’Italia in unità; qualunque mezzo esser buono a un elevato fine: e il fine era sbarbicare quanto esisteva, per costruire poi non si sapea che, ma quel che l’accidente porterebbe.
Il bisogno d’azione, d’essere qualcosa, di valere sui destini del paese, di aver amici qua e fuori, di rivolgere contro Governi esecrati alcun che di più reale che non le grida; la devozione a idee, la cui generosità pareagiustificare gli spedienti anche iniqui; la spinta in alcuni irresistibile di protestare in nome d’un intero popolo contro un popolo intero, e alimentare fino col proprio sangue la speranza dissotto all’oppressura de’ forti e alla vigliaccheria de’ gaudenti, fomentavano le società secrete, dove l’immaginazione e l’attività compiacevansi di misteri, carteggi, processi, condanne, assassinj, e dell’arrabattarsi presso chi si credeva potente. I Francesi accettavano le costoro proposizioni come innocui balocchi e temi opportuni di retorica parlamentare e giornalistica; e i generali Foy, La Fayette, Lamarque, gli avvocati Mauguin, Perrier, fors’anche Luigi Filippo prima d’essere re, li alimentavano a buone parole, che gli esposero poi ad essere chiamati traditori quando venne di tradurle in fatti.
Il legare la propria libertà a un archimandrito che può imporre tutto, persino il delitto; l’obbligarsi con giuramento a fatti di cui si conoscono solo in parte i fini e nulla i mezzi, non è libertà: nè credo nelle cospirazioni s’invigorisca il carattere o si acquisti la pratica, come farebbesi con qualche atto di coraggio civile, coll’istruire il pubblico, educarsi negli impieghi, nella diplomazia, nella guerra. Nè tampoco s’imparava ad affrontare i pericoli, a nessuno esponendosi i capi che tramavano lontano, e che, col titolo d’alimentare la fiamma, esponeano de’ subalterni, dei quali soli è composto il lungo martirologio.
La società della Giovane Italia, obbligata ad abbandonare la Svizzera dopo la deploranda spedizione di Savoja, a Berna fece unione colla Giovane Germania e la Giovane Polonia, tre forze che doveano coadiuvarsi nel diffondere le dottrine repubblicane e attuarle; e al regolare istromento (1834 15 aprile) si firmarono gl’italiani Mazzini, Melgari, G. Ruffini, C. Bianco, Rosales. Giovani arditissimi, da loro aggregati, scorreano Italia, tenendo intelligenze,carteggi, conciliaboli, senza che se n’avvedessero le migliaja di spie che diceansi pagate dai Governi. Ma la smania d’essere capo portava moltissime suddivisioni e nomi fra i cospiratori stessi: la Riforma della Giovane Italia, i Federali, la Società di Louvel, gl’Imitatori di Sand (uccisori del duca di Berry e di Kotzebue), i seguaci di Alfieri, della Luce, del Silenzio... Però il concetto generale essendo l’insurrezione, sostenuta colla guerra delle squadriglie, non si potè stare contenti di scrittori e di guanti gialli, e bisognò associarsi braccia e cuori risoluti, facchini, macellaj, contrabbandieri, briganti, i quali a vicenda imparavano il cospirare e i segretumi, e pretendeano anch’essi aver ponderanza nella riforma dello Stato, perchè aveano membra torose e anima leonina. Perciò la società, ramificata per tutto, travagliò viepiù i paesi dove abbondano costoro, e principalmente le Romagne e le Calabrie. Che se per le prime s’avea una ragione nella debolezza e inettitudine del Governo, nella dissoluzione che vi è cagionata ad ogni vacanza, e nelle alte condizioni di un principato elettivo, mal si saprebbe trovarne il perchè nel Napoletano, con una Polizia vigorosa e un re bene armato, che conveniva non inimicare alla causa italica, della quale era a prevedere sino allora che potrebb’essere o robusto appoggio o decisivo avversario.
Eppure nel Regno può dirsi non passasse anno senza qualche nuova sommossa, e sempre per ordirle l’avventatezza, per mezzi la guerra di bande, per risultato incarcerazioni e condanne. Tre fratelli Cappozzoli, ricchi del Vallo, dopo la suddetta rivoluzione si ressero fra i monti di Calabria fino al 1828. Allora un canonico De Luca, persuaso che i re, i quali colla battaglia di Navarino aveano assicurato l’indipendenza della Grecia, non isfavorirebbero la redenzione d’Italia, cominciò in Bosco a predicare contro il dominio assoluto piantato collebajonette straniere, e proclamò la costituzione francese, come áncora della salute. Il vulgo applaudisce, il grido si diffonde, i Cappozzoli fan gruppo di gente volonterosa; ma Del Carretto le sgomina, appicca il De Luca e un venti de’ principali, e diroccato Bosco, vi erige una colonna infame. I Cappozzoli ch’erano fuggiti in Corsica, tornarono più tardi, e côlti con altri invano difendentisi, vennero mandati al supplizio. Nel 1833 i fratelli Rossaroll, spinti da privati rancori, subornarono a Napoli molti militari, e scoperti ebbero grazia. Poco poi Peluso e Nerico tentavano sorprendere Del Carretto e indurre il re alla costituzione, ma n’ebbero ergastoli ed esiglio.
Un De Mattheis intendente di Cosenza, ottenuto ampj poteri, costrinse taluno a confessare il reato, tre mandò a morte, dieci ai ferri: ma le grida universali fecero rivedere il processo, e il De Mattheis, trovato bugiardo e calunniatore, fu condannato. Anche la Sicilia lasciossi solcare dalle società secrete che prima vi erano ignote: nel 1823 sollevossi un Abela, nel 25 altri a Palermo, sempre annunziando lo sterminio de’ forestieri, e per forestieri intendendo i Napoletani. Dicemmo i guaj cagionati dal cholera. Di nuovo nel 1840, allorchè Mazzini cominciò a stampare a Londra l’Apostolato popolare, insorsero bande nella Calabria e negli Abruzzi, dove si assassinò il colonnello Taufano.
La Romagna bollì sempre di sêtte; a Viterbo si formò una congiura, altre altrove. Nel 1840, pel centenario dell’attentato dell’Alberoni contro la repubblica di San Marino, molti v’accorsero da Pesaro, da Rimini, da Sant’Angelo, sfoggiando in piazzate e discorsi contro le monarchie e i papi. L’anno appresso si rannodarono le trame, false nuove tuttodì spargendo sul conto d’altri paesi, e che dalle Calabrie riferivano essere debole e ignaro il re, la milizia guadagnata, scontentissimo il popolo, sicchè tosto proromperebbe l’insurrezione,indomabile fra quei monti. Di fatto, in occasione che le truppe stavano occupate alla festa di Piè di Grotta, un Ciampella tentò di sollevare Aquila; alcuni soldati furono uccisi, ma gli altri rannodatisi rimisero l’ordine, poi fatti processi a cinquanta individui, tre passarono per le armi, altri ai ferri.
Nella Spagna, che mai non aveva trovato assetto, ferveva allora la guerra paesana, e alcuni capibanda di colà, i quali asserivano le maggiori loro imprese essersi cominciate con nulla meglio che sette uomini, furono assoldati per mettersi a capo delle nostre. Vennero in fatto a Livorno, ma trovando già finita la resistenza, ripartirono. Pure alcuni vollero far tentativi su Bologna, e subito repressi, buttaronsi fra gli Appennini, guidati da un medico Muratori; e considerati per contrabbandieri, disonoravano l’insurrezione e giustificavano i rigori della Polizia. Non mancò chi vi si aggregasse, massime dacchè Ribotti, venuto di Spagna, tentò sistemare le bande: ma gli Svizzeri le dissiparono, e militarmente furono mandati al patibolo sette popolani; altri alla galera; i capi ricoverarono a Malta, in Francia, in Toscana, fra cui alcuni di buon conto e il medico Farini, fattosi poi storico de’ fatti recenti.
Altre Commissioni severe sotto il generale Casella purgarono le Calabrie; ma le file si estendeano e quivi e nelle Romagne, rendendo a chi sacro, a chi infame il nome di brigante. Nel 1844 parve imminente uno scoppio generale; Ricciardi dovea dalla Corsica venire sopra Roma; i rifuggiti nel cantone Ticino invadere Piemonte e Lombardia; Fabrizj colla legione straniera d’Algeri assaltar la Sicilia; altri da Malta e Corfù sbarcare ai diversi porti. Un Partesotti, confidente d’ogni loro mistero e cooperatore, ne teneva informata l’Austria; e dopo che fu morto e onorato di patriotiche esequie e di echeggianti epicedj, gli si trovò l’infamecarteggio. In altre parziali sollevazioni il figlio del filosofo Galuppi, capitano de’ gendarmi, restò vittima degli insorgenti, i quali poi, invidiando questo martire alla causa dell’ordine, lo dissero loro partigiano. Le procedure susseguite tennero alcun tempo in carcere Bozzelli filosofo ed estetico, Carlo Poerio, il marchese Dragonetti, Mariano d’Ayala, Matteo De Agustinis, già nominati allora, e più da poi. Maggior compianto eccitò il caso de’ fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, e di Domenico Moro uffiziali nella marina austriaca, che legatisi con Mazzini e disertati, a Corfù aspettavano le sollevazioni promesse per accorrervi; e vedendo tutto fallire, e trovandosi mancanti fino del vivere, persuasi che un sagrifizio fosse necessario per iscuotere l’addormentata Italia, con un pugno d’amici e sprovvisti di tutto sbarcarono in Calabria (1844 25 luglio): non entusiasmo, ma trovarono freddezza e peggio[21]; sicchè côlti furono passati per le armi: caso istantaneo, isolato, eppure d’efficacissima impressione.
Le commissioni raddoppiarono d’attività, e molti dovettero migrare. Nei rimasti incancreniva lo sdegno; che sfogavasi in assassinj, i quali davano ragione a nuove procedure, e queste attiravano fama di tiranni ai prelati o ai ministri che avevano dovuto procedere, o di eroi a quelli che s’erano opposti: riputazioni capricciose, perchè determinate dall’opinione personale di chi avesse l’impudenza di asserire.
Sparagni, brigadiere dei carabinieri pontifizj, è assassinato (1846) in Ravenna; e poco dopo Adolf, soldato svizzero,che solo avea visto l’assassino: subito si erge un processo che involge settanta individui, e la commissione riconosce che fin dal 1843 esiste una società, mescolata di liberali e di briganti, concordi all’intento di concutere lo Stato, adoprando intanto gli assassini; oltre le confessioni anche stragiudiziali, provarlo le numerose e armate bande di contrabbandieri, insultanti alla forza pubblica, il concorrersi alle esequie di liberali, l’applaudire agli assassinj politici, il denaro profuso ai bisognosi. Su questi indizj e su prove specifiche fondavasi la condanna di molti, e fino di trentasei nella sola Ravenna, de’ quali il papa mitigò le pene. Poi il Governo pontifizio fu fatto conscio come le diverse società stringeansi ad una centrale di Bologna, e colse l’avvocato Galletti e Mattioli loro cassieri e corrispondenti, e le carte a loro apprese diedero titolo a nuove condanne.
Bologna appunto formicolava di società segrete, le une rivolte a favorire il dominio tedesco, le altre a repubblica; alcuni moderati voleano solo dal Governo opportuni provvedimenti; e legame fra i popolani e i signori formavano antichi militari, come il conte Livio Zambeccari. V’era chi sognava che il re di Napoli aspirasse a tutt’Italia; v’era chi se la diceva coi Buonaparte, o tenea l’occhio al duca di Leuchtenberg, nipote del re di Baviera, genero dell’imperatore di Russia, figlio dell’antico vicerè d’Italia, e che come tale aveva immensi possessi nelle Marche, tolti da Napoleone ai conventi per farne appanaggio al suo figlio adottivo[22]. Questo partito avea denari e bei nomi, e non sperava l’appoggio del czar, tanto più che questo potente, avendo tolto a perseguitare i Cattolici del suo Regno, si trovò a frontela maestà del papa, che fece sentire una voce dignitosamente severa, la quale trovò eco in tutto il mondo, e valse ben più che idrofobe declamazioni.
Chi non osava afferrar le armi e sparger sangue, spargeva odj, calunnie, rancori. A differenza dei vecchi Frammassoni e Carbonari, le società segrete odierne si valsero molto della stampa; e da Londra, da Parigi, da Lugano, da Losanna diffondevansi scritti, che, parlando della libertà colla stizza di carcerati, e predicando l’intervento diretto del senso comune nelle cause politiche, tenevansi per lo più nel vago, nell’utopia, nel sentimentale, quand’era mestieri di principj, di notizie, d’azione. Quel mistero e il solletico della proibizione faceanli ricercati quanto un romanzo satanico: eppure esercitarono efficienza scarsissima, nonchè sugli eventi, neppure sullo spirito pubblico, non arrivando al popolo, ma solo a quella classe per non avere la fatica del pensare, e fra cui interpolava un guizzo galvanico che mal simulava la vita[23]. Non avendo cognizione immediata degli avvenimenti italiani, stavano a detta di un corrispondente, che parlava intrepido perchè nascosto e fuori del pericolo d’essere contraddetto; e così esaltava sè ed i suoi, deprimeva i personali avversarj, scaraventava le più strane baje: e i lettori, invece di ripudiarlo come bugiardo, diceano, — È meglio informato che noi concittadini». V’avea degli zoili semplici, di cui i furbi si valeano per eludere l’influenza degli scrittori onesti: ve ne avea di malvagi, che per la stessa loro ribalderia imponevano al pubblico, il quale in segreto n’ha schifo,eppure in palese li loda ed approva. La sciagurata abitudine del censurare, del detrarre ad ogni atto dei proprj cittadini, oltre amareggiare le vite più benefiche, rapiva al popolo quella confidenza nei migliori, la quale li avrebbe trasformati in potenze tutelari se si fossero sentiti appoggiati dalla patria; mentre invece scassinati, derisi per la loro superiorità, costretti a guardarsi le spalle dagli amici, vedevano dai proprj concittadini tolta all’amico comune la verecondia del perseguitarli, tolta a se stessi, se non la costanza, l’efficacia del resistere.
Così, invece di studiare ed ammannire i rimedj possibili, e il più efficace di tutti, la concordia, sbuffavasi contro i nostri che per poco si elevassero dalla folla, o ambissero le simpatie nazionali, o sdegnassero per naturale orgoglio di giustificarsi in piazza, o, troppo sinceri per esser mobili, dissentissero da loro in qualche punto solo; o che, invece di precipitarsi a capofitto, preferissero giungere per anfratti legali là dov’essi volevano di sbalzo. Gelosie di paese, di condizione, d’ingegno, concittadini livori, adipose insofferenze appiattavansi dietro quella siepe onde avventare accuse reciproche, contraddittorie, irreparabili, e così abjette, che sariasi dovuto conchiuderne, essere cattivi i tiranni, ma pessimi noi, e perciò o immeritevoli di libertà, o incapaci d’acquistarla. Qual meraviglia se alcuni cadeano in quegli scoramenti che al genio detraggono l’autorità, se non lo splendore? se dalla calunnia o dalla paura dell’impopolarità erano spinti all’esagerazione quei buoni che non sanno rassegnarsi all’ingiustizia dei fratelli? E intanto formavasi un’opinione fittizia, da cui martiri ed apoteosi allorchè i pochi encomj e i prodigati vituperj si tradussero in urli di piazza e fino in coltelli.
Questa denigrazione sistematica è micidiale dellalibertà e delle buone istituzioni, perocchè non crea se non la lotta, logora le forze degli uni nell’abbattere gli altri cittadini, men cerca elevar sè che deprimere gli altri; riduce i buoni non a volere dignità, elevatezza, gloria, ma a farsi perdonare la scienza e la virtù e dimenticare; e così lasciare ai nemici il monopolio dell’amministrazione e delle reputazioni. Volesse anche scusarsi come arma da guerra, o come infamia de’ corrispondenti, quali ebbero il coraggio di discredersi quando i fatti le smentirono? e rettamente Mazzini pronunziava, che prima causa dei disastri del 1848 era «l’aver dimenticato che le nazioni non si rigenerano colla menzogna»[24].
Ai nemici dava eccellente salvaguardia la nostra discordia calunniatrice, e non poteano risparmiarsi di mantenere spie quando i nostri ci persuadevano che, ogni tre fratelli, spia era l’uno, vigliacco, traditore. Talmente delira l’opinione quando, dismesso l’uso di ragionare, i sentimenti si accettano dalla moda, dall’abitudine, dal caffè, dai giornali. Chiesti in che consistesse il liberalismo, i più avrebbero risposto «nell’odiare lo straniero». Ma oltrechè una negazione non basta a determinare l’attività, essa sviava dall’educarsi nella libertà vera, lasciando contenti della beffa, abituando a vilipendere ed illudere la legge, credendo generoso del pari chiunque facesse opposizione al Governo, fosse col subire venti anni di ferri o col fischiare ad una ballerina.
Tanto maggior lode meritano coloro che, in tempi così funesti alla virtù delle anime, alla forza de’ caratteri, all’elevazione degl’ingegni, e mentre un patriotismo cieco, addormentandosi nelle memorie e adulando se stesso, adontavasi della verità, ovvero l’impazienza del giogo oppressivo rendeva insofferenti anche dei poteritutelari, lavoravano solinghi, sconosciuti, oltraggiati anche, ma perseveranti. Singolarmente negli ultimi anni, quando altrove maturavano i frutti della pace nelle grandi imprese di commercio, nelle leghe doganali, nelle esposizioni d’industria, qui l’attività si spiegò in ricerche storiche ed esercitazioni letterarie e statistiche, dove, sotto fatti antichi, adombravansi gli odierni; si chiamava l’attenzione sui problemi politici e sociali; ripeteansi in cento toni il nome d’Italia e le sue speranze; e la censura poteva bene cancellare parole e frasi, non lo spirito dei libri cautamente robusti. Persino dal rancidume delle accademie si trasse pretesto di ravvicinare gl’Italiani, dare le abitudini della parola, dell’ordine, della legalità. Tali furono i Congressi scientifici, cominciati a Pisa nel 1839, poi a Torino, Firenze, Padova, Napoli, Lucca, Milano, Genova, Venezia. Dapprima ristretti nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli studj economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova le traccie della grande strada ferrata[25], che implicava la quistione nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo di talento, già pareva assai il vedere Comizj italiani accumulare il frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirvisi ad altri che a mime e cantatrici.
Eppure fin quelli che la libertà esaminavano come cosa sacra e ne ponderavano gli elementi, dissentivano fra loro; e vulgarmente venivano classati sotto le antiche bandiere di Guelfi e Ghibellini. I Ghibellini, consoni nel bene a Dante, a Machiavelli, ai Giacobini, vedevano la necessità di Governi robusti, qualunque si fossero; erammentando come Napoleone avesse colla spada troncato tanti modi italici, sicchè stette da lui il farci nazione, avrebbe voluto qualcuno de’ principi d’Italia metter capo di tutta, fosse Carlalberto di Savoja, o Francesco di Modena, o fino l’imperatore d’Austria: primo bisogno d’una nazione diceano l’unità; il resto terrà dietro. Gli altri zelavano la libertà innanzi tutto, e ne vedevano appoggio e fonte la religione.
La moda degli scherni volteriani avea ceduto a quella d’un cristianesimo vaporoso e sentimentale, figliazione di quello di Chateaubriand, che aveva non dischiuso il tempio, ma ornata di tappeti la via che vi conduce; e che vagheggiandolo come un’anticaglia scoperta, confessava in piedi un Ente supremo, ch’era poco più del dio de’ galantuomini di Voltaire, o del dio delle anime sensibili di Rousseau e Lamartine, anzichè inginocchiarsi al Dio vivente, personale, crocifisso; coltivava il sentimento negligendo il dogma; la fede limitando a una speculazione, che nè regolava le azioni, nè repudiava necessariamente qualunque altro culto o dogma morale. Che se taluno degenerò in ascetismo monacale o in gergo teosofistico, nè migliorò lo spirito religioso, molti altri spingeva ad opportunissime beneficenze, e negli scrittori aveva prodotto (a tacere altri) i due libri che quasi soli divennero popolari anche oltr’Alpe, e dove alle nequizie degli uomini e alle sofferenze della vita si opponevano quelle miti virtù che trionfano del mondo.
I migliorati studj e l’annobilito sentimento religioso cambiarono il modo vulgare di considerare la dominazione dei papi, e mostrarono come la libertà fosse tutelata da essi, i quali, coll’opporre la Chiesa universale all’universale impero, aveano creata, anche politicamente la vasta unità cattolica, e sottratta l’Italia dall’eccidio totale della civiltà; essi impedito che prevalesse nessun Barbaro; in loro nome eransi fatti i tentativi diindipendenza e di federazione italica, sia nella Lega Lombarda e nella Toscana, sia in quella contro Ezelino, poi da Giulio II, e fin da Pio VI. Pure, riversando sul pontefice l’odio che meritava la cattiva amministrazione, molti per politica aborrivano l’organizzazione cattolica, benchè fosse la sola che conservò all’Italia un primato nell’età moderna[26].
Altri invece propugnarono la primazia papale perchè la vedeano repulsata dai Governi e principalmente dall’austriaco, ossesso dalle gelosie giuseppine; e nel Lombardo-Veneto era quasi una moda, massime fra il giovane clero, il mostrarsi papale, autorizzandosi dei nomi patrj di Manzoni, di Cantù, Vitadini, e degli esotici di La Mennais finchè non precipitò, e de’ suoi collaboratori nell’Avenir, Ratisbonne, Lacordaire, Montalembert, i quali, saldi al cattolicismo, lo associarono colla libertà e colla scienza. E a noi pure sembrava che, ad elevare le plebi, il miglior modo fosse elevare i pastori; rinfiancavamo la primazia spirituale, come adatta a ristabilire il concetto dell’autorità, così necessario per reggimenti liberi, cioè frenati solo dalla morale. Temerne le esorbitanze come poteasi quando ai Governi stavano in mano la forza, e agli scrittori l’opinione? Ricorrendoalla storia, si divisava adunque una lega di popoli italiani, a cui capo il pontefice, che così facesse rivivere l’Italia, non nell’unità del principato, ma nell’unione di interessi, di sentimenti, di bandiera, di pesi, misure, dogane, di militari esercizj, di palestre dottrinali, di diplomazia[27].
Ma l’Austria vorrebb’ella entrarvi, isolando le sue provincie italiche dalle transalpine? o la sua potenza non ve la farebbe preponderare a scapito dell’indipendenza? Gravissima difficoltà! e, come troppi sogliono, credeasi eluderla col non tenerne conto.
Queste idee, volte in motteggio dai molti che, senza discernere gli accidenti dalla sostanza, l’abuso dalla regola, le persone dai principj, il papa dal papato, riguardano come unico impaccio alle fortune italiane i pontefici, erano con pazienza coltivate da buoni ingegni e retti cuori, l’esempio e la voce de’ quali professò seguire l’abate Gioberti. Esigliato dal Piemonte, senza relazioni nè libri viveva a Brusselle[28]la vita dell’infelice esule, di fare il maestro, e di una pensione conflatagli da quei che in esso ammiravano un sommo filosofo e un eloquentissimo letterato. Di là appunto inviò ilPrimato civile e morale degl’Italiani(1843 giugno), cui assunto politico è «l’Italia essere la sopra nazione, il capo-popolo, la sintesie lo specchio dell’Europa, la creatrice e redentrice per eccellenza», e ciò perchè capitale religiosa dei popoli ortodossi. Ma poi, in contraddizione di questo asserto, cerca le guise dimigliorarla e riordinarla, e lo crede impossibile senza il concorso delle idee religiose. La penisola non può essere una, libera, forte, se Roma, sua metropoli civile e morale, non risorge civilmente; finora i tentativi politici fallirono perchè non si tenne conto della classe clericale, delle comuni credenze, della religione ch’è la base del genio nazionale. Però ridurre l’Italia in unità è follia, bensì varrà una confederazione di cui il pontefice sia capo e presidente, monarchico e aristocratico il Governo. I principi prevengano le rivoluzioni col fare riforme animosamente: ma le ecclesiastiche non possono venire che dall’autorità legittima; altrimenti il bene che ne deriva non compensa il male cagionato dalla natura dei mezzi. Fortunati i principi d’Italia che possedono il gran bene d’essere assoluti, perchè ciò dà loro il privilegio veramente invidiabile di essere onnipossenti per salvare l’Italia (tom.I, p. 181).
Tutto ciò affogava in un mar di parole e fra un implacabile panegirico dell’Italia e di tutti, dei re e del popolo, dei nobili e del vulgo, dei dotti e degli ignoranti, di Pellico e d’Alfieri, de’ preti secolari e de’ Gesuiti, principalmente di Roma, «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza, e ricetto ospiziale aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengano»: del papa, gloria perpetua, antica tutela, nuova speranza della nazione; di Carlalberto, acciocchè si facesse centro al restauramento italiano, ma sconsigliavalo dal dare libera stampa[29]nè assemblee legislative, bastando un consiglio di Stato ela libertà di supplicare. Quanto all’Austria, non ne facea parola.
Sì poco erano coltivati tali concetti, che, quantunque tanto vi fosse di che eccitare la fantasia d’un popolo artista, e stuzzicare l’amor proprio d’un popolo umiliato, quei due grossi volumi furono conosciuti da ben pochi, fin quando non ne divulgò le dottrine Cesare Balbo (1789-1853), uomo che merita essere studiato come tipo di quelli che, o per lode o per biasimo, s’intitolarono moderati. Ogni suo scritto è pieno di lui, sicchè non riesce difficile il ritrarlo. Giovanissimo spinto negli affari dall’essere figlio del ministro Prospero Balbo, assistette ai consigli di Stato di Napoleone, fu aggiunto alla commissione francese nel Governo di Roma, dove apprese a stimare il debole che protesta, più del forte che sopraffà. Tornati i reali a Torino, egli non ne fu ben visto, pure tenuto negli affari o nella milizia. Nel 1821 dissentì dai cospiratori, pose anzi la sua spada a servigio del re; ma questo, non che gradirlo, il rimosse da sè e dagli affari. Bisognoso d’azione e d’influenza acquistata con onestà e decoro, si buttò allo scrivere come un’occupazione in mancanza d’altra; e moltissimi lavori intraprese, suggeriti dalla lettura e dalla critica, sbozzati con impeto, abbandonati a mezzo, od esposti con stile di brevità scabra ed oscura, misto di francese e d’arcaico. La storia divenne suo campo prediletto, ma gli mancava la pazienza di verificare fatti, e d’accertare se corrispondessero al suo preconcetto. Cominciò una storia d’Italia; ma la severa critica dell’Antologia, giornale allora il più accreditato, gliela fece interrompere, e soffrì della situazione dell’uomo che, non volendo chinarsi alle prepotenze giornalistiche e liberali, scostasi del pari dai due estremi. «Sovente (scriveva) gli uominicalunniati per invidia dai concittadini, sono per le prove fatte ammirati dai nemici. Qualunque volte soggiaccia la patria a qualche durevole calamità, è naturale a molti, o per forza o per dispetto, il ritirarsi nelle solitudini. Ma è bella solamente la solitudine austera, occupata, religiosa, come se la fecero i monaci antichi; non quella non curante, oziosa, viziosa, dispregiatrice e schernitrice di tanti uomini di secoli più colti... Una delle disgrazie più accoranti è l’essere rigettato dal proprio partito; ma è una di quelle a cui più frequentemente soggiacciono gli uomini virtuosi e forti, perchè non volendo adattarsi alle esagerazioni e stoltezze del partito, lo offendono, e se ne fanno prendere in sospetto finchè durano le difficoltà, e cacciare dopo la vittoria... Per dire un uomo civilmente coraggioso, non basta che egli abbia resistito una volta ad una parte, una volta all’altra: bisogna che egli abbia resistito alle due insieme, alle due ogni volta, in tutte le occasioni importanti... Nei paesi assoluti, ineducati alla politica, si vuol troppo riprovare ogni ambizione; non vedendosene altra che dei posti, dei titoli o del denaro, è antica e santa massima di non cercare, di aspettare i posti. A me parve sempre più santa la massima di prendere ed anche cercare legittimamente i posti per promovere la propria opinione; santa e buona l’ambizione dell’opera, che si dee dunque distinguere dall’ambizione dei posti, che li prende per mezzo non per fine».
Pertanto si duole d’essersi talvolta rattenuto dal domandare più alti posti per riguardo ai concittadini, «chè le invidiucce dei paesani non si vincono rispettandole ma opprimendole»; ripetutamente offerse i suoi servigi a Carlalberto, e del vedersi scelto solo a bassi incarichi prendea sdegno; lamentavasi de’ lunghi e amari disprezzi prodigatigli da chi governa il suo paese: «Fui e sono costantemente rigettato dal Governo,...sono o mi credo (chè monta al medesimo qui) offeso e disprezzato. Non sarei uomo se non cadessi talora per un istante involontariamente nel desiderio di vedere mutato un tal Governo, di vederne sorgere uno dove mi si aprisse campo, una volta almeno prima di morire, di sfogare, di mostrare la mia vecchia ma non spenta operosità per la patria. E tanto più che anche per la patria sento un desiderio di mutazione, diciam la parola, rivoluzione. Il pensiero delle sventure e dei delitti stessi che accompagnano tali eventi, non valgono a distrarre in me tal mio desiderio primo»[30].
Carlalberto l’invitò poi qualche volta a pranzo, del che scandolezzavansi i liberali; ma egli non opinava che la dignità restasse svilita da atti urbani. E la condizione degli scrittori moderati ben dipinse dicendo: «Nei paesi dove le parti latenti si esagerano in quel segretume che diventa loro necessità e natura, sorgono di qua di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive ed offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni, sempre stolte anche quando sono fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere che le sono vietate, sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole che non vi sono pubbliche mai; se scrive, ella ha contro sè non una ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservaretutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciare gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasiex-lege, fuor delle Caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini»[31].
Ispirato dunque dal libro di Gioberti, ne compose uno più semplice e breve, col titolo diSperanze d’Italia(1845). Era il primo che di politica italiana ragionasse non fuoruscito, e sotto un principe che non l’avrebbe molestato, ma forse neppure difeso. E divenne il programma sopra il quale si esercitarono i ragionamenti de’ pochi che pensano, e i discorsi de’ molti che ripetono. Mentre Gioberti non erasi dato briga dello straniero, Balbo mette l’indipendenza innanzi tutto,Porro unum est necessarium, fin a sagrificarle le forme della libertà[32]; rifugge dalle sollevazioni e come ree e come pregiudicevoli; non crede possibile la formazione «d’un regno d’Italia in tante varietà d’opinioni, di disegni, di province», bensì una confederazione, ove il Piemonte sia spada e cuore Roma, e nella quale si concedano tanti beni ai popoli, che il dominatore straniero perda ogni nerbo, sinchè la Provvidenza non conduca il tempo di fargli abbandonare l’Italia, compensandolo con acquisti sulla Turchia. L’effettuazione di queste idee rimetteva di là dal 1860, dopo finite le strade ferrate e caduto l’impero Ottomano. Tutto ciò con una sincerità senza violenza, un’onestà senz’illusioni.
I gran savj da caffè lo definivano il libro contro lesperanze d’Italia; ma intanto diffondeansi la discussione e l’idea del riconciliamento, e formavasi un’opinione nazionale, meglio che non si fosse ottenuto colle esorbitanze declamatorie. Questi svolgimenti indigeni erano, al solito, modificati dagli esterni, massime dalla Francia, paese che l’irremissibile bisogno di movimento sospinge continuamente a nuove esperienze, e a non accettare altro pilota che la tempesta. La carta costituzionale, ristampata sanguinosamente con correzioni nel 1830, avea assicurata la maggiore libertà possibile a quella nazione; la pace avea fatto prosperare gl’interessi: ma infuse un’improvvida sicurezza, ebrietà di lusso, di felicità, d’ingegno, di quei godimenti che favoriscono gl’istinti corrotti, sopreccitano le facoltà pericolose, e ogni limitazione rendono intollerabile a gente che, di tutto divertendosi, lascia addormentare le facoltà serie, che avvertono e moderano. Surrogato così al regno delle idee il regno degli appetiti, la libertà non volle riconoscersi che sotto forma d’opposizione, sempre ammirando chi contraffaceva o almeno contraddiceva al Governo; tema per verità più opportuno alla declamazione che non alla difesa dell’ordine e allo svolgimento della legge. Dai Parlamenti quell’abitudine passava nella letteratura, e gl’ingegni bellissimi, il limpido discorso, la colorita descrizione volsero Thiers, Luigi Blanc e Lamartine a divinizzare la forza, sia manigolda con Robespierre e Marat, sia radiante con Napoleone; Béranger colle canzoni, Vernet col pennello, ridestavano il culto di Napoleone, sol per fare onta alle dinastie; Lamennais, stizzito con Roma dacchè questa ripudiò le idee di lui, torse la logica potente e lo stile incomparabile a scassinare quell’autorità, sulla quale avea dianzi posato l’edifizio della società e della cognizione; Hugo professava che il «poeta può credere a Dio o agli Dei, a Plutone o a Satana o a nulla». I giornalisti, echeggiando tutti unastessa voce, la faceano somigliare ad opinione pubblica, e perciò acquisirono la presunzione di esserne non organi, ma dettatori, e in conseguenza poter imporre ai Governi. Molti speculanti sull’immaginazione, fomentavano alla rivolta del cuore, della fantasia, dei sensi, divinizzando i godimenti sensuali, togliendo ogni idea d’abnegazione, ogni riguardo di carità; dalle cattedre sbertavasi quanto v’ha di venerato; e resuscitavansi i rancori contro il papa e i preti, demonj della società e della morale. Romanzi, schifosi al buon senso come al buon gusto, per farsi leggere si sminuzzavano in appendice alle gazzette, portando ogni giorno un grano d’arsenico nelle famiglie, nelle botteghe, alla campagna; blandivano la doviziosa lascivia colle azzimate laidezze, la stizza de’ proletarj coll’esagerare la corruttela gaudente, gl’istinti col mostrare le donne inevitabilmente soccombenti alla tentazione, gli uomini operanti solo per interesse e passione; prendendo per ideale le eccezionali sconcezze della natura o della società, iniziavano i cuori vergini a turpitudini col rivelarle, e attizzavano il popolo contro i ricchi, come usurpatori del patrimonio comune.
Dove la stampa, il disegno, il teatro, la declamazione baldanzeggiavano senza rispetto e senza pudore contro al Governo, alla famiglia, all’ordine sociale, si concepì spettacolosa paura di alcuni preti che, all’ombra della libertà, aveano creduto poter riunirsi a pregare, a insegnare, ad apostolare. Libri, stampe, canzoni, romanzi aizzarono fin al parossismo contro i Gesuiti, sfogando su questo nome il bisogno di ire, che nei volghi è insito come il bisogno d’ammirazione[33]. E dico nome, perchèil buon senso non crederà mai il mondo così rimbambolito, da capovoltarsi per alcuni preti, i quali cacciò a budelli ogniqualvolta lo volle. Vero è che ogni volta tornarono.
Quei libri correano anche in Italia, ai Governi giovando che l’attenzione si storni sulle sacristie; e coll’impeto d’una moda e colla comodità di un nome, nel secolo della Polizia e della legge marziale, in un paese che avea reali nemici a combattere, fu sparso l’odio contro i Gesuiti, designando così non le reliquie degli antichi Lojolani, ma chiunque mettesse zelo nell’ecclesiastico ministero, poi chiunque asserisse la primizia papale, infine chiunque si volesse screditare con un titolo che non ammetteva discolpe, che nella sua vaghezza abbracciava qualsifosse gradazione di merito e d’infamia.
E perchè la peggiore infamia era il parteggiare collo straniero, si dissero i Gesuiti turcimanni di quell’Austria, che nel suo dominio gli ammise tardi e scarsi e ammusolati. Onnipotevano invece in Piemonte, se crediamo al Gioberti, il quale, sbigottito dal sentirsene affiggere il titolo per averli encomiati nelPrimato, e indispettito della fredda accoglienza fatta a questo, «da acqua tepida si convertì in lava» neiProlegomini, disdicendo la più parte del detto nelPrimato, spiegando quell’odio contro i Gesuiti, che divenne d’allora il suo carattere, e professando che ogni bene consisterebbe nell’abolirli. Vi rispose poche pagine il gesuita Curci; e l’abate avventogli in cinque grossi volumi la requisitoria più estesa che mai se ne fosse formata. Stile manierato, qualche valore d’analisi e impotenza della sintesi, blandizie cortigiane, menzogna sistematica, spionaggio, odio contro chiunque ha valore, morale lassa, erano le colpe che ad essi apponeva il Gioberti: poi ragguagliavali aiMazziniani per la cieca obbedienza a un capo, l’indifferenza nella scelta de’ mezzi, la giustificazione del regicidio: infine li gravava di quante nefandigie mai possono commettersi o escogitarsi. Che se Eugenio Sue avea finto avventure e nomi per divertire e ingannare, il Gioberti altrettanto assoluto e intrepido metteva alla gogna e senza discussione persone vive[34]; asseriva, sempre a detta altrui, che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda che non ha di cristiano che le sembianze, un costume di cui gli onesti gentili si vergognerebbero, una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche e non può avere altra sanzione che quella degli scherani». Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio?
Quella che il Brofferio qualifica «ignobile invettiva, rabbiosa rapsodia, prolissa declamazione, di tratto in tratto splendente d’impeti sublimi»[35]; e il Pellico «profluvio inesausto di bene e di male, di carità e di odio»[36], fu letta da pochi nei passi dottrinali, datutti nei virulenti; chi dissentiva dalPrimato, applaudiva alGesuita moderno, che molte persone espose allo scherno concittadino, e presto alle violenze.
Ma perchè aveali tanto carezzati? Rispondea, per correggerli. N’avesse anche lasciato ad essi il tempo, però mostravasi incerto o sleale nei giudizj; chiamava gesuitico non tutto quello che nella Chiesa apparivagli guasto, ma quel che a lui non piaceva; e, pur volendo venerata la Chiesa, acquistava aria di sofista. I Gesuiti non conobbero nè la dignità del silenzio, nè quella della risposta; e sputacchievoli accapigliamenti sconnetteano in sè e disonoravano in faccia altrui la parte guelfa; mentre i non guelfi le movevano opposte battaglie, incolpando essa di repubblicana, e il papa d’aver rovinato l’Italia.
In tal senso Giacomo Durando (Della nazionalità italiana) impugnava i neoguelfi[37]; al papa voleasi conservasse Roma e qualche isola, il resto d’Italia dividendo tra Casa di Savoja e i Borboni di Sicilia; non toccar l’Austria fin che essa non provocasse; aversi a sperar meglio nella Russia che nell’Inghilterra, questa amica, quella nemica naturale dell’Austria; del resto l’unità d’Italia non poter venire che dal principato, la sua reviviscenza dalla libertà.
Leopoldo Galeotti (Della sovranità temporale dei papi) era d’avviso che a riformare gli Stati Pontifizj bastasse il richiamar le antiche leggi, e principalmente i Capitoli di Eugenio IV. Gino Capponi (Attuali condizioni della Romagna) dicea che tutti consentono nella necessità del dominio temporale, sol doversi cambiare ministro, istituzioni, leggi, e consigliava i papi a farlo e rendere così venerabile la tiara prima che qualche evento europeo obbligasse a bruttarla di sangue per lasciarla cadere nel fango; un papa che regni senza governare è l’unica soluzione del nodo; Roma ha più bisogno del papa che il papa di Roma. Altre idee e partigioni diverse propugnava un Lombardo neiPensieri sull’Italia, considerando come impedimento quel dominio papale, che pel Gioberti era la salute, per Durando la ruina d’Italia.
Della reviviscenza guelfa indispettì il poeta Giambattista Niccolini, e nell’Arnaldo da Bresciapose una bella poesia e un’imperfettissima erudizione a servigio delle passioni. Anche il Giusti berteggiava «quest’Apollo tonsurato che dall’Alpi a Palermo insegna il cantofermo», e il tuffare la penna nell’acqua benedetta.
In verità l’assunto dei neoguelfi pareva ognor meno accettabile in grazia della speciale condizione dello Stato Ponlifizio, portato da lunghi eventi allo sconcio eccezionale di concentrare nella stessa persona la sovranità temporale e l’impero sulle coscienze, come nella società pagana; talchè sul papa ricadeano anche le colpe o idifetti del principe. Gregorio XVI, ancora monaco, avea scritto ilTrionfo della santa Sede, dove, zelando la primazia pontifizia, in nome del cristianesimo proclama il diritto delle nazionalità. Un ingiusto conquistatore, con tutta la sua potenza, non può mai spogliare dei suoi diritti la nazione, ingiustamente conquistata. Potrà con la forza ridurla schiava, rovesciare i suoi tribunali, uccidere i suoi rappresentanti; ma non potrà giammai indipendentemente dal suo consenso o tacito o espresso, privarla de’ suoi originali diritti relativamente a quei magistrati, a que’ tribunali, a quella forza cioè che la costituiva imperante (pag. 37).
Fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, secondò le reviviscenze gerarchiche, infervorò i parroci ne’ doveri religiosi, e cercò opporsi alle ripullulanti eresie; santificò Alfonso Liguori, Francesco di Geronimo gesuita, Giuseppe della Croce minorita, Pacifico da San Severino minor osservante, Veronica Giuliani cappuccina; altri italiani beatificò; accelerò la ricostruzione dell’incendiato San Paolo[38]; conchiuse concordati col re di Sardegna, per cui lasciavasi al fòro secolare la cognizione deicriminidi ecclesiastici, mentre idelitti, eccetto quei di finanza, restavano di competenza curiale, e nei casi capitali fosse comunicato il processo al vescovo che deve degradare il condannato. Anche al duca di Modena consentì che le cause meramente civili fra ecclesiastici e laici si portassero al fôro secolare, e così i delitti di lesa maestà, sedizioni o contrabbando, intervenendovi però un deputatodel clero; e per le pene capitali deve il vescovo conoscere il processo originale: del resto integrava i pieni diritti pontifizj e vescovili, ed aboliva le restrizioni ai possessi di manomorta. Ebbe a lottare colla Spagna che tolse i beni al clero e la nunziatura, col Portogallo a proposito dell’istituzione canonica dei vescovi, colla Svizzera per la soppressione dei conventi d’Argovia, e così coll’America meridionale: e mentre da un secolo i papi non avean mostrato vigore che col soffrire, Gregorio uscì dalla posizione meramente passiva per mostrare la fronte ai persecutori subdoli o prepotenti. Animato dalla coscienza cosmopolitica del supremo sacerdozio, scomunicò i fautori della tratta dei Negri. A proposito de’ matrimonj misti parlò alto al re di Prussia; e avendo questo incarcerato l’arcivescovo di Colonia, esso il denunziò a tutta la cristianità per modo che il persecutore dovette chinarsi. Approvò la rivoluzione dei Belgi perchè eccitata da persecuzione religiosa; ma allorchè alla Polonia sollevata contro la Russia scismatica rammentò l’obbligo d’obbedire, parve insultare a un cadavere. Al tempo stesso egli ricorse al czar perchè trattasse meglio i Cattolici, e adempisse le promesse fatte loro: ma il czar non che badarvi, adoprò seduzione e persecuzioni per unificare l’impero anche nelle credenze. Corse anche voce, e un opuscolo pubblicato da persona a lui vicina parve confermarlo, che l’imperator Nicolò si credesse il vero rappresentante dell’impero romano, e in conseguenza il capo di tutta la cristianità nel religioso come nel politico. La sua forza già gli attribuiva predominio sui re; rimaneva di ridurre a una sola le due Chiese, latina e greca; ossia, considerando questa come l’unica vera, e la latina come scismatica, questa richiamare all’unità sotto di lui, unico papa. A tal fine erano dirette le persecuzioni ai Cattolici, mediante le quali molti preti e intere provinciefece apostatare, di orride persecuzioni punendo chi reluttasse. Il papa le espose in una relazione (1842), che fece inorridire il mondo. Essendo poi il czar passato per Roma nel visitare sua moglie che miglior salute cercava a Palermo, Gregorio, invece delle blandizie profusegli dai principi, gli fece severi raffacci delle sevizie usate ai Cattolici, intimandogli: — Fra breve noi compariremo al tribunale di Dio; e non oserei sostener la vista del mio giudice se non difendessi la religione, della quale io sono il tutore, voi l’oppressore». Quelle minaccie non uscirono vane, e provarono quanto un pontefice possa ancora sul mondo allorchè tuteli la verità e l’innocenza, scevro da interessi mondani e da grette paure.
Chi conobbe Gregorio nell’intima vita, lo trovò di consuetudini semplici, e gusti fin vulgari; facile alle udienze, studioso anche sui libri nuovi che gli si lasciassero arrivare; ai parenti non diede nè ricchezze nè cariche, mentre debolmente condiscendeva al cameriere Gaetano Moroni, che blandito con titoli e decorazioni dai re e fin con applausi letterarj, subì la responsalità di quanti errori allora si fecero. Piovvero epigrammi su quest’amicizia, e sull’ubriacarsi del papa e su altre baje, dove non era di vero se non la debolezza di un vecchio e frate.
Di costituzione, di bilancio, degli altri arzigogoli estranei alla teologia ed esotici nel regno di Dio, nulla intendeva, sicchè bisognava lasciasse fare ai ministri e alle circostanze, per cui colpa le riforme promesse nel 1831 riuscirono a nulla o a male. Quelle imperfette concessioni guardava il Governo come estorte, e voleva eliderle; impacciava le amministrazioni comunali coll’intervento governativo; gl’impieghi conferiti a laici nelle Legazioni furono ritolti; il regolamento del 1835 metteva norma ai giudizj il diritto comune, moderatodal canonico, e senz’abolire gli statuti locali. La giustizia era corruttibile non solo, ma esposta agli arbitrj de’ superiori, e alle interminabili restituzioni in intero. Commissioni militari erigevansi ad ogni attentato contro la sicurezza pubblica, sinchè non vi venne sostituita la Consulta, che, con norme eccezionali anch’essa, dava il difensore, ma scelto fra quattro proposti dal Governo, e vincolato al secreto; testimonj e giudici lasciava ignoti al reo.
Le riforme amministrative si riduceano a una maggior regolarità di protocolli, insegnata da un magistrato austriaco (Sebregondi), a tal uopo deputatovi; e al crescere gl’impiegati, parassita aggiunta alle altre: crebbero fuor modo le ruberie e le venalità, l’onnipotenza degl’intriganti, l’assolutezza moltiplicata quanti erano i potenti, quanti i domestici del papa. Il debito, lasciato o causato dalla rivoluzione del 31, era ben lungi dall’essere spento dalle tasse nuove e da altri compensi; tanto più che tutti dilapidavano, e il lusso governativo cresceva, e il cardinal Tosti tesoriere non sapeva asciugar pozza che col farne un’altra, tanto da non fallire[39]. Le opere pubbliche volgeansi al fasto, più che all’utile: e il viaggiatore, gemente su quelle incomparabili ruine, domandava perchè piantagioni e coltura non tornassero sane e ubertose le circostanze di Roma, perchè vaporiere non risalissero il Tevere, perchè strade ferrate non congiungessero coi due mari la metropoli della cristianità.
Peggio andava nel morale; ed oltre la Polizia, una ciurma ammantavasi di devozione al Governo per trasmodare contro le opinioni opposte. Il papa nol sapeva,chè de’ favoriti suoi era cura non gli si ragionasse di affari, talchè rimanea persuaso che ogni cosa andasse nel meglio possibile. Vollero ribadirgli questa persuasione col fargli intraprendere uno di que’ viaggi (1841), in cui il principe non riceve se non riverenze e trionfi, gli si lasciava solo il tempo di visitar chiese, monumenti, istituti pubblici parati ad inganno, e uomini disposti a staccare i cavalli e tirar la carrozza, e quella turba di cittadini che s’affollano sulle strade o nelle anticamere, applaudendo se vulgo, petizionando se civili. Ne riportò dunque l’idea della beatitudine universale; e intanto lo scontento delle Legazioni, già preveduto dai diplomatici nel 1831, fu portato al colmo dal non averle egli visitate; e massimamente a Bologna preferivasi palesemente la dominazione austriaca[40], perchè forte, di truppe disciplinate, d’incorrotta giustizia, di tutto quel bene che l’odio del proprio fa supporre ne’ Governi altrui. Al fine del 36 i Francesi si erano ritirati da Ancona, i Tedeschi dalle Legazioni, lasciando sentimenti opposti, ma accordantisi nell’avversione al dominio papale.
Anche ai miglioramenti non faceasi buon viso; e quando fu pubblicata la riforma giudiziaria, non solo avvocati e tribunali la combatterono così, che fu duopo sospenderla, ma una stampa clandestina diceva: «È dell’onor nostro il resistere. Niuna transazione con Roma». Anche voti ragionevoli si mormoravano, e tratto tratto si gridavano in tono di rivolta; ma le insurrezioni tentate ripetutamente diedero ragione a repressioni vigorose, tanto più che spesso la causa degli insorgenti confondeasi con quella de’ masnadieri, cronico morbo al paese.
Un Renzi riminese, reduce di Francia dove avea mestato nelle combriccole, mandato o fingendosi dai liberali di Romagna, e affiatatosi con altri ricoverati in Toscana, indusse a fare una protesta armata per sostenere un’altra scritta dal dottore Farini, intestataLibertà civile, Governo secolare, Ordine pubblico. Avuto compagni ed arme, il Renzi sbucò da San Marino, e occupò Rimini; ma poichè nessuna città rispose, i soldati svizzeri gliel’ebbero prontamente ritolta, ed egli con cencinquanta rifuggì in Francia traversando Toscana. Stolto tentativo; eppure se ne fece un gran parlare, e valse a fissare gli occhi d’Europa sopra le domande de’ Papalini, in gran parte sensate ed effettibili. Tolse a sostenerle il piemontese Massimo d’Azeglio, che, neiCasi di Romagna, riprovando risolutamente le congiure, le manifestazioni di piazza, le insurrezioni, insieme mostrava come unica via di evitarli il governar bene, svellere gli abusi, concedere le riforme necessarie.
La Polizia rabbrividì quando non si trovava più a fronte sediziosi da incarcerare, ma ragioni da ribattere; non minacciata la religione, non i possidenti, nè tampoco il Governo, ma gli abusi, le turpi passioni e l’inerzia negativa; non imposte nuove concessioni, ma rammentato voti già espressi nel 1832 dalle Potenze che si chiamano tutrici della servitù, poi dimentichi a segno, da parer adesso novità[41]. Il Governo rispose al manifesto, parte negando o attenuando que’ fatti, parte mostrando o ingiuste o improvvide le domande, parte denigrando i sovvertitori; e sebbene dicesse molte verità, ognun sa quanto poco vagliano le difese, tanto più quelle d’un Governo contro un nome divenuto popolare. Cresceano dunque i fremiti; e come in Lombardiaformolavansi nella cacciata degli stranieri, così qui nella parola di secolarizzazione.
Un principe a tempo, scelto per lo più in vecchiaja, tra una classe aliena per istituto dagli affari temporali; scelto, aggiungiamo, a preferenza per le virtù che continuino la serie di tanti virtuosi, e rendano servigi alla Chiesa universale, deve riuscire men proprio a governare il paese quanto più l’istituzione ecclesiastica si rende piamente austera ed esemplare; insomma peggiora per quelle condizioni di moralità, per le quali gli altri Governi unicamente possono perpetuarsi. Di qui la necessità di stabili istituzioni, le quali possano in qualunque caso dirizzare i consigli sovrani. E tanto più che negli interregni l’anarchia diventa regola, sconnettendosi ogni autorità, e riagendosi contro chi era stato potente: sicchè il Governo che sottentra deve ripristinare l’obbedienza, effetto sempre scabrosissimo e viepiù con gente nuova com’è quella messa in posto dal nuovo pontefice, di cui è consuetudine, se non obbligo, il dare lo scambio ai ministri del predecessore.
Roma da un pezzo non ha municipalità, l’amministrazione della città confondendosi collo Stato, e rammentandosi con ribrezzo i tempi quando ancora il Comune di Roma osteggiava i papi, e li cacciava ad Avignone. L’avere il Consalvi concentrato moltissimi affari nella segreteria di Stato, e tutto il potere esecutivo, aveva sminuita la partecipazione dei cardinali alla sovranità.
Il concistoro di questi, eletto fra tutte le nazioni, e dagli uomini più eminenti per scienza ecclesiastica, ha tutt’altra destinazione che la accidentale di reggere lo Stato. Prima della rivoluzione, alla Corte di Roma si formavano buoni amministratori e destri politici, atteso le vive relazioni con tutt’Europa, e l’essere la prelatura riservata ai cadetti delle famiglie nobili, che vi portavanomeno l’austerità ecclesiastica, che l’attitudine ereditaria agli affari, l’appoggio delle parentele, la ricchezza, le aderenze. Tutto cambiò nell’eguaglianza sopravvenuta; perì quella scuola di diplomatici; e poichè il riformare richiede genio ed esperienza, qui pure si preferì il non far nulla, o quell’acquistar tempo ch’è reputato guadagno dai poteri egoistici.